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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Isis</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Si fa presto a dire Amerika. E Isis…</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2024 19:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Divagazioni sull’attentato al Crocus, Mosca e l’Ucraina, gli Usa e l’Europa, unita nella lotta Gran paese, l’Amerika. Enorme, ma girala da nord a sud, da est a ovest e ovunque è la stessa. Stesse città, che manco chi ci campa distingue l’una dall’altra. Stesso cibo, mica hai il fastidio della scelta. Piglia l’amerikano medio, e pure quello che medio non è. Stesse idee, non c’è... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/si-fa-presto-a-dire-amerika-e-isis/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Put.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10375" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Put-300x200.jpg" alt="put" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/History_of_NATO_enlargement.svg.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-10376" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/History_of_NATO_enlargement.svg-300x229.png" alt="history_of_nato_enlargement-svg" width="300" height="229" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/don.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10377" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/don-300x200.jpg" alt="don" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Ucraina.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10381" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Ucraina-300x200.jpg" alt="ucraina" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Divagazioni sull’attentato al Crocus, Mosca e l’Ucraina, gli Usa e l’Europa, unita nella lotta</strong><span id="more-10374"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Gran paese, l’Amerika. Enorme, ma girala da nord a sud, da est a ovest e ovunque è la stessa. Stesse città, che manco chi ci campa distingue l’una dall’altra. Stesso cibo, mica hai il fastidio della scelta. Piglia l’amerikano medio, e pure quello che medio non è. Stesse idee, non c’è niente più standardizzato al mondo, come già notava Ehrenburg. E la tecnologia, vuoi mettere. Non per niente sotto al sole della California sono in pole per la transizione alla decima rivoluzione industriale, o forma dell’ordine mercantile, per dirla come Attali: la robotica che spazzerà le precedenti e forse l’umano. E i diritti, che dire. Appena cinquant’anni fa, se un negro s’azzardava a sbagliare predellino sull’autobus finiva appeso all’albero più vicino, a dar la stura a quel capolavoro di Billie Holiday, Strange fruit. Oggi vai a dare del negro a qualcuno e finisci sulla gogna, e peggio. Niente vie di mezzo, tantomeno buon senso. Eppoi la democrazia. Negli Usa ce n’è talmente tanta che devono esportarla, a forza. E pazienza se non tutti la vogliono: la democrazia è una medicina, anche se cattiva fa bene. Guarisce da ogni altro male. Soprattutto se totalitaria, come l’attuale e globale. Ma la cosa più bella d’Amerika son le certezze. Se dicono una cosa è quella. Dice che nel fine settimana scoppia una bomba a Mosca e, oplà, la bomba scoppia. Dice che è stato l’Isis – nella sua variante pandemica k, Khorasan – e tutti a far da grancassa. Che non credi all’amerikano? Mica i persuasori, occulti e non, hanno plasmato i cervelli per niente, da decenni, di là e di qua l’oceano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Certo, la media degli attacchi terroristici di matrice o manodopera islamica è elevata, in terra russa. Solo nell’ultimo decennio una quindicina, molti senza rivendicazione, alcuni devastanti come quelli al teatro Dubrovka, sempre a Mosca, nel 2002, e a Beslan, in Ossezia, nel 2004. Allora però c’era di mezzo la guerriglia cecena. Certo, il sedicente stato islamico ha buone ragioni per avercela coi russi, visto che se si è ridotto a pochi santuari nel nord della Siria lo devono a loro, non agli angloamericani che a chiacchiere lo bombardano e nei fatti lo proteggono. E proprio i servizi di sua maestà britannica sarebbero dietro l’attentato del 22 marzo al Crocus Hall di Krasnogorsk, alla periferia moscovita. Del resto che l’Isis, come già i talebani, siano creature dei servizi occidentali – come Hamas dei servizi di Tel Aviv – è cosa che la libera stampa d’Occidente preferisce ignorare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da Mosca, invece, lo dicono apertamente: il quartetto di assalitori tagiki, catturati mentre si dirigevano allo scampo alla frontiera ucraina, tutti sulla macchinina bianca presa fuori dal teatro dopo essersi liberati delle armi usate nell’attentato, è un frutto marcio della guerra asimmetrica e parallela dei servizi angloamericani, segnatamente inglesi. Del resto cosa non si farebbe per esportare un po’ di sana democrazia là dove ce n’è più bisogno? Non è un caso se già a fine febbraio la dimissionaria Victoria Nuland ha salutato la segreteria di stato dichiarando al Centro alti studi strategici di Washington che con l’ultima tranche di aiuti l’Ucraina avrebbe fatto accrescere i suoi strumenti di guerra asimmetrica, assai più efficace di quella combattuta sul terreno. Detto, fatto. La signora è buona veggente, avendo anticipato a suo tempo la fine del gasdotto Nordstream. Comunque, gli attentatori sono stati tutti catturati vivi – caso raro nella storia del terrorismo recente – e in buona salute, prima di finire nelle mani del Fsb, l’ex Kgb russo. Chissà quali altre rivelazioni faranno, oltre quelle d’essersi addestrati online e aver compiuto il massacro per pochi spicci, cinquemila dollari a testa. Un po’ pochini persino per gli standard tagiki. Ma vatti a fidare di quel che dicono i russi, meglio attenersi al copione occidentale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Insomma, il despota Putin s’è ritrovato le bombe in casa dopo essere stato dittatorialmente rieletto per l’ennesimo mandato, con percentuali che fanno l’invidia ogni leader d’Occidente. Poco importa che la stragrande maggioranza dei russi l’avrebbe votato anche senza brogli e pressioni. L’attentato ha ricordato a tutti che la guerra è senza quartiere e il suo strapotere non serve a garantire sicurezza al paese che ha osato mettere i bastoni tra le ruote al nuovo ordine mondiale, veicolato manu militari dalla Nato. L’Occidente è unito, compatto come non mai, la Neoalleanza Atlantica brinda al trentaduesimo stato membro – mancano solo il Montenegro e la Svizzera – e si prepara a rintuzzare le perdite ucraine. Contingenti polacchi e francesi sarebbero già al fronte, dicono i rapporti russi, con la benedizione di Tusk e Macron. Due splendidi esemplari della servile tecnoburocrazia europea che al seguito degli Usa sta conducendo il vecchio mondo al baratro. Come nelle due precedenti guerre mondiali, ma stavolta non ci sarà l’Amerika a salvare l’Europa, piuttosto a spingerla nell’abisso. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Il resto del mondo, dall’India al Brasile, dalla Cina all’Iran – l’asse del male – si congratula e fa affari con la Russia di Putin che cresce come non mai, alla faccia delle sanzioni. Dall’altra parte del mondo, negli Usa, i soli che hanno da guadagnarci qualcosa dalla guerra europea in corso, due vegliardi stanno per sfidarsi in un secondo round già visto ma inedito, data l’età dei contendenti. Che la più grande potenza mondiale affidi il suo futuro a due ottantenni è un segno preclaro della sua decadenza fattuale e ideale. Dell’incapacità delle elite d’oltreoceano di rinnovare sé stesse, nella pretesa di continuare a guidare il mondo. Forse solo il vecchio meno rincitrullito tra i due potrà dare un taglio alla guerra e un freno alla storia, spezzare la catena di storpi dietro un cieco, come nel quadro di Bruegel. Ma è un augurio inattuale. L’Amerika, quella vera, non consentirà un Trump due. Prepariamoci alla spinta e al salto, mani nelle mani. Uniti per la libertà, nel migliore dei mondi possibili.</span></p>
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		<title>Le sette vite (più una) di Al Baghdadi</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Oct 2019 19:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Aveva sette vite – privilegio che un tempo s’accordava ai gatti – ma alla fine anche l’ultima l’ha lasciato. Con una operazione d’intelligence lampo e poca gloria, come il suo predecessore. Quel Bin Laden passato alla storia per essere stato l’unico umano a telecomandare aerei da una grotta in Afghanistan, mica come i comuni mortali che non riescono a prendere la linea a due passi... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/le-sette-vite-piu-una-di-al-baghdadi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Aveva sette vite – privilegio che un tempo s’accordava ai gatti – ma alla fine anche l’ultima l’ha lasciato. <span id="more-9574"></span>Con una operazione d’intelligence lampo e poca gloria, come il suo predecessore. Quel Bin Laden passato alla storia per essere stato l’unico umano a telecomandare aerei da una grotta in Afghanistan, mica come i comuni mortali che non riescono a prendere la linea a due passi dal wireless. Abu Bakr al Baghdadi è morto, un commando Usa ha fatto fuori il gran capo dello stato islamico, proprio come Osama Bin Laden in Pakistan. Mica come l’ultima volta ch’era stato dato per morto e invece era scappato in motoretta sulle pietraje afghane. Altri dicono che s’è fatto esplodere con tanto di mogli e figli, nel mezzo dell’operazione “Fonte di pace” nella safe zone in Siria, col beneplacito di Erdogan e la fattiva collaborazione turca. Insomma, Al Baghdadi ci ha lasciati.</p>
<p>Ad annunciarne la morte il faccione rubicondo di Trump, verace quanto un piazzista a Porta Portese, tra i sorrisetti sui volti non meno rubizzi dei generaloni russi in Siria, all’annuncio del raid di cui non hanno visto nulla sui radar – la zona è sotto il loro controllo aereo – anzi dicono che il califfo gode di buona salute in Iraq. Comunque, tengono a precisare, la nuova non cambia d’una virgola schieramenti e rapporti di forze in campo. Vale a dire una mezza vittoria siro-russa, con la tregua imposta a Erdogan dopo aver conquistato quello che c’era da conquistare, nel silenzio d’Europa. Mentre gli americani e i loro sodali anglofrancesi si sono riposizionati nel nordest, in barba a qualunque declamato ritiro, a presidio dei giacimenti di gas e petrolio siriani, senza alcun mandato Onu e senza i quali Assad non potrà far risorgere la Siria dalle sue macerie. Deve contentarsi, per ora, d’aver ripreso una bella fetta di deserto a est dell’Eufrate, lasciando il nord alle milizie arabe filoturche e l’est ai curdi già filoamericani e antiamericani, che hanno ingojato l’amaro calice di riavere Assad tra i piedi per non vedersi spazzare via dai turchi. Una spartizione dove ognuno guadagna qualcosina, chi vivrà vedrà. Ma torniamo alle sette vite del califfo.</p>
<p>Cosa ci facesse Baghdadi a Barisha, sperduto villaggetto siriano a pochi chilometri dal confine turco, in un’area controllata dai militari di Ankara, è questione oziosa, visti gli ottimi affari intrattenuti dal sultano e famigli con l’Isis, prima che i russi facessero saltare un po’ d’autobotti e i traffici. Sorvoliamo sul tempismo dell’annunciata morte, giunta come il cacio sui maccheroni a riequilibrare il voltafaccia Usa. Lo strombazzato ritiro dall’area per consentire ai turchi di fare tabula rasa delle risorse siriane e delle velleità curde. Sorvoliamo pure sulla capziosa domanda se il successore di Al-Baghdadi sia quell’Abdullah Qardash, già armigero di Saddam, indicato dallo stesso califfo quale suo erede e su cui Trump ha messo una bella taglia. Oppure quell’Al-Badry che ha fatto da passacarte al senatore McCain nel suo viaggio in Siria nel maggio 2013, seduto assieme al desco dello stesso Baghdadi, nemico mortale degli Usa. Istruito a dovere, come lui, nelle famigerate prigioni di Camp Bucca, dove gli Usa hanno selezionato il meglio dei loro califfi. Una sorta di West Point d’Oriente.</p>
<p>L’unica vera questione, la domanda delle domande, è: ma davvero Baghdadi è stato fatto morire come un cane, come s’è vantato Trump, o piuttosto per lui è pronta una bella carta verde, un permesso di soggiorno permanente e una solida pensione di guerra del paese che ha così (ingloriosamente) servito? Comunque sia siatene certi, appena il tempo di cambiare gli attori, smontare i fondali, che un nuovo cattivo già s’appressa. Poveri gatti, con solo sette vite.</p>
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		<title>Morire per Baghuz</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Mar 2019 08:54:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[&#160; Non abbandonate la speranza. Mai. Dice così un rigo del testamento di Lorenzo Orsetti. Guerrigliero andato a combattere e morire tra le file dell’Ypg, l’esercito di liberazione del Pkk, il partito comunista curdo, nell’ennesima ultima roccaforte dell’Isis, a Baghuz, appena liberata. Non è il primo italiano a lasciare la pelle in Siria, il fiorentino 33enne d&#8217;orientamento anarchico. Già a dicembre Giovanni Asperti, un maturo... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/morire-per-baghuz/">Leggi tutto</a>]]></description>
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<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/03/1552915656899.JPG-siria___ucciso_crociato_italiano___isis__il_colpo_di_coda_a_baghuz__chi_hanno_ammazzato_i_jihadisti.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9445" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/03/1552915656899.JPG-siria___ucciso_crociato_italiano___isis__il_colpo_di_coda_a_baghuz__chi_hanno_ammazzato_i_jihadisti-300x150.jpg" alt="1552915656899-jpg-siria___ucciso_crociato_italiano___isis__il_colpo_di_coda_a_baghuz__chi_hanno_ammazzato_i_jihadisti" width="300" height="150" /></a></p>
<p>Non abbandonate la speranza. Mai. Dice così un rigo del testamento di Lorenzo Orsetti. Guerrigliero andato a combattere e morire tra le file dell’Ypg, l’esercito di liberazione del Pkk, il partito comunista curdo, nell’ennesima ultima roccaforte dell’Isis, a Baghuz, appena liberata. <span id="more-9442"></span>Non è il primo italiano a lasciare la pelle in Siria, il fiorentino 33enne d&#8217;orientamento anarchico. Già a dicembre Giovanni Asperti, un maturo bergamasco, è morto combattendo coi curdi – contro i turchi, però – lasciando due figli piccoli. Perché? Entrambi credevano in un mondo più libero e giusto, con meno mancorrente e menefreghismo. Per l’ideale, dunque. Roba da volontari garibaldini.</p>
<p>Non è certo per soldi che loro, e la quindicina d’italiani, sono andati in Siria. Come nel Donbass pro o contro Putin, se d’altro colore, e prima tra i nazicroati in Krajna, se d’altro colore, contro l&#8217;ultimo stato socialista d&#8217;Europa. Non per mancanza d’alternativa o lavoro. Orsetti un lavoro l’aveva, persino meglio pagato della modestissima paga da combattente tra le file del Pkk, a differenza di chi s’arruola nei “peacekeeper” statali o, ancora, nella Legione. O tra i mercenari – loro sì, strapagati – che militano negli opposti schieramenti e tra gl’integralisti islamici che l’hanno ucciso, al soldo di ben altri padroni.</p>
<p>Si muore a Baghuz e altrove per fede politica, per un mondo diverso. Per spirito d’avventura. Per fuggire, pure, dal vuoto interiore e di un mondo desertificato dove niente sembra avere più senso, vita compresa. Ed è meglio cacciarsi nei guai degli altri, farli propri, ché starsene al chiuso dei propri. Difficile dire, capire davvero, cos’abbia spinto Orsetti, e come lui tanti altri, a superare la soglia di una guerra alle porte di casa. Più facile giudicare – dirli pazzi o eroi – o, meglio, stare zitti. Guardare da un’altra parte e far finta di niente, tanto i riflettori mediatici si spengono subito, sulle sabbie di Baghuz come d’altrove. Restarsene a casa, a social accesi e coscienza spenta.</p>
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		<title>L&#8217;ora di Tunisi</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2016 19:13:05 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8847" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18-300x169.jpg" alt="707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18" width="300" height="169" /></a></p>
<p>È tornata una calma apparente a Ben Gardane, dopo un giorno di fuoco e una notte di coprifuoco che hanno lasciato più di cinquanta morti sul terreno. La quiete dopo la tempesta, anche se la bufera è di là da venire, in Tunisia. Col confine libico a un passo, indifeso da una barriera di filo spinato e sabbia. <span id="more-8844"></span>Ben Gardane (o Guerdane, alla francese), 80mila abitanti e 15mila dromedari, a più di 500 chilometri dalla capitale, Tunisi, e meno della metà da Tripoli, era nota fino a ieri per il festival dei dromedari, appunto, che si tiene a giugno. Unico monumento degno di nota, una bizzarra rotonda a blocchetti con quattro colonnacce dei tempi di Treboniano Gallo che nella vicina Gerba – l’omerica isola dei Lotofagi – venne fatto imperatore e un lanternone rosso con la mezzaluna e la stella su fondo bianco in cima. L’emblema della bandiera nazionale che le raccogliticce forze di sicurezza sventolavano dopo aver ripreso il controllo della città ai jiadhisti che l’hanno attaccata. In quella che è a un tempo la prima puntata offensiva dell’Isis in Tunisia e il tentativo di estendere il conflitto oltre il confine libico. O, come ha detto il premier tunisino Habib Essid, di creare un emirato jiadhista nell’area di confine, modello califfato in Siria. Anche per questo il capo dello stato Beij Caid Essebsi, già prima del summit al palazzo presidenziale di Cartagine, ordinava di “sterminare come ratti” gli attaccanti, senza requie. E i suoi gli hanno dato retta, postando sui social le foto della riconquistata città contesa. Niente d’ufficiale, visto che il governo ha invitato i media a tenersi alla larga dalla città sfuggita, per ora, alla longa manus del califfato in terra d’Africa. Bilancio ufficiale degli scontri, secondo l’emittente qatariota Al jazeera: 55 morti, di cui 36 terroristi (altri 7 sarebbero stati catturati) e 19 tra governativi e civili, compresa una bambina di 12 anni. Oltre alla chiusura del resort internazionale di Djierba, a scopo precauzionale.</p>
<p>Morti e precauzioni a parte, il raid tunisino non casca dal pero. Quello che i metereologi delle primavere arabe definiscono il solo esperimento di successo uscito da quella stagione, è in realtà una polveriera a tempo in cui l’Isis cerca il varco per accendere la miccia. Complice la crisi economica e le frustrazioni postrivoluzionarie, la Tunisia è il primo paese esportatore di jihadisti nei vari fronti aperti dal Califfato: Iraq, Siria e Libia. Qui, nel ginepraio libico dove l’Italia sta bellamente infilandosi, tra le 150 fazioni dei tre governi l’un contro l’altro armati, operano circa 1.500 degli oltre 5.000 giovani tunisini in armi sotto le insegne nere del califfo. Non è un caso che già la scorsa settimana un raid delle forze di sicurezza libiche ha ucciso un manipolo di sedicenti terroristi nella stessa città, in un’operazione costata la vita anche a un civile e a un ufficiale di polizia. Proprio nei campi libici si sono addestrati gli attentatori al museo del Bardo di Tunisi e sulla spiaggia di Sousse, l’anno scorso. E tunisini erano Noureddine Chouchane, obiettivo del raid Usa a Sabratha del 19 febbraio che ha innescato la vicenda degli ostaggi italiani, come la maggior parte degli uccisi del blitz che proveniva proprio da Ben Gardane, a una trentina di chilometri appena. Nuovo fronte di guerra di una guerra infinita dove si è consumata la prima battaglia.</p>
<p>Ma le prove generali dell’espansione jihadista nel Maghreb meritano una ulteriore riflessione. Basta sfogliare il Foglio – scusate il gioco di parole – per capire che l’evento si presta a un’altra lettura. A mostrare come il focolaio libico sia prossimo a incendiare l’intero Nordafrica, quindi si faccia in fretta a rimettere piede in Libia. Nell’edizione dell’8 marzo si dà conto di come il bombardamento Usa su Sabratha abbia in realtà sventato un imminente attacco oltre confine, come ammesso da un jihadista lì catturato, la cui confessione è stata debitamente messa online alla vigilia dell’attacco nella città tunisina. Questo è avvenuto comunque, ma senza la forza d’urto delle minacciate autobombe e battaglioni suicidi. Più modestamente, «I combattenti hanno bussato alle porte delle case annunciando: “Siamo lo Stato islamico”, in qualche caso hanno chiesto acqua, sono andati alla casa del capo dell’ufficio antiterrorismo e l’hanno ucciso», recita il Foglio. Che puntualizza: «Questo assalto non aveva come traguardo finale la conquista della città, ma era inteso come una dimostrazione di forza».</p>
<p>Una dimostrazione condotta da una sessantina di elementi, due terzi dei quali catturati e uccisi, provenienti da unità d’elite (il sedicente battaglione al Battar, nome d’una delle spade del Profeta, secondo la tradizione ebraica, e già qui…) che bussano a chiedere acqua, come migranti scampati al deserto. Fenomenale. Quel che conta è che sia stato un fallimento completo, grazie ai bravi bombardieri a stelle e strisce, si compiace il Foglio. Ma il meglio è nel seguente capoverso, che merita d’essere ripreso per intero: «L’attacco di Ben Guerdane è un esempio di come può funzionare l’intervento internazionale in Libia. Lo Stato islamico usa il paese come piattaforma di lancio per operazioni anche all’esterno e attende nelle sue basi di essere abbastanza forte. Gli attori esterni, in questo caso l’America, impiegano aerei e intelligence per interrompere questa fase di guerra latente. Le operazioni a terra sono lasciate alle forze locali, Sabratha e militari tunisini, perché conoscono il terreno e il paesaggio umano, e anche perché la loro presenza non eccita la propaganda jihadista come invece fanno i grandi numeri di soldati occidentali».</p>
<p>Più chiaro di così. Renzi la smetta coi suoi tentennamenti e dia fiato alle trombe, come chiede, buon ultimo, l’ambasciatore Usa a Roma, John Phillips. Spiace solo che il giornale di Ferrara, solitamente beninformato sui retrobottega d’America grazie ai trascorsi del suo direttore, dimentichi di spiegare cosa farebbero in Libia i cinquemila italiani sollecitati da Obama, se a bombardare ci pensano loro. A meno di non scambiare il corpo di spedizione italico nell’inferno libico – reso tale grazie ai maneggi dell’amministrazione Obama, in primis della signora Clinton che ora corre per la presidenza – per sacrificabili ascari italioti semper fidelis. Ma questa è un’altra tappa della guerra infinita. Purtroppo prossima.</p>
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