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	<title>Maurizio Zuccari &#187; lesbo</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Il papa a Lesbo, icona dei tempi</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Apr 2016 15:13:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/c3a7276502bffedd337f779c49d7819f-kS3E-U1070662210154NJD-1024x576@LaStampa.it_.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8871" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/c3a7276502bffedd337f779c49d7819f-kS3E-U1070662210154NJD-1024x576@LaStampa.it_-300x169.jpg" alt="c3a7276502bffedd337f779c49d7819f-kS3E-U1070662210154NJD-1024x576@LaStampa.it" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Non è un caso che per la sua prima visita pastorale Jorge Mario Bergoglio scelse Lampedusa. Terra di migranti, oltre che di pescatori, e sull’altare a barchetta e il pulpito ricavato da un timone scassato, al vento della campagnola che gli rovesciava la mantella al punto da farlo parere un imam, più che un papa, Francesco ha dato il segno al suo pontificare. <span id="more-8870"></span>Misericordia e modestia, un occhio agli ultimi e l’altro a ripulire la chiesa dai tanti peccatori che l’infestano, dai piani alti giù giù agli scantinati vaticani. Già in quella sua prima uscita, di segno così diverso e persino opposto ai suoi predecessori, erano a ben vedere le costanti del suo magistero. Riportare la chiesa all’umiltà del santo frate da cui ha preso il nome, con un’attenzione ai media che appare casuale ma è piuttosto frutto di un accorto disegno comunicativo che nessuno immaginava, quando biascicò il suo buonasera affacciandosi la prima volta dal balcone pontificio, dicendosi venuto dall’altra parte del mondo.</p>
<p>Al tempo stesso mediatici e iconici anche i segni a cui si è lasciato andare il pontefice, calcando il calvario di Lesbo assieme al patriarca di Costantinopoli Bartolomeo e all’arcivescovo greco Geronimo. La corona d’alloro gettata a mare all’unisono, a gloria e memoria delle vittime, il pianto della bimba ai piedi del vescovo di Roma, prontamente raccolta dalle sue mani. A ben vedere, al pontifex non serviva neppure tale surplus di pathos, gli bastava traversare col suo manto bianco i cancelli di Moria, dove una mano iconicamente simile a quella islamica di Fatima invita a stare alla larga, assieme all’altre più rudi dei poliziotti greci di guardia, per dare un segno della sua chiesa in questo tempo. Là dove l’Europa sbarra il passo ai migranti ergendo muri fin nel suo cuore, fino al Brennero, il papa vola su questo pezzo d’Europa sospeso verso l’Asia a ribadire che se ha senso per essa dirsi cristiana, non deve alzare barriere ma tendere la mano a chi sbarca. Quasi mezzo milione di povericristi nel 2015, quasi 500 al giorno quest’anno, solo su questa costa vista Turchia, prima di tornare tra le braccia di Erdogan o accostarsi a un futuro che non sia guerra e fame.</p>
<p>Nessuno sa, ora che la rotta nord della transumanza è sbarrata da gas e filo spinato a Idomeni, da sud si preparano nuove ondate di profughi sulle coste italiane e quella centrale scoppia nel sole di Moria, dove può giungere l’onda lunga dello tsunami umano. Ma il papa è lì, a respingere la globalizzazione dell’indifferenza a partire dal calderone di Lesbo. E anche gli occhi della sua figlia più grande, la poetessa Saffo, pittati sul murale dell’angiporto tra il bianco e l’azzurro della bandiera greca, pare sorridano al segno d’amore del pastore argentino.</p>
<p>Ma c’è, in questo tredicesimo viaggio del papa – il più triste, a suo dire, e non c’è ragione di dubitarne – qualcosa che va al di là dell’amore ecumenico, pure centrale nell’agire del pontefice, che lo rende icona dei tempi. Ed è esattamente nel ritrovato ruolo di pontifex, come voleva la tradizione romana e, prima, italico-etrusca: di custode dei ponti come luoghi di passo e d’incontro con l’altro, perciò centrali nella percezione del sé. Francesco – e i cinque minuti concessi al socialista da burla Bernie Sanders, l’anti Hillary alle presidenziali Usa, lo rafforzano – offre di sé una visione da pontifex maximo degna dei cesari. Chi scrive non è stato tenero con Bergoglio, al momento della sua <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/il-sonno-della-ragione-genera-bergogli/" target="_blank">elezione</a>. Ma al pontefice venuto dall’altra parte del mondo va dato atto d’incarnare al meglio il suo ruolo di pontiere tra popoli e fedi. E di restituire alla chiesa quel ruolo etico e politico a un tempo che i troppi scandali e l’agire a senso unico degli ultimi decenni avevano appannato. Ma anche in questo è la grandezza della chiesa di Roma, le ragioni del suo perdurare nel mutare dei tempi e dei miti. Quell’unità nella diversità, nelle avversità esterne e nell’avversione tra le parti che la compongono che la mantiene nei secoli. È presto per dire se con Francesco la chiesa sia alle soglie di una nuova età dello spirito (santo, per chi sia credente) che restituisca forza e vigore originari a un’istituzione pervicacemente reazionaria per larga parte della sua storia, recente e meno. Ma a Lesbo, e prima a Lampedusa, un seme è stato gettato. Qualunque persona di buona volontà può sperare che non sia a mare.</p>
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		<title>La tana dei configli</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 14:40:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole sono pietre]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci mancava solo la Crusca col suo comunicato numero cinque – pure l’accademia dei linguisti comunica coi comunicati, manco fossero brigatisti vecchia maniera – sul tormentoso percorso dello stepchild adoption, chiedendo che si sostituisca con l’italico adozione del configlio. Non bastava l’anglicismo, usato come d’uso per intorbidare le acque, né l’arcaico figlioccio o figliastro, che ai neolinguisti e ai talebani del politicamente corretto deve apparire... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-tana-dei-configli/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8795" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/02/040327208-e046e193-c98f-4cd9-843e-cedfc0d025f5.jpg"><img class="size-medium wp-image-8795" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/02/040327208-e046e193-c98f-4cd9-843e-cedfc0d025f5-300x169.jpg" alt="Monica Cirinnà. sopra: Ferdinand Hodler, L’eletto, 1903" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Monica Cirinnà. sopra: Ferdinand Hodler, L’eletto, 1903</p></div>
<p>Ci mancava solo la Crusca col suo comunicato numero cinque – pure l’accademia dei linguisti comunica coi comunicati, manco fossero brigatisti vecchia maniera – sul tormentoso percorso dello stepchild adoption, chiedendo che si sostituisca con l’italico adozione del configlio. <span id="more-8793"></span>Non bastava l’anglicismo, usato come d’uso per intorbidare le acque, né l’arcaico figlioccio o figliastro, che ai neolinguisti e ai talebani del politicamente corretto deve apparire altamente offensivo, al pari di negro o frocio. No, nella riscrittura dell’ovvio configlio è meglio, eppoi fa rima con coniglio. Fuor di semantica, l’adozione del figlio del partner resta la pietra d’inciampo più grossa nel tormentone parlamentare sulle unioni civili, in via di affossamento dopo lo slittamento dovuto al ripensamento – scusate la cacofonia, è voluta – ai piani alti del Pd che ne è main sponsor. Una sconfessione, mutatis mutandis, che ricorda un po’ l’affaire Marino a Roma, o l’imperativo categorico dei neodiccì di sempre, dall’apostolo Pietro in qua: primum, rinnegare.</p>
<p>Un ripensamento che ha provocato l’ira funesta di madama Lgbt, alias Monica Cirinnà. I romani, al solito smagati, l’avevano soprannominata la gattara, quando si occupava dei diritti di cani e gatti tra i ruderi dell’Urbe. Chissà come sarà ribattezzata la corifèa del movimento lesbo, gay, bisex e transgender, se il disegno di legge sulle unioni civili di cui è prima firmataria dovesse infine spuntarla e lei passerà alla storia come chi ha messo una pietra miliare sulla via ai diritti di tutti, o aperto una falla nel diritto di natura. Finora la senatrice – scuola dalle suore e una vita tra i Verdi, prima di passare col Pd e giungere buona ottava alle scorse primarie capitoline, davanti al sindaco in pectore Roberto Giachetti, sposa di Esterino Montino, sindaco di Fiumicino, già tra i patriarchi del Pd romano – dei nomi non si cura, tirando dritta anche dopo il monito della santa sede: non equiparare le unioni gay al matrimonio. Ma se il paletto papale è un altolà che neppure Renzi e i suoi possono superare in scioltezza, la partita si fa difficile, dopo il voltafaccia renziano e la marcia indietro dei grillini.</p>
<p>Alchimie politiche a parte, il dibattito sulle unioni civili che riempie le piazze di famiglie arcobaleno, al grido Svegliatitalia, o in bianco &amp; nero al Family day, riapre in Italia vecchie fratture ideologiche, riportandola ai tempi della lotta per altri diritti contestati, quali il divorzio e l’aborto. Da un lato la chiesa, che fa il suo mestiere, ribadisce il ruolo della famiglia naturale, sottolineando come i figli non siano un diritto. Dall’altro sigle e partiti compattati in nome della normalità dell’alterità. Una battaglia che nel nostro paese riguarda, secondo l’Istat, circa 7.500 coppie con 500 figli, in termini percentuali lo 0,0005 a fronte del 95,5% delle coppie tradizionali. Cifre risibili, su cui si battaglia assai più che su diritti negati quali il lavoro, la sanità, l’abitazione. Numeri a parte, rivendicare una genitorialità senza padri né madri definiti, e il cancan mediatico a supporto, è indicativo di un mutamento sociale epocale che in poco tempo ha portato il diverso da soggetto socialmente sbeffeggiato a benemerito di una cultura egemone, anche se non maggioritaria. Lo iato tra ciò che natura dispone e quel che gli umani pretendono cambiare appare insanabile e l’Italia si ritrova in una guerra per i principi dove la confusione è tanta e il buon senso manca.</p>
<p>Tempo fa, a un dibattito in una scuola della periferia romana, Marco Marsullo, giovane rampante della scuderia Einaudi, ha sollevato ovazioni sposando la causa gay sulle unioni civili, là dove una decina d’anni fa sarebbe stato subissato dai vaffa (gli stessi del vaffa day gay). Un segno dei tempi minimo, minimale rispetto ai lustrini a Sanremo. Forse un progresso, ma indice di un neoconformismo di segno opposto all’altro che porta le stimmate dell’omofobia. Della maggioranza che fino a ieri considerava i gay peccatori impenitenti, anomalie da dileggiare e mazzolare alla prima occasione. Restiamo in campo letterario. Non siamo noi che diamo la vita ai figli, ma è la vita che si trasmette attraverso di noi, scriveva Ferdinando Camon. E un altro maggiore della nostra letteratura, lo scomparso Sebastiano Vassalli, irrideva ai piastrellatori del mondo che pretendono normare e pulire ogni angolo di vissuto, al pari d’un cesso svizzero. Uno scrittore non ancora maestro come i due succitati e non sospetto d’antipatie gay qual è Adriano Angelini, scrive: il ddl Cirinnà è una follia giuridica. Una gabbia statalista che non lascia possibilità né agli omosessuali né agli eterosessuali di vivere liberamente le proprie relazioni affettive. Ecco, il punto è tutto qui, fuori da ogni falso moralismo e finta liberazione sessuale.</p>
<p>Negli affari di fede e di letto nessuno dovrebbe mettere becco, tantomeno lo stato. O la chiesa (che questa, una casta di non ammogliati, pontifichi in tema di famiglia è uno dei tanti paradossi del mondo). La voglia di figli &amp; famiglia, in una parola di normalità, che ha colto chi dovrebbe vivere alla larga da convenzioni e pattuizioni, è sorprendente e deprimente quanto chi spaccia bisogni minoritari per battaglie di civiltà. Ma forse è nella vocazione minoritaria e rinunciataria di certa sinistra farsi portabandiera degli scapricciamenti d’ogni minoranza piuttosto che battersi con altrettanta caparbietà per i diritti universalmente negati. Quali, tanto per ripetersi, il lavoro, l’abitazione, l’istruzione, la salute. O, per stare in tema, l’adozione di bambini – quelli abbandonati nelle sale parto degli ospedali o, peggio, nei cassonetti, ad esempio – senza dover aspettare una vita o rimetterci un patrimonio. Ma questa (pseudo) sinistra non legge più Gramsci e la sua lezione sull’egemonia, considera Unisex del duo Marletta e Perucchietti non pagine sui poteri forti che patrocinano il global gender su cui meditare, ma da bruciare sul rogo come hanno fatto al povero Giordano Bruno e ai suoi scritti quegli altri. Echi di stalinismo concettuale perturbano quanti accusano chi dissente d’essere un omofobo reazionario e oscurantista. Ma abbassare la bandiera rossa per levare quella arcobaleno, riempirsi la bocca di pseudo diritti per non curarsi dei diritti primari non salva dalla miseria intellettuale e pochezza umana gli accusatori.</p>
<p>La famiglia com’è non è certo uno spot del Mulino Bianco, spesso è una tragedia per vasta parte dell’umanità. E non lo è per le vessazioni e gli omicidi – meglio questo del termine femminicidi in voga, ché anche qui parliamo di persone, prima che di generi – costanti. No, la tragedia è nel lento uccidersi e morire tra quattro pareti d’ogni umana vivacità e relazione degna di questo nome. È una tragedia dovuta a una condizione di prossimità che riguarda ognuno, a Oriente e Occidente, e da cui non ci si salva appiccicandosi l’etichetta lgtb addosso. Neppure con l’amore, ché questo quando c’è poco a poco si spegne, gay o etero che sia, tramutandosi in odio. Tranne rare eccezioni spesso confuse con l’abitudine al vuoto relazionale. La famiglia tradizionale è la più alta forma tragica dell’umano convivere. La vita è una molto triste buffoneria, diceva Pirandello, altro insuperato maestro di vita e letteratura (ma la vita è meglio viverla che scriverla, soleva ripetere). Parafrasandolo, la famiglia è una molto triste necessità. Già quella naturale è una tragedia per l’umanità, perché sostituirla con una tana di configli? Per questo, altro è forse meglio non avere per non perdere la poca umanità residua, in un tempo in cui la norma non è più la regola e l’umano fatica a (r)esistere.</p>
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