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	<title>Maurizio Zuccari &#187; pd</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>L’Emilia la sfanga, i 5S no</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jan 2020 18:21:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’Emilia resiste alle orde leghiste, i Cinque stelle no. E il Pd già chiede il conto. C’era una volta l’Emilia rossa. All’indomani delle regionali l’Emilia resta fucsia. La via Emilia è per il Pd quel che il Piave è stato per l’Italia prefascista della Grande guerra: la linea dove s’è infranta l’orda ieri austroungarica, oggi leghista. Nessuno ci avrebbe scommesso, ma è successo. L’Emilia la sfanga,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/lemilia-la-sfanga-i-5s-no/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>L’Emilia resiste alle orde leghiste, i Cinque stelle no. E il Pd già chiede il conto. <span id="more-9681"></span>C’era una volta l’Emilia rossa. All’indomani delle regionali l’Emilia resta fucsia. La via Emilia è per il Pd quel che il Piave è stato per l’Italia prefascista della Grande guerra: la linea dove s’è infranta l’orda ieri austroungarica, oggi leghista. Nessuno ci avrebbe scommesso, ma è successo. L’Emilia la sfanga, resiste al citofonatore e già Zingaretti presenta il conto ai malassorti alleati, sacrificati sulla linea del Piave. Gli equilibri di governo sono destinati a mutare a stretto giro. Conte resterà in sella, ma più traballante di quanto sarebbe stato se la Lega l’avesse spuntata: in quel caso la maggioranza sarebbe stata blindata. Adesso si trascinerà con i Pentastellati destinati all’insussistenza, proni a digerire l’indigeribile, fino all’uscita di scena tra fischi e pernacchie. E tanto peggio per loro se vorranno tornare a far da sé o tra le braccia di Salvini.</p>
<p>Eccolo il dato politico emerso da questa doppia tornata elettorale: i Cinquestelle sono andati a morire là dov’erano nati, nell’Emilia non più rossa ma fucsia, come una balena ormai spiaggiata. L’inedito spettacolo d’un capopartito che si dimette a due giorni dalle elezioni dà il senso e la misura della pochezza dei propri dirigenti. Grillo sembrava aver trovato la quadra affidando il partito nato dal nulla, una massa di milioni d’elettori, a un gruppo dirigente in grado di succedergli. Poteva tornarsene alle sue guittate, lasciando le chiavi della gioiosa macchina pentastellata al posteggiatore di turno. I resti della sua armata dispersa vagano alla rinfusa, come nell’incipit dei Fiori blu di Quenau. La resa di Giggino, alla vigilia della rotta, è più simile alla fuga del sorcio che lascia la barca prima ch’affondi che al mutar rotta d’un oculato dirigente. Anche per lui, come per Conte, si prospetta un qualche predellino di scampo dall’armata dei dispersi.</p>
<p>I Pieddini, di contro, sono rinati dalle proprie ceneri, come l’Araba Fenice della leggenda, sotto l&#8217;egida del già presidente Bonaccini. Dati per spacciati e prematuramente scomparsi, hanno resistito sul Piave e s’apprestano alla controffensiva. Dalla loro hanno Zingaretti nei panni di Diaz, un capo almeno presentabile, e un banco di sardine invece dei ragazzi dell’‘89, ma difficilmente trasformeranno la sconfitta leghista nella loro Vittorio Veneto. Per la Lega è una battuta d’arresto, più che una rotta. Rispetto alle ultime regionali, prende dieci punti percentuali, quel che il Pd perde. Salvini li talloneggia da presso, farà come Mario coi Cimbri, in attesa di spacciarli dopo averle prese. A meno che la cottura a fuoco lento a cui sarà sottoposto da qui alle elezioni legislative, le sardine e le sue castronerie, non lo ricaccino nel fosso. Ma la sua è una Lega nazionale, oramai, come dimostra l’aver sbancato in Calabria.</p>
<p>Qui non è bastato al Pd il sacrificio dell’ottimo Callipo, re del tonno, alla sua seconda sconfitta personale dopo quella del 2010. Buoni secondi (ma primo partito, col 15%) anche qui i Democratici perdono una decina di punti. Gli stessi racimolati dalla Lega che alle scorse regionali manco s’era presentata da sola e ora raccoglie oltre il 12%, e sbanca grazie alla candidata di Forza Italia. La bella Jole torna a ungere il Cavaliere, dato per spacciato ma redivivo pur’esso. Insomma, la corsa del citofonatore rallenta, ma il quadro è tutt’altro che chiaro e la sconfitta risolutiva. Niente più che una battuta d’arresto, la sua, sulla via del ritorno a Montecitorio. Ma tre anni sono lunghi, nel Belpaese. Mettersi la kippà oltre che baciar crocefissi, darsi una ripulita e genuflettersi a Bankeuropa può non bastare a Salvini per farne un capo, oltre che un capitone. Soprattutto col Pd risorto, nei cuori dell’Europa che conta e della piazza che spiazza. Aspettando il primo congresso nazionale delle sardine a Scampìa chi ha più filo tesserà la tela, per dirla col povero Nenni.</p>
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		<title>Dal muro della vergogna al muro dei senza vergogna</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Nov 2019 06:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una notte di novembre di trent’anni fa, giorno più giorno meno, veniva giù un muro. Il muro della vergogna, era stato ribattezzato, e divideva non solo materialmente Berlino e la Germania ma idealmente l’Europa, divisa in blocchi, il mondo della guerra fredda. Tirato su in tuttafretta una domenica d’agosto di trent’anni prima, per frenare l’emorragia di berlinesi che dall’Est trasmigravano all’Ovest, quel muro era divenuto... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/dal-muro-della-vergogna-al-muro-dei-senza-vergogna/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/11/EI6_KL6XsAUviBU.jpg-large.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9611" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/11/EI6_KL6XsAUviBU.jpg-large-300x169.jpeg" alt="ei6_kl6xsauvibu-jpg-large" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Una notte di novembre di trent’anni fa, giorno più giorno meno, veniva giù un muro. Il muro della vergogna, era stato ribattezzato, e divideva non solo materialmente Berlino e la Germania ma idealmente l’Europa, divisa in blocchi, il mondo della guerra fredda. <span id="more-9610"></span>Tirato su in tuttafretta una domenica d’agosto di trent’anni prima, per frenare l’emorragia di berlinesi che dall’Est trasmigravano all’Ovest, quel muro era divenuto simbolo d’ogni separazione. L’averlo buttato giù, aver messo fine a quella violenza umana e politica in modo persino incruento, ha rappresentato nella grande narrazione occidentale un grandioso momento di liberazione universale dalla barbarie, la fine del massimo abominio della storia (non più) contemporanea, quale il comunismo realizzato in Urss.</p>
<p>Una caterva di celebrazioni si sono snocciolate in questi giorni per rimarcare la fine di quell’abominio, la restaurazione del dominio del bene e del logo del dollaro nel mondo (restano, qua e là, sacche di resistenza, è vero, ma sono perlopiù riserve buone a coltivare nostalgie ideologiche e voglie turistiche). Nel profluvio dei commossi ricordi, spicca un post del Pd, erede del Pci, figlioccio degenere di quel partito comunista che di lì a poco avrebbe ammainato la bandiera rossa al Cremlino. Dove un liberatore piccona un brano di muro, tra il plauso dei presenti, mentre sotto campeggia la scritta: contro ogni muro, sempre. Perfetto omaggio al politicamente corretto e allo spirito dei tempi, a disdoro di quanto politicamente fatto e avallato a suo tempo.</p>
<p>Poco importa che sulle macerie di quel muro siano fioriti altri muri e barriere, a dozzine, di tutt’altro segno; che i venti della guerra fredda siano tornati a soffiare imperiosi tra l’Est e l’Ovest, senza manco l’appiglio d’una qualche ideologia se non la mera volontà di potenza. Poco importa che nel bazar delle rievocazioni sia mancata una seria ricerca storica – la storia, questa sconosciuta – fuor di vulgata. Dove si rammenti e si faccia luce, ad esempio, sulle dinamiche di quel crollo, e sul crollo del comunismo nei paesi dell’Est e a Mosca, di lì a poco.</p>
<p>Sarebbe utile, cioè, fare i conti con la fine di un’epoca rimettendo assieme i pezzi d’un puzzle che parte dagli occhi sbarrati di Schabowski, portavoce del governo della Ddr, quando la fatidica sera del 9 novembre ‘89, presentando la legge del nuovo esecutivo, appena varata, in una conferenza stampa internazionale in diretta tv, cade nello sfondapiedi del corrispondente Ansa proclamando urbi et orbi che ognuno poteva spassarsela di là dal muro, “ab sofort”. Da quel momento. Tempo poche ore e già i primi picconi tiravano giù il muro. Ricordo i nostalgici canticchiare: Ceausescu tieni duro, ricostruiremo il muro, prima che il vento della storia soffiasse via un altro pezzo di puzzle a Bucarest, con la prima rivoluzione eterodiretta del dopomuro, ai danni di due poveri vecchi.</p>
<p>Un puzzle che vede la Jugoslavia andare in pezzi e il pezzo centrale incastrarsi sulla Piazza Rossa, col golpe fasullo dell’agosto ’91, a uso e consumo dei media occidentali. Buono a far salire su un’autoblindo “golpista” davanti al Parlamento – la cosiddetta Casa Bianca moscovita, la stessa che due anni dopo avrebbe fatto prendere a cannonate dai carrarmati con un vero colpo di stato, con oltre 600 tra morti e feriti, prima d’essere eletto presidente – un traballante Eltsin, gonfio di vodka e di paura, per cianfrugliare alla folla frasi sconnesse. Utili a togliere a quel pasticcione di Gorbaciov le scene, relegandolo nel bugigattolo della storia.</p>
<p>Gorbaciov. L’ultimo segretario del partito comunista sovietico, nonché presidente dell’Unione delle repubbliche socialiste che alla fine di quell’anno avrebbero chiuso i battenti. Ultimo pezzo d’un puzzle andato in pezzi. Gorbaciov che a pochi mesi da quell’ammainabandiera – pur’esso in diretta tv internazionale, coi fiocchi che cadevano nella notte di Mosca, tra i piedi dei pochi che li battevano nella neve gelata, naso all’insù – si dava a pubblicizzare Pizza Hut e le borse Vuitton, mentre ripercorreva con sguardo schifato il muro. Gorbaciov, premiato col Nobel per la pace e più solidi argomenti dall’Occidente riconoscente; costretto all’esilio dorato in Svizzera ché se lo rivede dalle sue parti la gente lo schioppa. Gorbaciov che a quasi trent’anni da allora, in questi giorni, ha ammesso – bontà sua – di non avere capito quasi niente di cosa accadesse allora.</p>
<p>A fargli il verso, quasi con le stesse parole, l’altra perla del mazzo già comunista, poi postcomunista: l’Achille Occhetto a cui l’Occidente, e men che meno i suoi ex compagni, non hanno manco tributato gli onori cui si dovevano per aver affossato il Partito comunista italiano. Un’impresa che, buon ultimo, Renzi porterà a buon fine prossimamente e compiutamente, con buona pace degli eredi del Pci togliattiano. Come si sia passati dal muro della vergogna al muro dei senza vergogna, interpretando ruoli diversi eppure gli stessi, come un Fregoli del palcoscenico, è un vero rompicapo del puzzle. Come i gruppi dirigenti dei più grandi partiti comunisti al mondo – il russo e l’italiano – abbiano smantellato per insipienza o oculato disegno i rispettivi partiti è cosa che riguarda i pezzi a margine del puzzle e la storia nel suo complesso, tutta da scrivere.</p>
<p>Qui può solo dirsi, da ultimo, che nessun tentativo di rimettere i pezzi nella scatola della storia potrà essere fatto se non tiene conto di una precondizione. Smettere di usare le categorie mentali dell’avversario per non confondere di più i più e sé stessi. Smettere di pensare, lupus in fabula, che i senza vergogna siano una forza di sinistra, progressista, anziché fattivamente reazionaria e al soldo (non solo metaforicamente) di forze potenti e neppure occulte. Una forza non solo antiproletaria ma antiborghese, nel momento storico in cui la rotta di classe accomuna ceti popolari e ceti borghesi, presi nella comune morsa del precariato. Smetterla, prima di tutto, di pagare dazio alla neolingua funzionale al pensiero unico dominante che spaccia lucciole per lanterne, schermaglie d’una retroguardia marcia per luminose lotte d’avanguardia.</p>
<p>Quel Barbaro dominio contro cui il fascista Paolo Monelli si scagliava linguisticamente dalle ridotte di El Alamein, prima della rotta e di cambiar casacca, oggi non è più degli esotismi e dell’esterofilìa, essendo l’americanizzazione del quotidiano avanzata ben oltre nello Stivale già dantesco. I nodi di resistenza devono essere anzitutto verso parole e concetti che deprivano di senso la realtà dei fatti, impedendo di scorgere il vero nemico nella lotta di classe – chiamatela del basso verso l’alto, se vi pare più alla moda – che imperversa più feroce che mai. La vera libertà, che sotto le macerie di quel muro non è affatto risorta, passa attraverso questo imperativo categorico, etico più che kantiano. Il potere della parola va usato contro questo dominio, più barbaro e feroce che mai, a cui siamo assuefatti e perciò tanto più difficile da scorgere e abbattere. Assai più di certi muri.</p>
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		<title>Sprofondo fucsia</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Oct 2019 19:19:39 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Chissà che rodimento, per Salvini, aldilà dei sorrisetti vacui e delle spavalderie di rito. Chissà che giramento, a vedere l’Umbria ubertosa, una delle regioni più rosse d’Italia, tutta coperta di blu. Se non gli avessero tarpato le ali quei frombolieri in Parlamento, ma soprattutto se la sua dabbenaggine politica non l’avesse fatto cadere dal seggiolone, al posto di quell’unica regione priva di mare ora avrebbe... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/sprofondo-fucsia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Chissà che rodimento, per Salvini, aldilà dei sorrisetti vacui e delle spavalderie di rito. Chissà che giramento, a vedere l’Umbria ubertosa, una delle regioni più rosse d’Italia, tutta coperta di blu. <span id="more-9577"></span>Se non gli avessero tarpato le ali quei frombolieri in Parlamento, ma soprattutto se la sua dabbenaggine politica non l’avesse fatto cadere dal seggiolone, al posto di quell’unica regione priva di mare ora avrebbe nelle mani l’intero paese. Poco male, gongola magari il reuccio leghista: è solo questione di tempo perché le urne gli restituiscano il maltolto. Tre anni non sono poi tanti, eppoi volete davvero che questo pateracchio giallorosa, o meglio fucsia, duri davvero fino a fine mandato, fino al ‘23? Una a una, il terribile Matteo e la sua armata Brancaleone dove c’è spazio pure per il redivivo Cavaliere occuperà ogni regione un dì rossa. A partire dall’Emilia già rossissima, prossima tornata elettorale di fine gennaio e perla da infilare nel carniere leghista, prima di salire bel nuovo a Palazzo Chigi, con buona pace di Mattarella. E pazienza se oltre che a twittare qualche scemenza e farsi spernacchiare Oltralpe poco potrà, capace com’è d’essere sì capopopolo ma non leader politico di qualche vaglia. Eppoi l’Europa vigila, il Bilderberg manovra, il buon Matteo s’atteggi pure a novello Masaniello, cuocia nel suo brodo ché la flotta hispanica vigila in rada e la Russia è lontana.</p>
<p>E veniamo a quegli altri, allo sprofondo fucsia. Una ne perdono e cento si preparano a perderne. Il test umbro ha mostrato, al di là d’ogni ragionevole dubbio, che la rappezzaglia diessina-grillina è finita. Che i Cinquestelle sono finiti, e non è una buona notizia. Il moto di popolo che poteva far uscire il paese dal baratro, ha fallito. Il leader grillesco s’è rivelato alla fine quello che è: neanche un capopopolo, un capocomico che davanti ai fischi chiude il baraccone e abbandona i malmostosi. La gente può perdonarti incapacità e ignavia ma se stracci l’unica bandiera che hai, la lotta al malaffare e a certi poteri, con un voltafaccia record negli annali della Repubblica, non la passi liscia. Quanto a Conte, può già fare le valige, a Bruxelles terranno conto dei suoi buoni uffici.</p>
<p>Poco importa quanto durerà questo governo, questa forzosa alleanza contro il comune nemico: l’assicella Pd-5S è andata in frantumi. È un cavallo stramazzato col suo cavaliere che scalcerà ancora, facendo danni, al suono della campana a morto. Il suo destino è bell’è segnato. La funzione storica dei pieddini, esaurita da un pezzo, si somma alla finzione storica dei Cinquestelle, macerata prima d’inverarsi. Anche se il cavallo dovesse sgroppare il cavaliere, come avverrà nelle prossime tornate elettorali, cadranno assieme. O, peggio, vivacchieranno in forzosa coabitazione come certe vecchie coppie che solo l’odio e l’interesse tengono assieme. Quanto ai figli, beh, pover’italioti. Orfani d’ideali, privi di solido mancorrente come d’una via di scampo, basterà un qualunque nano a stagliarsi nel tramonto del Belpaese perché sembri l’ombra d’un gigante. Dio ci salvi dal reuccio.</p>
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		<title>Gli spergiuri</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Sep 2019 17:40:53 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Più che un bis-Conte è un bis-cotto, e va bene così. Chi s’accontenta gode, ma chi gode è più contento, si sa. Gode anzitutto l’Europa, o meglio gli euroinomani che confondono l’asse franco-tedesco del duo M&#38;M, gl’invisi – in patria e fuor di patria – Macron &#38; Merkel, con l’Europa possibile. Guai a dirla dei popoli, ché si è visti come quel tale che s’ostina a... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/gli-spergiuri/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Più che un bis-Conte è un bis-cotto, e va bene così. Chi s’accontenta gode, ma chi gode è più contento, si sa. <span id="more-9547"></span>Gode anzitutto l’Europa, o meglio gli euroinomani che confondono l’asse franco-tedesco del duo M&amp;M, gl’invisi – in patria e fuor di patria – Macron &amp; Merkel, con l’Europa possibile. Guai a dirla dei popoli, ché si è visti come quel tale che s’ostina a entrare nelle rade cabine Telecom per una chiamata, e manca poco che qualcuno chiami le guardie. A parlar di popolo, o sovranismo, vale a dire sovranità di popolo e non di poteri altri, si è dileggiati e peggio. Sovranismo fa rima con fascismo, siamai, e quale spauracchio peggiore per chi ha a cuore democrazia e libertà? Godano dunque i conversi sulla via di Bruxelles. Gli spergiuri antipopolo. Conte che da premier ombra s’è spinto a farsi quasi premier. Di Maio che agli Esteri darà certo buona prova di sé e d’inglese al malfido padrone Atlantico. Godano Gentiloni agli Affari economici e Gualtieri, storico prestato all’economia, ahinoi. Perfetti yesmen del governo di lorsignori, convertiti da un pezzo sulla via d’Aquisgrana, che dovranno far rientrare l’Italietta nei ranghi.</p>
<p>Godano – ma pocopoco – pentastellati e demotristi, per aver cacciato l’orco pappatutto dall’italico suolo, sventato il ricorso alle urne che avrebbe dato la parola al popolo e il paese alla Lega. Difficile che una tal combutta di palazzo, un ribaltone che manco ai tempi d’oro del trasformismo, possa durare fino a fine legislatura, nel 2023, ma tant’è. Il suo compito è quello di normalizzare il paese, legnare quel che resta della produzione e affondare le mani nei residuali risparmi italioti, oltre che riaprire i porti per la gioja d’ogni verace democratico e dell’unna Carola. Altro non serve all’italietta per rientrare nei ranghi del servitore che ha provato a lagnarsi e trarsi fuori, povero sciocco. E veniamo ai fascisti, da piazza e reputati tali. Ché quelli veri, come il fu Delle Chiaie, scomparso coi suoi 82 anni di trame e misteri – mica tanto tali, però – se ne sono andati e riposino nell’oblìo generale. Che mestizia vederli accorati a strillare di governo d’estrema sinistra, manco fossimo coi cosacchi all’abbeverata a San Pietro.</p>
<p>Altro che governo rosso, come urlano, o giallorosso, come cianciano i mediatici. Di rosso si vedrà solo il sangue succhiato ai lavoratori – datori di lavoro e lavoratori, senza distinguo – e più che giallorosa è giallofucsia, ché i diritti civili impazzino e quelli sociali muoiano. Giochi di parole a parte un bagno di sangue vero sarà quello dei Cinquestelle, già duramente provati dall’inerzia su Roma e dalla propria inezia. Per loro l’abbraccio col Pd sarà esiziale, la palla di piombo del morto che trascina a fondo il morente. Altro che democrazia alla riscossa, il vero partito della restaurazione è tornato sugli scranni, gli altri blaterino e s’accodino. Quanto a Salvini, poverino. Aveva in mano il paese, già godeva d’essere il nuovo dominus della politica italiota, e invece. Potrebbe godere più di tutti, quando quegli altri avranno fatto strame di tutto e a lui tornerà in mano il boccino, a bocce ferme e italiani al voto. Ma pure il barista di Torremaura ha capito che come leader è un bluff, figurarsi come s(fascista). Però un baubau buono a rispuntare fuori a ogni occasione, a ogni attacco all’Europa e alla democrazia, serve sempre. Chi s’accontenta&#8230;</p>
<p><em>In foto: Tv Boy, Le tre grazie</em></p>
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		<title>Primarie col trucco, corse a perdere</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2016 16:18:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo i cinesi a Milano, i cammellati colpiscono ancora alle primarie del Pd. A Napoli i neodiccì ci ricascano distribuendo monetine ai seggi – un euro, un voto pro Valeria Valente – e, complice il video su fanpage, obbligano la procura della repubblica ad aprire un fascicolo (senza ipotesi di reato, per ora) e Antonio Bassolino, trombato dalla candidata renziana per poche centinaia di voti,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/primarie-col-trucco-corse-a-perdere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8830" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/valente-6751.jpg"><img class="size-medium wp-image-8830" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/valente-6751-300x122.jpg" alt="Valeria Valente. Sopra: una vignetta di Bertolotti e De Pirro" width="300" height="122" /></a><p class="wp-caption-text">Valeria Valente. Sopra: una vignetta di Bertolotti e De Pirro</p></div>
<p>Dopo i cinesi a Milano, i cammellati colpiscono ancora alle primarie del Pd. <span id="more-8827"></span>A Napoli i neodiccì ci ricascano distribuendo monetine ai seggi – un euro, un voto pro Valeria Valente – e, complice il video su <a href="http://napoli.fanpage.it/primarie-pd-napoli-tutto-quello-che-c-e-da-sapere-sul-video-del-voto-ai-seggi" target="_blank">fanpage</a>, obbligano la procura della repubblica ad aprire un fascicolo (senza ipotesi di reato, per ora) e Antonio Bassolino, trombato dalla candidata renziana per poche centinaia di voti, a pensare seriamente di presentare ricorso alla commissione di garanzia del Partito democratico. «Questo mercimonio è una ferita profonda per tutti quelli che hanno creduto nelle primarie come libera partecipazione democratica», ruggisce ‘o lione, ex sindaco ed ex governatore campano affatto gradito al premier. Da parte loro l’attuale presidente della giunta regionale, Vincenzo De Luca, minimizza e la butta in elemosina. Sono babbarie – fesserie, ndr – ispirate dal Giubileo della misericordia, assicura il renzissimo De Luca. Meno misericordioso Luigi De Magistris, che parla di squallore &amp; vergogna, rievocando i brogli elettorali con l’annullamento delle primarie, cinque anni fa, che contribuirono a portarlo sulla poltrona di primo cittadino. Dove conta di restare, a scapito dei pieddini, dell’azzurro Gianni Lettieri, già sconfitto nel 2011, ora consigliere comunale e capo dell’opposizione, e del candidato grillino che deve ancora uscire dal cilindro magico delle comunarie online. E mentre sui gazebo partenopei s’allunga l’ombra di nuovi imbrogli, nelle altre città capintesta delle prossime amministrative il bujo non è men fitto.</p>
<p>A Roma, anzitutto. Qui il teatrino delle primarie s’è concluso, come da copione, con l’ex radicale ultrarenziano Roberto Giachetti a spartirsi la metà dei voti validamente espressi alle consultazioni che incoronarono Marino. Che le primarie le ha boicottate ma sarà della partita, eccome, salvo la spadaccia dei due processi che gli pende sulla capa. Cacciato dalla porta e rientrato dalla finestra, sulla carta l’ex sindaco ha, carichi giudiziari a parte, le stesse chance del sindaco in pectore sul quale il Pd romano punta per ricostruire il consenso dalle proprie macerie. E per questo ai piani alti del Nazareno e del Flaminio si pensa a una lista civica d’appoggio, dove infilare pure l’ex assessore alemanniano alla Cultura Umberto Croppi. Quanto alla scarsa affluenza alle primarie, la spiegazione di Matteo Orfini non fa una grinza. È pur vero che nel 2013 era andata più gente ai gazebo, dice l’abatino capitolino, «ma allora c’erano le truppe cammellate dei capibastone poi arrestati, il pantano che ha portato a mafia capitale, fino alle file dei rom». Come a dire, senza cammellieri non si vince, ammette il commissario del Pd.</p>
<p>Pure a destra c’è maretta, anche se lì il toto-nomine s’è risolto con l’uomo della protezione. È bastato che dicesse, tra l’altre amenità – tipo: mai votato Berlusconi, sto sempre coi più deboli – che i rom lui non li caccerebbe a furor di ruspe per suscitare le ire del Salvini furioso e mettere a repentaglio la ritrovata unità della destra romana sul sindaco da mettere in Campidoglio. Ma lui, Bertolaso Guido da Roma, alla guida della protezione civile per un decennio e nei guai giudiziari da un quinquennio, ricordato con affetto dalla Maddalena all’Aquila, passando per il megacentro di Ponzano Romano, tira dritto. Se ne frega degli altolà della Lega e della destra verace di Storace – l’altro candidato a scorno del clan Meloni, main sponsor di Bertolaso assieme al Cavaliere – che ne vaticina la fine prima delle sentenze sul G8 sardo e la distruzione post terremoto in Abruzzo. Sullo stesso campo, Alfio Marchini agli zingari leverebbe l’acqua e fa spallucce, anche se Bertolaso è una bella pietra d’inciampo nella corsa a palazzo Senatorio dove molti, se non tutti, corrono a perdere.</p>
<p>Soprattutto i 5S, temuti vincenti, che puntano sulla belloccia e già consigliera Virginia Raggi, in un clima da roulette russa dove l’unica palla in canna è a salve. È che specie per loro Roma vale un po’ la storia della sora Camilla: tutti la vogliono e nessuno la piglia. Nessun grillino sano di capoccia vuole scapocciarsi sui muri dell’Urbe, finendo in croce prima delle politiche del 2018. Poi ci sono gli outsider. Quelli come Gianfranco Mascia, portavoce dei Verdi, che nel suo programma elettorale fa il verso al cartone Mascia e Orso. Meglio parlare con un orsacchiotto che con Buzzi e Carminati, assicura.</p>
<p>Rispetto ai fantasmi napoletani e al bullicame capitolino, a Milano c’è acqua cheta. Lì la rappresentanza cinomeneghina ha assicurato all’ex manager Expo Patrizio Sala la vittoria alle primarie pieddine. Se la vedrà con Gianfranco Parisi, già city manager dell’era Albertini e con gli outsider che danno pepe al giugno elettorale. L’irascibile Sgarbi, il redivivo Di Pietro e quel Corrado Passera che affigge cartelli tipo: se ti rubano a casa è colpa della sinistra, ma rifiuta inciuci coi destri. Alla grillina Patrizia Bedori restano briciole, non solo mediatiche. Aspettando i ballottaggi. E, chissà, una sinistra degna di questo nome. Magari con l&#8217;azzeramento di primarie scopiazzate altrove e ridotte a una farsa, peggiore di quel che sono Oltreoceano.</p>
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		<title>11°, non deludere</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2015 10:09:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Marino ci (ri)pensa. Dal Campidoglio arringa i suoi, il Pd verso la conta Non vi deluderò. Quando, poco dopo l’una, il quasi ex sindaco Marino ha scandito tre volte il nuovo verbo ai suoi in Campidoglio, dalla balconata dove Alemanno tendeva il destro al cielo, la frase deve aver fatto andare di traverso il pranzo a molti, fuori da quella piazza gremita come nelle grandi occasioni... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/11-non-deludere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Marino ci (ri)pensa. Dal Campidoglio arringa i suoi, il Pd verso la conta<span id="more-8633"></span></p>
<div id="attachment_8634" style="width: 220px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/141459307-685e8406-0c3b-49f4-8c43-72c613b75fb6.jpg"><img class="size-medium wp-image-8634" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/141459307-685e8406-0c3b-49f4-8c43-72c613b75fb6-210x300.jpg" alt="Marino in Campidoglio" width="210" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">Marino in Campidoglio</p></div>
<p>Non vi deluderò. Quando, poco dopo l’una, il quasi ex sindaco Marino ha scandito tre volte il nuovo verbo ai suoi in Campidoglio, dalla balconata dove Alemanno tendeva il destro al cielo, la frase deve aver fatto andare di traverso il pranzo a molti, fuori da quella piazza gremita come nelle grandi occasioni (non che ci voglia molto a riempirla, in verità). Tra i ploranti il sindaco di non mollare, pure un anziano giunto da Ostia vestito da marziano, omaggio al marziano Marino avulso dalla politica che declama l&#8217;undicesimo comandamento.</p>
<p>Il bagno di folla rigeneratore, con tanto di serpentone di oltre 50mila firme a chiedergli di restare, sembra spingere Marino allo scontro finale col Pd renziano. Quantomeno a non sparire “in der nacht und im nebel”, nella notte e nella nebbia, come recitavano i proclami delle ss verso i resistenti, ma a combattere fino all’ultimo consigliere. Arrivare alla conta in comune come fatal passo prima di cedere: questa la tattica capitolina del lascia o raddoppia mariniano. Forte del fatto che l’abatino Orfini non sia riuscito finora a portare tutto il Pd romano dalla sua. Una buona metà dei 19 consiglieri pieddini infatti traccheggia, nicchia, resiste. Insomma pare disposta a dare a Marino un’altra chance, come pure i quattro vendoliani e, ovviamente, gli altrettanti fedelissimi della lista civica.</p>
<p>Così il quasi neo sindaco avrebbe dalla sua una risicatissima maggioranza consiliare nel vuoto politico che si è fatto attorno, non domina il palazzo ma si fa forte della piazza, mentre la città non sa se la sua sia davvero un’esperienza accantonata, parafrasando il renziano Esposito, e resta a guardare anche se non sa a chi per vedere oltre, col Giubileo alle porte e gli intrecci di mafia capitale ben dentro le mura. Al di là dei proclami che dovranno trovare sfogo da qui a una settimana, resta l’idea che più che al rush finale, il braccio di ferro serva a Marino ad alzare il prezzo per non ritrovarsi solo e senza un lavoro, dopo aver disceso lo scalone capitolino una volta per sempre.</p>
<p>Per lui un ruolo di bel nome e poca sostanza il Pd capitolino dovrà pur trovarlo – presidente dei pellegrini scalzi, magari – se non vuole rischiare la conta tra gli infidi spezzoni d’un partito che i mozzaorecchi del premier non dominano affatto o, peggio, affidarsi ai voti degli odiati pentastelluti o della destra per cacciarlo dal palazzo. E mentre pure tra Meloni e Alemanno volano stracci, rievocando i bei tempi di quando dallo scalone tutti si salutavano romanamente, gli altri stanno a guardare. Marchini no, lui gira in bici e pettorina gialla per il basta buche tour. E tanto basti.</p>
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