<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Maurizio Zuccari &#187; morte</title>
	<atom:link href="https://www.mauriziozuccari.net/site/tag/morte/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mauriziozuccari.net/site</link>
	<description>Giornalista, scrittore</description>
	<lastBuildDate>Wed, 23 Sep 2026 14:35:01 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.2.37</generator>
	<item>
		<title>Cara commare</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/cara-commare/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/cara-commare/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 28 Mar 2021 08:31:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie in forma di prose]]></category>
		<category><![CDATA[commare]]></category>
		<category><![CDATA[Dior]]></category>
		<category><![CDATA[domenica]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Grazia Chiuri]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Garrone]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[tarocchi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9981</guid>
		<description><![CDATA[Cara commare / ci siamo sfiorati / in anni lontani / nell’acque di Circe / nella Krajna di sangue / sulla sierra cubana / Cara commare / m’hai bussato in petto / scassato col Covid / in pochi mesi / ridotto uno straccio / e ti vedo, stai lì / &#160; Cara commare / come sei stata anni / accanto a mio padre / al... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cara-commare/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Cara commare /</p>
<p>ci siamo sfiorati /</p>
<p>in anni lontani /</p>
<p>nell’acque di Circe /</p>
<p>nella Krajna di sangue /</p>
<p>sulla sierra cubana /<span id="more-9981"></span></p>
<p>Cara commare /</p>
<p>m’hai bussato in petto /</p>
<p>scassato col Covid /</p>
<p>in pochi mesi /</p>
<p>ridotto uno straccio /</p>
<p>e ti vedo, stai lì /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cara commare /</p>
<p>come sei stata anni /</p>
<p>accanto a mio padre /</p>
<p>al suo capezzale, silente /</p>
<p>ma non fai più paura /</p>
<p>ormai so chi sei /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Cara commare /</p>
<p>però dammi tregua /</p>
<p>ché dalla vita non scappo /</p>
<p>prima che suoni l’ora /</p>
<p>come diceva il marchese /</p>
<p>e qualcosa mi resta da fare /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sopra: La morte, Matteo Garrone e Maria Grazia Chiuri per Dior, collezione primavera estate 2021, foto dal video <a href="https://www.youtube.com/watch?v=FSrHJE3t7yc" target="_blank">Il castello dei </a></em><a href="https://www.youtube.com/watch?v=FSrHJE3t7yc" target="_blank"><i>tarocchi</i></a></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/cara-commare/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Le sette vite (più una) di Al Baghdadi</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/le-sette-vite-piu-una-di-al-baghdadi/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/le-sette-vite-piu-una-di-al-baghdadi/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 28 Oct 2019 19:57:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[Al Baghdadi]]></category>
		<category><![CDATA[califfo]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9574</guid>
		<description><![CDATA[Aveva sette vite – privilegio che un tempo s’accordava ai gatti – ma alla fine anche l’ultima l’ha lasciato. Con una operazione d’intelligence lampo e poca gloria, come il suo predecessore. Quel Bin Laden passato alla storia per essere stato l’unico umano a telecomandare aerei da una grotta in Afghanistan, mica come i comuni mortali che non riescono a prendere la linea a due passi... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/le-sette-vite-piu-una-di-al-baghdadi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Aveva sette vite – privilegio che un tempo s’accordava ai gatti – ma alla fine anche l’ultima l’ha lasciato. <span id="more-9574"></span>Con una operazione d’intelligence lampo e poca gloria, come il suo predecessore. Quel Bin Laden passato alla storia per essere stato l’unico umano a telecomandare aerei da una grotta in Afghanistan, mica come i comuni mortali che non riescono a prendere la linea a due passi dal wireless. Abu Bakr al Baghdadi è morto, un commando Usa ha fatto fuori il gran capo dello stato islamico, proprio come Osama Bin Laden in Pakistan. Mica come l’ultima volta ch’era stato dato per morto e invece era scappato in motoretta sulle pietraje afghane. Altri dicono che s’è fatto esplodere con tanto di mogli e figli, nel mezzo dell’operazione “Fonte di pace” nella safe zone in Siria, col beneplacito di Erdogan e la fattiva collaborazione turca. Insomma, Al Baghdadi ci ha lasciati.</p>
<p>Ad annunciarne la morte il faccione rubicondo di Trump, verace quanto un piazzista a Porta Portese, tra i sorrisetti sui volti non meno rubizzi dei generaloni russi in Siria, all’annuncio del raid di cui non hanno visto nulla sui radar – la zona è sotto il loro controllo aereo – anzi dicono che il califfo gode di buona salute in Iraq. Comunque, tengono a precisare, la nuova non cambia d’una virgola schieramenti e rapporti di forze in campo. Vale a dire una mezza vittoria siro-russa, con la tregua imposta a Erdogan dopo aver conquistato quello che c’era da conquistare, nel silenzio d’Europa. Mentre gli americani e i loro sodali anglofrancesi si sono riposizionati nel nordest, in barba a qualunque declamato ritiro, a presidio dei giacimenti di gas e petrolio siriani, senza alcun mandato Onu e senza i quali Assad non potrà far risorgere la Siria dalle sue macerie. Deve contentarsi, per ora, d’aver ripreso una bella fetta di deserto a est dell’Eufrate, lasciando il nord alle milizie arabe filoturche e l’est ai curdi già filoamericani e antiamericani, che hanno ingojato l’amaro calice di riavere Assad tra i piedi per non vedersi spazzare via dai turchi. Una spartizione dove ognuno guadagna qualcosina, chi vivrà vedrà. Ma torniamo alle sette vite del califfo.</p>
<p>Cosa ci facesse Baghdadi a Barisha, sperduto villaggetto siriano a pochi chilometri dal confine turco, in un’area controllata dai militari di Ankara, è questione oziosa, visti gli ottimi affari intrattenuti dal sultano e famigli con l’Isis, prima che i russi facessero saltare un po’ d’autobotti e i traffici. Sorvoliamo sul tempismo dell’annunciata morte, giunta come il cacio sui maccheroni a riequilibrare il voltafaccia Usa. Lo strombazzato ritiro dall’area per consentire ai turchi di fare tabula rasa delle risorse siriane e delle velleità curde. Sorvoliamo pure sulla capziosa domanda se il successore di Al-Baghdadi sia quell’Abdullah Qardash, già armigero di Saddam, indicato dallo stesso califfo quale suo erede e su cui Trump ha messo una bella taglia. Oppure quell’Al-Badry che ha fatto da passacarte al senatore McCain nel suo viaggio in Siria nel maggio 2013, seduto assieme al desco dello stesso Baghdadi, nemico mortale degli Usa. Istruito a dovere, come lui, nelle famigerate prigioni di Camp Bucca, dove gli Usa hanno selezionato il meglio dei loro califfi. Una sorta di West Point d’Oriente.</p>
<p>L’unica vera questione, la domanda delle domande, è: ma davvero Baghdadi è stato fatto morire come un cane, come s’è vantato Trump, o piuttosto per lui è pronta una bella carta verde, un permesso di soggiorno permanente e una solida pensione di guerra del paese che ha così (ingloriosamente) servito? Comunque sia siatene certi, appena il tempo di cambiare gli attori, smontare i fondali, che un nuovo cattivo già s’appressa. Poveri gatti, con solo sette vite.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/le-sette-vite-piu-una-di-al-baghdadi/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Morire per Baghuz</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/morire-per-baghuz/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/morire-per-baghuz/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 23 Mar 2019 08:54:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qui mondo]]></category>
		<category><![CDATA[Baghuz]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Orsetti]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Siria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9442</guid>
		<description><![CDATA[&#160; Non abbandonate la speranza. Mai. Dice così un rigo del testamento di Lorenzo Orsetti. Guerrigliero andato a combattere e morire tra le file dell’Ypg, l’esercito di liberazione del Pkk, il partito comunista curdo, nell’ennesima ultima roccaforte dell’Isis, a Baghuz, appena liberata. Non è il primo italiano a lasciare la pelle in Siria, il fiorentino 33enne d&#8217;orientamento anarchico. Già a dicembre Giovanni Asperti, un maturo... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/morire-per-baghuz/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/03/1552915656899.JPG-siria___ucciso_crociato_italiano___isis__il_colpo_di_coda_a_baghuz__chi_hanno_ammazzato_i_jihadisti.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9445" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/03/1552915656899.JPG-siria___ucciso_crociato_italiano___isis__il_colpo_di_coda_a_baghuz__chi_hanno_ammazzato_i_jihadisti-300x150.jpg" alt="1552915656899-jpg-siria___ucciso_crociato_italiano___isis__il_colpo_di_coda_a_baghuz__chi_hanno_ammazzato_i_jihadisti" width="300" height="150" /></a></p>
<p>Non abbandonate la speranza. Mai. Dice così un rigo del testamento di Lorenzo Orsetti. Guerrigliero andato a combattere e morire tra le file dell’Ypg, l’esercito di liberazione del Pkk, il partito comunista curdo, nell’ennesima ultima roccaforte dell’Isis, a Baghuz, appena liberata. <span id="more-9442"></span>Non è il primo italiano a lasciare la pelle in Siria, il fiorentino 33enne d&#8217;orientamento anarchico. Già a dicembre Giovanni Asperti, un maturo bergamasco, è morto combattendo coi curdi – contro i turchi, però – lasciando due figli piccoli. Perché? Entrambi credevano in un mondo più libero e giusto, con meno mancorrente e menefreghismo. Per l’ideale, dunque. Roba da volontari garibaldini.</p>
<p>Non è certo per soldi che loro, e la quindicina d’italiani, sono andati in Siria. Come nel Donbass pro o contro Putin, se d’altro colore, e prima tra i nazicroati in Krajna, se d’altro colore, contro l&#8217;ultimo stato socialista d&#8217;Europa. Non per mancanza d’alternativa o lavoro. Orsetti un lavoro l’aveva, persino meglio pagato della modestissima paga da combattente tra le file del Pkk, a differenza di chi s’arruola nei “peacekeeper” statali o, ancora, nella Legione. O tra i mercenari – loro sì, strapagati – che militano negli opposti schieramenti e tra gl’integralisti islamici che l’hanno ucciso, al soldo di ben altri padroni.</p>
<p>Si muore a Baghuz e altrove per fede politica, per un mondo diverso. Per spirito d’avventura. Per fuggire, pure, dal vuoto interiore e di un mondo desertificato dove niente sembra avere più senso, vita compresa. Ed è meglio cacciarsi nei guai degli altri, farli propri, ché starsene al chiuso dei propri. Difficile dire, capire davvero, cos’abbia spinto Orsetti, e come lui tanti altri, a superare la soglia di una guerra alle porte di casa. Più facile giudicare – dirli pazzi o eroi – o, meglio, stare zitti. Guardare da un’altra parte e far finta di niente, tanto i riflettori mediatici si spengono subito, sulle sabbie di Baghuz come d’altrove. Restarsene a casa, a social accesi e coscienza spenta.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/morire-per-baghuz/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Philip Roth, una morte da giganti</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 15:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Roth]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9370</guid>
		<description><![CDATA[Neanche s’è freddata la salma di Philip Roth e già è partito il peana: è morto un gigante della letteratura privato del Nobel. Ai giurati svedesi, peraltro fuori gioco dopo i fattacci che hanno stoppato il premio nel salotto buono della letteratura mondiale, devono fischiare le orecchie. Ma privato da chi, poi? Eppoi Roth ha fatto incetta di premi letterari e non, dal Pulitzer ottenuto... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9371" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><img class="size-medium wp-image-9371" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/philip-roth-300x200.jpg" alt="Sopra: Philip Roth secondo Andy Friedman sul New Yorker" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Sopra: Philip Roth secondo Andy Friedman sul New Yorker</p></div>
<p>Neanche s’è freddata la salma di Philip Roth e già è partito il peana: è morto un gigante della letteratura privato del Nobel. <span id="more-9370"></span>Ai giurati svedesi, peraltro fuori gioco dopo i fattacci che hanno stoppato il premio nel salotto buono della letteratura mondiale, devono fischiare le orecchie. Ma privato da chi, poi? Eppoi Roth ha fatto incetta di premi letterari e non, dal Pulitzer ottenuto nel ‘98 con Pastorale americana, tra i suoi più noti. Un farfuglio di vita (nord)americana, sesso e spiritualità ebraica che ne ha fatto, se non un gigante come vuole la vulgata mainstream, certo un pezzo da novanta delle narrativa statunitense contemporanea di marca ebraica.</p>
<p>Ma Roth, pur essendo ammesso a riti e miti della sua gente, s’è sempre sentito un americano e punto. E l’America tracima dalla sua produzione letteraria in tutte le sue introversioni, con l’occhio del bianco di buona società che può farsi beffe del paese politicamente corretto che l’ha iconizzato e bacchettato allo stesso modo, come dell’altro contro cui polemizzava, personificato da Trump. Da lui definito «un ignorante spaccone, abietto, vendicativo e probabilmente un po&#8217; demente». Oltre che, ovviamente, «folle». Ma quell’America lì Roth la odiava, puramente, e ne era caldamente ricambiato con egual malanimo.</p>
<p>Checché se ne pensi della sua produzione, gigantesca o soporifera, nelle 24 opere all’attivo, oltre a svariati saggi e racconti tutti da antologizzare, da Addio, Columbus (della fine degli anni ‘50, tradotto in Italia nel ‘60) all’ultimo Nemesi, del 2010, Roth ha attraversato mezzo secolo di letteratura, non solo statunitense, spesso servendosi dell’alter ego Zuckerman, con le stimmate del successo che l’ha arriso dai tempi del Lamento di Portnoy. Era il ’69, l’epoca della contestazione globale, ma un tale che si masturbava sul lettino dello psicanalista faceva ancora scandalo. Una vita d’ipocrisie, la vita che dà e toglie senso a cavallo di fatti e finzioni, è il filo rosso di Roth. Un filo dai molti nodi e un finale senza botto.</p>
<p>Separato da due mogli – dalle quali era dipinto in maniera tutt’altro che benevolo, e a cui aveva replicato alla sua maniera dalle pagine di Quando lei era buona e Ho sposato un comunista – qualche problemuccio d’esaurimento nervoso alle spalle e di salute dovuta all’età, Roth aveva deciso, alla soglia degli ottant’anni, di non scrivere più. Con coerenza encomiabile, s’era detto che non gl’interessava più, tutto quello che aveva da dire l’aveva già detto e del resto poco gl’importava. S’era ritirato nella casa di campagna nel Connecticut, abbandonando il lussuoso appartamento nell’upper west side di New York. La morte l’ha colto qui, a 85 anni.</p>
<p>Coi suoi famigliari è stato irremovibile: alla mia morte bruciate tutto, alla faccia d’inediti e di Andrew Wylie, il suo potentissimo agente letterario detto “lo sciacallo”. Il modo migliore di rispettare i lettori, e soprattutto sé stesso, per chi aveva deciso di gettare la penna alle ortiche liberandosi da tutto e da tutti, vivendo in splendida solitudine senza più quell’ansia di narrare storie che l’aveva salvato da sé stesso ma verso cui non provava più niente, al pari del resto. «Raccontare storie era tutto per me, ma non è più il centro pulsante della mia vita – ha confessato in una delle ultime interviste – non avrei mai immaginato che potesse succedermi. Ma non avrei nemmeno immaginato tante delle cose che stanno accadendo». Una fine, davvero, da giganti silenziosi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Addio a Ermanno Olmi, grande vecchio del cinema</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/addio-a-ermanno-olmi-grande-vecchio-del-cinema-italiano/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/addio-a-ermanno-olmi-grande-vecchio-del-cinema-italiano/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 07 May 2018 15:21:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrissi d'arte]]></category>
		<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Olmi]]></category>
		<category><![CDATA[regista]]></category>
		<category><![CDATA[scomparsa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9345</guid>
		<description><![CDATA[Se n’è andato un grande vecchio. Tra gli ultimi registi dell’immenso cinema italiano, Ermanno Olmi (Bergamo, 1931) se n’è andato quattoquatto, dopo una malattia che l’aveva già segnato negli anni ’80 ed è tornata a riprenderselo nell’ospedale di Asiago, trascinandoselo con la commare secca a 86 anni. Di sé Olmi aveva mantenuto la stretta di mano salda e lo sguardo intenso, come le sue idee... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/addio-a-ermanno-olmi-grande-vecchio-del-cinema-italiano/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9346" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><img class="size-medium wp-image-9346" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/raz-degan-in-una-scena-del-film-cento-chiodi-38565-300x188.jpg" alt="Raz degan sul set di Centochiodi. Sopra, il regista scomparso al festival di Venezia nel 2008" width="300" height="188" /><p class="wp-caption-text">Raz Degan sul set di Centochiodi. Sopra, il regista scomparso al festival di Venezia nel 2008</p></div>
<p>Se n’è andato un grande vecchio. Tra gli ultimi registi dell’immenso cinema italiano, Ermanno Olmi (Bergamo, 1931) se n’è andato quattoquatto, dopo una malattia che l’aveva già segnato negli anni ’80 ed è tornata a riprenderselo nell’ospedale di Asiago, trascinandoselo con la commare secca a 86 anni.<span id="more-9345"></span> Di sé Olmi aveva mantenuto la stretta di mano salda e lo sguardo intenso, come le sue idee che qualche critico definisce visionarie. Ma non c’era nessuna visionarietà in lui, semmai una pacata adeguatezza al reale, al racconto della gente comune che pareva accostarlo all’ultimo Pasolini ma senza nessuna ipotesi di remissione dei peccati, di nostalgie bucoliche o ipotesi di rinascita in un mondo migliore. Un onirismo, quello di Olmi, che privilegia il sogno e la metafora, un realismo magico che anziché essere ambientato in Sudamerica aveva come protagonisti uomini e donne del Bergamasco, volti e gesti dell’Italia contadina e cattolica. Del profondo nord che l’aveva visto venire al mondo, segnandolo.</p>
<p>Quell’Italia ha dato al regista dolori e fama, e vari premi, buon ultimo un leone d’oro alla carriera nel 2008. Una caterva di documentari, varie opere incompiute e una sequela di successi, a partire dall’Albero degli zoccoli che palmeggiò a Cannes nel &#8217;77 narrando la vita degli ultimi, una saga contadina della sua terra, e dunque d’un mondo agli sgoccioli che tramontava per fare spazio all’industrializzazione e all&#8217;abbandono delle campagne che neppure la depressione economica può far rinascere. Ma non c’era solo il mondo degli ultimi, la fine di un’epoca, nell’orizzonte ottico della macchina da presa di Olmi. C’era l’attenzione al dettaglio storico, come nel Mestiere delle armi, gioiellino dedicato agli ultimi giorni di vita dei Giovanni dalle Bande nere, capitano di ventura travolto dalla tecnologia del suo tempo – una ferita d’arma da fuoco, lui che nessuno spiedo poteva battere – o in Torneranno i prati, ultimo suo film sulla vita di trincea sull’altopiano d’Asiago, tratto dai racconti di De Roberto sulla Grande guerra.</p>
<p>C’era, soprattutto, l’affabulazione nelle sue opere, l’escatologia cristologica che in Centochiodi – dove persino a Raz Degan è consentito ben figurare – si fa denuncia della cultura libresca e profezia amara d’un impossibile ritorno di Cristo sulla terra. C’è – sempre – la visione d’una Chiesa che non è se non dalla parte degli ultimi e dei derelitti, come nel Villaggio di cartone. Ché la Chiesa, quella ufficiale, per lui aveva scordato il messaggio evangelico delle origini, come aveva scritto in una lettera aperta del 2013, e poco gl’importava. Ma, nonostante tutto, l’apocalisse ventura restava a lieto fine, come confidava nell’autobiografia edita da Rizzoli nello stesso anno. Una speranza nella quale Cristo, il suo o chi per lui, ora lo starà confortando, magari.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/addio-a-ermanno-olmi-grande-vecchio-del-cinema-italiano/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>1</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Stalin, morire a crepapelle</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/stalin-morire-a-crepapelle/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/stalin-morire-a-crepapelle/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 30 Jan 2018 17:36:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrissi d'arte]]></category>
		<category><![CDATA[film]]></category>
		<category><![CDATA[Iannucci]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Stalin]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9256</guid>
		<description><![CDATA[Mettete insieme un pubblicitario e un disegnatore francesi di grido, un regista italoscozzese con la faccia da prete e padre napoletano dalle mani in pasta nella pizza, come d’uopo, in quel di Glasgow, e fatene un film. Un’opera seconda, quella d’Armando Iannucci, tratta da un fumettone – graphic novel, come suol dirsi – dal titolo d’antan: La mort de Staline. Il risultato di Morto Stalin... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/stalin-morire-a-crepapelle/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/01/Una-scena-del-film.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9257" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/01/Una-scena-del-film-300x169.jpg" alt="una-scena-del-film" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Mettete insieme un pubblicitario e un disegnatore francesi di grido, un regista italoscozzese con la faccia da prete e padre napoletano dalle mani in pasta nella pizza, come d’uopo, in quel di Glasgow, e fatene un film. Un’opera seconda, quella d’Armando Iannucci, tratta da un fumettone – graphic novel, come suol dirsi – dal titolo d’antan: La mort de Staline. <span id="more-9256"></span>Il risultato di Morto Stalin se ne fa un altro – questo il titolo nelle sale italiane – è già segnato e tutto qui. L’opera tratta dal doppio volume di Fabien Nury e Thierry Robin ripercorre le vicende legate alla morte del “Magnifico Georgiano” in un’ottica non proprio inedita ma certo originale. Dove d’italiano non c’è nulla e di politicamente scorretto tutto. Al punto che, visionato da una commissione della Duma, il film ha suscitato un giudizio così tranchant da vietarne la visione in Russia. «Non ho visto niente di più disgustoso nella mia vita», ha dichiarato Yelena Drapeko, portavoce di Medinsky, e dal ministero della Cultura è arrivato il niet.</p>
<p>Poco male per Iannucci, che sulle bizze del potere s’è fatto un nome, dando corpo a fortunate serie tv che ne mettono in luce le follie, mandando in visibilio critica e pubblico (da The day today a Veep, Vicepresidente incompetente). Morto Stalin – qui il <a href="https://www.youtube.com/watch?v=LhG0JPTj9Ec" target="_blank">trailer</a> – è una farsesca ricostruzione delle ultime ore del leader sovietico e della sarabanda che si scatena alla sua morte nella trista compagnia d’accoliti impegnati a raccoglierne l’eredità. Isolati e messi da parte i fragili figli del dittatore, Vassilij e Svetlana, i vari Berija, Kruscev, Mikojan, Buganin, Kaganovic, Molotov, Malenkov, Zukov si muovono e tramano come macchiette al capezzale del Piccolo padre, intenti nella quadratura del cerchio di carpirne il lascito sconfessandone l’operato senza demolirne la figura. Finché il potente capo dell’Nkvd (ex Kgb), Berija, viene fatto fuori senza riguardi e l’insignificante Kruscev s’avvia a togliere ai compari quel potere assoluto a cui nessuno l’avrebbe associato, da cui sarà scalzato a suo tempo da Breznev.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/01/locandina-trailer.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9259" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/01/locandina-trailer-300x169.jpg" alt="locandina-trailer" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Le lotte di potere s’intrecciano ai conflitti personali tra una gag e l’altra, spinte sul filo di un humour anglosassone che mette in ridicolo omicidi seriali e colpi bassi, boutade e massacri d’una popolazione inerme e in sostanziale buona fede, vissuta e sopravvissuta nel mito di Stalin come tutto il comunismo mondiale. La dissacrazione di un tempo eroico, così dissimile al nostro, la trasformazione del dramma in burla, così tipica dell’oggi, che tanto hanno disgustato i censori postsovietici lascia presumibilmente perplessi gli spettatori d’Occidente. Distanti anni luce dai fatti di quel marzo 1953, narrati con notevole sagacia e fedeltà, e interpretati da un cast internazionale all’altezza e di tutto rispetto. Non è facile essere esilaranti e stomachevoli allo stesso tempo, volgere il comico in tragico e, viceversa, sul filo dell’orrido buttare tutto in caciara. Iannucci si muove bene in questo zigozago parossistico, dietro la macchina da presa si colgono echi shakespeariani, oltre che l’arguzia della bande dessinée. Qualcuno l’ha definito il Messia della satira. Non a torto se riesce a far sorridere pure su Stalin, notoriamente un tipo su cui c’era poco da scherzare.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/stalin-morire-a-crepapelle/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Ciao Koko, amico e maestro</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/ciao-koko-amico-e-maestro/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/ciao-koko-amico-e-maestro/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 16 Dec 2017 12:41:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrissi d'arte]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Kokocinski]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Tiziana Gazzini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9248</guid>
		<description><![CDATA[Non è facile avere a che fare con la morte, soprattutto se è quella di un amico. Alessandro Kokocinski se n’è andato, un freddo mattino di dicembre, digrignando i denti alla commare secca che è venuta a prenderselo, fregandosene di quel che gli restava da fare, e alla vita a cui aveva ancora molto da dare. Koko ci ha lasciato, e da atei speriamo che,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/ciao-koko-amico-e-maestro/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9249" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/12/CinaKoko.jpg"><img class="size-medium wp-image-9249" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/12/CinaKoko-300x225.jpg" alt="Koko con l'autre a Xi'an, l'antica capitale della Cina. Sopra, Volai tra le stelle, 2013 (foto Manuela Giusto)" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Koko con l&#8217;autore a Xi&#8217;an, l&#8217;antica capitale della Cina. Sopra, Volai tra le stelle, 2013 (foto Manuela Giusto)</p></div>
<p>Non è facile avere a che fare con la morte, soprattutto se è quella di un amico. Alessandro Kokocinski se n’è andato, un freddo mattino di dicembre, digrignando i denti alla commare secca che è venuta a prenderselo, fregandosene di quel che gli restava da fare, e alla vita a cui aveva ancora molto da dare.<span id="more-9248"></span> Koko ci ha lasciato, e da atei speriamo che, ovunque sia, non soffra più come quest’ultimo suo tempo in vita, qui. È l’unico pensiero che può lenire il dolore di questi giorni: il cessare d’una sofferenza per sé e i suoi cari dolorosa oltre il vivibile. Non è facile aggirarsi nelle stanze della sua casa di Tuscania, vuote della sua presenza e piene degli oggetti amati e raccolti in vita, accettare la visione dell’involucro che ci racchiude, alla fine di tutto, prima di perdersi in un fildifumo. Ci ha lasciato un amico, e un maestro, oltre che un artista. Tanto più grande perché non uso a risparmiarsi, generoso nella vita come nell’arte. S’era mangiato la vita a morsi, Koko, durante un’esistenza non lunga – era nato nella terra di Leopardi nel ‘48, da genitori che stavano leccandosi le ferite del tempo di guerra e mai si sarebbero rimarginate del tutto – ma ricca più d’altre cento. L’esistenza straordinaria di un artista, quasi un romanzo, come ha scritto Tiziana Gazzini in una biografia che ha fatto appena in tempo a coglierlo in vita. E, da un po’, la vita aveva cominciato a mordere lui. L’appuntamento con la comare nera, con cui Koko ha iniziato da anni una partita a scacchi dall’esito scontato, è infine arrivato. Non possiamo che chinare il capo al fato. Anche se tanto aveva da dire – da dare – l’uomo e l’artista (il maestro, insisto nel dire, come lo chiamava anche la sua compagna, Giovanna). Non era facile a volte stargli accanto, ma un maestro si misura anche da questo: lascia qualcosa di sé anche quando si dà solo in parte, o si ritrae, dal rapporto con gli altri. Indipendentemente dal tempo della conoscenza chi gli è stato vicino, poco o tanto che l’abbia frequentato, non può che serbare un ricordo a somma positiva di lui. Ma l’esercizio d’una memoria sterile sarebbe un po’ tradire il ricordo d’un amico, le sue azioni e in fondo la sua arte. Koko deve vivere non solo nella memoria, ma nel parco tematico, in una rassegna d’arte circense o multimaterica, insomma in qualunque attività la Fondazione che porta il suo nome voglia e possa proseguirne l’impegno, insieme a chi gli ha voluto bene. Nello spirito gioioso e anarchico, libero da ogni costrizione anche interiore ma sorretto da una ferrea etica morale e da una perizia artistica – da lui stesso definita artigianale – che lo contraddistingueva. Solo così le sue ceneri, quando verranno sepolte sotto un albero a Labro, il paesino dell’alta Sabina che tanto amava, potranno continuare a concimare l’esistenza di molti, bruciare in vite degne d’essere vissute, come la sua.</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=dA-0t5z2M-A" target="_blank">Qui</a> l&#8217;intervista con Koko nello studio di Tuscania, nel 2011</p>
<p>(riprese Manuela Giusto, montaggio Camilla Mozzetti)</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/ciao-koko-amico-e-maestro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Villari, intellettuale di un mondo scomparso</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/villari-intellettuale-di-un-mondo-scomparso/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/villari-intellettuale-di-un-mondo-scomparso/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 19 Oct 2017 08:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[intellettuale]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Pci]]></category>
		<category><![CDATA[Rosario Villari]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>
		<category><![CDATA[storico]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9193</guid>
		<description><![CDATA[Per le generazioni di studenti delle superiori che hanno studiato la storia sui suoi testi, ma anche per quelli che si sono limitati a scarabocchiarne la copertina rossa per un trentennio, era un’istituzione. Per molti era un grande storico, un barone in senso culturale se non calviniano. Per gli altri, uno di quelli che hanno egemonizzato in senso letteralmente gramsciano la cultura italiana del dopoguerra.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/villari-intellettuale-di-un-mondo-scomparso/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/10/copertina-combo-U43060584597655vh-U4338069141389236G-590x445@Corriere-Web-Sezioni.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9194" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/10/copertina-combo-U43060584597655vh-U4338069141389236G-590x445@Corriere-Web-Sezioni-300x224.jpg" alt="Villari" width="300" height="224" /></a></p>
<p>Per le generazioni di studenti delle superiori che hanno studiato la storia sui suoi testi, ma anche per quelli che si sono limitati a scarabocchiarne la copertina rossa per un trentennio, era un’istituzione. <span id="more-9193"></span>Per molti era un grande storico, un barone in senso culturale se non calviniano. Per gli altri, uno di quelli che hanno egemonizzato in senso letteralmente gramsciano la cultura italiana del dopoguerra. Rosario Villari, barone della storiografia sedicente marxista, se n’è andato dalla casa di Cetona, nel senese, portandosi appresso le sue 92 primavere.</p>
<p>Calabrese di Bagnara, voleva essere poeta e scrittore – esordì con prose e poemi sul Politecnico di Vittorini – gli toccò fare lo storico. Giunto al comitato centrale del Pci in forza del suo impegno nella riforma agraria in favore dei contadini, deputato comunista negli anni caldi del terrorismo, gli toccò stare in mezzo, tra quelli che buscano le palle dell’ordine e le sassate della rivoluzione, per dirla come André Gide. Restando però innamorato fino all’ultimo di una certa idea di popolo e di progresso. Come quando, presentando l’ultima fatica all’università cosentina della sua Calabria, rivendicava per i povericristi che avevano sfidato il malgoverno del re di Spagna, malretti da Masaniello e Genoino, d’aver dato l’abbrivio a una storia mai davvero perdente. La stura a un sogno di libertà ancora inesploso.</p>
<p>Tre edizioni dagli anni ‘60, trent’anni sui banchi finché nel ‘94, giunto il Cavaliere al soglio, decise che bastava così, la storia poteva (doveva) scriversi diversamente. Niente più spazio al sociale, basta coi partiti di classe e i movimenti di piazza, l’aria tirava altrove e chiunque odorasse di sinistra sapeva di muffa. Rosario muffoso non era, anzi piuttosto brioso a paragone di certi storici coèvi e d’una storiografia incomprensibile ai più, stopposa già all’incipit. Eppoi il suo era un marxismo all’acqua di rose, distante anni luce dai maestri di scuola anglosassone, marxisti doc quali Perry Anderson o Eric Hobsbawm (con cui il fratello Lucio, anch’egli storico e di otto anni più giovane, polemizzò). Più vicino, ma con minore abilità narrativa, a fecondi conoscitori delle cose d’Italia quali Paul Ginsborg o Denis Mack Smith, scomparso a luglio.</p>
<p>Soprattutto, Villari era e restava un intellettuale organico a un mondo venuto giù col muro di Berlino e che d’intellettuali e partiti vuol fare a meno. Un mondo altro, dove quel sogno di libertà, quella rivoluzione sostenuta dal popolo a cui aveva dedicato i suoi sforzi migliori, resta di là da venire. Ma nei rigurgiti d’insofferenza al centralismo degli stati nazionali, ai moti di Catalogna, di Fiandra e d’altrove, oggi come allora l’occhio dello storico dovrà posarsi ancora ché la storia, in fondo, non gira che su sé stessa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/villari-intellettuale-di-un-mondo-scomparso/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Totò, maschera vera ai tempi della post verità</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/toto-maschera-vera-ai-tempi-della-post-verita/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/toto-maschera-vera-ai-tempi-della-post-verita/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 14 Apr 2017 14:38:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrissi d'arte]]></category>
		<category><![CDATA[cinquantenario]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Totò]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9043</guid>
		<description><![CDATA[Cinquant’anni fa moriva Totò, principe della risata e di Bisanzio. Miseria, nobiltà e attualità di un personaggio tanto umano da essere lunare. E la sua maschera, tanto più vera in tempi di post verità Qui riposa Antonio De Curtis, principe di Bisanzio, in arte Totò. Così recita il cartello, fianco alla cappella nel cimitero napoletano di Santa Maria del Pianto. Il resto dei nomi –... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/toto-maschera-vera-ai-tempi-della-post-verita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/04/toto1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9044" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/04/toto1-300x200.jpg" alt="toto1" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Cinquant’anni fa moriva Totò, principe della risata e di Bisanzio. Miseria, nobiltà e attualità di un personaggio tanto umano da essere lunare. E la sua maschera, tanto più vera in tempi di post verità<span id="more-9043"></span></p>
<p>Qui riposa Antonio De Curtis, principe di Bisanzio, in arte Totò. Così recita il cartello, fianco alla cappella nel cimitero napoletano di Santa Maria del Pianto. Il resto dei nomi – una parte, ché tutti non entravano – sono sulla facciata di marmo, a riprova della fissazione per i titoli nobiliari che gli era costata un patrimonio, a lui che era nato povero e figlio di n. n. All’ingresso, intristito da infissi d’alluminio, la lapide con la poesia ‘a Livella. L’autore, il principe di Bisanzio e della risata morto cinquant&#8217;anni fa, il 15 aprile 1967, riposa qui. Nella cappella di famiglia dov’è sepolta anche Liliana Castagnola, la seducente soubrette che per lui si tolse la vita e dette il nome alla figlia avuta dalla prima moglie, Diana Bandini. E la salma del figlioletto Massenzio che visse solo poche ore, avuto dalla compagna Franca Faldini. E qui la sua Napoli sempre meno milionaria l’omaggia con una ridda di foglietti e dolcetti, ex voto da far invidia a San Gennaro. E mentre la casa natale al rione Sanità – comprata all’asta per 18mila euro – cade a pezzi e va in rovina e al Palazzo dello Spagnolo il museo a lui dedicato non riesce ad aprire seriamente i battenti, la città lo celebra con una triplice mostra.</p>
<p>Totò, il genio, titola la monumentale rassegna aperta fino al 9 luglio a palazzo Reale, Castel Nuovo e al convento di san Domenico per raccontare a tutto tondo l’uomo, con le sue grandezze e bassezze, e l’artista poliedrico. Poeta e canzoniere oltre che attore dall’impareggiabile vis comica. È morta l’ultima grande maschera della commedia dell’arte, disse Manfredi in occasione del funerale romano. Il primo, con un seguito d’amici e d’artisti ai quali alle esequie napoletane s’aggiunse una folla di 250mila persone in deliquio, ferimenti e trasalimenti, e non molte meno al terzo funerale. Quello con la bara vuota, voluto dal capoguappo del rione natale – Luigi Campoluongo, detto faccia ‘e cane – che l’ammirava e tanto l’aveva aiutato a ottenere i sospirati quarti di nobiltà, convincendo lo squattrinato marchese De Curtis a impalmare la madre da cui l’aveva avuto, diciassettenne. E coi suoi guappi, camorristi in nuce, Totò girava nottetempo la città, narra la leggenda, a infilare banconote sotto le porte dei bisognosi. Dono ai miserabili da parte di chi a pane e povertà era cresciuto. Poi, dopo tanta miseria, sarebbero arrivati successi e nobiltà, la sfilza dei titoli a pagamento (da un erede dei principi di Bisanzio povero in canna ma ricco di quarti nobiliari) di cui faceva mostra nella sontuosa casa ai Parioli, tanto lunga da non entrare sulla facciata della cappella mortuaria.</p>
<p>Miserie, fissazioni come la gelosia o la superstiziosità che rendono ancora più umano il personaggio, veridica la sua maschera. E sempreverde. A cinquant’anni dalla scomparsa, Totò resta più vivo che mai. Le sue battute surreali e spiazzanti fanno ancora ridere la generazione dei millennials, come i padri e i nonni prima di loro, i suoi film continuano a essere trasmessi a raffica e sono tra i pochi a frenare lo zapping. Anche quelli meno riusciti del centinaio girati, stroncati dalla critica coèva e snobbati dai registi di fama, contengono perle. La sua figura primeggia sui grandi attori italiani, svetta su altre icone contemporanee, quali Sordi o Troisi. Scrisse su Paese Sera Eduardo de Filippo, nel giorno della scomparsa, che Totò andava visto «non come una curiosità da teatro, ma come una luce che miracolosamente assume le fattezze di una creatura irreale che ha facoltà di rompere, spezzettare e far cadere a terra i suoi gesti e raccoglierli poi per ricomporli di nuovo, e assomigliare a tutti noi, e che va e viene, viene e va, e poi torna sulla Luna da dove è disceso».</p>
<p>Ecco, forse migliore epitaffio e spiegazione non è possibile, a cinquant’anni dalla morte e dal funerale uno e trino. La genialità di totò, il segreto della sua contemporaneità, non sta nell’essere stato un superbo caratterista, tantomeno un mero macchiettista o un fenomeno da baraccone. Ma nell’aver saputo cogliere e rappresentare l’umano di tutti noi, oltre il tempo e lo spazio. Un personaggio lunare, appunto. Un sublime malincomico. Ecco perché Totò post mortem è capace di colmare i vuoti del post moderno, la sua maschera di verità resta attuale anche in tempi di post verità come i nostri.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/toto-maschera-vera-ai-tempi-della-post-verita/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il guru non c&#8217;è più, il nuovo resta</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-guru-non-ce-piu-il-nuovo-resta/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-guru-non-ce-piu-il-nuovo-resta/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 13 Apr 2016 09:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belpaese]]></category>
		<category><![CDATA[5 Stelle]]></category>
		<category><![CDATA[Casaleggio]]></category>
		<category><![CDATA[Grillo]]></category>
		<category><![CDATA[M5S]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=8865</guid>
		<description><![CDATA[Gianroberto Casaleggio se n’è andato per un ictus, ieri a Milano, nella città in cui era venuto al mondo il 14 agosto di 61 anni fa, e i più sono venuti giù dal pero alla notizia. Qualcuno, anzi, ci ha pure buttato lì una battuta mica tanto: ma chi gli ha sparato? L’inventore dei 5 Stelle se n’è andato per suo conto, invece, vittima del... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-guru-non-ce-piu-il-nuovo-resta/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8866" style="width: 274px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/154318483-122fd8ff-6486-47d9-b985-0f9513bee790.jpg"><img class="size-medium wp-image-8866" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/154318483-122fd8ff-6486-47d9-b985-0f9513bee790-264x300.jpg" alt="La vignetta di Vauro. Sopra: Casaleggio" width="264" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La vignetta di Vauro. Sopra: Casaleggio</p></div>
<p>Gianroberto Casaleggio se n’è andato per un ictus, ieri a Milano, nella città in cui era venuto al mondo il 14 agosto di 61 anni fa, e i più sono venuti giù dal pero alla notizia. <span id="more-8865"></span>Qualcuno, anzi, ci ha pure buttato lì una battuta mica tanto: ma chi gli ha sparato? L’inventore dei 5 Stelle se n’è andato per suo conto, invece, vittima del male che già lo aveva costretto a operarsi due anni fa. Ciao Gianroberto, hai lottato fino all’ultimo, ha scritto sul suo blog l’amico Beppe Grillo, cofondatore del movimento 5 Stelle in quel del teatro Smeraldo di Milano, il 4 ottobre 2009, su cui ricade per intero l’eredità etica e politica del guru scomparso. La sua eminenza grigia, l’uomo delle tenebre e del mistero, secondo la narrazione ufficiale, che immaginava un mondo post mediale retto dalla rete ma che dai suoi uffici di via Moroni, a due passi dalla Scala, tirava le fila del movimento e dettava regole e discorsi al camaleontico leader di piazza. Lui, che tutto era fuorché animale da palco e nei rari momenti in cui era costretto a salirci – sui ponteggi a San Giovanni alle ultime amministrative romane, o in basco verde quando saltò giù dal barchino per dar manforte all’amico Beppe nelle ultime bracciate all’attraversata dello Stretto di Messina, per esempio – gli tremavano voce e gambe. Strambo e anomalo fin nel vestire, in black look da pirata globale. Con quel papocchio di capelli bigi sotto al coppolino, look da scapiglione ma in giacca e cravatta da perbenista. Quasi a voler fisicamente mostrare in quel trait d’union il suo vissuto, dalla scapigliatura sessantottesca alla managerialità olivettiana. Quel non essere né di destra né di sinistra, coerentemente allo spirito dei tempi, ma attento all’unica divisione permanente, quella fra chi sta sopra e chi sotto. Fra chi sta fuori e chi dentro la rete. Una separazione che pretendeva ribaltare grazie al web, appunto, vagheggiando una sorta di Grande fratello telematico che avrebbe portato democrazia diretta e giustizia in tutte le case.</p>
<p>All’abbrivio del nuovo governo mondiale aveva pure dato una data, con pizzico d’umana vanità: il 2054, centenario della sua nascita. Quando una terza guerra mondiale tra Oriente e Occidente avrebbe dato il là a una nuova era dello spirito dove tutto, o quasi, di ciò che è noto, a partire dai media ai partiti tradizionali, sarà relegato nelle chincagliere del passato e sugli svincoli delle tangenziali si metteranno alla gogna i corrotti, durante gli esodi dei weekend. Un visonario che amava pascersi di Camelot e net, inviso alla sinistra ancora più che alla destra e perciò irriso, da Crozza a Vauro. Che a poche ore dalla morte pubblica l’infelice vignetta di Grillo accasciato a terra come un Pinocchio di legno, venuto meno il burattinaio. Se questo sarà, se il movimento che in un pugno d’anni è divenuto partito forte di milioni di voti – a rischio d&#8217;essere maggioranza ancorché paria della politica nostrana e di consensi che nessun abatino fiorentino o Cavaliere nero in caduta libera possono più nemmeno sognare – non sopravviverà al suo cofondatore, quella grillina sarà davvero una rivoluzione mancata e la morte di Casaleggio una jattura, non solo per la sua creatura.</p>
<p>Per intanto Grillo, dopo aver tentato la marcia indietro rispetto al movimento, dovrà tornare a rimboccarsi le maniche, affidando al direttorio più di quanto finora concesso, forse pure in termini di democrazia interna e non solo online, come pervicacemente pensava il maestro scomparso, in previsione di quel salto di qualità che porterà i pentastellati a governare o a perire. Ma Vauro, fedele cantore di piazza degli umori d’una sinistra che non c’è più, ha almeno il merito d’essere coerente a sé stesso e all’immagine della sinistra che più non è ma ostinatamente si autorappresenta, mentre tanti, coerentemente al dettato che non vuole si parli male del morto, sono lì a tessere le lodi dell’ombroso che se n’è andato. Grande uomo di cultura, narra con verità l’ex repubblichino e premio Nobel Dario Fo. Grande, grandissimo politico, l’omaggiano i tanti che lo sbeffavano e insultavano fino a ieri, dal presidente in ombra Mattarella giù giù per li rami, per dirla come il poeta. All’uopo piace ricordare alcune massime che il guru – ché tale Casaleggio era non solo per i suoi, in senso letterale – amava dispensare.</p>
<p>«La democrazia diretta, resa possibile dalla rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato. È una rivoluzione prima culturale che tecnologica». E un’altra, che casca bene alla vigilia del referendum sulle trivelle: «Non bisogna aspettare che finisca il petrolio: l’età della pietra non è finita perché sono finite le pietre». E infine: «Il sapere è il mezzo che ti permette di misurare le cose, i fatti, le situazioni, la logica in una dimensione altra. È questa l’intelligenza». L’intelligenza del sapere, o delle cose, a misura dei tempi ma fuori dai tempi. Precursore o visionario, eminenza grigia o fiancheggiatore, populista o progressista, questo credeva e chiedeva, al fondo, uno dei maggiori interpreti del nuovo che se n’è andato. Tra gli artefici dei cambiamenti politici in atto non certo solo nel nostro paese, ma di cui il Belpaese è spesso all’avanguardia. Dell’antipolitica che si fa politica, dalla (contro)rivoluzione in camicia nera di Mussolini a quella in doppiopetto di Berlusconi, alla web democracy di Casaleggio, mutatis mutandis. Piaccia o disgusti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-guru-non-ce-piu-il-nuovo-resta/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
