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	<title>Maurizio Zuccari &#187; liberazione</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Il grande passo per l’umanità</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Sep 2020 08:48:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie in forma di prose]]></category>
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		<description><![CDATA[Il grande passo per l’umanità / sarà pure sulla Luna Marte Giove o chissadove / ma per l’uomo il gran passo / è poter andare al cesso / varcarne la soglia / senza flebo catetere padella / carrozzina e pannolone / ecco la vera liberazione]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il grande passo per l’umanità /</p>
<p>sarà pure sulla Luna Marte Giove o chissadove /</p>
<p>ma per l’uomo il gran passo /</p>
<p>è poter andare al cesso /</p>
<p>varcarne la soglia /</p>
<p>senza flebo catetere padella /</p>
<p>carrozzina e pannolone /</p>
<p>ecco la vera liberazione</p>
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		<title>I chiavatori di Chiaverano</title>
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		<pubDate>Sat, 23 May 2020 08:22:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belpaese]]></category>
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		<description><![CDATA[Sarà stato il nome – Chiaverano – o il paesaggio bucolico che invita all&#8217;amplesso, fattostà che due baldi giovani si sono denudati di tutto punto sulla piattaforma che s&#8217;affaccia sul lago di Sirio – lato Chiaverano, appunto, epicentro della zona infetta da Coronavirus tra Milano e Torino – e si sono messi bellamente a fottere in pieno giorno. Incuranti degli automobilisti strombazzanti a due passi, delle famigliole con pezzuola... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/i-chiavatori-di-chiaverano/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sarà stato il nome – Chiaverano – o il paesaggio bucolico che invita all&#8217;amplesso, fattostà che due baldi giovani si sono denudati di tutto punto sulla piattaforma che s&#8217;affaccia sul lago di Sirio – lato Chiaverano, appunto, epicentro della zona infetta da Coronavirus tra Milano e Torino – e si sono messi bellamente a fottere in pieno giorno. Incuranti degli automobilisti strombazzanti a due passi, delle famigliole con pezzuola e passeggino, dei corridori in mascherina.<span id="more-9817"></span> Qualcuno – ah, il mai sopito spirito delatore italiota – ha di tuttaprescia chiamato il sindaco, che ha prontamente inviato chi di dovere a identificare i focosi amanti del lungolago, non a norma del prescritto distanziamento sociale. Uomo di vita e di spirito, oltreché di fiducia, il vicesindaco di Chiaverano s&#8217;è fatto sfuggire la coppia e stupito circo mediatico e benpensanti, dichiarando con arguzia (rara in un amministratore, vieppiù locale) che si è trattato di «una nota di colore in un momento triste». Non solo, caro vicesindaco, non solo. I chiavatori di Chiaverano sono l&#8217;avanguardia della rivoluzione. Col loro gesto liberatorio non hanno solo dato la stura ai clacson degli automobilisti di passaggio, ma alla resistenza pubblica e sfacciata al neocontrollo sociale, allo stato di polizia &amp; follia in cui siamo infognati. Sorgano cento, mille chiavatori, sui lungolaghi del Belpaese e in qualunque altrove. La lotta di liberazione è iniziata, una chiavata ci salverà.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/la-sola-differenza/" target="_blank">vedi video https://video.lastampa.it/torino/sesso-in-pieno-giorno-sulla-piattaforma-del-lago-il-vicesindaco-di-chiaverano-una-nota-di-colore-in-un-momento-triste/114638/114656?</a></p>
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		<title>Pillole di libertà</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Apr 2019 10:30:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole sono pietre]]></category>
		<category><![CDATA[25 aprile]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[liberazione]]></category>
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		<description><![CDATA[A proposito di liberazione e dintorni, tre pillole di libertà tratte dal circo mediatico del 25 aprile. Meglio tardi che mai. La votazione risale al dì di liberazione, ma leggo l&#8217;ultim&#8217;ora Ansa solo adesso: la giunta comunale di Sarno, paese natale di Giovanni Amendola, ha revocato all&#8217;unanimità la cittadinanza onoraria conferita a Benito Mussolini il 23 maggio 1923 in quanto mandante dell&#8217;omicidio del parlamentare comunista. Recita la... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/pillole-di-liberta/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/04/mussolini-2.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9463" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/04/mussolini-2-300x169.jpeg" alt="mussolini-2" width="300" height="169" /></a></p>
<p>A proposito di liberazione e dintorni, tre pillole di libertà tratte dal circo mediatico del 25 aprile.<span id="more-9462"></span></p>
<p><strong>Meglio tardi che mai</strong>. La votazione risale al dì di liberazione, ma leggo l&#8217;ultim&#8217;ora Ansa solo adesso: la giunta comunale di Sarno, paese natale di Giovanni Amendola, ha revocato all&#8217;unanimità la cittadinanza onoraria conferita a Benito Mussolini il 23 maggio 1923 in quanto mandante dell&#8217;omicidio del parlamentare comunista. Recita la motivazione, votata all&#8217;unanimità dalla giunta di centrosinistra: “La cittadinanza onoraria, a suo tempo conferita, risulta incompatibile con i valori di cui il Comune di Sarno e la sua comunità sono oggi portatori oltre ad essere in contrasto con l&#8217;art. 7 comma 1 dello Statuto del Comune stesso”. Ineccepibile.</p>
<p><strong>Il duce val bene una messa</strong>. Più che una bufala, è un sempre(nero)verde. Questo pomeriggio, alle 18, si terrà “un messa” riparatrice in una chiesa del centro di Terni, in omaggio alla memoria del duce, di cui ricorre domani l&#8217;avvenuta esecuzione in quel di Giulino di Mezzegra, e dei caduti della Rsi. Altro che striscioni commemorativi a piazzale Loreto. Peccato l&#8217;errore ortografico sui manifesti del suffragio, affissi il 25 aprile e regolarmente vidimati dal comune, ma la commozione può giocare certi scherzi. La chiesa trovatela da soli, fate un po&#8217; di fatica.</p>
<p><strong>Antifascismo è non dire me ne frego</strong>. Questa è più datata, ma sempre valida. Maurizio Maggiani rievoca sulle pagine di Repubblica, organo dell&#8217;antifascismo militante, quando prese dal padre un “patton” per aver detto me ne frego, inconsapevole di quanta barbarie fosse in quel motto e pertanto punito dal severo ma giusto genitore. A perenne monito l&#8217;ottimo scrittore chiarisce che tra le parole da non usare mai, in nome del politicamente corretto e del più rigoroso antifascismo, è quella costatagli un manrovescio. Ah, i tempi in cui la Cia finanziava Scalfari in nome dell&#8217;anticomunismo militante.</p>
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		<title>A Roma non barrisce l&#8217;elefante</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2019 16:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Maria Fabrocile]]></category>
		<category><![CDATA[Il segnale dell'elefante]]></category>
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		<description><![CDATA[Diciamolo subito: promette quel che dà, alla fine, Il segnale dell’elefante. Alla fine, ché per il resto è una (retro)storia romana del partito che seppe contendere agli assai più numerosi socialcomunisti la palma dell’antifascismo combattente. Nonostante i contributi di Aldo Garosci e soprattutto di Giovanni De Luna, nell’ottima storia del Pd&#8217;A dal 1942 al 1947, la vicenda della mancata insurrezione del Partito d’Azione a Roma... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/a-roma-non-barrisce-lelefante/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/02/fabrocile-copertina.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-9428" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/02/fabrocile-copertina-300x150.png" alt="fabrocile-copertina" width="300" height="150" /></a></p>
<p>Diciamolo subito: promette quel che dà, alla fine, Il segnale dell’elefante. Alla fine, ché per il resto è una (retro)storia romana del partito che seppe contendere agli assai più numerosi socialcomunisti la palma dell’antifascismo combattente. <span id="more-9427"></span>Nonostante i contributi di Aldo Garosci e soprattutto di Giovanni De Luna, nell’ottima storia del Pd&#8217;A dal 1942 al 1947, la vicenda della mancata insurrezione del Partito d’Azione a Roma “città aperta”, come recita il lungo sottotitolo dell’opera (Marlin, 282 pagine, 16,50 euro), è questo: il riempitivo d’un buco nero che la storiografia, anche militante, e la memorialistica, specie militante, mai ha colmato.</p>
<p>Il saggio di Francesco Maria Fabrocile (nella foto) presentato nella bella sede trasteverina della Casa della memoria a Roma colma questa lacuna sia pure – diciamo pure questo – in modo lacunoso. Non è un problema di merito, ché il giovane ricercatore di marca postazionista si mostra anzi storico di vaglia, capace di dipanare la notevole mole documentale di fonti tutte interne – questo il punto – siano memorie o faldoni del Cominpart, la commissione per i riconoscimenti delle benemerenze partigiane. Altro limite di metodo è l’aver puntato sulla titolazione accattivante per motivi editoriali, laddove il lavoro non è tanto sulla mancata insurrezione a cui quel nome in codice avrebbe dovuto dare la stura, quanto sulla storia del partito romano, di cui quell’evento chiave è la chiusa, non svelata compiutamente ma sottintesa.</p>
<p>Lasciamo alle parole dello stesso Garosci, trascritte dall’autore a p. 246, il giudizio complessivo sulla vicenda: “I più conservatori dei membri del Comitato di liberazione avevano in fondo le stesse idee dei badogliani; temevano l’insurrezione per ragioni a un tempo militari e politiche, erano i soli in contatto radio con gli alleati e non portarono a conoscenza della giunta militare i dati di cui erano forniti”.</p>
<p>Così il segnale dell’elefante, più che per la sua elefantiaca mole, non giunse ai militanti che quella domenica del 4 giugno ‘44 aspettavano il via libera insurrezionale che aprisse agli Alleati le porte di una Roma già aperta e occupata. È che per i liberatori la libertà andava regalata, non conquistata, e l’attendersi un barrito da loro era una contraddizione in termini prima ancora che politica e militare. Quel segnale, seppur dato, forse non sarebbe giunto ai militanti in attesa anche se il dirigente in contatto coi servizi d’intelligence della V armata non fosse stato Ugo la Malfa, politico della più bell’acqua, contrarissimo a ogni ipotesi insorgente, a fronte di quadri quali Emilio Lussu e Riccardo Bauer, più propensi a un’azione militare in grande stile ancorché non meno inconcludenti, alla prova dei fatti.</p>
<p>Contrasti interni a parte – che avrebbero portato Lussu a prendersi a schiaffi con lo stesso La Malfa – a fare da controparte a questi era Peter Tompkins, all’epoca poco più che ventenne, introdotto in ogni ambiente della Roma del tempo, forte delle sue conoscenze massoniche, già quadro dell’Oss, poi agente Cia. Esperto d’occultismo e misteri atlantici e soprattutto profondo conoscitore d’ogni snodo del ‘900 ben oltre la liberazione di Roma, dai fatti di Dallas a Moro.</p>
<p>Che a Roma vi fossero cinquemila uomini in armi, come raccontano gli ex dirigenti azionisti nei loro memoriali, o anche 1.200 armati pronti a scendere in piazza, secondo i ruolini del Cominpart, sono numeri da fantaguerriglia più che reali, vista la mole di arresti del marzo-aprile ‘44 che all’indomani di via Rasella decapitarono la resistenza romana, incapace di qualunque azione dopo la mazzata delle Fosse Ardeatine. Neppure gli assai più attivi e capaci comunisti avevano tali numeri o seppero fare di più. Svolta di Salerno e propensioni monarchiche togliattiane a parte verso quel re sciaboletta che barattò l’incolumità per se e i suoi buttando a mare non il fascismo ma l’intero paese e inibendo ogni resistenza militare a Roma. Salvo giocare d’anticipo per scampare ai malfidi tedeschi, scappando sotto l’occhio dei nazisti compiacenti, per mettersi al servizio degli Alleati.</p>
<p>Resta una domanda senza risposta. Perché il Pd’A, il solo capace d’affrontare a viso aperto il più potente esercito europeo del tempo al pari dei resistenti jugoslavi, l’unico che con Dante Livio Bianco abbia voluto combatterli come Tito, in barba ai russi, in battaglia manovrata – impresa neppure concepibile per il resto dell’arco resistenziale, dai comunisti ai badogliani – a Roma non volle e non seppe fare altro che tirare qualche colpo all’indirizzo dei nazifascisti in fuga. Pure privi del segnale convenuto e di un’azione di comando unitaria, sparuti gruppi d’azionisti scampati alle retate e all’ignavia scesero in piazza a sparacchiare e darsi da fare, mentre i carrarmati nordamericani già rombavano sulle consolari.</p>
<p>Resta una vulgata. Che l’azionismo fu, per dirla come Ferruccio Parri, fiore sul letamaio, unico e solo, punta avanzata della democrazia in Italia, schiacciata tra opposte chiese e dall’incipiente guerra fredda. Esempio di ciò che il paese avrebbe potuto essere e non è stato. Troppo avanti rispetto ai tempi che chiedevano adunate di massa e intellettuali militanti più che combattenti. Un “partito di fucili” forte sul campo ma debole nelle urne, e per questo soccombente. L’esperienza romana mostra piuttosto il contrario. Tempre d’uomini allineati ai tempi, figli di un’italietta minore e alla prova dei fatti divisa e inerte, approssimativa e inetta. Irrimediabilmente mediterranea più che aleatoriamente anglofila e moderna, come voleva la maggioranza dei quadri azionisti.</p>
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