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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Covacich</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Campiello, vince L&#8217;Arminuta d&#8217;Abruzzo</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 13:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[E due. Dopo lo Strega, l&#8217;Einaudi si pappa anche il Campiello che non sposta equilibri editoriali, né muove la classifica dei libri venduti, ma pure lui ha il suo perché, anzi parecchi. A vincerlo per la casa editrice torinese è Donatella Di Pietrantonio con un romanzo che può dirsi di formazione, L’Arminuta. Dove una ragazzina, Adalgisa, è costretta a ripartire da zero tra ristrettezze economiche, fratelli invadenti, sorelle... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/campiello-vince-larminuta-dabruzzo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9161" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Donatella-Di-Pietrantonio_Matteo-Zoppas.jpg"><img class="size-medium wp-image-9161" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Donatella-Di-Pietrantonio_Matteo-Zoppas-300x200.jpg" alt="Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, con Matteo Zoppas, presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto. Sopra, la copertina dell'Arminuta (particolare)" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, con Matteo Zoppas, presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto. Sopra, la copertina dell&#8217;Arminuta (particolare)</p></div>
<p>E due. Dopo lo Strega, l&#8217;Einaudi si pappa anche il Campiello che non sposta equilibri editoriali, né muove la classifica dei libri venduti, ma pure lui ha il suo perché, anzi parecchi. <span id="more-9153"></span>A vincerlo per la casa editrice torinese è Donatella Di Pietrantonio con un romanzo che può dirsi di formazione, L’Arminuta. Dove una ragazzina, Adalgisa, è costretta a ripartire da zero tra ristrettezze economiche, fratelli invadenti, sorelle complici e amori precoci. Dentista pediatra nata nel 1963 ad Arsita, nel teramano, Di Pietrantonio dedica la vittoria al suo Abruzzo: «La mia regione che viene fuori da un anno orribile, ha subito terremoti, valanghe e incendi. Infine voglio dedicarlo a tutte le arminute e gli arminuti, le persone che hanno vissuto nella loro vita e sulla propria pelle l&#8217;esperienza dell&#8217;abbandono».</p>
<p>Aggiudicati da Andrea Zancanaro, 21enne di Feltre (Belluno), il premio Campiello giovani (alla 22esima edizione) con il racconto Ognuno ha il suo mostro, e da Francesca Manfredi, al debutto con Un posto dove stare (La nave di Teseo), la sezione opera prima, mentre a Rosetta Loy va il premio alla carriera, sancito per la terza volta dopo Vassalli e Camon.</p>
<p>Non ha un parterre come il ninfeo romano di Villa Giulia, ma l’altrettanto mondano teatro La Fenice, a Venezia, e uno sponsor alcolico meno elitario dello Strega, il Prosecco, ma non è senza ragioni se il Campiello è il solo evento letterario ad avere, con lo Strega, dignità televisiva. Quest’anno, anzi, tra le novità c’è una docufiction prodotta con Rai5 che sarà trasmessa dal canale Rai nei giorni successivi alla cerimonia finale, condotta stavolta da Enrico Bertolino e Natasha Stefanenko, dopo il forfait di Mia Ceran.</p>
<p>Altra novità dell’edizione 2017 la comparsata a Montecarlo, il 22 settembre, per perorare la causa del vincitore e del made in Italy. Così, con mondanità misurata e sapor d’accademia, l’attenzione al marketing e alla necessità di fare d’una faccenda letteraria un evento c’è anche nel premio nato nel ‘62 per volontà della famiglia Valeri Manera e impulso degli industriali veneti. E non è un caso se Matteo Zoppas, presidente della fondazione Campiello e della Confindustria Veneto, sottolinea a oltre mezzo secolo di distanza dall’esordio «il dialogo tra impresa e cultura» di cui il premio è stato «un lungimirante precursore e continua a essere l’ambasciatore» in tempi di tracollo del comparto manifatturiero italiano o, per dirla alla moda, dell’“industria 4.0”.</p>
<p>Il dialogo tra lettere e impresa, la cultura vista non come ciliegina promozionale sulla torta del mercato ma dialogo creativo e vitale per generazioni d’industriali è certamente una delle peculiarità del Campiello. L’altra discende dal regolamento: una giuria composta da una dozzina di letterati, presieduta stavolta da Ottavia Piccolo, seleziona i cinque finalisti, da sottoporre al voto di 300 lettori di diverso status ma comunque “forti”.</p>
<p>Per sua natura, dunque, il premio è meno attento al potere e agli equilibri tra case editrici (anche se due libri in cinquina sono stati dell&#8217;Einaudi) e più alla parola scritta, potendosi permettere qualche divagazione in campo letterario. Non solo risulta difficile che dal premio emerga un brutto libro, insomma, ma può persino capitare che salti fuori un’opera destinata a dire la sua oltre l’oggi, fuori dalle mode del momento anche se strizza l’occhio a contaminazioni e tendenze.</p>
<p>I finalisti di questa 55esima edizione ne sono un po’ lo specchio. C’è la vena autobiografica e biografica della pars maschile e il femminino dirompente, intimo e fuori dalle regole, della maggioranza femminile che compone la cinquina, né manca l’attenzione a un uso meno convenzionale della parola scritta. Vedi Stefano Massini (Firenze, 1975), buon secondo con Qualcosa sui Lehman (Mondadori) che gioca la carta del metaromanzo-ballata di ben 800 pagine, con una scrittura in similversi dove c’è spazio per tutto, persino per le vignette a fumetti. La storia racconta le vicende dell’omonima famiglia ebrea tedesca, immigrata alla metà dell’‘800 negli Usa per dare vita al colosso finanziario tracollato nel 2008 che ha dato la stura al collasso economico dell’intero Occidente. Dal libro è già stato tratto uno spettacolo teatrale, Lehman trilogy, tradotto in 15 lingue, con la regia italiana di Luca Ronconi e del premio Oscar Sam Mendes al Royal National di Londra. Del resto Massimi, già responsabile artistico del Piccolo di Milano e pluripremiato dalla critica europea, è tra i pochi autori italiani ben rappresentati sui palcoscenici mondiali. Il che faceva di lui il favorito vincente, grazie anche all’essere supportato da un colosso come Mondadori, quest’anno a bocca asciutta.</p>
<p>Di minori pretese la duplice autobiografia, di sé e paterna, con cui Mauro Covacich (Trieste, 1965) s&#8217;è aggiudicato il terzo posto raccontando la sua città attraverso gli occhi di due bambini, suoi e del padre, in La città interiore (La nave di Teseo). Un altro romanzo di formazione focalizzato su due momenti chiave della storia collettiva e del proprio vissuto: la parentesi titoista al termine della Seconda guerra mondiale e l’attentato antiebraico di Settembre nero dell’agosto di 45 anni fa.</p>
<p>Tutte al femminile e sopra le righe le protagoniste delle altre tre concorrenti. Della Di Pietrantonio s&#8217;è detto. Anche La ragazza selvaggia di Laura Pugno (Roma, 1970), presentato da Marsilio, vede intrecciarsi nella vita della protagonista le vicende di una famiglia nei guai – la madre alienata, la sorella vegetativa – e altre figure non meno problematiche, in un dramma familistico ed esistenziale. L’eroina di Alessandra Sarchi (Reggio Emilia, 1971), infine, in La notte ha la mia voce – ancora Einaudi – è una disabile che dall’incontro con un’altra portatrice di handicap, la Donnagatto, rivede la propria concezione di vita e coglie nella sua condizione una sfida all’imperfezione del mondo. Donne in fuga, dunque, figure a misura dei gusti di lettori (lettrici), nello spirito dei tempi dove la ribellione è fuga dall’oggi, più che costruzione di un domani improbabile.</p>
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		<title>Storia di Pippa e altri disamori</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2015 11:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sposa. Un viaggio di Mauro Covacich nella sterilità contemporanea Tutto inizia con la storia di Pippa Bacca, artista e performer che nel 2008 si mette in viaggio con l’amica Margherita. In coppia, girano vestite da sposa – La sposa è il titolo del libro di cui si parla, le sue scarpe stanche campeggiano in copertina – in autostop, accettano passaggi dagli sconosciuti che incrociano lungo... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/storia-di-pippa-e-altri-disamori/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/07/wbresize.aspx_.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8492" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/07/wbresize.aspx_-300x161.jpeg" alt="Covacich" width="300" height="161" /></a></h3>
<h3>La sposa. Un viaggio di Mauro Covacich nella sterilità contemporanea</h3>
<p><span id="more-8488"></span>Tutto inizia con la storia di <a href="http://www.pippabacca.it/" target="_blank">Pippa Bacca</a>, artista e performer che nel 2008 si mette in viaggio con l’amica Margherita. In coppia, girano vestite da sposa – La sposa è il titolo del libro di cui si parla, le sue scarpe stanche campeggiano in copertina – in autostop, accettano passaggi dagli sconosciuti che incrociano lungo le strade del mondo dilaniate dalla guerra, dai Balcani alla Turchia, per mostrare a sé stesse e agli altri che un altro mondo, fatto di fiducia e amore, è possibile anche nei luoghi più martoriati della terra. E tutto procede come se vivessero davvero nel migliore dei mondi possibili, fino alla separazione, fino all’ultimo tratto dove il caso e l’orrore prendono il sopravvento sul desiderio d’amore. Le sue scarpe, sporche e stanche, restano lì, sulla copertina, a mostrare quel viaggio finito nel peggiore dei mo(n)di possibili, spezzato come il sogno d’un amore impossibile.</p>
<p>Il viaggio di Pippa fornisce a Marco Covacich (Trieste, 1965) l’incipit per confrontarsi con il desiderio cassato di buona parte dell’Occidente di fare figli. Con l’incapacità, o la mancata volontà, di mettere al mondo altre vite, annullate dal desiderio d’avere, per sé, quello che mai si sarà capace di dare ad altri: libertà, speranze di successo, una bella vita, insomma. O, semplicemente, schiacciati dalla paura di viverla fino in fondo. Diciassette storie con cui l’autore tocca la tragedia della sterilità – voluta o subita poco importa – per mettere in scena una tragedia degli equivoci umani con la quale sfiora addirittura la vittoria allo Strega, con questo volume di racconti, di per sé sono poco frequentati dalla narrativa italiana contemporanea e inadatti a dare la vittoria a un premio. Quanto allo Strega, poi, viene da dire che vale per il premio quel che vale per la strategia della tensione. Si chiudono i passaggi laterali e la strada da seguire resta una, poco importa se eterodiretta o meno. L’agire umano appare complesso e forse lo è, ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Diciassette storie, invece, sono quelle che l’autore estrapola da vicende di cronaca tanto reali da essere surreali e dal proprio vissuto. Cronache biografiche e tout court. C’è Pippa e il suo cuore messo in ghiaccio per offrire un’altra opportunità di vita, anch’essa mancata. Un giovane parroco destinato a fulgida carriera alle prese coi turbamenti onanistici della carne. Miliardi di vite non nate che colano giù da un tronco, gente piena di un futuro che mai avrà, un potenziale immenso di amori, amicizie, esperienze personali, ricordi che mai saranno. C’è la vicenda dell’Unabomber attivo nel Nordest fino alla metà degli anni zero e quella del tale vissuto con un branco di lupi in casa. E c’è un safari umano. La storia più tragica e a suo modo vera, orribile e sublime a un tempo, che chiude il cerchio dei diciassette racconti. Un percorso iniziato nel ‘98 con Anomalie e proseguito con La sposa, appunto.</p>
<p>Da tanta carne umana al fuoco emerge un percorso sullo squieto vivere contemporaneo e in definitiva un buon libro, nonostante l’evidente disparità dei racconti e delle note personali, lasciate cadere quasi a caso tra le pagine. C’è pure, ed è qui che la narrazione si fa letteratura, spazio per qualche pillola di saggezza. Come quando si parla di Pordenone, città nata dal niente – ma solo ciò che è stato niente può diventare tutto. O si entra nella psiche di un sedicente sant’uomo per dire, con Simone Weil, che ogni volta che facciamo qualcosa con cura – e diciamo pure con amore, ndr – distruggiamo il male che è in noi. O si lancia, verità delle verità in fatto di sterilità, il j’accuse ai genitori caparbiamente convinti di fare del bene al mondo figliando. Riprodursi non è né buono né cattivo, ammonisce Covacich. Non siete voi a riprodurre la vita, ma è la vita a riprodursi attraverso i vostri corpi. Nessuno si realizza attraverso i propri figli. Nessuno, se non la natura stessa. Che in tempi di superbabysmo dilagante, del figlio “uber alles ” visto come suprema realizzazione del sé, e allo stesso tempo di ostentato negazionismo della famiglia naturale, non è poco.</p>
<p>Mauro Covacich, La sposa, Bompiani, 185 pagine, 16 euro</p>
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