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	<title>Maurizio Zuccari &#187; libri</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Mussolini vincerà</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2019 18:39:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Altri tempi. Quando a farla da padrona in casa Bellonci, oltre all’afa romana, era l’incertezza di chi, entrato in cinquina, avrebbe patito, oltre alla calura, l’emozione di vincere lo Strega. Altri tempi. Ora che casa Bellonci è in restauro, come il premio letterario più blasonato del Belpaese, l’incertezza è un ricordo. Resta l’afa tra le colonne del tempio d’Adriano dove la cinquina dell’edizione numero 73... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/mussolini-vincera/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9477" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/06/Premio_Strega_2019_nominata_cinquina_finalista-696x378.jpg"><img class="wp-image-9477 size-medium" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/06/Premio_Strega_2019_nominata_cinquina_finalista-696x378-300x163.jpg" alt="premio_strega_2019_nominata_cinquina_finalista-696x378" width="300" height="163" /></a><p class="wp-caption-text">Sopra, la cinquina finalista. Da sinistra: Benedetta Cibrario, Marco Missiroli, Claudia Durastanti, Nadia Terranova e Antonio Scurati. ©Musacchio, Ianniello e Pasqualini</p></div>
<p>Altri tempi. Quando a farla da padrona in casa Bellonci, oltre all’afa romana, era l’incertezza di chi, entrato in cinquina, avrebbe patito, oltre alla calura, l’emozione di vincere lo Strega. <span id="more-9475"></span>Altri tempi. Ora che casa Bellonci è in restauro, come il premio letterario più blasonato del Belpaese, l’incertezza è un ricordo. Resta l’afa tra le colonne del tempio d’Adriano dove la cinquina dell’edizione numero 73 s’è consegnata alla storia. O meglio, alla cronaca d’un premio in riforma perenne, dopo essere rimasto intoccato per decenni, ma incapace di rivitalizzarsi. Sarà ché la letteratura ha smesso da un pezzo di fare da sponda al presente – e pure gli autori, va da sé, mica sono quelli d’una volta – e allora aivoglia a iniezioni di Gerovital nel corpaccione morto del tempo che fu. Resta il rito, oltre al mito, e di quello parliamo.</p>
<p>Diciamolo subito: lo Strega targato 2019 non ha cinque finalisti ma un vincitore, pressoché scontato. Agli altri il compito di fare presenza, celebrare il rito. Far numero insomma, ché il premio mica può darsi così, alla trallallero. L’ordine di scuderia sortito dalla corazzata unica dell’editoria italiana, la Mondazzoli con l’Einaudi a doppio rimorchio, è quello dato e, salvo lievi modifiche, non cambierà l’arrivo nella serata del 4 luglio al ninfeo di Villa Giulia, dove il premio è tornato di casa per la finale.</p>
<p>Primo Antonio Scurati col suo M, che sta per Mussolini, rinominato il figlio del secolo. Bel volumone di millanta pagine edito da Bompiani, dove nulla c’è d’inventato, a detta dell’autore, e proprio per questo bello sodo e avventuroso, persino veritiero a dispetto delle critiche mossegli sul Corrierone da Galli Della Loggia. Primo d’una trilogia che si annuncia corposa, narra le vicende del giovanil duce, con la nascita dei fasci di combattimento fino al fascismo fatto regime, dunque un’epoca lontana come le guerre puniche ma per certi versi ben presente. Se sulla copertina avesse campeggiato il mascellone volitivo del duce sarebbe stato un libro &amp; moschetto perfetto.</p>
<p>Scurati, primo in cinquina con un distacco incolmabile a meno d’inattesi tracolli, il premio se lo merita tutto. Per lo sforzo narrativo e ricostruttivo, per l’abilità con cui veleggia tra gli spazi aperti del romanzo storico, nel solco della migliore tradizione italiana, e le risacche dell’angusto presente che narra con egual bravura. E, soprattutto, per lo Strega mancato d’un soffio, nell’ormai lontano 2009, scippatogli da Scarpa all’ultimo voto, e l’altra finale persa per un pugno di voti dietro a Piccolo, nel 2014, che a parziale risarcimento l’ha proposto in cinquina. Se falla il detto: non c’è due senza tre, stavolta il bottiglione lo stappa sicuro.</p>
<p>Staccata di molto ma non per destrezza è Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo, altro bel romanzo storico marcato Mondadori che ha l’ardire di rimestare la storia patria e il Risorgimento dal punto di vista d’una sposa spersa nella campagna piemontese. Una storia minore e tutta al femminile, per l’autrice fiorentina ma milanese d’adozione, forte d’un registro linguistico e d’una prosa di altissimo livello, oltreché dall’essere spalleggiata dall’editore di riferimento del premio, ma debole quanto a numeri e prospettive di vittoria, a meno di sorpresissime dell’ultima ora.</p>
<p>Buon terzo Marco Missiroli con Fedeltà, primo dei libri Einaudi in lizza, già vincitore dello Strega giovani e dato per papabile prima della sera della fatal cinquina con una storia di pseudotradimenti. Un’ambigua liason dangereuse tra un docente e una giovane studentessa, sullo sfondo d’una scuola milanese. Le altre partecipanti, nell’ordine Claudia Durastanti con La straniera (La nave di Teseo) e Nadia Terranova con Addio fantasmi (Einaudi), raccontano due storie famigliari che potrebbero dirsi messe lì a far cinquina, se non apparisse ingeneroso.</p>
<p>La novità qui non è tanto nel rapporto di forze invertito tra i generi, come d’uso da un paio d’anni in qua, forse in omaggio ai tempi più che alla bravura delle candidate, ma nel fatto che per la prima volta nella  storia del premio uno stesso editore partecipa con due libri diversi alla finale. Roba da far ruzzolare fuor di tomba la buonanima della Bellonci e potrebbe ascriversi al rovesciamento d’ogni etica e logica, se non fosse al passo con lo stordimento dei tempi. Scostumatezze e scontatezze a parte, chi voglia godersi dal vivo i finalisti non può mancare il tour di ospitate, da Biella a Verbania, da Parigi a Lione, finanche al Monk di Roma con l’evento Strega off, a ingresso libero e la vincitrice dell’ultimo Strega Helena Janeczek tra gli ospiti del parterre. Appuntamento il 3 luglio, alla vigilia del gran botto, in diretta su Rai 3 l’indomani.</p>
<p><a href="http://premiostrega.it" target="_blank">premiostrega.it</a></p>
<p><a href="http://www.monkroma.it" target="_blank">www.monkroma.it</a></p>
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		<title>Ishiguro, Nobel alla memoria che manca</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Nov 2017 17:39:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non se l’aspettava, né l’aspettavano i blog del totonobel o i bookmaker inglesi che manco l’avevano in lista. Eppure Kazuo Ishiguro, Ish per gli amici, un bel regalo per il 63esimo compleanno l’ha avuto, con il Nobel per la letteratura a dispetto di sé e degli ignavi. E, da buon giapponese, sulla panchetta stile Ikea nel retrogiardino del villino londinese ha puntualizzato che sarebbe stato... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/ishiguro-nobel-alla-memoria-che-manca/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/Antony-Hopkins-in-Quel-che-resta-del-giorno.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9230" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/Antony-Hopkins-in-Quel-che-resta-del-giorno-300x225.jpg" alt="antony-hopkins-in-quel-che-resta-del-giorno" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Non se l’aspettava, né l’aspettavano i blog del totonobel o i bookmaker inglesi che manco l’avevano in lista. Eppure Kazuo Ishiguro, Ish per gli amici, un bel regalo per il 63esimo compleanno l’ha avuto, con il Nobel per la letteratura a dispetto di sé e degli ignavi. <span id="more-9228"></span>E, da buon giapponese, sulla panchetta stile Ikea nel retrogiardino del villino londinese ha puntualizzato che sarebbe stato meglio saperlo in privato, non dalla Bbc. Dopo i cedimenti al politicamente corretto e le cadute sui menestrelli pop delle ultime edizioni, con Ishiguro l’Accademia di Svezia torna al passato, alla parola se non alla letteratura.</p>
<p>Non sono più i tempi d’Anatole France, che il Nobel se lo guadagnò ottantenne nel 1921, alla vigilia della morte, con opere messe all’indice dalla Chiesa e che oggi si direbbero antisemite. Il dimenticato autore della Rivolta degli angeli, omaggiato in vita ma obliato post mortem, l’ottenne per “grazia, nobiltà di stile e temperamento gallico”. Né sono i tempi di José Saramago che l’ebbe quasi vent’anni fa, pur’esso in avanzata età. Pure lui coi suoi problemi con la Chiesa e gli ebrei, ma le sue parabole immaginifiche e ironiche, anzi tragironiche, ne han fatto “il maestro, uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione”, per dirla come Harold Bloom che lo reputava, a ragione, un genio. Con buona pace all&#8217;anima sua (loro) quelli erano tempi in cui la letteratura ancora pretendeva disvelare il mondo, indicare una via d’uscita dalle sue secche.</p>
<p>Ishiguro ha vinto scoperchiando l’abisso su cui balliamo – come sottolineato dalla giuria di Stoccolma – messo su carta la disconessione interiore e col mondo dietro l’usuale trantran. La sua (nostra) illogicità, senza scampo né ritorno. Senza clamori né pretese. E non c’è niente di pretenzioso in lui, tranquillo figlio del Sol levante di mezza età emigrato a sei anni da Nagasaki, città della bomba, e maritato con una scozzese. Un cittadino del mondo antieroico quanto basta per farne, se non un maestro, un testimone del nostro tempo. Che indaghi l’oblio del sé in Quel che resta del giorno – il suo libro più noto, magistralmente interpretato sul grande schermo da Anthony Hopkins nel &#8217;93 – o della società nel monumentale Gli inconsolabili; che scorra i nodi della memoria e della storia in un passato di nebbie o in un futuro d’orrori, come nel futuribile mondo dei cloni di Non lasciarmi, Ish non offre nessuna ricetta, non c’è via di scampo.</p>
<p>Vedi il Gigante sepolto, l’ultima opera del 2015, saga alla Tolkien dove soavi dialoghi da cerimonia del tè, britannica o nipponica poco importa, mal si conciliano coi draghi e gli orchi che popolano la Britannia del V secolo, agli albori del Cristianesimo. Ecco, forse la memoria è una bestia mostruosa che non è bene andare a stuzzicare o risvegliare, pena la fine d’ogni illusione, residuale umanità. E il naufragar c’è dolce in questo Nobel.</p>
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		<title>Campiello, vince L&#8217;Arminuta d&#8217;Abruzzo</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 13:52:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[E due. Dopo lo Strega, l&#8217;Einaudi si pappa anche il Campiello che non sposta equilibri editoriali, né muove la classifica dei libri venduti, ma pure lui ha il suo perché, anzi parecchi. A vincerlo per la casa editrice torinese è Donatella Di Pietrantonio con un romanzo che può dirsi di formazione, L’Arminuta. Dove una ragazzina, Adalgisa, è costretta a ripartire da zero tra ristrettezze economiche, fratelli invadenti, sorelle... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/campiello-vince-larminuta-dabruzzo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9161" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Donatella-Di-Pietrantonio_Matteo-Zoppas.jpg"><img class="size-medium wp-image-9161" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Donatella-Di-Pietrantonio_Matteo-Zoppas-300x200.jpg" alt="Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, con Matteo Zoppas, presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto. Sopra, la copertina dell'Arminuta (particolare)" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, con Matteo Zoppas, presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto. Sopra, la copertina dell&#8217;Arminuta (particolare)</p></div>
<p>E due. Dopo lo Strega, l&#8217;Einaudi si pappa anche il Campiello che non sposta equilibri editoriali, né muove la classifica dei libri venduti, ma pure lui ha il suo perché, anzi parecchi. <span id="more-9153"></span>A vincerlo per la casa editrice torinese è Donatella Di Pietrantonio con un romanzo che può dirsi di formazione, L’Arminuta. Dove una ragazzina, Adalgisa, è costretta a ripartire da zero tra ristrettezze economiche, fratelli invadenti, sorelle complici e amori precoci. Dentista pediatra nata nel 1963 ad Arsita, nel teramano, Di Pietrantonio dedica la vittoria al suo Abruzzo: «La mia regione che viene fuori da un anno orribile, ha subito terremoti, valanghe e incendi. Infine voglio dedicarlo a tutte le arminute e gli arminuti, le persone che hanno vissuto nella loro vita e sulla propria pelle l&#8217;esperienza dell&#8217;abbandono».</p>
<p>Aggiudicati da Andrea Zancanaro, 21enne di Feltre (Belluno), il premio Campiello giovani (alla 22esima edizione) con il racconto Ognuno ha il suo mostro, e da Francesca Manfredi, al debutto con Un posto dove stare (La nave di Teseo), la sezione opera prima, mentre a Rosetta Loy va il premio alla carriera, sancito per la terza volta dopo Vassalli e Camon.</p>
<p>Non ha un parterre come il ninfeo romano di Villa Giulia, ma l’altrettanto mondano teatro La Fenice, a Venezia, e uno sponsor alcolico meno elitario dello Strega, il Prosecco, ma non è senza ragioni se il Campiello è il solo evento letterario ad avere, con lo Strega, dignità televisiva. Quest’anno, anzi, tra le novità c’è una docufiction prodotta con Rai5 che sarà trasmessa dal canale Rai nei giorni successivi alla cerimonia finale, condotta stavolta da Enrico Bertolino e Natasha Stefanenko, dopo il forfait di Mia Ceran.</p>
<p>Altra novità dell’edizione 2017 la comparsata a Montecarlo, il 22 settembre, per perorare la causa del vincitore e del made in Italy. Così, con mondanità misurata e sapor d’accademia, l’attenzione al marketing e alla necessità di fare d’una faccenda letteraria un evento c’è anche nel premio nato nel ‘62 per volontà della famiglia Valeri Manera e impulso degli industriali veneti. E non è un caso se Matteo Zoppas, presidente della fondazione Campiello e della Confindustria Veneto, sottolinea a oltre mezzo secolo di distanza dall’esordio «il dialogo tra impresa e cultura» di cui il premio è stato «un lungimirante precursore e continua a essere l’ambasciatore» in tempi di tracollo del comparto manifatturiero italiano o, per dirla alla moda, dell’“industria 4.0”.</p>
<p>Il dialogo tra lettere e impresa, la cultura vista non come ciliegina promozionale sulla torta del mercato ma dialogo creativo e vitale per generazioni d’industriali è certamente una delle peculiarità del Campiello. L’altra discende dal regolamento: una giuria composta da una dozzina di letterati, presieduta stavolta da Ottavia Piccolo, seleziona i cinque finalisti, da sottoporre al voto di 300 lettori di diverso status ma comunque “forti”.</p>
<p>Per sua natura, dunque, il premio è meno attento al potere e agli equilibri tra case editrici (anche se due libri in cinquina sono stati dell&#8217;Einaudi) e più alla parola scritta, potendosi permettere qualche divagazione in campo letterario. Non solo risulta difficile che dal premio emerga un brutto libro, insomma, ma può persino capitare che salti fuori un’opera destinata a dire la sua oltre l’oggi, fuori dalle mode del momento anche se strizza l’occhio a contaminazioni e tendenze.</p>
<p>I finalisti di questa 55esima edizione ne sono un po’ lo specchio. C’è la vena autobiografica e biografica della pars maschile e il femminino dirompente, intimo e fuori dalle regole, della maggioranza femminile che compone la cinquina, né manca l’attenzione a un uso meno convenzionale della parola scritta. Vedi Stefano Massini (Firenze, 1975), buon secondo con Qualcosa sui Lehman (Mondadori) che gioca la carta del metaromanzo-ballata di ben 800 pagine, con una scrittura in similversi dove c’è spazio per tutto, persino per le vignette a fumetti. La storia racconta le vicende dell’omonima famiglia ebrea tedesca, immigrata alla metà dell’‘800 negli Usa per dare vita al colosso finanziario tracollato nel 2008 che ha dato la stura al collasso economico dell’intero Occidente. Dal libro è già stato tratto uno spettacolo teatrale, Lehman trilogy, tradotto in 15 lingue, con la regia italiana di Luca Ronconi e del premio Oscar Sam Mendes al Royal National di Londra. Del resto Massimi, già responsabile artistico del Piccolo di Milano e pluripremiato dalla critica europea, è tra i pochi autori italiani ben rappresentati sui palcoscenici mondiali. Il che faceva di lui il favorito vincente, grazie anche all’essere supportato da un colosso come Mondadori, quest’anno a bocca asciutta.</p>
<p>Di minori pretese la duplice autobiografia, di sé e paterna, con cui Mauro Covacich (Trieste, 1965) s&#8217;è aggiudicato il terzo posto raccontando la sua città attraverso gli occhi di due bambini, suoi e del padre, in La città interiore (La nave di Teseo). Un altro romanzo di formazione focalizzato su due momenti chiave della storia collettiva e del proprio vissuto: la parentesi titoista al termine della Seconda guerra mondiale e l’attentato antiebraico di Settembre nero dell’agosto di 45 anni fa.</p>
<p>Tutte al femminile e sopra le righe le protagoniste delle altre tre concorrenti. Della Di Pietrantonio s&#8217;è detto. Anche La ragazza selvaggia di Laura Pugno (Roma, 1970), presentato da Marsilio, vede intrecciarsi nella vita della protagonista le vicende di una famiglia nei guai – la madre alienata, la sorella vegetativa – e altre figure non meno problematiche, in un dramma familistico ed esistenziale. L’eroina di Alessandra Sarchi (Reggio Emilia, 1971), infine, in La notte ha la mia voce – ancora Einaudi – è una disabile che dall’incontro con un’altra portatrice di handicap, la Donnagatto, rivede la propria concezione di vita e coglie nella sua condizione una sfida all’imperfezione del mondo. Donne in fuga, dunque, figure a misura dei gusti di lettori (lettrici), nello spirito dei tempi dove la ribellione è fuga dall’oggi, più che costruzione di un domani improbabile.</p>
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		<title>Strega, Mondazzoli colpisce e affonda con Albinati</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2016 17:30:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[«Torniamo al ninfeo di villa Giulia. Quello è il posto dello Strega». La migliore battuta della serata l’ha fatta Francesco Piccolo, vincitore tra i più recenti e meno esaltanti del premio, che difatti ha strappato un applauso tra i pochi convinti della mesta serata. Tra i rari a non appartenere alla scuderia Mondadori-Rizzoli – difatti è Einaudi, pressoché la stessa cosa – che l’ha vinto... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/strega-mondazzoli-colpisce-e-affonda-con-albinati/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/07/edoardo-Albinati-la-scuola-cattolica.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9003" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/07/edoardo-Albinati-la-scuola-cattolica-300x174.jpg" alt="edoardo-Albinati-la-scuola-cattolica" width="300" height="174" /></a></p>
<p>«Torniamo al ninfeo di villa Giulia. Quello è il posto dello Strega». La migliore battuta della serata l’ha fatta Francesco Piccolo, vincitore tra i più recenti e meno esaltanti del premio, che difatti ha strappato un applauso tra i pochi convinti della mesta serata. <span id="more-9002"></span>Tra i rari a non appartenere alla scuderia Mondadori-Rizzoli – difatti è Einaudi, pressoché la stessa cosa – che l’ha vinto dieci volte nell’ultimo quindicennio. Stavolta c’è stata ancora meno gara tra Edoardo Albinati, che s’è aggiudicato la soporifera edizione del 70esimo, e gli altri. Tra i 143 voti del vincitore e i 25 di Elena Stancanelli, dame en rose stancamente navigante sulla Nave di Teseo, c’è un mondo, non solo letterario. Forse solo la corsa fra il secondo e terzo posto sul podio, tra L’uomo del futuro di Eraldo Affinati e il Cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci – look scapigliato strettamente post pasoliniano, sulla falsariga del passato vincitore, Nick Laferocia – risolta per un pugno di voti a favore del primo (Mondadori), ha fatto palpitare qualche cuore, ma bisognava essere davvero aficionados, con forti dosi di cardiotonici al seguito. Non che la vittoria di Albinati (Rizzoli) non sia meritata, col suo monumentale La scuola cattolica, ma insomma ci vuole altro per rivitalizzare quel che resta del bel mondo letterario e della letteratura tout court nel Belpaese. Ma questa, forse, è già di suo una domanda malposta, dunque deprivata di risposta, nell’età della fuffa spacciata per spettacolo e dell’ipersviluppo tecnologico dato come puro progresso.</p>
<p>Settant’anni? L’età giusta per un restyling. L’hanno pensata così alla Strega Alberti di Benevento e alla fondazione Bellonci, che in occasione del 70° Strega hanno rifatto il look al premio letterario più noto e riformato d’Italia. Ancorché immutabile. Addio alla storica sede di villa Giulia, col rinascimentale ninfeo primo teatro d’acque di Roma. È cambiata pure la data della finale, l’8 luglio, per non far impattare in diretta su Rai 3 la declamazione del vincitore con gli Europei, data la ferrea connessione tra utenza letteraria e calcistica. E se il tributo che la letteratura paga al calcio è chiaro specchio dei tempi, lo è pure il posto scelto: l’Auditorium. Ombelico culturale capitolino dove tutto si tiene e che tutto fagocita, dal cinema ai libri, all’arte, con buona pace della musica per cui Renzo Piano l’ha progettato. Luogo da pubblico massificato e mediatico, pagante, non per addetti ai lavori com’era la villa di Giulio III. Salotto letterario dove allignavano vecchie mummie e neorampanti, ora destinati a deperire e morire come piante private del loro habitat.</p>
<p>Il premio Strega trasloca, dunque, per la seconda volta da quando la buonanima di Maria Bellonci e consorte lo idearono, nel ‘47. Fino al ‘52 si tenne all’Hotel de la Ville, in via Sistina. E in quel delicato giardino di ninfee conobbe fasti e polemiche dell’Italietta che virava dal dopoguerra al boom, sopravvivendo alle stagioni dell’eversione e dello stragismo, fino agli anni ‘80 e al tracollo coèvo. Negli scatoloni che passano di mano sembrano chiudersi sogni e vicende di un mondo, non solo letterario, che più non è né sarà. Il voler stare al passo coi tempi, aprendo le sale degli amici (degli editori) a un pubblico che per quanto vasto resta risicato, appare una mera chimera, come l’editoria rivitalizzata dall’ebook. E nel crollo strutturale infuriano le polemiche. Feltrinelli ed Einaudi non hanno partecipato all’edizione 2016, mentre la Mondazzoli, che già fagocitava lo Strega, non ha più concorrenti a sbarrarle il passo. Suoi i primi due già in cinquina, Albinati &amp; Affinati, per gli altri tre (Sermonti, Meacci e la Stancanelli), non c’è stata partita.</p>
<p>Se in tutto ciò l’unico premio letterario che conti in termini d’immagine e vendite, ancorché gioco di società da gerontocomio culturale che non conta nulla, per dirla come Massimiliano Parente, saprà rivitalizzarsi o perirà, si vedrà. Certo, fuori da quel ninfeo non sarà più lo stesso, e un bel pezzo di storia se ne va. Specchio, a suo modo, di vizi e virtù del Belpaese. La corazzata Mondazzoli colpisce e affonda al primo colpo, dunque, con Affinati. Se non saprà giocare pulito, sarà un gigante destinato a galleggiare nelle acque morte di uno stagno che nessun marketting renderà limpido e vitale. Se lo Strega non saprà rendersi autonomo dal club del monoeditore, tornando all’antico anche in termini di sede, resterà un marchio destinato a far vendere qualche libro in più, e ben venga, ma tanto interno alla temperie culturale del paese da ridursi a un gioco delle parti che nulla più rappresenta, se non se stesso.</p>
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