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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Congresso</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Bibi passa all&#8217;incasso</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Apr 2024 09:49:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo la rappresaglia dimostrativa all’Iran gli Usa mettono l’ennesimo veto all’ingresso della Palestina all’Onu e il Congresso approva miliardi di aiuti militari a Israele. Netanyahu potrà fare tabula rasa di Gaza o quel che ne resta, spianando l’ultimo bastione di resistenza a Rafah. La soluzione finale per i palestinesi nella Striscia è ormai a portata di mano e l’Apocalisse s’appressa, a singhiozzo A Isfahan c’è una gran bella piazza,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/bibi-passa-allincasso/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Dopo la rappresaglia dimostrativa all’Iran gli Usa mettono l’ennesimo veto all’ingresso della Palestina all’Onu e il Congresso approva miliardi di aiuti militari a Israele. Netanyahu potrà fare tabula rasa di Gaza o quel che ne resta, spianando l’ultimo bastione di resistenza a Rafah. La soluzione finale per i palestinesi nella Striscia è ormai a portata di mano e l’Apocalisse s’appressa, a singhiozzo</strong><span id="more-10427"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">A Isfahan c’è una gran bella piazza, Naqs-e-Jahan, tra le più grandi al mondo e patrimonio Unesco dell’umanità. Una famosa moschea arabescata di ricami calligrafici azzurri, Lotfollah, che s’affaccia sulla piazza, e un magnifico ponte, Khajou, sullo Zaiandè. A Isfahan, non distante da Teheran, c’è pure la più importante comunità cristiana – armena – d’Iran. A Isfahan l’antico si mescola col moderno: da lì partono i treni carichi di pistacchi e c’è un impianto nucleare. Era questo l’obiettivo dei tre missili lanciati da Israele il 19 aprile, giorno del compleanno della guida suprema del paese, l’ayatollah Ali Khamenei, come ritorsione all’attacco missilistico dei giorni precedenti. Sembra che i missili, preceduti da un nugolo di droni, come d’uopo, non abbiamo centrato altro, oltre al centro radar delle difese missilistiche della base militare a protezione dell’impianto. Limitati anche i danni a una base dei pasdaran in Iraq, paese da dove è presumibilmente partito l’attacco, altro obiettivo della rappresaglia. Una dimostrazione di forza assai limitata, per gli standard israeliani, quella andata in onda, e perciò tutti a gettare acqua sul fuoco del botta e risposta che infiamma l’aera, di suo già calda. Ayatollah compresi, per non scottarsi troppo e bruciare del tutto.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’attacco dimostrativo israeliano, ampiamente previsto ma affatto scontato, arriva alla vigilia dello sblocco del congresso Usa agli aiutini militari a Israele, Taiwan e Ucraina – quasi cento miliardi di dollari, nel complesso – e all’indomani dell’ennesimo veto Usa sull’ingresso della Palestina all’Onu quale stato di pieno diritto, anziché mero osservatore com’è attualmente. Una mozione approvata da ogni altro membro del Consiglio di sicurezza, con l’astensione della Gran Bretagna e della Svizzera, ma rigettata appunto dagli Usa, e dunque rimasta lettera morta. Netanyahu passa dunque all’incasso. Benché secondo gli ultimi sondaggi ben oltre la metà degli israeliani vorrebbe che si togliesse subito dalle scatole, lui e le sue mene guerresche – ma non si vede chi potrebbe tirare fuori il paese dal pantano, non certo l’oscillante Yair Lapid – il marchese del grillo di Tel Aviv tira dritto, come suo costume.</p>
<p style="font-weight: 400;">Coi soldini e le armi Usa potrà finalmente fare tabula rasa di Gaza o quel che ne resta, spianando l’ultimo bastione di resistenza a Rafah. La soluzione finale prospettata per i palestinesi nella Striscia è ormai a portata di mano, nonostante le forti perdite subite dall’esercito israeliano, del resto anch’esse previste: poco meno di duemila tra morti e feriti tra le forze dell’Idf, a fronte di oltre 30mila vittime palestinesi, un terzo dei quali minori, difficilmente inquadrabili tra le file di Hamas anche per i più sfacciati commentatori pro Sion. Lasciare o perire, questa la scelta per i palestinesi che nonostante tutto resistono nella Striscia e in Cisgiordania, dove nei campi profughi la violenza dell’esercito e dei paramilitari israeliani è all’ordine del giorno, seppure lontano dai riflettori. Insomma, il marchese può gongolare, non ha ancora estirpato la malapianta palestinese dalla terra promessa e concessa, ma ha dimostrato ai beceri ayatollah che i suoi missili posso giungere ovunque e con bel altra efficacia dei razzi islamici. E, quel che più conta, ha rinsaldato l’amicizia col suo mentore d’oltreoceano che il genocidio in corso a Gaza aveva messo in discussione. Eppoi l’opzione militare totale resta sul tappeto, buon ultima. E poco importa che, come diceva Napoleone, anche i piani migliori saltano dopo un’ora di battaglia. Il marchese tira dritto, il mondo è ai suoi piedi anche se spinge sull’acceleratore e sbaglia i calcoli nell’apocalisse che s’appressa, a singhiozzo. I due compari, di qua e di là l’Oceano, forse cadranno insieme ma con loro rischia di ruzzolare dalla balconata chi fischia, tifa e se la dorme: l’Occidente che li segue come i ciechi di Brueghel.</p>
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		<title>Impeachment per Trump, più boomerang che bingo</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jan 2020 15:05:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non c’è due senza tre, dice il proverbio. L’adagio casca a cecio per il processo d’impeachment a Trump iniziato oggi al Senato. È la terza volta che un presidente degli Stati Uniti viene messo sotto accusa al Congresso per gravi reati che prevedono, in alcuni casi, l’allontanamento dalla carica. La prima volta toccò a Andrew Johnson, nel 1868. Succeduto all’assassinato Lincoln quale vicepresidente, il più... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/impeachment-per-trump-piu-boomerang-che-bingo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Non c’è due senza tre, dice il proverbio. L’adagio casca a cecio per il processo d’impeachment a Trump iniziato oggi al Senato. <span id="more-9663"></span>È la terza volta che un presidente degli Stati Uniti viene messo sotto accusa al Congresso per gravi reati che prevedono, in alcuni casi, l’allontanamento dalla carica. La prima volta toccò a Andrew Johnson, nel 1868. Succeduto all’assassinato Lincoln quale vicepresidente, il più sudista dei congressmen Usa nordisti scampò dall’accusa di tradimento per un solo voto. La seconda volta fu quella di Clinton, nel 1998, sotto botta per i suoi rapporti (orali) con Monica Lewinsky. Anche il bel Bill se la cavò senza gran danno, anche se i seggi racimolati dai Democratici alla Camera furono una miseria rispetto a quelli attesi e l’allora portavoce dei Democratici, Newt Gingrich, ci rimise il suo.</p>
<p>Sarà per questo che l’attuale speaker democratica, Nancy Pelosi, ha fatto le umane e divine cose per non chiedere lo stato d’accusa per Trump. Prima di Clinton il repubblicano Nixon preferì dimettersi quando l’esito dello scandalo Watergate apparve scontato, evitando così l’impeachment. È dall’inizio del mandato di Trump che i Democratici tentano di rovesciare il piatto servito dalle urne. Finora, nessuno dei quattro tentativi d’impeachment di Donald, tra cui il Russiagate, è andato a buon fine. Stavolta alla Camera hanno avuto i numeri per la messa in stato d&#8217;accusa, per la controversa telefonata del presidente al suo omologo di Kiev, con il blocco della fornitura d&#8217;armi in cambio di qualche scheletro nell&#8217;armadio del balbuziente Joe Biden, il vice Obama capintesta dei Democratici alle prossime primarie.</p>
<p>Ma, più dei precedenti, l’affaire ucraino corre il rischio di rivelarsi un boomerang anziché un bingo, perché non c’è alcuna possibilità che i due terzi d’un Senato in mano repubblicana votino contro il suo presidente. Anzi dalla parte avversa, tra le file dell’Asinello, qualcuno scalcia e si defila. Un buco nell’acqua annunciato ma tant’è. Trump è il terzo presidente Usa a subire lo stato d’accusa e rischiare un processo per tradimento, il primo non massone nel Gop repubblicano. Un primato. Ma passerà indenne dalle forche caudine democratiche, al termine d&#8217;un processo che si prefigura lampo, con sole 24 ore per i testi d&#8217;accusa e di difesa, e comunque finirà ai primi di febbraio. In tempo per il discorso all&#8217;Unione d&#8217;un presidente più forte che pria. Per questo alcuni, nelle fiere democratiche, s&#8217;allenano ai tirassegno sulla sagoma al presidente. Un Oswald disposto a sparacchiargli si può sempre trovare.</p>
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