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	<title>Maurizio Zuccari &#187; 1917</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>1917, cent&#8217;anni di nodi tutti da sciogliere</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Nov 2017 11:10:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cent’anni fa, nella notte appena trascorsa, il mondo conobbe la maggiore e più imperitura rivoluzione di sempre: quella che portò all’instaurazione del comunismo in Russia. Anche se questo, formalmente, sarebbe stato proclamato solo dopo molti anni e un’altra guerra vinta. Non fu, come molte che l’avevano preceduta e l’avrebbero seguita, una notte di sangue. Anzi, soldati e operai nella fredda oscurità novembrina occuparono i punti nevralgici di... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/1917-centanni-di-nodi-tutti-da-sciogliere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9219" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/2nd_Moscow_Women_Death_Corp_Defending_Winter_Palace._St.Petersburg_November_1917.jpg"><img class="size-medium wp-image-9219" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/2nd_Moscow_Women_Death_Corp_Defending_Winter_Palace._St.Petersburg_November_1917-300x201.jpg" alt="Soldatesse del battaglione della morte di guardia al Palazzo d'inverno nel novembre 1917. Sopra, l'assalto al palazzo nella ricostruzione di Eisenstejn" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Soldatesse del battaglione della morte di guardia al Palazzo d&#8217;inverno nel novembre 1917. Sopra, l&#8217;assalto al palazzo nella ricostruzione di Eisenstejn</p></div>
<p>Cent’anni fa, nella notte appena trascorsa, il mondo conobbe la maggiore e più imperitura rivoluzione di sempre: quella che portò all’instaurazione del comunismo in Russia. <span id="more-9218"></span></p>
<p>Anche se questo, formalmente, sarebbe stato proclamato solo dopo molti anni e un’altra guerra vinta. Non fu, come molte che l’avevano preceduta e l’avrebbero seguita, una notte di sangue. Anzi, soldati e operai nella fredda oscurità novembrina occuparono i punti nevralgici di Pietrogrado sparacchiando appena un po’. All&#8217;alba del 7 novembre (25 ottobre, secondo il calendario Giuliano presto abolito dagli insorti) erano di fatto padroni della città. Qualche resistenza in più s’ebbe al Palazzo d’inverno, preso d&#8217;assalto in serata, dove s’erano asserragliati i ministri del governo provvisorio – il premier Kerenskij no, se l’era già data a gambe come un Puigdemont qualsiasi – e più d’altri resistettero le volontarie del battaglione della morte sopravvissute all’ultima fallimentare offensiva contro i tedeschi, nell’estate, ma nel complesso fu poca cosa.</p>
<p>Quando, alle dieci, Lenin proclamava la fine del governo e l’inizio d’una nuova era, il palazzo doveva ancora cadere ma l’ora della storia era già suonata. Ancora meno d’un mese prima, persino nel ristrettissimo comitato centrale uscito dal VI congresso del partito bolscevico due dei 10 membri, Kamenev e Zinovev, avevano votato contro la rivolta in armi, considerandola prematura. Ma Lenin, supportato in quell’occasione da Trotsky, aveva avuto ragione nel voler rischiare tutto, imponendo di fatto la rivoluzione ai suoi recalcitranti compagni. Freschi rimpatriati dall’esilio grazie ai traffici dei servizi delle maestà imperiali tedesca e britannica, da emigrati agiati sarebbero divenuti leader d’una rivoluzione che avrebbe esaltato l’uno e rimosso l’altro a vantaggio d’un terzo, Stalin – rimasto in patria ad autofinanziare la rivoluzione con metodi spicci – più mediocre d’entrambi e perciò vincente.</p>
<p>A cent’anni da allora l’impatto emotivo di quei fatti resta enorme e forse per questo il bilancio storiografico è lungi dal chiudersi, nonostante l’immensa mole di materiali disponibili e la fine di quell’esperienza storica – inattesa e sostanzialmente incruenta come la sua nascita – da oltre un venticinquennio. Molti aspetti restano da chiarire, e aperte le questioni di fondo.</p>
<p>Senza l’intervento armato esterno e la guerra civile che fece tre milioni di morti tra i militari e tre volte tanti fra la popolazione – 4 furono i milioni di soldati dello zar deceduti durante la guerra “imperialista”, per dire – la rivoluzione sarebbe stata meno dura? La caratura dei suoi leader più in vista, la loro natura e teoria unita alla prassi, portava in nuce la degenerazione che sarebbe apparsa in tutta evidenza con l’affermarsi dello stalinismo? Insomma, la via della libertà è per forza di cose lastricata di sangue e porta al suo contrario? Su tutti, un nodo resta da sciogliere. Mentre gli eserciti in armi d’Occidente e d’Oriente davano manforte alla controrivoluzione, affamando il paese e tentando di schiacciare i rossi, i bei nomi della finanza internazionale – Morgan, Rothschild, Rockefeller, Crane, Warburg, Schiff – versavano fior di denari per quella rivoluzione che pure avrebbe dovuto terrorizzarli. Un po’ come quei banchieri ebrei che rimpinguavano le tasche del fuhrer.</p>
<p>Di questi paradossi, o bizzarrìe della storia, le vicende umane sono pregne ma archivi ed esegeti restano muti. Resta l’idea, e quella fa fumo quanto basta per coprire di un mitico velo ogni fatto della storia. Resta l’idea di un mondo di uguali, o anche solo diverso e migliore, che quella notte di novembre di cent’anni fa parve reificarsi, un po’ per caso e molto per la ferrea volontà degli uomini (e delle donne) che l’attuarono.</p>
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		<title>Caporetto, vittoria del Belpaese</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Oct 2017 12:24:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belpaese]]></category>
		<category><![CDATA[1917]]></category>
		<category><![CDATA[anniversario]]></category>
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		<description><![CDATA[Alla fine, a Caporetto abbiamo vinto. È una vulgata non nuova quella che prende corpo nel centenario della più grande disfatta militare italiana. Abbiamo vinto perché, nonostante gli errori-orrori degli alti comandi e il tracollo dei fantaccini al fronte, proprio da quella sconfitta l’Italia è ripartita per risorgere sulle sue ceneri. E un anno dopo trionfare sul Piave, spazzando via gli Asburgo dalla mappa della... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/caporetto-vittoria-del-belpaese/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9204" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/10/RumizRommel.jpg"><img class="size-medium wp-image-9204" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/10/RumizRommel-300x123.jpg" alt="Rumiz traccia le tappe del suo viaggio. Sopra: soldati italiani catturati in trincea a Caporetto" width="300" height="123" /></a><p class="wp-caption-text">Rumiz traccia le tappe del suo viaggio. Sopra: soldati italiani catturati in trincea a Caporetto</p></div>
<p>Alla fine, a Caporetto abbiamo vinto. È una vulgata non nuova quella che prende corpo nel centenario della più grande disfatta militare italiana. <span id="more-9203"></span>Abbiamo vinto perché, nonostante gli errori-orrori degli alti comandi e il tracollo dei fantaccini al fronte, proprio da quella sconfitta l’Italia è ripartita per risorgere sulle sue ceneri. E un anno dopo trionfare sul Piave, spazzando via gli Asburgo dalla mappa della storia con la vittoria di Vittorio Veneto, inaspettata come quella rotta. A dire che in fondo quella batosta ci è servita non è solo l’ultimo saggio di Stefano Lucchini, A Caporetto abbiamo vinto, presentato oggi alla Camera, a cento anni esatti da quel 24 ottobre 1917, e un nutrito codazzo di storici e commentatori. Già Giuseppe Prezzolini in Dopo Caporetto aveva rovesciato le parti e la narrazione: la rotta seguita alla dodicesima battaglia dell’Isonzo era una vittoria e Vittorio Veneto, al contrario, una sconfitta.</p>
<p>Scriveva Prezzolini: «Se volessi esprimermi paradossalmente, direi che Caporetto è stata una vittoria, e Vittorio Veneto una sconfitta per l’Italia. Senza paradossi si può dire che Caporetto ci ha fatto bene e Vittorio Veneto del male; che Caporetto ci ha innalzati e Vittorio Veneto ci ha abbassati, perché ci si fa grandi resistendo ad una sventura ed espiando le proprie colpe, e si diventa invece piccoli gonfiandosi con le menzogne e facendo risorgere i cattivi istinti per il fatto di vincere». Ai luoghi simbolo della Grande guerra il fondatore della Voce – intimo di Mussolini, con cui collaborò al Secolo d’Italia, interventista convinto e ardito sul Monte Grappa proprio dopo Caporetto – dedicò nel suo libercolo del 1919, scritto a caldo degli eventi, un reportage.</p>
<p>E nello spirito del reportage s’è mosso Paolo Rumiz, in uno di quei racconti di viaggio (La strada di Rommel, da oggi in edicola) che allietano l’animo dell’autore e la saccoccia dell’editore, oltre a dilettare il lettore. Rumiz alla Prima guerra mondiale ha già dedicato un bel racconto di minor fortuna: Come cavalli che dormono in piedi (Feltrinelli, 2014), sull’epopea dei centomila fanti austroungarici delle terre irredente mandati a morire sul fronte russo, prima contro lo zar e poi contro la rivoluzione, e rimossi dalla storia. Stavolta il reporter di Repubblica per raccontare Caporetto – oggi Kobarid, in Slovenia – s’è mosso sui passi del giovine Rommel, che col grado di tenente comandò un pattuglione avanzato (poi battaglione) capace d’infiltrarsi tra le linee italiane e di marciare a zigozago sulle creste del Kolovrat e del Matajur, catturando la bellezza di 9mila soldati e schiantando un’intera brigata, la Arno, al prezzo di sei soli uomini. Lo stesso Rommel dedicò a quell’impresa un saggio – pure la futura Volpe del deserto scriveva – Fanteria d’attacco, scritto nel ‘37 per l’accademia militare di Dresda (edito in Italia nel 2013 dalle edizioni Leg), ma neppure lui seppe spiegarsi i perché di quell’immane disfatta, lo sciogliersi come neve al sole dei reparti italiani, nell’ignavia degli alti comandi.</p>
<p>Figurarsi noialtri, intenti alla rimozione e al pianto per quella passata alla storia come sconfitta epocale, in buona compagnia: da Lissa (1866) ad Adua (1896), dalla rimossa rotta di Beda Fomm del 1941, che nulla ha da invidiare a quella del ‘17, all’8 settembre ‘43. Nonostante l’attitudine del Belpaese ai rovesci militari Caporetto resta sinonimo di sconfitta, da alleviare appunto rovesciandola nel suo contrario, prodromica alla vittoria, seppur mutilata. Una rotta che ebbe le sue cause, militari e umane. Dalla nuova tecnica di combattimento dei tedeschi che infiltrarono piccoli nuclei tra le trincee italiane (come quello di Rommel) ridotte al silenzio dai gas e coperti dalla fitta nebbia, all’impreparazione dei comandi. Che pure avevano ricevuto indicazioni dai servizi di spionaggio e dai disertori sull’imminenza dell’offensiva coi rinforzi provenienti dal fronte russo, tracollato sotto i colpi della rivoluzione – il controgolpe di Kornilov era fallito a settembre e Kerenskij era intenzionato a porre fine alla guerra – e non seppero pararla. Il massone Badoglio, tra i massimi responsabili della sconfitta con Cadorna e Capello e l’unico a non essere toccato, ce lo ritroveremo a fare altri danni, nei decenni a seguire.</p>
<p>Ma l’aspetto peculiare di quella rotta l’ha colto prima e meglio d’altri Alessandro Baricco in Questa storia (Fandango, 2005). Soldati abituati a tre anni d’eroismi e orrori in trincea s’arresero in massa quando qualcuno si presentò loro di spalle sventolando un fazzoletto bianco. Il nemico erano abituati ad averlo davanti, non dietro. Una questione di mentalità, come quella degli alti comandi che mandavano al massacro uomini a ondate, a centinaia di migliaia, in un’inutile guerra di posizione. Quanto agli scampati dei 40mila che non vennero ammazzati o feriti in quella rotta, ai 250mila che non furono fatti prigionieri, nessuno a sinistra si prese la briga di fare di loro quel che i bolscevichi stavano facendo in Russia, trasformare la guerra imperialista in rivoluzione. E i regi carabinieri non tardarono molto a rimetterli in riga con fucilazioni e decimazioni di massa. Orfane d’una sinistra senziente, ora come allora, le masse italiane in armi persero il momento più rivoluzionario del Novecento – l’altro si sarebbe presentato nel ‘45 e, sotto l’egida del Pci, sarebbe naufragato altrettanto presto, del terzo è meglio tacere – ma avrebbero gettato le basi alla futura vittoria dell’italietta mai doma e piagnona, cara alla vulgata. La narrazione continua.</p>
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