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	<title>Maurizio Zuccari &#187; guerra infinita</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>2017, guerra alla Russia</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2016 10:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sagoma scura del carrarmato campeggia sulla copertina rossa, tra le fumate delle granate, bianche come il titolo: 2017, war with Russia. Sugli scaffali delle librerie londinesi, dov’è appena uscito, fa un bell’effetto, con quei caratteri grandi e un po’ retrò, stile anni ‘70. Chi l’ha scritto non è affatto un vecchio nostalgico, uno scrittore di fantaguerre o un veggente guerrafondaio. Assai peggio. L’autore è... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/2017-guerra-alla-russia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8991" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c-200x300.jpg" alt="methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c" width="200" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8992" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge-300x225.jpg" alt="Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge" width="300" height="225" /></a></p>
<p>La sagoma scura del carrarmato campeggia sulla copertina rossa, tra le fumate delle granate, bianche come il titolo: 2017, war with Russia. Sugli scaffali delle librerie londinesi, dov’è appena uscito, fa un bell’effetto, con quei caratteri grandi e un po’ retrò, stile anni ‘70. <span id="more-8990"></span>Chi l’ha scritto non è affatto un vecchio nostalgico, uno scrittore di fantaguerre o un veggente guerrafondaio. Assai peggio. L’autore è sir Alexander Richard David Shirreff, generale degli ussari reali e vicecomandante della Nato in Europa (Sace) fino a un paio d’anni fa, dopo aver attraversato tutte le guerre recenti per conto di sua maestà britannica, dalla prima all’ultima nel Golfo, passando per il Kosovo. Un “senior military command” – un ufficiale superiore, uso agli alti comandi e agli stati maggiori – che, fresco di pensione, oltre a ricoprire il ruolo di colonnello onorario all’università di Oxford e consulente nel direttivo di Genderforce (un’associazione non profit che si prefigge di combattere le violenze sessuali e di genere nelle zone di conflitto), ammonisce il suo paese e l’Europa sulla guerra più che prossima, imminente. Addirittura nel maggio 2017, esattamente tra un anno, assicura sir Shirreff con militaresca precisione: quando Putin invaderà i paesi Baltici e aprirà un corridoio in Ucraina per annettersi definitivamente la Crimea. Ergo, occorre fare in fretta per prevenire la catastrofe, magari con una bella guerra preventiva al mai domo orso eurasiatico.</p>
<p>La prova generale s’è appena conclusa con due imponenti manovre che hanno coinvolto i paesi Baltici: Baltops, nel Mar Nero, e Anakonda (il nome, un programma), dove venerdì truppe e carrarmati hanno attraversato la breccia di Suwałki, il corridoio di 65 chilometri tra Kaliningrad e la Bielorussia. Ventre molle della Nato, secondo la propaganda del Pentagono, in caso d’invasione russa delle tre repubbliche baltiche. All’esercitazione, tra le più importanti dal dopoguerra, con contingenti di 24 paesi Nato ed ex sovietici schierati contro Mosca, compresa la Georgia e l’Ucraina, hanno partecipato oltre 30mila unità, in gran parte polacche e statunitensi, 3mila mezzi tra blindati e corazzati, un centinaio di aerei e una decina di navi. I russi, da parte loro, hanno incrementato di tre divisioni la loro forza lungo la frontiera occidentale dove corre la nuova cortina di ferro (vedi cartina Limes sotto) e avviato i lavori nella nuova gigantesca base di Klintsy, a una cinquantina di chilometri dal confine ucraino, divertendosi a sorvolare a distanza ravvicinata le navi dell’Alleanza Atlantica durante le manovre marittime.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8993" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro-300x200.jpg" alt="nuova_cortina_ferro" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Ora, sarebbe una bel wargame se la compassata regina Elisabetta, nel suo rituale discorso a Westminster di metà maggio, non avesse sussurrato ai valletti che la rivestivano di mantella e corona: «Sta arrivando una tempesta, la Gran Bretagna non ne ha mai viste di eguali. La seconda guerra mondiale sembrerà una buca sulla strada in confronto a questa. Ho il dovere di informare i miei sudditi». Pare che l’augusta monarca, nel suo fuori onda subito stoppato dalla Bbc, si riferisse al Brexit, a cui è più che favorevole, ma altri assicurano trattarsi del vaticinio del suo ex generale. Più mediaticamente, è intervenuto il misurato conduttore di Rai storia, Massimo Bernardini, in una puntata dedicata al ritorno della guerra fredda. E qui, visto che tre fatti non fanno un caso ma una prova, scatta uno scampanìo d’allarme.</p>
<p>Ché la guerra fredda sia tornata nelle sue forme più virulente è sotto l’occhio di tutti, visto l’andazzo delle guerre in corso in Siria e in Ucraina e il dispiegamento della barriera missilistica antirussa in Romania e Polonia, freschi acquisti della Nato e in prima fila nell’accodarsi ai desiderata di Washington contro la Russia. Ché alla guerra calda si giunga non più attraverso lo scontro ideologico tra l’Occidente e l’ex Unione Sovietica, ma nell’ambito della moderna dottrina Wolfowitz – ossia l’affossamento di qualsiasi ipotesi di potere bipolare o multipolare ostile all’unica superpotenza globale – in uso al Pentagono dai tempi del crollo dell&#8217;Urss è più che un’ipotesi di nemesi storica.</p>
<p>Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare, cantava Battiato. Che i tempi siano cambiati e, più della maglia, ci sia bisogno d’una corazza è all’evidenza nell’Europa dell’Est proprio con la decisione di dare corpo allo scudo missilistico – nome in codice Shield – che riporta l’orologio della storia indietro di trent’anni, nel pieno della guerra fredda con l’Unione Sovietica. È appena divenuta operativa una delle due basi da cui partiranno gli intercettori in grado di abbattere ogni missile in volo da oriente, quella di Deveselu, in Romania, a meno di 200 chilometri a sudovest di Bucarest. Contemporaneamente, sono partiti i lavori nell’altra sede – da ultimare nel 2018 – che chiuderà la tenaglia antimissilistica dalla base polacca di Redzikowo, presso Kaliningrad, l’ultima enclave russa in Europa.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8994" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato-300x214.jpg" alt="nato" width="300" height="214" /></a></p>
<p>Ideato alla metà degli anni ‘90, in risposta alla minaccia nucleare iraniana, il sistema di difesa Aegis Ashore, costato 800 milioni di dollari, è destinato in teoria a proteggere l’Europa da missili provenienti dal Medio Oriente. Ora che quella minaccia è scemata, grazie agli accordi con Teheran, non si vede a che serva lo scudo. A Mosca, però, hanno le idee chiare. «Qui non si tratta dell’Iran, ma dell’arsenale nucleare della Russia, ne siamo sicuri non al 100% ma al 1000%», dichiara l’ammiraglio Vladimir Komoyedov, presidente della commissione difesa della Duma. «La Nato non vuole un confronto con la Russia né mira a una nuova guerra fredda», replica il segretario della Nato, Jens Stoltenberg. «Il dispiegamento di un sistema di difesa anti missile pone una minaccia alla Russia – ribatte il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov – stiamo già adottando misure di sicurezza». E c’è chi, tra i consiglieri di Putin, ventila l’uscita dal trattato Start per la riduzione delle armi strategiche, o il rafforzamento di analoghe armi a difesa della federazione.</p>
<p>Al di là di quanto la Russia possa tollerare una simile spina nel fianco, lo scudo è la riprova non solo della spaccatura in seno all’Alleanza, con Francia, Germania e Italia a far da passacarte alle direttive angloamericane rafforzate dalle fobie antirusse dei membri dell’Est europeo, quanto della sua miopia. «Sarebbe ora che la Nato pensasse seriamente a irrobustire le sue capacità per battere il terrorismo anziché far credere al mondo che il nemico sia la Russia», sottolinea l’ex capo di stato maggiore Leonardo Tricarico. Difficilmente da Roma o da Washington gli daranno ascolto. Alla Casa Bianca, tanto per dire del climax, Obama s’è visto recapitare una letterina firmata da una cinquantina di diplomatici che lo invitano a bombardare senza complimenti Assad per farlo sloggiare, e tanto peggio per i suoi amici russi. Un consiglio che jena Hillary è prona ad accogliere. Non resta che sperare in Trump, che dichiara di voler gettare nel cestino della carta straccia la dottrina in voga al Pentagono dai tempi di Bush e di considerare Putin un galantuomo. Affidarsi a un pazzo per salvarsi da una follia. Quanto a Renzi, nel suo recente incontro con il presidente russo, all’indomani delle nuove sanzioni approvate dall’Ue fino al prossimo giugno, tra un tweet e un selfie ha ribadito ai russi che chi parla di nuova guerra fredda è fuori dal tempo e dalla storia. Rimettiamoci la maglia. Anzi, l&#8217;armatura.</p>
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		<title>Mosul: pacco, doppio pacco e contropaccotto per l&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Apr 2016 10:02:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ricordate Pacco, doppio pacco e contropaccotto, l’ultimo film di Nanni Loy dove geni della truffa napoletana ne inventano mille e una per gabbare il prossimo? Qualcosa di simile sta accadendo a Mosul, a proposito dell’omonima diga a nord della capitale del califfato d’Iraq. Talmente fatiscente da essere a rischio crollo e far ipotizzare scenari biblici, un nuovo diluvio nella piane irachene, a dire degli allarmati... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/mosul-doppio-pacco-per-litalia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/76920176_mosul_dam_map_624v2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8888" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/76920176_mosul_dam_map_624v2-300x222.jpg" alt="76920176_mosul_dam_map_624v2" width="300" height="222" /></a></p>
<p>Ricordate Pacco, doppio pacco e contropaccotto, l’ultimo film di Nanni Loy dove geni della truffa napoletana ne inventano mille e una per gabbare il prossimo? Qualcosa di simile sta accadendo a Mosul, a proposito dell’omonima diga a nord della capitale del califfato d’Iraq. <span id="more-8887"></span>Talmente fatiscente da essere a rischio crollo e far ipotizzare scenari biblici, un nuovo diluvio nella piane irachene, a dire degli allarmati dossier Usa. Che hanno spinto il governo di Baghdad a chiedere un prestito alla Banca mondiale – da restituire con gli interessi – per mettere in sicurezza gli impianti. Unica a presentarsi e vincere la gara d’appalto la Trevi di Cesena, per un importo inferiore a 300 milioni di dollari. Ben distanti dai 2 miliardi dichiarati a fine 2015 dal premier Renzi a Porta a Porta, ventilando l’operazione. La modestia della commessa è dovuta al fatto che non si tratta più di debellare la minaccia di un nuovo diluvio tra il Tigri e l’Eufrate, tanto più che il bacino idrico alimentato dalle montagne del Kurdistan è piuttosto a secco, ma d’iniettare un po’ di cemento a imbellettare i pilastri e riparare una paratia difettosa.</p>
<p>«Non è un cantiere come gli altri, non abbiamo mai lavorato in zona di guerra. Eppure in azienda c’è chi si è offerto volontario», dichiara candidamente Stefano Trevisani, ad del gruppo Trevi. C’è da credergli. E da chiedersi, invece, quanto volontaria sia stata la partecipazione della società cesenate alla commessa. Da metà aprile sono in corso i sopralluoghi per i lavori che la settantina di tecnici realizzeranno con le maestranze locali in “condizioni non permissive”, come le menti dello stato maggiore hanno ribattezzato le operazioni in zona di guerra. A pochi chilometri c’è infatti la prima linea dell’Isis, quindi l’azienda italiana opererà sotto buona scorta di un battaglione forte di quasi 500 uomini, elicotteri da combattimento – i primi sono appena giunti a Erbil – carri armati e semoventi, senza considerare il personale di supporto, l’intelligence e i peshmerga curdi già di guardia agli impianti. Aggiunti agli oltre 800 in Iraq, fanno di quello italiano il contingente straniero più corposo tra quelli tuttora nel paese, mercenari a parte. E già nel mirino dei radicali islamici d’ogni sorta e delle milizie locali gelose della loro autonomia, oltre che dell’Isis. Costo dell’operazione, la cui durata prevista è di un anno e mezzo, almeno 50 milioni l’anno, senza considerare spese di trasporto e combattimento, stimate dieci volte tanto. Vale a dire il doppio della commessa vinta. E questo è il pacco.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/02-lNH-90-in-volo-vrso-Kabul.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8889" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/02-lNH-90-in-volo-vrso-Kabul-300x200.jpg" alt="02-lNH-90-in-volo-vrso-Kabul" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Robetta, tutto sommato, ma che sul circo mediatico appare impresa degna di Noè. E poco importa che a smentire la vulgata dei nuovi costruttori dell’arca intervengano i diretti interessati. La necessità di soldati in loco sono chiacchiere e la diga è arcisicura, assicura Riad Ezziddine, direttore della struttura e frequentatore dei praticelli fronte diga nei picnic in famiglia anche durante l’occupazione della struttura da parte dello stato islamico, un paio d’anni fa. Che, del resto, non si è mai sognato di danneggiare gli impianti. Non abbiamo bisogno di truppe straniere per salvaguardare gli impianti e chi ci lavora, gli fa eco da Baghdad il ministro delle Risorse idriche Mushsin Al Shammary. Tanto più che a proteggere tecnici e operai della Trevi non saranno bersaglieri e obici, ma i contractor della britannica Pilgrims. Ecco il doppio pacco.</p>
<p>A proposito di contractor, va notato che la spedizione italiana è di segno opposto a quanto accade in omaggio alla logica di privatizzazione delle guerre da tempo in atto, con il disimpegno dei contingenti nazionali e i vuoti tra le file occupati da mercenari – soprattutto Usa – saliti da 250 a oltre 2.500 nell’ultimo anno nel martoriato paese arabo. Composta da mercenari statunitensi della Falcon Security è anche la guardia del corpo del presidente e del premier curdo: Masoud Barzani (anche a capo del Pdk) e suo cugino Nechirvan Barzani. Va detto che anche i soldati degli Stati Uniti sono aumentati in Iraq (come pure in Afghanistan) di oltre la metà: ora sono 3.700. Anche se assai distanti dalle presenze del 2008, con 163.591 mercenari e 165.700 regolari. Nel caso dell’Italia, invece, siamo oltre la privatizzazione dell’esercito, a libro paga di aziende private, come nel caso degli eroici marò contesi con l’India: per l’Iraq nessuno si sogna di chiedere alla Trevi una compartecipazione alle spese. Paga Pantalone, punto.</p>
<p>E allora, che ci vanno a fare gli italiani in Iraq? Considerato che gli Usa blaterano di riconquistare Mosul da un anno, e dei 50mila uomini che l’Iraq avrebbe dato non c’è traccia, pure gli italiani tornano utili. Per un contropaccotto che al paragone il paccobombardiere F35 impallidisce.</p>
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		<title>L&#8217;Iran, simpatica canaglia</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jan 2016 19:54:25 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8777" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/01/110404422-ebc2e5b1-cb41-497a-91d6-49e559f3fd6f.jpg"><img class="size-medium wp-image-8777" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/01/110404422-ebc2e5b1-cb41-497a-91d6-49e559f3fd6f-300x258.jpg" alt="La vignetta di Shlomo Cohen sul quotidiano Israel ha-Yom. Sopra: Mogherini e Zarif" width="300" height="258" /></a><p class="wp-caption-text">La vignetta di Shlomo Cohen sul quotidiano Israel ha-Yom. Sopra: Mogherini e Zarif</p></div>
<p>Da una parte la rappresentante Ue Federica Mogherini e il ministro degli Esteri iraniano Mohammad Zarif che sorridono come novelli sposi in luna di miele. Dall’altra Edward Luttwak, vecchio arnese della falcheria statunitense, che denuncia la resa umiliante. <span id="more-8774"></span>Iconizzata dalla vignetta di un quotidiano israeliano con il segretario di Stato Usa John Kerry, mani dietro la nuca – come la decina di marines catturati e rilasciati a tempo record nel Golfo Persico dalle Guardie della rivoluzione – ginocchioni davanti a Zarif. Passa tra questi estremi mediatici la fine delle sanzioni all’Iran avallata dall’Iaea. Teheran ha mostrato al mondo di non volere l’atomica, assicura l’Agenzia delle nazioni unite sul controllo dell’energia nucleare, ergo può essere tolta dalla lista dei cattivi e tornare a fare affari con l’Occidente. Alla faccia dei suoi principali accusatori, Usa e Israele, che la bomba ce l’hanno e nessuno se ne lagna. L’Iran non è più uno stato canaglia. Al più, è una simpatica canaglia.</p>
<p>Da un punto di vista economico le ripercussioni dell’accordo si sono già fatte sentire, con un crollo dei prezzi del petrolio e delle borse, all’indomani della dichiarazione iraniana di mettere sul mercato 500mila barili al giorno. Per l’Europa e l’Italia (secondo partner commerciale prima delle sanzioni, un decennio fa) si tratta di fare buoni affari, e in questo senso vanno visti il viaggio di centinaia d’imprenditori italiani a Teheran, a fine novembre, e la prossima venuta di Hassan Rohani a Roma, sua prima visita ufficiale. Per il presidente della Repubblica islamica annoverato tra i moderati si tratta di un successo che ne rafforza la statura in vista delle imminenti elezioni, a scapito dei settori più radicali. Come i citati guardiani della rivoluzione che con la presa dei marines sconfinati contavano appunto di far saltare il banco delle trattative. Per la prima volta da tempo in Iran la gente è in piazza a festeggiare e non per chiedere un cambio di regime. «Hanno visto cosa è successo nei paesi accanto, non vogliono saltare in aria andando a comprare il pane». Parola di Marjane Satrapi, autrice di Persepolis. Un rafforzamento che prelude a un’apertura e dunque a un rovesciamento, secondo i teorici delle rivoluzioni di velluto intrise di sangue.</p>
<p>Ultime le questioni militari, prime per importanza. Con gli Ayatollah tornati a essere simpatiche canaglie si rafforza (per ora) non solo il regime sciita interno, ma la sua proiezione internazionale. Assad e gli Hezbollah che combattono in Siria dalla sua parte, i ribelli Houthi nello Yemen e ovunque ci sia da menare le mani contro i wahabiti al potere in Arabia Saudita che tanta parte hanno nella gestione dell’Isis. E proprio il silenzio di Riad, che nei giorni scorsi ha mozzato la capa allo sceicco Nimr al Nimr con l’accusa di terrorismo, rinfocolando l’odio plurisecolare tra fazioni islamiche, è assordante. Mentre l’America di Obama da un lato toglie e dall’altro rimette l’embargo ai prodotti militari e nuove sanzioni per i lanci missilistici: un colpo al cerchio e l’altro alla botte, dopo lo scambio di cinque prigionieri fra le parti. Ma l’asse del male da colpire al cuore sull’autostrada che da Damasco porta a Pechino, passando per Teheran, non ha più in Iran la corsia preferenziale sulla quale far schiantare il mondo. Che da sabato è un tantino più sicuro, in barba ai vecchi falchi e ai dottor Stranamore della guerra infinita.</p>
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