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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Guerra fredda</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>I lati oscuri della luna</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jul 2019 14:29:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cinquant’anni fa l’uomo metteva piede sulla luna: un grande passo per l’umanità. La frase – preparata ad arte – con cui Neil Armstrong trasmise ai posteri l’impresa è nota, meno (e assai più vera) l’altra del copilota Buzz Aldrin, quando si rese conto che poteva coprire la terra con il pollice, dalla luna. Si commosse, Aldrin, toccando con mano – quasi – quanto fossero poca cosa... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/i-lati-oscuri-della-luna/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9494" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/trio-luna.jpg"><img class="size-medium wp-image-9494" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/trio-luna-300x251.jpg" alt="Il trio spaziale. Sopra: la terra vista dalla luna" width="300" height="251" /></a><p class="wp-caption-text">Il trio spaziale. Sopra: la terra vista dalla luna</p></div>
<p>Cinquant’anni fa l’uomo metteva piede sulla luna: un grande passo per l’umanità.</p>
<p><span id="more-9493"></span>La frase – preparata ad arte – con cui Neil Armstrong trasmise ai posteri l’impresa è nota, meno (e assai più vera) l’altra del copilota Buzz Aldrin, quando si rese conto che poteva coprire la terra con il pollice, dalla luna. Si commosse, Aldrin, toccando con mano – quasi – quanto fossero poca cosa gli umani e le loro beghe, nell’immensità del cosmo. L’impronta dello scarpone del comandante della missione Apollo 11 è sempre là, sul suolo lunare. Fa bella mostra di sé nelle foto interattive che la Nasa ripropone sul suo sito, con il programma <a href="http://apolloinrealtime" target="_blank">apolloinrealtime</a> per rivivere in presa diretta l’allunaggio.</p>
<p>Solo in Italia sono un migliaio gli eventi del cinquantenario. Dalla street astronomy di Celano ai laboratori didattici nella casa dell’orco di Domusnovas; dai dibattiti sotto le stelle a Ventotene alla rievocazione al Circo Massimo, a Roma. È una febbre, come quella che colse l’umanità la sera del 20 luglio 1969 e il dì successivo, alla posa del primo piede, che ha ripreso chi sulla luna non mette più piede dal ‘72 ma vuole tornarci nel 2024, con la missione Artemide della Nasa. Ma la Cina è avanti, già pensa a Marte.</p>
<p>Una febbre che non contagia chi nega tutto, e denuncia la gigantesca fake moon come frutto di mene cospirazioniste, ancora cinquant’anni dopo la corsa alla luna frutto della guerra fredda. Una gigantesca messinscena fatta in casa dai soliti servizi segreti statunitensi, tipo Pearl Harbor o Torri Gemelle ma più in grande, planetaria. A prescindere da ogni altra prova, provata o presunta, la migliore risposta alle tesi complottiste è: perché i russi avrebbero taciuto una simile bufala dello storico rivale?</p>
<p>Piuttosto, come mai Mosca perse la corsa, dopo aver dominato la gara dai tempi dello Sputnik e aver allunato per prima, senza equipaggio, nel 1966? Lo stesso anno morì Korolev, progettista capo, in un incidente. Il 3 luglio 1969 – poco prima del lancio da Cape Canaveral del Saturno five – il gigantesco razzo n. 1 (il quinto dei tredici costruiti, molti dei quali andati persi nei numerosi incidenti) esplose nella base kazaka di Baikonur, mietendo vittime e distruggendo il sogno sovietico d’arrivare primi sulla luna. L’inchiesta stabilì la presenza di “un oggetto metallico estraneo” nel vettore. Un po’ come il cacciavite nel rotore di Mattei. Kennedy che la corsa allo spazio l’aveva lanciata era stato ucciso in un complotto a Dallas, e alla Casa Bianca c’era il suo vice, Johnson, secondo alcuni vicino ai congiurati. A Kruscev era andata meglio, era stato confinato da Breznev nella sua dacia e poté morire tranquillo, privilegio raro per i leader sovietici. Insomma, non erano tempi sereni e i nemici non mancavano manco in casa.</p>
<p>Ma, soprattutto, perché diavolo nessuno insegnò ad Aldrin a fare foto, visto che non ne fece nessuna ad Armstrong a spasso sulla luna e l’altro pilota, il romano Michael Collins – il quasi novantenne pilota del modulo lunare è nato a Roma nel 1930, una targa lo ricorda in via Tevere 16 – se ne stava solo soletto, senza manco potersi godere l’allunaggio degli altri due, come il resto del mondo?</p>
<p>Eccoli i lati oscuri dell’allunaggio, a mezzo secolo da allora.</p>
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		<title>Petrov, l&#8217;uomo che ci salvò dall&#8217;apocalisse</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Sep 2017 11:04:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dove eravate il 26 settembre 1983? Che facevate dopo la mezzanotte, alle 00.14 per l’esattezza? Magari stavate al cinema, a un dopocena tra amici, o vi davate da fare. Oppure, semplicemente, dormivate. Ovunque foste, quella notte poteva essere l’ultima della vostra vita e non lo sapevate. Non l’avete mai saputo. Finché tanti anni dopo qualcuno ha parlato, raccontando cos’era successo quella notte di 34 anni... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/petrov-luomo-che-ci-salvo-dallapocalisse/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Luomo-che-fermò-lapocalisse.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9182" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Luomo-che-fermò-lapocalisse-195x300.jpg" alt="Layout 1" width="195" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Stanislaw-jewgrafowitsch-petrow-2016.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9183" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Stanislaw-jewgrafowitsch-petrow-2016-274x300.jpg" alt="stanislaw-jewgrafowitsch-petrow-2016" width="274" height="300" /></a></p>
<p>Dove eravate il 26 settembre 1983? Che facevate dopo la mezzanotte, alle 00.14 per l’esattezza? Magari stavate al cinema, a un dopocena tra amici, o vi davate da fare. Oppure, semplicemente, dormivate. Ovunque foste, quella notte poteva essere l’ultima della vostra vita e non lo sapevate. <span id="more-9181"></span>Non l’avete mai saputo. Finché tanti anni dopo qualcuno ha parlato, raccontando cos’era successo quella notte di 34 anni fa. Questa storia ha dell’incredibile, e nonostante la grancassa scatenata dal circo mediatico che l’ha riscoperta in anni recenti, è ignota ai più. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Il mondo nell’‘83 conosceva un colpo di coda della guerra fredda, al suo apice nei decenni precedenti. Al Cremlino uno degli ultimi oligarchi prima del crollo ed ex agente segreto, Juri Andropov, profondamente malato, era convinto che l’America stesse per provarci sul serio, voleva cancellare l’Unione Sovietica dalla faccia della terra. Dall’altra parte del globo un attorucolo divenuto presidente, Ronald Reagan, faceva di tutto perché ci credesse. Giunto alla Casa Bianca, aveva dichiarato che l’Urss era l’impero del male e andava combattuto con ogni mezzo, varando uno scudo spaziale per proteggersi dai suoi missili che faceva il verso alla saga di Guerre stellari. Un po’ come il grande bluff fra Trump e Kim di questi giorni. Un gioco pericoloso che poteva far precipitare da un momento all’altro il mondo nel massacro, in una guerra globale totale tra due emisferi, con l’Europa in mezzo. Esattamente come oggi.</p>
<p>Provocazioni e scontri reali non erano mancati. Quello stesso settembre, il primo del mese, i sovietici avevano abbattuto un jet sudcoreano con 269 civili a bordo, tra cui un noto congressman antisovietico, nel corso di una battaglia nei cieli di Sakhalin tra jet russi e Usa mai raccontata e che nulla ha da invidiare al precedente di Ustica.</p>
<p>Insomma, il mondo della guerra fredda era per l’ennesima volta sull’orlo della guerra calda, con l’orologio della storia regolato sui tempi dell’apocalisse che stava per esplodere. Un gruppo di scienziati aveva pure calcolato i tempi su un apposito cucù: all’apocalisse mancavano (e mancano) pochi minuti. Se non ci fu, e quella fu una notte come tante per ognuno di noi, fu per caso e per un uomo che ci mise la mano fermando le lancette del disastro. Quell’uomo si chiamava Stanislav Evgrafovič Petrov ed è morto in un casermone alla periferia di Mosca, malato, in povertà e nel (quasi) anonimato in cui è vissuto. Misconosciuto al mondo che ha salvato, malgrado il circo mediatico si fosse impadronito negli ultimi tempi della sua storia e della sua vita, annichilita da quella notte cruciale.</p>
<p>Petrov era un tenente colonnello alla guida di un’unità militare composta da 140 specialisti deputata a monitorare, dalla sala comando di un sistema di sorveglianza spaziale definito Oko – occhio, in russo arcaico – ogni mossa balistica della superpotenza avversaria. Un ufficiale come tanti, educato nel culto dell’Urss e nell’odio verso l’Occidente capitalista, ma anche un analista, uno abituato a far di conto e pensare con la propria testa. Quella notte dové sostituire un collega malato e assunse il comando del bunker di Serpukhov, presso Mosca. Tutto filava liscio, finché pochi minuti dopo la mezzanotte il sistema segnalò il lancio di un missile nucleare dalla base di Malmstron, nel Montana (la stessa protagonista, nel ‘67, di uno dei casi più eclatanti nella storia dell’ufologia). Un missile, un altro, fino a cinque. Panico. Petrov avrebbe dovuto far verificare rapidamente il funzionamento del sistema e informare immediatamente i superiori gerarchici, via via fino al capo del Cremlino, malato. Se davvero era in corso un attacco missilistico nucleare da parte degli Usa, i russi avrebbero dovuto contrattaccare e avevano pochi minuti per farlo, prima del “first strike” che avrebbe azzerato ogni difesa e possibilità di reazione. Petrov non avvisò nessuno, rimase sulla sua poltroncina a far fare verificare su verifiche, mentre da terra non venivano conferme. Come un Oblomov qualsiasi non fece nulla, fidando in un errore del sistema. Evitò d’innescare un processo che poteva portare qualcuno, più in alto di lui, a premere quel bottone rosso che avrebbe segnato la storia dell’umanità. Invece fu l’uomo che fermò l’apocalisse, anche se mal gliene incolse.</p>
<p>Redarguito per non aver fatto il proprio dovere, pensionato anticipatamente e dimenticato in patria. Misconosciuto altrove, nonostante la ribalta mediatica e l’aver ricevuto qualche premio internazionale dopo la caduta del muro. Dalla sua storia Kevin Costner – di cui Petrov era ammiratore – ha tratto un lungometraggio nel 2011, The red button (Il bottone rosso). Un documentario su di lui, The man who saved the world (L’uomo che salvò il mondo), ha vinto il Woodstock prize all’omonimo festival nel 2014. Buon ultimo, Roberto Giacobbo, vicedirettore di Rai 2 e conduttore di Voyager, ha scritto L’uomo che fermò l’apocalisse (Rai Eri, 238 pagine). Nel suo stile piano e narrativo, Giacobbo ricostruisce la vicenda che poteva far scatenare la Terza guerra mondiale, ancora alla portata di tutti. Abortita sul nascere da un eroe per caso che avrebbe meritato il Nobel per la pace, se non fosse morto proprio nei giorni dell’uscita del libro, solo e in miseria in un bilocale alle porte di Mosca.</p>
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		<title>2017, guerra alla Russia</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2016 10:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8991" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c-200x300.jpg" alt="methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c" width="200" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8992" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge-300x225.jpg" alt="Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge" width="300" height="225" /></a></p>
<p>La sagoma scura del carrarmato campeggia sulla copertina rossa, tra le fumate delle granate, bianche come il titolo: 2017, war with Russia. Sugli scaffali delle librerie londinesi, dov’è appena uscito, fa un bell’effetto, con quei caratteri grandi e un po’ retrò, stile anni ‘70. <span id="more-8990"></span>Chi l’ha scritto non è affatto un vecchio nostalgico, uno scrittore di fantaguerre o un veggente guerrafondaio. Assai peggio. L’autore è sir Alexander Richard David Shirreff, generale degli ussari reali e vicecomandante della Nato in Europa (Sace) fino a un paio d’anni fa, dopo aver attraversato tutte le guerre recenti per conto di sua maestà britannica, dalla prima all’ultima nel Golfo, passando per il Kosovo. Un “senior military command” – un ufficiale superiore, uso agli alti comandi e agli stati maggiori – che, fresco di pensione, oltre a ricoprire il ruolo di colonnello onorario all’università di Oxford e consulente nel direttivo di Genderforce (un’associazione non profit che si prefigge di combattere le violenze sessuali e di genere nelle zone di conflitto), ammonisce il suo paese e l’Europa sulla guerra più che prossima, imminente. Addirittura nel maggio 2017, esattamente tra un anno, assicura sir Shirreff con militaresca precisione: quando Putin invaderà i paesi Baltici e aprirà un corridoio in Ucraina per annettersi definitivamente la Crimea. Ergo, occorre fare in fretta per prevenire la catastrofe, magari con una bella guerra preventiva al mai domo orso eurasiatico.</p>
<p>La prova generale s’è appena conclusa con due imponenti manovre che hanno coinvolto i paesi Baltici: Baltops, nel Mar Nero, e Anakonda (il nome, un programma), dove venerdì truppe e carrarmati hanno attraversato la breccia di Suwałki, il corridoio di 65 chilometri tra Kaliningrad e la Bielorussia. Ventre molle della Nato, secondo la propaganda del Pentagono, in caso d’invasione russa delle tre repubbliche baltiche. All’esercitazione, tra le più importanti dal dopoguerra, con contingenti di 24 paesi Nato ed ex sovietici schierati contro Mosca, compresa la Georgia e l’Ucraina, hanno partecipato oltre 30mila unità, in gran parte polacche e statunitensi, 3mila mezzi tra blindati e corazzati, un centinaio di aerei e una decina di navi. I russi, da parte loro, hanno incrementato di tre divisioni la loro forza lungo la frontiera occidentale dove corre la nuova cortina di ferro (vedi cartina Limes sotto) e avviato i lavori nella nuova gigantesca base di Klintsy, a una cinquantina di chilometri dal confine ucraino, divertendosi a sorvolare a distanza ravvicinata le navi dell’Alleanza Atlantica durante le manovre marittime.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8993" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro-300x200.jpg" alt="nuova_cortina_ferro" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Ora, sarebbe una bel wargame se la compassata regina Elisabetta, nel suo rituale discorso a Westminster di metà maggio, non avesse sussurrato ai valletti che la rivestivano di mantella e corona: «Sta arrivando una tempesta, la Gran Bretagna non ne ha mai viste di eguali. La seconda guerra mondiale sembrerà una buca sulla strada in confronto a questa. Ho il dovere di informare i miei sudditi». Pare che l’augusta monarca, nel suo fuori onda subito stoppato dalla Bbc, si riferisse al Brexit, a cui è più che favorevole, ma altri assicurano trattarsi del vaticinio del suo ex generale. Più mediaticamente, è intervenuto il misurato conduttore di Rai storia, Massimo Bernardini, in una puntata dedicata al ritorno della guerra fredda. E qui, visto che tre fatti non fanno un caso ma una prova, scatta uno scampanìo d’allarme.</p>
<p>Ché la guerra fredda sia tornata nelle sue forme più virulente è sotto l’occhio di tutti, visto l’andazzo delle guerre in corso in Siria e in Ucraina e il dispiegamento della barriera missilistica antirussa in Romania e Polonia, freschi acquisti della Nato e in prima fila nell’accodarsi ai desiderata di Washington contro la Russia. Ché alla guerra calda si giunga non più attraverso lo scontro ideologico tra l’Occidente e l’ex Unione Sovietica, ma nell’ambito della moderna dottrina Wolfowitz – ossia l’affossamento di qualsiasi ipotesi di potere bipolare o multipolare ostile all’unica superpotenza globale – in uso al Pentagono dai tempi del crollo dell&#8217;Urss è più che un’ipotesi di nemesi storica.</p>
<p>Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare, cantava Battiato. Che i tempi siano cambiati e, più della maglia, ci sia bisogno d’una corazza è all’evidenza nell’Europa dell’Est proprio con la decisione di dare corpo allo scudo missilistico – nome in codice Shield – che riporta l’orologio della storia indietro di trent’anni, nel pieno della guerra fredda con l’Unione Sovietica. È appena divenuta operativa una delle due basi da cui partiranno gli intercettori in grado di abbattere ogni missile in volo da oriente, quella di Deveselu, in Romania, a meno di 200 chilometri a sudovest di Bucarest. Contemporaneamente, sono partiti i lavori nell’altra sede – da ultimare nel 2018 – che chiuderà la tenaglia antimissilistica dalla base polacca di Redzikowo, presso Kaliningrad, l’ultima enclave russa in Europa.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8994" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato-300x214.jpg" alt="nato" width="300" height="214" /></a></p>
<p>Ideato alla metà degli anni ‘90, in risposta alla minaccia nucleare iraniana, il sistema di difesa Aegis Ashore, costato 800 milioni di dollari, è destinato in teoria a proteggere l’Europa da missili provenienti dal Medio Oriente. Ora che quella minaccia è scemata, grazie agli accordi con Teheran, non si vede a che serva lo scudo. A Mosca, però, hanno le idee chiare. «Qui non si tratta dell’Iran, ma dell’arsenale nucleare della Russia, ne siamo sicuri non al 100% ma al 1000%», dichiara l’ammiraglio Vladimir Komoyedov, presidente della commissione difesa della Duma. «La Nato non vuole un confronto con la Russia né mira a una nuova guerra fredda», replica il segretario della Nato, Jens Stoltenberg. «Il dispiegamento di un sistema di difesa anti missile pone una minaccia alla Russia – ribatte il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov – stiamo già adottando misure di sicurezza». E c’è chi, tra i consiglieri di Putin, ventila l’uscita dal trattato Start per la riduzione delle armi strategiche, o il rafforzamento di analoghe armi a difesa della federazione.</p>
<p>Al di là di quanto la Russia possa tollerare una simile spina nel fianco, lo scudo è la riprova non solo della spaccatura in seno all’Alleanza, con Francia, Germania e Italia a far da passacarte alle direttive angloamericane rafforzate dalle fobie antirusse dei membri dell’Est europeo, quanto della sua miopia. «Sarebbe ora che la Nato pensasse seriamente a irrobustire le sue capacità per battere il terrorismo anziché far credere al mondo che il nemico sia la Russia», sottolinea l’ex capo di stato maggiore Leonardo Tricarico. Difficilmente da Roma o da Washington gli daranno ascolto. Alla Casa Bianca, tanto per dire del climax, Obama s’è visto recapitare una letterina firmata da una cinquantina di diplomatici che lo invitano a bombardare senza complimenti Assad per farlo sloggiare, e tanto peggio per i suoi amici russi. Un consiglio che jena Hillary è prona ad accogliere. Non resta che sperare in Trump, che dichiara di voler gettare nel cestino della carta straccia la dottrina in voga al Pentagono dai tempi di Bush e di considerare Putin un galantuomo. Affidarsi a un pazzo per salvarsi da una follia. Quanto a Renzi, nel suo recente incontro con il presidente russo, all’indomani delle nuove sanzioni approvate dall’Ue fino al prossimo giugno, tra un tweet e un selfie ha ribadito ai russi che chi parla di nuova guerra fredda è fuori dal tempo e dalla storia. Rimettiamoci la maglia. Anzi, l&#8217;armatura.</p>
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