<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Maurizio Zuccari &#187; Campiello</title>
	<atom:link href="https://www.mauriziozuccari.net/site/tag/campiello/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mauriziozuccari.net/site</link>
	<description>Giornalista, scrittore</description>
	<lastBuildDate>Wed, 23 Sep 2026 14:35:01 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.2.37</generator>
	<item>
		<title>Le assaggiatrici si abbuffano al Campiello</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/le-assaggiatrici-si-abbuffano-al-campiello/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/le-assaggiatrici-si-abbuffano-al-campiello/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 18 Sep 2018 14:07:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Campiello]]></category>
		<category><![CDATA[Feltrinelli]]></category>
		<category><![CDATA[Hitler]]></category>
		<category><![CDATA[Le assaggiatrici]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[Postorino]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9408</guid>
		<description><![CDATA[Più che un assaggino, è un’abbuffata di voti quella che Rosella Postorino ha fatto. Tale è il distacco col secondo classificato che Le assaggiatrici più che vincere ha stravinto il Campiello 2018. Un anno fortunato, per il libro edito da Feltrinelli che al premio della Confindustria veneta non è arrivato digiuno di riconoscimenti: Pozzale e Rapallo tra i maggiori. E un anno fortunato per la... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/le-assaggiatrici-si-abbuffano-al-campiello/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/09/foto-premiazione-Campiello-2018.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9409" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/09/foto-premiazione-Campiello-2018-300x200.jpg" alt="foto-premiazione-campiello-2018" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Più che un assaggino, è un’abbuffata di voti quella che Rosella Postorino ha fatto. Tale è il distacco col secondo classificato che <a href="https://www.lafeltrinelli.it/libri/rosella-postorino/assaggiatrici/9788807032691" target="_blank">Le assaggiatrici</a> più che vincere ha stravinto il <a href="http://www.premiocampiello.org" target="_blank">Campiello 2018</a>. <span id="more-9408"></span>Un anno fortunato, per il libro edito da Feltrinelli che al premio della Confindustria veneta non è arrivato digiuno di riconoscimenti: Pozzale e Rapallo tra i maggiori. E un anno fortunato per la quarantenne scrittrice d’origini calabresi, un’infanzia passata in Liguria e un presente lavorativo capitolino, editor per Einaudi. Le assaggiatrici fa incetta di premi, piace alla giuria popolare che l’ha stravotato, a scapito degli altri finalisti e di prove letterarie forse più convincenti. Miglior fortuna meritavano Le vite potenziali di Francesco Targhetta (Mondadori), vicenda di tre amici ai tempi della realtà virtuale, staccato di oltre cento voti. Helena Janeczek, già vincente alla Strega, s’è dovuta acconciare a un terzo posto comunque eccellente con La ragazza con la Leica, dove l’onirica eroina antinazista con la macchina fotografica cede giustamente il passo alla prosaica protagonista pronazista delle assaggiatrici. Meritava di più, soprattutto, la mastodontica Galassia dei dementi di Ermanno Cavazzoni (La nave di Teseo), 650 pagine pregne d’un comico horror vacui che ne fa pietra miliare d’un genere poco frequentato come la fantascienza all’italiana. E meritava di più persino l’ultimo arrivato, Davide Orecchio, che ha raccolto un pugno di voti con Mio padre, la rivoluzione (Minimum Fax), racconti tra lo storico e il favolistico ambientati ai tempi di quell’evento ormai radiato pure dagli albi della memoria che fu l’Ottobre sovietico.</p>
<p>Meriti a parte, l’opera racconta una storia poco o niente nota, quella delle assaggiatrici di Hitler raccolte nel paesotto di Gross-Partsch, non distante da Rastenburg, nella Prussia oggi polacca. La Tana del lupo di Hitler, il quartier generale dove soggiornò a tratti dall’invasione all’Urss all’ultimo autunno di guerra. Ispirata alla reale vicenda di Margot Wölk, la protagonista del romanzo, Rosa Sauer, si trova con altre nove donne a dover fungere da assaggiatrice del führer sotto l’occhio vigile delle ss che le controllano. Ad attendere dietro le finestre di casa, quando lui non c’è, sempre a disposizione, un ordine al tempo stesso esiziale e vitale. Pur di mangiare, laddove la maggioranza della popolazione soffre la fame, Rosa accetta di rischiare ogni volta di morire riempiendosi la pancia. Un privilegio che alla maggioranza dei connazionali non è concesso, dovendo morire per il führer e basta. E peggio se Hitler, notoriamente vegetariano e assai parco a tavola, non poteva offrire alle sue assaggiatrici quei manicaretti che avrebbero reso compito e soggiorno più piacevoli. Rosa accoglie questo suo privilegio di malavoglia, senza l’orgoglio che un simile incarico avrebbe richiesto, nella Germania del tempo, intessendo ambigui rapporti con le altre prescelte e soprattutto col comandante del campo.</p>
<p>È in tale ambiguità, nel calarsi e dolersi d’una condizione di vittima e colpevole allo stesso tempo, che sta il nerbo narrativo del romanzo. Oltre che nella rievocazione d’una vicenda poco nota che tanto è piaciuta alla giuria popolare quanto al mercato internazionale. Verrebbe da dire una narrazione che ben si attaglia a un pubblico di buon critica che alla veridicità dei dialoghi e alla verosimiglianza dei fatti preferisce una bella storia d’amore e d’amicizia. E pazienza se anziché in bocca a un fedelissimo di Hitler certe frasi e situazioni potrebbero stare in un caseggiato del Trullo o del Massachusetts. Sono gli scotti che si pagano quando l’editor si mette a scrivere di suo pugno. Ma la confusione dei ruoli è segno dei tempi, chi è senza peccato scagli la prima penna. Quale editor, oggi, non si cimenta con quello che Carver e prima di lui Camon definivano il mestiere di scrivere? A fronte di questo guasto, un peccatuccio ormai veniale, Le assaggiatrici confermano come la scrittura sia divenuta a misura di donna, con storie attente a certe sensibilità e a un pubblico sempre più femminile.</p>
<p>In questa femminilizzazione della scrittura, altro segno dei tempi, il Campiello gioca la sua parte più che degnamente. Minacciando sempre più da presso quella che una volta era l’inavvicinabile vetta dei premi letterari, lo Strega, con autori e vincitori che spesso sopravanzano il valore letterario della kermesse romana. Valeva, lo scorso anno, per L’arminuta della Di Pietrantonio, una spanna sopra Le otto montagne di Cognetti. Vale, per questa cinquantaseiesima edizione, per Le assaggiatrici della Postorino, narrativamente superiore alla Gerda della Janeczek, pur con certi limiti. A conferma dello spessore letterario della nuova leva di autrici calabresi di cui la Postorino è parte. La Calabria, ultima Thule letteraria d’Italia, fa il botto nella Tana del lupo più della bomba scamuffa di Von Stauffenberg.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/le-assaggiatrici-si-abbuffano-al-campiello/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Janeczek, non c&#8217;è due senza tre</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/janeczek-non-ce-due-senza-tre/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/janeczek-non-ce-due-senza-tre/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 06 Jul 2018 11:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Bagutta]]></category>
		<category><![CDATA[Campiello]]></category>
		<category><![CDATA[Gerda Taro]]></category>
		<category><![CDATA[Guanda]]></category>
		<category><![CDATA[Helena Janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[premio]]></category>
		<category><![CDATA[Robert Capa]]></category>
		<category><![CDATA[Strega]]></category>
		<category><![CDATA[Villa Giulia]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9392</guid>
		<description><![CDATA[E due. Senza faglie sul pronostico, Helena Janeczek vince il secondo premio letterario dell’anno, il primo del Belpaese. Dopo il Bagutta, lo Strega. Visto che non c’è due senza tre e il suo La ragazza con la Leica è in lizza anche al Campiello, la possibilità di uno storico tris non è irrisoria, per lei. A starle dietro solo Marco Balzano con Resto qui, che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/janeczek-non-ce-due-senza-tre/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/07/Helena-Janeczek-Premio-Strega-2018-©-Musacchio-Ianniello-Pasqualini.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9393" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/07/Helena-Janeczek-Premio-Strega-2018-©-Musacchio-Ianniello-Pasqualini-300x200.jpg" alt="helena-janeczek-premio-strega-2018-musacchio-ianniello-pasqualini" width="300" height="200" /></a></p>
<p>E due. Senza faglie sul pronostico, Helena Janeczek vince il secondo premio letterario dell’anno, il primo del Belpaese. Dopo il Bagutta, lo Strega. Visto che non c’è due senza tre e il suo La ragazza con la Leica è in lizza anche al Campiello, la possibilità di uno storico tris non è irrisoria, per lei. <span id="more-9392"></span>A starle dietro solo Marco Balzano con Resto qui, che non ha bissato il successo di Cognetti dello scorso anno per Einaudi, e, un po’ staccata ma ottimamente piazzata, Sandra Petrignani con La corsara (Neri Pozza). D’Amicis e la Levi si sono accontentati di far bella presenza. Una stampa e una figura, per dirla come Camilleri, del piazzamento in cinquina, a riprova che raramente al ninfeo di Villa Giulia si spariglia quel che esce da casa Bellonci. Tant’è, il resto sono ciance e bruscoli, polemiche di rito senza le quali il premio sarebbe privo di pepe e appannaggio dei soliti noti.</p>
<p>Così non è andata, stavolta. Intanto perché è la prima volta che un editore come Guanda, non di primissimo piano ma comunque il secondo gruppo italiano dopo l’ipercorazzata Mondazzoli-Einaudi, rimasta in secco, vince il premio. Poi perché la Janeczek, tedesca di Baviera ma italiana da oltre trent’anni, è la prima donna a bere dal bottiglione dello Strega, dopo tre lustri. Stupita e imbolsita, ha garganellato il giallo liquore brindando alla sua Gerda, la fotografa sodale e compagna di Robert Capa, senza la quale non avrebbe cantato vittoria sul palco del ninfeo, piroettando nel suo gonnellone arcobaleno. Qualcuno, e qui chiudiamo con le novità, s’è pure ricordato che Villa Giulia è sede del Museo nazionale etrusco, e stavolta a ogni finalista era associato un reperto, per rendere tutto più vetusto e sonnolento.</p>
<p>Sul talento letterario delle lettrice di casa Mondadori, sul suo virare verso la storia e la sua dimensione biografica, pochi hanno dubbi. Qualche dubbio in più viene, scorrendo l’anomala biografia che la Janeczek dedica alla sua conterranea, ebrea tedesca d’origini polacche come l’autrice, e icona della sinistra internazionalista. Gerta Pohorylle – questo il vero nome di Gerda Taro – era un donnino non bellissimo ma assai piacente, dalla personalità sfaccettata e accattivante, leggiadra e impegnata allo stesso tempo. Un’icona libertaria e femminista riscoperta con le sue doti di fotografa negli anni ’90. Quando smise d’essere, per i più, la compagna di Capa – al secolo Endre Friedman, profugo antifascista ebreo come lei – con cui aveva messo insieme una società, a Parigi, frutto d’un sodalizio professionale e sentimentale.</p>
<p>La morte in giovane età – prima fotografa a morire sul campo – con modalità che non avrebbero mancato di suscitare polemiche, travolta da un carro armato amico durante un bombardamento tedesco, resero la sua figura, celebre già in vita, icona della sinistra repubblicana e libertaria. Al funerale parigino c’era una folla immensa, compreso un inconsolabile Capa, oggi la sua tomba è abbandonata a poca distanza dai caduti della Comune. Tutto perduto, tutto dimenticato. La ragazza con la Leica riporta alla luce ombre, fantasmi d’un tempo soppresso, ideale e altro, inesorabilmente altro dal presente. Potrebbe essere definita un’operazione nostalgia quella su Gerda, frutto di un’intellighentsia di sinistra che, espunto ogni filo rosso dall’oggi, guarda ai rivoluzionari di ieri e se ne compiace dall’alto della propria alterità.</p>
<p>Helena racconta vita e morte della sua eroina non come narrazione temporale e lineare ma attraverso i ricordi di due dei suoi amanti, Willy Chardack e Georg Kuritzkes, e di un’amica, Ruth Cerf. Un intreccio narrativo che se da un lato offre sguardi traversi e spunti inediti sulla vita e la personalità di Gerda, dall’altro crea un papocchio a tratti accartocciato su sé stesso. Persino soporifero per una vita come quella di Gerda, davvero da romanzo. Una maggiore linearità non avrebbe guastato, insomma, anche se la storia è vincente e il romanzo convincente. E non c’è miglior viatico dello Strega per convincere il pubblico, oltre i giurati, e portare a casa un bel tris. Anche se i critici lamentano che se ci si butta tanto sulle biografie, sulle vite degli altri, è, al fondo, per mancanza d’idee proprie. Aritant’è.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/janeczek-non-ce-due-senza-tre/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Campiello, vince L&#8217;Arminuta d&#8217;Abruzzo</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/campiello-vince-larminuta-dabruzzo/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/campiello-vince-larminuta-dabruzzo/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 13:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Campiello]]></category>
		<category><![CDATA[Confindustria]]></category>
		<category><![CDATA[Covacich]]></category>
		<category><![CDATA[Di Pietrantonio]]></category>
		<category><![CDATA[Fenice]]></category>
		<category><![CDATA[finale]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Massimi]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Zoppas]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[Pugno]]></category>
		<category><![CDATA[Sarchi]]></category>
		<category><![CDATA[Strega]]></category>
		<category><![CDATA[Venezia]]></category>
		<category><![CDATA[vincitore 2017]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9153</guid>
		<description><![CDATA[E due. Dopo lo Strega, l&#8217;Einaudi si pappa anche il Campiello che non sposta equilibri editoriali, né muove la classifica dei libri venduti, ma pure lui ha il suo perché, anzi parecchi. A vincerlo per la casa editrice torinese è Donatella Di Pietrantonio con un romanzo che può dirsi di formazione, L’Arminuta. Dove una ragazzina, Adalgisa, è costretta a ripartire da zero tra ristrettezze economiche, fratelli invadenti, sorelle... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/campiello-vince-larminuta-dabruzzo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9161" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Donatella-Di-Pietrantonio_Matteo-Zoppas.jpg"><img class="size-medium wp-image-9161" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Donatella-Di-Pietrantonio_Matteo-Zoppas-300x200.jpg" alt="Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, con Matteo Zoppas, presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto. Sopra, la copertina dell'Arminuta (particolare)" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, con Matteo Zoppas, presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto. Sopra, la copertina dell&#8217;Arminuta (particolare)</p></div>
<p>E due. Dopo lo Strega, l&#8217;Einaudi si pappa anche il Campiello che non sposta equilibri editoriali, né muove la classifica dei libri venduti, ma pure lui ha il suo perché, anzi parecchi. <span id="more-9153"></span>A vincerlo per la casa editrice torinese è Donatella Di Pietrantonio con un romanzo che può dirsi di formazione, L’Arminuta. Dove una ragazzina, Adalgisa, è costretta a ripartire da zero tra ristrettezze economiche, fratelli invadenti, sorelle complici e amori precoci. Dentista pediatra nata nel 1963 ad Arsita, nel teramano, Di Pietrantonio dedica la vittoria al suo Abruzzo: «La mia regione che viene fuori da un anno orribile, ha subito terremoti, valanghe e incendi. Infine voglio dedicarlo a tutte le arminute e gli arminuti, le persone che hanno vissuto nella loro vita e sulla propria pelle l&#8217;esperienza dell&#8217;abbandono».</p>
<p>Aggiudicati da Andrea Zancanaro, 21enne di Feltre (Belluno), il premio Campiello giovani (alla 22esima edizione) con il racconto Ognuno ha il suo mostro, e da Francesca Manfredi, al debutto con Un posto dove stare (La nave di Teseo), la sezione opera prima, mentre a Rosetta Loy va il premio alla carriera, sancito per la terza volta dopo Vassalli e Camon.</p>
<p>Non ha un parterre come il ninfeo romano di Villa Giulia, ma l’altrettanto mondano teatro La Fenice, a Venezia, e uno sponsor alcolico meno elitario dello Strega, il Prosecco, ma non è senza ragioni se il Campiello è il solo evento letterario ad avere, con lo Strega, dignità televisiva. Quest’anno, anzi, tra le novità c’è una docufiction prodotta con Rai5 che sarà trasmessa dal canale Rai nei giorni successivi alla cerimonia finale, condotta stavolta da Enrico Bertolino e Natasha Stefanenko, dopo il forfait di Mia Ceran.</p>
<p>Altra novità dell’edizione 2017 la comparsata a Montecarlo, il 22 settembre, per perorare la causa del vincitore e del made in Italy. Così, con mondanità misurata e sapor d’accademia, l’attenzione al marketing e alla necessità di fare d’una faccenda letteraria un evento c’è anche nel premio nato nel ‘62 per volontà della famiglia Valeri Manera e impulso degli industriali veneti. E non è un caso se Matteo Zoppas, presidente della fondazione Campiello e della Confindustria Veneto, sottolinea a oltre mezzo secolo di distanza dall’esordio «il dialogo tra impresa e cultura» di cui il premio è stato «un lungimirante precursore e continua a essere l’ambasciatore» in tempi di tracollo del comparto manifatturiero italiano o, per dirla alla moda, dell’“industria 4.0”.</p>
<p>Il dialogo tra lettere e impresa, la cultura vista non come ciliegina promozionale sulla torta del mercato ma dialogo creativo e vitale per generazioni d’industriali è certamente una delle peculiarità del Campiello. L’altra discende dal regolamento: una giuria composta da una dozzina di letterati, presieduta stavolta da Ottavia Piccolo, seleziona i cinque finalisti, da sottoporre al voto di 300 lettori di diverso status ma comunque “forti”.</p>
<p>Per sua natura, dunque, il premio è meno attento al potere e agli equilibri tra case editrici (anche se due libri in cinquina sono stati dell&#8217;Einaudi) e più alla parola scritta, potendosi permettere qualche divagazione in campo letterario. Non solo risulta difficile che dal premio emerga un brutto libro, insomma, ma può persino capitare che salti fuori un’opera destinata a dire la sua oltre l’oggi, fuori dalle mode del momento anche se strizza l’occhio a contaminazioni e tendenze.</p>
<p>I finalisti di questa 55esima edizione ne sono un po’ lo specchio. C’è la vena autobiografica e biografica della pars maschile e il femminino dirompente, intimo e fuori dalle regole, della maggioranza femminile che compone la cinquina, né manca l’attenzione a un uso meno convenzionale della parola scritta. Vedi Stefano Massini (Firenze, 1975), buon secondo con Qualcosa sui Lehman (Mondadori) che gioca la carta del metaromanzo-ballata di ben 800 pagine, con una scrittura in similversi dove c’è spazio per tutto, persino per le vignette a fumetti. La storia racconta le vicende dell’omonima famiglia ebrea tedesca, immigrata alla metà dell’‘800 negli Usa per dare vita al colosso finanziario tracollato nel 2008 che ha dato la stura al collasso economico dell’intero Occidente. Dal libro è già stato tratto uno spettacolo teatrale, Lehman trilogy, tradotto in 15 lingue, con la regia italiana di Luca Ronconi e del premio Oscar Sam Mendes al Royal National di Londra. Del resto Massimi, già responsabile artistico del Piccolo di Milano e pluripremiato dalla critica europea, è tra i pochi autori italiani ben rappresentati sui palcoscenici mondiali. Il che faceva di lui il favorito vincente, grazie anche all’essere supportato da un colosso come Mondadori, quest’anno a bocca asciutta.</p>
<p>Di minori pretese la duplice autobiografia, di sé e paterna, con cui Mauro Covacich (Trieste, 1965) s&#8217;è aggiudicato il terzo posto raccontando la sua città attraverso gli occhi di due bambini, suoi e del padre, in La città interiore (La nave di Teseo). Un altro romanzo di formazione focalizzato su due momenti chiave della storia collettiva e del proprio vissuto: la parentesi titoista al termine della Seconda guerra mondiale e l’attentato antiebraico di Settembre nero dell’agosto di 45 anni fa.</p>
<p>Tutte al femminile e sopra le righe le protagoniste delle altre tre concorrenti. Della Di Pietrantonio s&#8217;è detto. Anche La ragazza selvaggia di Laura Pugno (Roma, 1970), presentato da Marsilio, vede intrecciarsi nella vita della protagonista le vicende di una famiglia nei guai – la madre alienata, la sorella vegetativa – e altre figure non meno problematiche, in un dramma familistico ed esistenziale. L’eroina di Alessandra Sarchi (Reggio Emilia, 1971), infine, in La notte ha la mia voce – ancora Einaudi – è una disabile che dall’incontro con un’altra portatrice di handicap, la Donnagatto, rivede la propria concezione di vita e coglie nella sua condizione una sfida all’imperfezione del mondo. Donne in fuga, dunque, figure a misura dei gusti di lettori (lettrici), nello spirito dei tempi dove la ribellione è fuga dall’oggi, più che costruzione di un domani improbabile.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/campiello-vince-larminuta-dabruzzo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
