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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Mosca</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Si fa presto a dire Amerika. E Isis…</title>
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		<pubDate>Wed, 27 Mar 2024 19:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Divagazioni sull’attentato al Crocus, Mosca e l’Ucraina, gli Usa e l’Europa, unita nella lotta Gran paese, l’Amerika. Enorme, ma girala da nord a sud, da est a ovest e ovunque è la stessa. Stesse città, che manco chi ci campa distingue l’una dall’altra. Stesso cibo, mica hai il fastidio della scelta. Piglia l’amerikano medio, e pure quello che medio non è. Stesse idee, non c’è... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/si-fa-presto-a-dire-amerika-e-isis/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Put.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10375" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Put-300x200.jpg" alt="put" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/History_of_NATO_enlargement.svg.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-10376" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/History_of_NATO_enlargement.svg-300x229.png" alt="history_of_nato_enlargement-svg" width="300" height="229" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/don.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10377" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/don-300x200.jpg" alt="don" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Ucraina.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10381" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Ucraina-300x200.jpg" alt="ucraina" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Divagazioni sull’attentato al Crocus, Mosca e l’Ucraina, gli Usa e l’Europa, unita nella lotta</strong><span id="more-10374"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Gran paese, l’Amerika. Enorme, ma girala da nord a sud, da est a ovest e ovunque è la stessa. Stesse città, che manco chi ci campa distingue l’una dall’altra. Stesso cibo, mica hai il fastidio della scelta. Piglia l’amerikano medio, e pure quello che medio non è. Stesse idee, non c’è niente più standardizzato al mondo, come già notava Ehrenburg. E la tecnologia, vuoi mettere. Non per niente sotto al sole della California sono in pole per la transizione alla decima rivoluzione industriale, o forma dell’ordine mercantile, per dirla come Attali: la robotica che spazzerà le precedenti e forse l’umano. E i diritti, che dire. Appena cinquant’anni fa, se un negro s’azzardava a sbagliare predellino sull’autobus finiva appeso all’albero più vicino, a dar la stura a quel capolavoro di Billie Holiday, Strange fruit. Oggi vai a dare del negro a qualcuno e finisci sulla gogna, e peggio. Niente vie di mezzo, tantomeno buon senso. Eppoi la democrazia. Negli Usa ce n’è talmente tanta che devono esportarla, a forza. E pazienza se non tutti la vogliono: la democrazia è una medicina, anche se cattiva fa bene. Guarisce da ogni altro male. Soprattutto se totalitaria, come l’attuale e globale. Ma la cosa più bella d’Amerika son le certezze. Se dicono una cosa è quella. Dice che nel fine settimana scoppia una bomba a Mosca e, oplà, la bomba scoppia. Dice che è stato l’Isis – nella sua variante pandemica k, Khorasan – e tutti a far da grancassa. Che non credi all’amerikano? Mica i persuasori, occulti e non, hanno plasmato i cervelli per niente, da decenni, di là e di qua l’oceano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Certo, la media degli attacchi terroristici di matrice o manodopera islamica è elevata, in terra russa. Solo nell’ultimo decennio una quindicina, molti senza rivendicazione, alcuni devastanti come quelli al teatro Dubrovka, sempre a Mosca, nel 2002, e a Beslan, in Ossezia, nel 2004. Allora però c’era di mezzo la guerriglia cecena. Certo, il sedicente stato islamico ha buone ragioni per avercela coi russi, visto che se si è ridotto a pochi santuari nel nord della Siria lo devono a loro, non agli angloamericani che a chiacchiere lo bombardano e nei fatti lo proteggono. E proprio i servizi di sua maestà britannica sarebbero dietro l’attentato del 22 marzo al Crocus Hall di Krasnogorsk, alla periferia moscovita. Del resto che l’Isis, come già i talebani, siano creature dei servizi occidentali – come Hamas dei servizi di Tel Aviv – è cosa che la libera stampa d’Occidente preferisce ignorare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da Mosca, invece, lo dicono apertamente: il quartetto di assalitori tagiki, catturati mentre si dirigevano allo scampo alla frontiera ucraina, tutti sulla macchinina bianca presa fuori dal teatro dopo essersi liberati delle armi usate nell’attentato, è un frutto marcio della guerra asimmetrica e parallela dei servizi angloamericani, segnatamente inglesi. Del resto cosa non si farebbe per esportare un po’ di sana democrazia là dove ce n’è più bisogno? Non è un caso se già a fine febbraio la dimissionaria Victoria Nuland ha salutato la segreteria di stato dichiarando al Centro alti studi strategici di Washington che con l’ultima tranche di aiuti l’Ucraina avrebbe fatto accrescere i suoi strumenti di guerra asimmetrica, assai più efficace di quella combattuta sul terreno. Detto, fatto. La signora è buona veggente, avendo anticipato a suo tempo la fine del gasdotto Nordstream. Comunque, gli attentatori sono stati tutti catturati vivi – caso raro nella storia del terrorismo recente – e in buona salute, prima di finire nelle mani del Fsb, l’ex Kgb russo. Chissà quali altre rivelazioni faranno, oltre quelle d’essersi addestrati online e aver compiuto il massacro per pochi spicci, cinquemila dollari a testa. Un po’ pochini persino per gli standard tagiki. Ma vatti a fidare di quel che dicono i russi, meglio attenersi al copione occidentale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Insomma, il despota Putin s’è ritrovato le bombe in casa dopo essere stato dittatorialmente rieletto per l’ennesimo mandato, con percentuali che fanno l’invidia ogni leader d’Occidente. Poco importa che la stragrande maggioranza dei russi l’avrebbe votato anche senza brogli e pressioni. L’attentato ha ricordato a tutti che la guerra è senza quartiere e il suo strapotere non serve a garantire sicurezza al paese che ha osato mettere i bastoni tra le ruote al nuovo ordine mondiale, veicolato manu militari dalla Nato. L’Occidente è unito, compatto come non mai, la Neoalleanza Atlantica brinda al trentaduesimo stato membro – mancano solo il Montenegro e la Svizzera – e si prepara a rintuzzare le perdite ucraine. Contingenti polacchi e francesi sarebbero già al fronte, dicono i rapporti russi, con la benedizione di Tusk e Macron. Due splendidi esemplari della servile tecnoburocrazia europea che al seguito degli Usa sta conducendo il vecchio mondo al baratro. Come nelle due precedenti guerre mondiali, ma stavolta non ci sarà l’Amerika a salvare l’Europa, piuttosto a spingerla nell’abisso. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Il resto del mondo, dall’India al Brasile, dalla Cina all’Iran – l’asse del male – si congratula e fa affari con la Russia di Putin che cresce come non mai, alla faccia delle sanzioni. Dall’altra parte del mondo, negli Usa, i soli che hanno da guadagnarci qualcosa dalla guerra europea in corso, due vegliardi stanno per sfidarsi in un secondo round già visto ma inedito, data l’età dei contendenti. Che la più grande potenza mondiale affidi il suo futuro a due ottantenni è un segno preclaro della sua decadenza fattuale e ideale. Dell’incapacità delle elite d’oltreoceano di rinnovare sé stesse, nella pretesa di continuare a guidare il mondo. Forse solo il vecchio meno rincitrullito tra i due potrà dare un taglio alla guerra e un freno alla storia, spezzare la catena di storpi dietro un cieco, come nel quadro di Bruegel. Ma è un augurio inattuale. L’Amerika, quella vera, non consentirà un Trump due. Prepariamoci alla spinta e al salto, mani nelle mani. Uniti per la libertà, nel migliore dei mondi possibili.</span></p>
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		<title>Partita a scacchi con l&#8217;Apocalisse</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2015 18:22:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[A raccontarla meglio sono le vignette. Quella di Patrick Chappatte, illustratore francese di base a Genova, dove un tank turco infila il cannone sotto la sabbia, a suggere petrolio, mentre Kobane brucia. O l’altra dove un Erdogan mascherato da ladro promette aiuti ai siriani mentre fa bottino dei loro beni. L’occasione per l’ultima messa in berlina del premier turco è data dalla documentata denuncia a... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/partita-a-scacchi-con-lapocalisse/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/12/erdogan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8747" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/12/erdogan-300x223.jpg" alt="erdogan" width="300" height="223" /></a></p>
<p>A raccontarla meglio sono le vignette. Quella di Patrick Chappatte, illustratore francese di base a Genova, dove un tank turco infila il cannone sotto la sabbia, a suggere petrolio, mentre Kobane brucia. O l’altra dove un Erdogan mascherato da ladro promette aiuti ai siriani mentre fa bottino dei loro beni. <span id="more-8745"></span>L’occasione per l’ultima messa in berlina del premier turco è data dalla documentata denuncia a Strasburgo e all’Aja fatta da Farés el-Chehabi, presidente della camera di commercio siriana, sulle razzie nell’ex polo industriale di Aleppo, smantellato e portato oltre confine turco dall’Is grazie ai padroni di casa.</p>
<p>Così, dopo il petrolio si scopre che anche quel che resta del disastrato patrimonio industriale siriano prende pezzo a pezzo la via di Ankara per essere svenduto con la connivenza dei famigli del premier turco e l’apporto delle mafie locali, ma l’Ue resta sorda e muta. Anzi, dopo i tre miliardi di euro graziosamente elargiti alla Turchia perché spranghi ai profughi siriani le porte d’Europa, la Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) ha acquistato il 10% della Borsa di Istanbul, avviando un vasto programma di aiuti all’economia di regime.</p>
<p>Mentre l’Europa che conta punta sempre più sul nuovo Solimano, alla faccia di denunce e vignette e della ventilata lotta al Califfato che ha nella Turchia uno degli sponsor più inattaccabili, la Siria resta teatro della partita a scacchi tra Ankara e Mosca. Dopo l’abbattimento del Sukhoi russo, Erdogan ha ottenuto quella no-fly zone richiesta da anni, ma nel nord della Siria non volano più i suoi aerei, e neppure quelli della coalizione anti Isis a guida occidentale, dopo lo schieramento dei missili S-400 russi. E mentre continuano le schermaglie tra i due paesi (nell’Egeo un peschereccio turco è stato allontanato a cannonate), la Russia sperimenta nuove armi, dai missili balistici lanciati dai sottomarini nel Mar Caspio ai bombardieri Su-34. Da parte sua, Ankara muove i corazzati da Ninive a Mosul – con le proteste del governo iracheno – rilanciando in Kurdistan la partita in stallo nel Turkmenistan. Ma il tempo è dalla sua. L’impegno russo, rivelano al Rusi, un pensatoio dell’Intelligence britannica, stimato da Mosca in poco più di un miliardo di dollari per il 2016, sfora già i 3 miliardi. Un salasso che Putin non può permettersi, specie se l’Europa continuerà a mettersi di traverso. Mettendo testa e cannoni sotto la sabbia, come nella vignetta di Chappatte.</p>
<p>O meglio, mettendoli dalla parte sbagliata. Mentre i missili di Tel Aviv schiantavano a Damasco la vita di Samir Quntar (l’infame terrorista druso, come titolano i media israeliani, indicato tra i capintesta del terrorismo internazionale dal Dipartimento di stato Usa solo due mesi fa), la Nato autorizzava l’invio di navi e aerei dell’alleanza per proteggere dalle minacce russe la Turchia, neopaladina d’Occidente in terra di Siria. I media di casa nostra, va da sé, piuttosto che approfondire i retroscena dell’ennesimo raid “chirurgico” israeliano o fare luce sull’ingresso ufficiale del braccio armato dell’Ue nella guerra in Siria, si baloccano sulle prospettive di pace emerse al consiglio di sicurezza dell’Onu, con un netto capovolgimento narrativo. O sugli orrori del regime di Assad, confezionati a bella posta dalle organizzazioni umanitarie a senso unico stipendiate da governi &amp; servizi amanti del diritto internazionale. Vedi alla voce Osservatorio siriano per i diritti umani o Human rights watch del sunnita Rami Abdel Rahman, a libro paga del Mi6, i servizi inglesi, che dalla sua casa di Coventry le spara grosse per tutti, fuorché per tv e giornali che ne riprendono pedissequamente le montature.</p>
<p>Facezie, davanti al miraggio di un Sunnistan a guida Is (Us) da cui avere petrolio ai saldi, col placet delle petromonarchie del Golfo e l’asse militare israelo-turco (che formalmente milita sui lati opposti della barricata) a fare il lavoro sporchissimo sul terreno – quello sporco lo fanno mercenari e miliziani di varie tendenze – con Ue e Usa pronti a dar loro manforte contro i propri interessi. In questo stravolgimento della narrazione, Mosca è il controcanto che fa la voce grossa, minacciando finanche l’uso dell’arma nucleare per far capire a tutti che sulla partita siriana andrà fino in fondo, ben sapendo che non potrà farlo, mentre Ankara se ne strafrega delle minacce russe e delle prove provate nel sostenere l’Is-Us, spalleggiata dall’Occidente unito solo nel combattere Putin. Poche volte si sono viste, nella storia, due coalizioni combattere formalmente dalla stessa parte ma l’una contro l’altra armate e intente a darsi battaglia sullo stesso terreno, in nome di un comune nemico. Un&#8217;Apocalisse che conta assai più di quattro cavalieri.</p>
<p>Ora, i cultori dell’Apocalisse ricorderanno come nella versione islamica l’Armageddon cristiano – luogo della battaglia finale tra bene e male – sia collocato a Dabiq, una cittadina alle proprio alle porte della deindustrializzata Aleppo. E Dabiq è, non a caso, la testata della patinatissima rivista dell’Is (Us) che vanta le glorie del Califfato e le sue conquiste. Quella, tanto per capirci, che mise in copertina la bandiera nera della Jihad allocata in piazza San Pietro. Se lo scontro finale è cominciato, nessuno in Europa pare essersene accorto. Vignettisti a parte.</p>
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