La tregua è finita Le parole sono pietre

Serve una nuova resistenza, al di fuori di categorie superate, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. Frammenti di un discorso letterario e politico a margine dell’ennesimo decreto Conte sul Covid. Negli ultimi tempi, prima del suicidio, Primo Levi era ossessionato da un’idea. La tregua, ripeteva, prima o poi finirà, sta finendo. Non erano tregua, per lui, i lunghi mesi di peregrinazioni dal lager nazista a Torino, passando per l’Est europeo. Tantomeno l’anno passato nel terzo campo di sterminio di Auschwitz, il nazifascismo considerato tragica parentesi nella storia del mondo, ma la vittoria su questo e la precaria pace raggiunta nel dopoguerra. Tregua destinata prima o poi a finire con l’affacciarsi d’un altro, e più pernicioso, tipo di fascismo. Un totalitarismo che avrebbe potuto fare a meno di randellate e camere a gas.

Le parole di Levi sono nell’aria, in questi giorni, trascinate dal particolato meglio del Covid. Le respiriamo, sono nella nostra testa. Sono dentro il cuore nero, o fucsia, o arcobaleno dell’Occidente. E, come sempre, l’Italia che tanto ha dato alla scienza politica dello scorso secolo, da Mussolini a Berlusconi, a Grillo, è all’avanguardia anche nel XXI. Piglia l’ennesimo decreto Conte, questo avvocaticchio catapultato per grazia divina e volontà dei poteri forti, più che della nazione, a capo del governo, e qui rimasto in virtù del più grande ribaltone della storia politica del Belpaese. Piglia la sua mascherata generale, brillantemente anticipata – persino superata, nel caso del Lazio e della Campania – da uno schieramento trasversale che va da Zingaretti alla scomparsa Santelli, passando per De Luca. Cioè dalla postsinistra alla neodestra, fino al governatore campano che solo uno sviscerato amante della commedia dell’arte all’italiana può allocare tra le file del centrosinistra. Vale a dire l’intero arco costituzionale, o quel che si definisce tale.

Diciamolo subito: fascismo e comunismo, schematicamente ridotti a destra e sinistra, sono categorie politiche superate che assumono la stessa valenza storica della contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, Goti e Bizantini. Non tanto e non solo perché ogni reale differenza tra gli schieramenti – la realtà fattuale, avrebbe detto il buon Machiavelli – s’è sciolta e confusa nel pensiero unico dominante, il conformismo acritico di cui la peste del politicamente corretto è il sintomo più evidente del male, come lo era l’ideologia ai tempi del politicamente impegnato. Quanto perché, nemesi della storia, il nuovo totalitarismo oggi si veste d’antifascismo.

Abbandonato non dico ogni pensiero critico, ma ogni pulsione logica, l’homo covidicus, già antifascista militante benché privo dei rudimenti della dialettica marxista, sempre nel giusto ancorché preso a calci dalla storia, è divenuto il più spietato persecutore d’ogni differenza, d’ogni intelligenza alternativa all’esistente. Partigiano d’un globalismo economico e d’un umanitarismo velleitario che nulla hanno a che vedere con l’internazionalismo proletario e la liberazione dell’umanità, manco con l’amore verso il prossimo o i rejetti. Butta secchiate di vernice sulle statue in nome d’un progressismo che cela il più bieco oscurantismo. Così la famigerata mascherina, bavarola che ognuno dovrebbe sprezzare in nome della logica e della libertà, è divenuta simbolo acritico del consenso generale, del rigore per amore del prossimo e di sé. Trend di consumo e tendenza di moda. Non c’è livello culturale o scolarità che tenga. Indossarla è divenuta quasi una bandiera per la sinistra, come toglierla sarebbe di destra (vedi le menate su Trump). Bella contraddizione, non certo la sola o maggiore.

Dietro la mascherata generale e l’invito alla delazione, dietro al ricatto della salute c’è questo, una nuova forma di controllo sociale, non certo frutto delle menti d’un Conte o d’uno Zingaretti, servi più o meno ligi al proprio ruolo in un sistema – quello del capitale globale nella sua fase preterminale, detto in rima, o Cgp – che ogni giorno di più annienta le nostre vite e il nostro lavoro, affetti e socialità. E al covidiota, evoluzione dell’italiota, al conformista antifascista o interclassista, o neofascista, va bene così. Naviga beato tra palate di merda sempre più grossa. Per tema del peggio ingoja il peggio, secondo l’arcinota legge della rana bollita. L’umano si fa disumano ma non coglie l’evidenza dell’incongruenza. Il problema delle libertà negate non lo sfiora, sommerso dalla disinformazione martellante, dispensatrice della paura che annega ogni residuale capacità cognitiva e resistenziale.

La neolingua, impasto d’inglese d’accatto ripetuto a pappagallo, è funzionale allo scopo, veicolo del nuovo sentire collettivo. Lockdown non ha la stessa valenza di confinamento sociale. Nel rovesciamento semantico e concettuale negazionista, sovranista, complottista, anziché aggettivi connotativi ed elementi di riflessione sono termini di dileggio mutuati dalla grande narrazione imperante, trasversale e progressista. E il fantasma del nemico prende forme orizzontali, come già durante la strategia della tensione e assai prima, per salvaguardare il conflitto verticale che la neolingua maschera e la paura inibisce. La vera lotta di classe in atto tra i pochissimi che hanno sempre più, a danno dei più.

Guardare le statistiche di chi ha fatto miliardi a palate in questi mesi e chi ha perso tutto o quasi non fa cogliere il nesso. Il virus che viene dall’Est è un castigo di Dio, anzi cinese, non c’è relazione alcuna coi profitti dell’antivirus allo studio da anni, con benefiche fondazioni pronte a smerciarlo, finanziate dai neopadroni della terra e del vapore. Si tratta solo d’aspettare la conta dei morti, per convincere gli ultimi ottusi. Contano gli infetti, asintomatici cioè portatori sani, altra trovata geniale a dispetto d’ogni buonsenso. Contano i morti, appunto, anche se nessuno sa le vere cause dei decessi, visto che nessuna autopsia è mai stata fatta e nel dubbio tutti nella fossa comune, come Leopardi ai tempi della peste. Si chiuda tutto anche se nessun comitato scientifico l’ha mai richiesto, ma solo virologi per burla pagati a peso d’oro per le loro vacue comparsate. S’evitino carezze e baci a vecchi e pargoli, sempre più soli e fuori di testa, come ormai tutti. Si giri in maschera anche se non c’è nessuno all’orizzonte, si prendano le scale anziché l’ascensore, rigorosamente in maschera. Ogni idiozia è bevuta come acqua fresca e se un medico spiega, dati alla mano, che la bavarola è utile contro il virus quanto la canottiera contro una fucilata – come già l’Oms della prima ora – è un dispensatore d’odio e follia. Ma si crede a ciò che si vuol credere, alle favole come ai complotti, e nessuna alternativa è possibile per chi vuole sbattere la testa sempre allo stesso muro. Qualche avvertenza, però, inutile a scalfire certezze e pochezze.

Non si creda che, passati questi, altri figuri e comparse siano migliori e diverse. Il Salvini calante, già baubau fascista per eccellenza, o la Meloni ascendente, neofascista doc, sono tutto fuorché antisistema, hanno le mani legate e peggio, al massimo possono sbavare con la mordacchia alla bocca. Il problema è di sistema: il superamento della democrazia nelle forme (fintamente) costituzionali e conosciute. La tecnologia, non la democrazia, serve al Cgp – meglio, una tecnologia falsamente democratica – come destra e sinistra non rappresentano più le forze sociali di riferimento, venendo meno la contrapposizione delle classi d’origine. Non certo la lotta di classe in sé, resa anzi più feroce dall’incrudelirsi delle condizioni di vita e sociali dei ceti medi, dalla generale precarizzazione. Gli spezzoni alternativi che si muovono in ordine sparso, dopo la frantumazione dei Cinquestelle – che merita un discorso a parte, come la nemesi della sinistra – sono una meteora, una via di scampo in mancanza d’alternative praticabili, sfogo d’una lotta politica dove il gesto di fattura anarchica, tacciabile di terrorismo, torna l’unica via possibile per scardinare l’esistente. Un salto indietro di secoli, all’origine della rivoluzione industriale, perché la rivoluzione industriale è finita, scardinata dall’hitech e domani dalla robotica. Dove il capitale globale sarà al suo stadio terminale, poiché si passerà dal disumano all’inumano.

Ma queste son fole apocalittiche. Tutto questo prima o poi finirà, dicono l’anime belle, arriverà un bel vaccino e si tornerà a vedere la luce come il povero Ciaula della novella pirandelliana. Passata la pandemia, fra qualche mese o un anno, tutto tornerà come prima. Illusi. Passata questa ne verrà un’altra, o qualcos’altro da accettare nel nome dell’ineluttabile e del progresso, da mettere sotto controllo, come dissenzienti e retrogradi, con un bel vaccino ad hoc o un grazioso chip sottopelle. Faccio mie le parole dell’avvocato milanese Carlo Prisco, nel pool della settantina di legali che cercano – con poco successo, a dire il vero – di difendere i malcapitati dalle vessazioni decise dal governo a furia di decretazioni d’urgenza, illegittime e dal profilo anticostituzionale. «La gente non ha ancora capito che non si tornerà mai più alle forme d’aggregazione sociale alle quali eravamo abituati». Avremo lo smart working al posto del lavoro e dei diritti, la spesa online invece delle file sotto casa, la videochiamata coi famigliari e col vicino. Un qualche reddito di sussistenza, tanti bei canali tematici sulla tivù non più generalista. Potrete sempre darvi di gomito, a distanza. E dirvi antifascisti, o quel che vi pare, cittadini modello. Scordatevi feste in casa e moti di piazza, mascheratevi pure al cesso, per il vostro bene e dei vostri cari. Ai più va bene così, non ditelo complotto che è roba becera e d’antan. Al più, dittatura, ergo volontà, della maggioranza. Chi non ci sta si prepari a una nuova resistenza. Fuori dalle categorie esistenti, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. La tregua è finita, e sui lager sta scritto: “Andrà tutto bene”.


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