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	<title>Maurizio Zuccari &#187; primarie</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>La corsa dell&#8217;asino azzoppa Sanders</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Mar 2020 19:26:11 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Una corsa impazza d’estate in Italia, dall’Abruzzo alle Langhe, alla sicula Noto: quella degli asini. La stessa passione coglie, di là dall’Oceano, gli affiliati dell’asinello, come è ribattezzato il partito democratico negli Stati Uniti. Un evento che ha il suo apice nella gran finale di luglio a Milwaukee, nel Wisconsin. Ma già dal supermartedì di marzo si capisce l’aria che tira in casa democratica, il... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-corsa-dellasino-azzoppa-sanders/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Una corsa impazza d’estate in Italia, dall’Abruzzo alle Langhe, alla sicula Noto: quella degli asini. La stessa passione coglie, di là dall’Oceano, gli affiliati dell’asinello, come è ribattezzato il partito democratico negli Stati Uniti. <span id="more-9731"></span>Un evento che ha il suo apice nella gran finale di luglio a Milwaukee, nel Wisconsin. Ma già dal supermartedì di marzo si capisce l’aria che tira in casa democratica, il candidato premier destinato a correre per la Casa Bianca. A sfidare Trump dopo l’abbandono dell’unico giovanotto in campo, Pete Buttigieg, quattro augusti vegliardi, due soli dei quali hanno superato le forche caudine del supermartedì.</p>
<p>Trombata Elizabeth Warren, la più giovane del mazzo, solo 71 anni, in prima fila in ogni battaglia civile e nel rifiuto d’ogni aiutino ma pronta a intascarsi i soldi delle lobby petrolifere. Alla signora d’origini cherokee non è bastato l’appoggio dei Kennedy, né l’endorsement del New York Times. Byebye Pocahontas, ha ironizzato Trump. Il re dei trombati è però Michael Bloomberg (78 anni), già sindaco di New York per oltre due lustri e tra i più ricchi al mondo, secondo Forbes. L’ex repubblicano ha vinto solo alle Samoa, dopo aver bruciato in campagna elettorale circa 700 milioni di dollari, guadagnandosi l’appellativo di Mini Mike dall’odiato Trump.</p>
<p>Restano in corsa due arzilli signori alle soglie degli ottant’anni. Bernie Sanders (79), ebreo newyorkese sedicente socialdemocratico, progressista doc e oliatissimo dall’industria degli armamenti. Quasi più odiato di Trump dal gotha del partito che ha fatto convergere i voti dei ritirati sul rivale. Quel Joe Biden (78), d’ottima famiglia cattolica e già vice d’Obama che prima del supermartedì non era manco in gara e ora grazie alla trovata conduce la corsa truccata, sia pure di poco, con 565 delegati sui 501 di Bernie.</p>
<p>La corsa è lunga, mancano una trentina di stati e tutto può accadere. Ma qualcosa è chiaro. Non tanto la spaccatura est-ovest nel voto, né tantomeno la “rigenerazione” dei democratici – così i media, sempre sobri – grazie a tali vegliardi. Neanche stavolta il vecchio Bernie la spunterà contro il suo stesso partito, azzoppato com’è. Né il prescelto e pluritrombato Biden ce la farà contro Donald che d&#8217;anni ne ha 73 ma corre da solo. A lui piace vincere facile.</p>
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		<title>Magico Trump, ma passerà Jena Hillary</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Jun 2016 09:49:42 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Trumpgreat.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8948" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Trumpgreat-300x225.jpg" alt="Trumpgreat" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Chissà perché i media si sgolano e i liberal d’ogni colore si sbracciano per Hillary. Sarà perché è la prima donna in corsa per la Casa Bianca (con la quasi certezza di salire al soglio del Campidoglio), in un paese dove fino a trent’anni fa non potevi manco salire sugli autobus di certi stati se eri di colore, e ancora oggi se sei negro – diciamolo così, in modo impoliticamente corretto – è meglio girare alla larga da certi poliziotti. <span id="more-8947"></span>Insomma, nel paese delle libertà e nei suoi accoliti mediatici fa certo notizia l’essere donna, ed essere in vista della Casa Bianca. Un po’ come l’ha fatta il negretto Obama che l’ha preceduta e ora, vedi un po’, l’appoggia.</p>
<p>Intanto, Magic Trump se la ride dall’altro dei suoi 1.500 candidati e passa, nessuno ad acchiapparlo di spalle e una strada tutta in discesa fino alla convention repubblicana di luglio. Neppure le forche di Los Angeles gli hanno fatto paura: la California – da sempre crocevia del voto Usa – poteva fargli pollice verso in massa alle primarie del 7 giugno, e non lo avrebbe scalfito. Anche nella West coast, invece, Don Trump ha fatto man bassa. Un esito impensabile, uno shock per buona parte dell’establishment del Gop – l’Old great party, come amano dirsi i repubblicani – e degli avversari d’ogni sorta, costretti a buttare giù l’amaro pillolone di Trump in boria e parrucchino candidato non più virtuale alla presidenza. Oppure fermarlo con mezzi più o meno leciti prima – ma anche dopo – che arrivi davvero a cambiare l’aria nelle stanze del potere a Washington Dc. Neanche la pietra d’inciampo dei 50 milioni d’evasione fiscale – robetta, per l’arcimiliardario newyorchese che fattura con la sua multinazionale oltre 10 miliardi di dollari, la metà utili netti – ha inciso su un elettorato disposto a dargli carta bianca per la Casa bianca. Ora ai suoi tanti nemici non restano che gli sfottò e qualche “october surprise” – tipo quella capitata a Carter sulla via di Teheran – per fermarlo. Anche se difficilmente la spunterà sulla rivale.</p>
<p>Sull’altro fronte, la strada è pure in discesa per donna Clinton, che alle primarie californiane si è aggiudicata la posta ma sul groppone le resta Sanders, può ostico del previsto. Bernie il rosso esce battuto ma non sconfitto. Ostacolo sormontabile sulla strada della ex first lady, ha fatto sì che parole cadute in disuso nel vocabolario Usa come rivoluzione e sinistra siano tornate in auge. E già è una vittoria. Può anche darsi che per lui arrivi una bella vicepresidenza alla fine dei giochi, se saprà tenere lingua e idee a freno. Neppure il verminaio di mail inviate dalla segreteria di stato – perle tipo: spianeremo le reni all’Iran per conto d’Israele – impediranno alla new first lady di entrare nell’ufficio ovale del Campidoglio, spinta dalle lobby – militare ed ebraica in primis – che contano.</p>
<p>Magico Trump. Ha fatto repulisti del bushame che dominava il Gop da un ventennio, sbanca nei profondi States come nella Grande Mela dove svetta la sua Trump tower, ma i sondaggi lo danno indietro in ogni etnia e ceto sociale. È contro le guerre – infatti dalla lobby degli armieri non becca un dollaro – non vuol farsi nemici russi e cinesi (business is business), vuol stringere le mani grassocce di Kim Yong Un e alzare muri per i Meridios ma resta un pericolo per la pace mondiale e la stessa America. Hillary, invece, è un’icona del progresso, specie tra neri, latinos e liberal, democratici d’ogni colore e paese. Sarà per il sorriso da jena ridens che ricorda tanto quello di Jena Plissken in Fuga da New York e sfodera ogni volta che deve far bombardare qualcuno. Roba che, al confronto, la buonanima della Tatcher era un&#8217;accorata pacifista. Se Trump saprà far uscire dal suo cilindro qualcosa per far cambiare idea alla maggior parte degli yankee e ai loro servi malfidi, sarà davvero magico.</p>
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		<title>Trump e Hillary allo scontro finale</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Apr 2016 13:44:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non era affatto scontato che Hillary e Trump vincessero facile nella Grande mela, come pure titola il New York Times dopo il martedì divenuto il punto di svolta delle primarie Usa. Non lo era perché l’una veniva da una serie di rovesci di fila contro un ringalluzzito Sanders, l’altro continua a macinare delegati contro la macchina del suo stesso partito, attaccata a Cruz come una... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/trump-e-hillary-allo-scontro-finale/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8885" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/90.jpeg"><img class="size-medium wp-image-8885" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/90-300x163.jpeg" alt="Hillary e Trump (sopra) allo scontro finale" width="300" height="163" /></a><p class="wp-caption-text">Hillary e Trump (sopra) allo scontro finale</p></div>
<p>Non era affatto scontato che Hillary e Trump vincessero facile nella Grande mela, come pure titola il New York Times dopo il martedì divenuto il punto di svolta delle primarie Usa. <span id="more-8881"></span>Non lo era perché l’una veniva da una serie di rovesci di fila contro un ringalluzzito Sanders, l’altro continua a macinare delegati contro la macchina del suo stesso partito, attaccata a Cruz come una cozza allo scoglio. Che invece è stato schiacciato dal tritasassi Trump, surclassato persino dal terzo incomodo Kasich, sul quale qualche buontempone repubblicano gioca ora di pallottoliere senza che i conti tornino. Mancano a entrambi circa 400 delegati per giocarsela sul velluto alle convention che li incoroneranno candidati alla presidenza dei rispettivi partiti, a luglio in Ohio e Pennsylvania, ma con una fondamentale differenza.</p>
<p>Il Gop – Great old party, come amano chiamarsi i repubblicani Usa – non sa più a chi affidarsi per fermare il magnate che sta distruggendo il partito e rischia di sfasciare l’America, anziché farla tornare grande. Non certo il bellimbusto Cruz, più destrorso del magnate newyorchese che ieri ha festeggiato in casa, nella sua Trump Tower, mentre pure l’Empire state building si colorava di rosso in omaggio alla vittoria casalinga. Alla faccia del Pirellone e delle sue polemiche luminarie, a New York hanno sempre avuto gran fiuto per il vincente di turno, e Trump può ben festeggiare dall’alto della sua omonima torre pregustando una vittoria contro tutto e tutti. A partire dal suo partito che per sbarrargli il passo in favore di un sempre più bollito Cruz non avrà che la compravendita dei delegati alla convention di Cleveland, sempreché i numeri alla fine lo consentano.</p>
<p>Se in groppa all’elefante piangono, tra le zampe dell’asinello ridono amaro. Ché loro problemi non hanno anche se Bernie ha sbattuto la porta denunciando il marcio nel voto della grande mela. Ma, si sa, non è che le primarie Usa odorino di rose, anzi tanfano come certi gazebo inzeppati di voti farlocchi, checché ne dicano gli scopiazzatori di pratiche d’oltreoceano e gli scacazzafogli del libero voto &amp; mercato. La Clinton anzi può anche fare la simpatica senza più seri ostacoli nella corsa, e richiamare il senatore furioso e i democratici a compattarsi dietro di lei. Per darsi una chance in più e farsi benvolere a livello interplanetario l’uomo macchina del suo staff, John Podestà, ha promesso persino che in caso di vittoria saranno desecretati gli x files che riguardano gli Ufo. Guai però a togliere il segreto sul rapporto che svela lo zampino saudita sull’11 settembre, su questo Obama ha promesso bocche cucite ai waabiti di Riad nella sua recente visita. E mentre i buoni cittadini d’America e del mondo si preparano a sapere la verità sui mondi oltre il nostro – ma solo se voterete madame Clinton, fate i bravi – un enigma poco alieno imperversa in casa repubblicana.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/12987199_10156843497820646_4081743270173165850_n.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8883" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/12987199_10156843497820646_4081743270173165850_n-300x225.jpg" alt="12987199_10156843497820646_4081743270173165850_n" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Una foto degli anni ‘60 su <a href="http://americanintelligengereport.com" target="_blank">americanintelligengereport.com</a> rivela un sorridente Rafael Cruz, padre di Ted, accanto a Lee Harvey Osvald. Il sedicente omicida solitario del presidente Kennedy, spacciato ancora per tale nonostante l’ampia confessione del vero assassino che sta per lasciare definitivamente le patrie galere, James Sutton, alias James Files. Il padre dell’odierno candidato alla Casa Bianca se ne volò in Canada per conto della compagnia petrolifera dei Bush per cui lavorava, ed era nel giro dei petrolieri faccendieri esuli cubani e mafiosi anticastristi che complottarono per far fuori Jfk, ventila il sito di controinformazione Usa. Mene complottiste a parte, tale padre tale figlio, può dirsi per Rafael, amico del (mancato) fuciliere Osvald e Ted, ultramico dei pistoleri Usa. Celebre, al riguardo, il video postato in campagna elettorale per propagandare l’amore per le armi e la voglia d’alzare le spese militari, che propone di portare al 4% del pil, per la bella cifra di 135 miliardi di dollari. Una dichiarazione che gli ha subito fatto guadagnare 45mila dollari di contributi dalla Loocked Martin. Quella, per intendersi, che costruisce gli F35, il paccobombardiere attorno al quale ruotano contratti miliardari. Insomma, il buon Ted si è fatto riprendere intento a spiegare come cuocere dell’ottimo bacon sulla canna bollente di un Ar 15 (lo stesso fucile d’assalto usato da Adam Lanza nella strage alla scuola di Sandy Hook), dopo essersi esercitato al poligono di tiro. Gustatevelo su <a href="http://www.youtube.com/watch?v=EaZGaJrd3x8" target="_blank">www.youtube.com/watch?v=EaZGaJrd3x8</a>.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/Fondi-industrie-difesa-ai-candidati.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-8884" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/Fondi-industrie-difesa-ai-candidati-300x268.png" alt="Fondi-industrie-difesa-ai-candidati" width="300" height="268" /></a></p>
<p>Ma se le performance militar culinarie dell’ottimo Cruz non stupiscono più di tanto, un altro mistero poco alieno tocca ancora i vertici democratici. A spulciare la lista dei finanziamenti pubblici delle aziende ai candidati Usa edita dal Center for public integrety della Federal electoral commission si scopre che la più unta dalle aziende collegate al Pentagono è Hillary Clinton, con 450mila dollari. Niente di cui stupirsi, visto l’attivismo politico della signora in nome della democrazia esportata sulle ali dei bombardieri e nei tumulti di piazza delle finte primavere teorizzate da Gene Sharp. Ma quel che sorprende è chi le sta subito sotto, nel suo stesso partito: quel Sanders tacciato di socialismo che si è imbucato in Vaticano per la benedizione papale alla vigilia della partenza per Lesbo. Trecentocinquantamila dollari, più o meno, quanto versato nelle casse del senatore del Vermont dalle aziende in affari col Pentagono. Un filino sopra, appena, dell’armiere-cuciniere Cruz, benedetto a sua volta da quaccheri e mormoni. Al loro confronto il magnate Trump raccoglie una miseria, appena 10mila dollari. A riprova che il candidato forte, per il business delle armi come per la lobby ebraica e Bilderberg, non è certo lui. Ma neanche questo preoccupa più di tanto il Berlusconi d’America nello scontro finale con la dark lady per la Casa Bianca.</p>
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		<title>Primarie col trucco, corse a perdere</title>
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		<pubDate>Tue, 08 Mar 2016 16:18:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo i cinesi a Milano, i cammellati colpiscono ancora alle primarie del Pd. A Napoli i neodiccì ci ricascano distribuendo monetine ai seggi – un euro, un voto pro Valeria Valente – e, complice il video su fanpage, obbligano la procura della repubblica ad aprire un fascicolo (senza ipotesi di reato, per ora) e Antonio Bassolino, trombato dalla candidata renziana per poche centinaia di voti,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/primarie-col-trucco-corse-a-perdere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8830" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/valente-6751.jpg"><img class="size-medium wp-image-8830" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/valente-6751-300x122.jpg" alt="Valeria Valente. Sopra: una vignetta di Bertolotti e De Pirro" width="300" height="122" /></a><p class="wp-caption-text">Valeria Valente. Sopra: una vignetta di Bertolotti e De Pirro</p></div>
<p>Dopo i cinesi a Milano, i cammellati colpiscono ancora alle primarie del Pd. <span id="more-8827"></span>A Napoli i neodiccì ci ricascano distribuendo monetine ai seggi – un euro, un voto pro Valeria Valente – e, complice il video su <a href="http://napoli.fanpage.it/primarie-pd-napoli-tutto-quello-che-c-e-da-sapere-sul-video-del-voto-ai-seggi" target="_blank">fanpage</a>, obbligano la procura della repubblica ad aprire un fascicolo (senza ipotesi di reato, per ora) e Antonio Bassolino, trombato dalla candidata renziana per poche centinaia di voti, a pensare seriamente di presentare ricorso alla commissione di garanzia del Partito democratico. «Questo mercimonio è una ferita profonda per tutti quelli che hanno creduto nelle primarie come libera partecipazione democratica», ruggisce ‘o lione, ex sindaco ed ex governatore campano affatto gradito al premier. Da parte loro l’attuale presidente della giunta regionale, Vincenzo De Luca, minimizza e la butta in elemosina. Sono babbarie – fesserie, ndr – ispirate dal Giubileo della misericordia, assicura il renzissimo De Luca. Meno misericordioso Luigi De Magistris, che parla di squallore &amp; vergogna, rievocando i brogli elettorali con l’annullamento delle primarie, cinque anni fa, che contribuirono a portarlo sulla poltrona di primo cittadino. Dove conta di restare, a scapito dei pieddini, dell’azzurro Gianni Lettieri, già sconfitto nel 2011, ora consigliere comunale e capo dell’opposizione, e del candidato grillino che deve ancora uscire dal cilindro magico delle comunarie online. E mentre sui gazebo partenopei s’allunga l’ombra di nuovi imbrogli, nelle altre città capintesta delle prossime amministrative il bujo non è men fitto.</p>
<p>A Roma, anzitutto. Qui il teatrino delle primarie s’è concluso, come da copione, con l’ex radicale ultrarenziano Roberto Giachetti a spartirsi la metà dei voti validamente espressi alle consultazioni che incoronarono Marino. Che le primarie le ha boicottate ma sarà della partita, eccome, salvo la spadaccia dei due processi che gli pende sulla capa. Cacciato dalla porta e rientrato dalla finestra, sulla carta l’ex sindaco ha, carichi giudiziari a parte, le stesse chance del sindaco in pectore sul quale il Pd romano punta per ricostruire il consenso dalle proprie macerie. E per questo ai piani alti del Nazareno e del Flaminio si pensa a una lista civica d’appoggio, dove infilare pure l’ex assessore alemanniano alla Cultura Umberto Croppi. Quanto alla scarsa affluenza alle primarie, la spiegazione di Matteo Orfini non fa una grinza. È pur vero che nel 2013 era andata più gente ai gazebo, dice l’abatino capitolino, «ma allora c’erano le truppe cammellate dei capibastone poi arrestati, il pantano che ha portato a mafia capitale, fino alle file dei rom». Come a dire, senza cammellieri non si vince, ammette il commissario del Pd.</p>
<p>Pure a destra c’è maretta, anche se lì il toto-nomine s’è risolto con l’uomo della protezione. È bastato che dicesse, tra l’altre amenità – tipo: mai votato Berlusconi, sto sempre coi più deboli – che i rom lui non li caccerebbe a furor di ruspe per suscitare le ire del Salvini furioso e mettere a repentaglio la ritrovata unità della destra romana sul sindaco da mettere in Campidoglio. Ma lui, Bertolaso Guido da Roma, alla guida della protezione civile per un decennio e nei guai giudiziari da un quinquennio, ricordato con affetto dalla Maddalena all’Aquila, passando per il megacentro di Ponzano Romano, tira dritto. Se ne frega degli altolà della Lega e della destra verace di Storace – l’altro candidato a scorno del clan Meloni, main sponsor di Bertolaso assieme al Cavaliere – che ne vaticina la fine prima delle sentenze sul G8 sardo e la distruzione post terremoto in Abruzzo. Sullo stesso campo, Alfio Marchini agli zingari leverebbe l’acqua e fa spallucce, anche se Bertolaso è una bella pietra d’inciampo nella corsa a palazzo Senatorio dove molti, se non tutti, corrono a perdere.</p>
<p>Soprattutto i 5S, temuti vincenti, che puntano sulla belloccia e già consigliera Virginia Raggi, in un clima da roulette russa dove l’unica palla in canna è a salve. È che specie per loro Roma vale un po’ la storia della sora Camilla: tutti la vogliono e nessuno la piglia. Nessun grillino sano di capoccia vuole scapocciarsi sui muri dell’Urbe, finendo in croce prima delle politiche del 2018. Poi ci sono gli outsider. Quelli come Gianfranco Mascia, portavoce dei Verdi, che nel suo programma elettorale fa il verso al cartone Mascia e Orso. Meglio parlare con un orsacchiotto che con Buzzi e Carminati, assicura.</p>
<p>Rispetto ai fantasmi napoletani e al bullicame capitolino, a Milano c’è acqua cheta. Lì la rappresentanza cinomeneghina ha assicurato all’ex manager Expo Patrizio Sala la vittoria alle primarie pieddine. Se la vedrà con Gianfranco Parisi, già city manager dell’era Albertini e con gli outsider che danno pepe al giugno elettorale. L’irascibile Sgarbi, il redivivo Di Pietro e quel Corrado Passera che affigge cartelli tipo: se ti rubano a casa è colpa della sinistra, ma rifiuta inciuci coi destri. Alla grillina Patrizia Bedori restano briciole, non solo mediatiche. Aspettando i ballottaggi. E, chissà, una sinistra degna di questo nome. Magari con l&#8217;azzeramento di primarie scopiazzate altrove e ridotte a una farsa, peggiore di quel che sono Oltreoceano.</p>
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