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	<title>Maurizio Zuccari &#187; proteste</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Il regista e i terroristi</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2026 21:28:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un “professorino” mente delle rivolte di piazza, capretto espiatorio di procure e circo mediatico Formidabili quegli anni, recitava il titolo d’un vecchio pamphlet del Sor Capanna. Eravamo sul finire degli anni ‘80, il decennio che avrebbe visto la fine del socialismo realizzato in terra, e il buon Mario, esponente della sinistra paraproletaria, si dilungava sui perché dei moti che nei decenni precedenti avevano rivoltato come un... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-regista-e-i-terroristi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Un “professorino” mente delle rivolte di piazza, capretto espiatorio di procure e circo mediatico</strong><span id="more-10885"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Formidabili quegli anni, recitava il titolo d’un vecchio pamphlet del Sor Capanna. Eravamo sul finire degli anni ‘80, il decennio che avrebbe visto la fine del socialismo realizzato in terra, e il buon Mario, esponente della sinistra paraproletaria, si dilungava sui perché dei moti che nei decenni precedenti avevano rivoltato come un calzino le piazze e i palazzi del sistema, diqua e dilà dalla cortina che stava per crollare. Non a caso in copertina campeggiava l’iconica foto della bella ragazzotta che in groppa a un amico sventolava la bandiera cecoslovacca – paese ancora unito – tra la folla praghese, prima del rombo dei carrarmati russi. Era il ‘68. Archeologia del presente. La sinistra di sistema, matrigna dell’attuale, non pigliava più ordini e dané da Mosca ma non ancora da Washington. L’altra pigliava mazzate e schioppettate nei cortei. La destra di regime, patrigna dell’attuale, leccava il deretano al capitale ma non ancora all’Amerika. L’altra faceva il lavoro sporco per il sistema pur dicendosi antisistema, piazzando bombe sui treni e nelle piazze, tanto per fare un po’ di morti da gettare sul piatto del disordine pubblico. Anni formidabili.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Formidabili quegli anni</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Anni dove sapevi da che parte stare, il nemico l’avevi di fronte e l’amico di fianco, ma vai a fidarti, era meglio non averlo dietro. Ché allora c’erano i cortei inzeppati dai servizi devianti, chi passava dall’altra parte della barricata in un fiat e chi usciva dalle caserme per sparare nel mucchio, alzare il tiro nella strategia della tensione. La strategia del terrore costata al Belpaese centinaia di morti e migliaia di feriti, da Brescia a Genova, buoni per le commemorazioni di rito. C’era ancora bisogno di mazzate e stragi per tenere a bada chi voleva cambiare le cose. Poi negli anni a venire sarebbero bastate televisioni commerciali, virus e antivirus tarocchi e reti virtuali a devastare i cervelli e tenere buone le masse non più proletarie ma semplicemente precarie. E c’era il grande vecchio, come ai tempi del perfido Cavour – che poi era una vecchia, consorte di Franceschiello – a tenere le fila della rivolta. Salvo scoprire che lo spartito suonato nelle piazze era scritto nelle stanze dei palazzi del potere e la regia veniva non più d’oltre Manica ma d’oltre oceano. Anni formidabili.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il salto di qualità del regime</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A paragone di quegli anni s’è fatto un bel salto di qualità. Per prima cosa, nelle piazze calano non tanto giovani che vogliono cambiare il sistema ma ragazzini vogliosi di fare bordello. Puro e semplice. Preadolescenti preda dell’algoritmo e del nichilismo di un sistema che li vuole manovrabili alla bisogna, per qualche leggina liberticida da rubricare sotto la voce ordine pubblico. Che l’ordine, si sa, non basta mai e il mondo s’ha da ripulire come un cesso svizzero da ogni dissenso. Così vuole il regime malcelato da democrazia. Regime, parola grossa? Beh, in effetti un paese dove non s‘alza una voce che sia contro il pensiero unico dominante, dove la dialettica politica è ridotta a chiacchiera da bar e l’antagonismo a una burletta è molto diverso dal regime del perfido Putin, per dire. La Russia, sempiterno spauracchio d’Europa, ancorché non più zarista né comunista. Poi, certo, calano gli infiltrati che fanno danni, a mucchi. Pure certi squadristi antidissenso che non si vedevano dai tempi della repubblica di Weimar, risorti nella nostrana repubblica delle banane. E cala un sacco di gente stufa dell’attuale (dis)ordine delle cose.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il coro miserabile del circo mediatico</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">E del vecchio cane da guardia del sistema, del giornalismo, che ne è stato? Ah, qui viene il bello. <span style="font-weight: 400;">Pigliamo i moti di piazza di questo fine settimana. Oltre ai preadolescenti in fregola e agli infiltrati erano in tanti che manifestavano sul serio, pacificamente. Contro il carovita, i prezzi dei carburanti alle stelle, i servizi pubblici alle stalle, scuola e sanità in primis, la voglia di guerra di questo governo asservito come il resto d’Europa a un padrone sempre meno affidabile. Storpio che guida i ciechi come nel famoso quadro di Bruegel il vecchio. Di tutto questo non c’è traccia a sfogliare i giornali d’ogni colore, neppure l’ombra nei tg d’ogni fazione. Violenze, solo violenze da parte dei soliti cattivi, da estirpare per non disturbare il manovratore che conduce al disastro. L’obiettivo è sempre quello, sparato a tuttapagina, nei titoli di coda. Nel coro miserabile del circo mediatico spicca il titolone d’un giornale che tira quattro copie, asservito come pochi: “Il regista è un professorino”. Con tanto di foto di bandiere palestinesi al vento, dietro l’infame. Eccolo il salto di qualità, quello vero. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Giornalisti, terroristi fiancheggiatori</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Due grassi piccioni presi con la misera fava. Il giovane professorino invece del grande vecchio: Youssef Siher, il filopalestinese terrorista, l’arabo nemico d’Israele e, va da sé, dell’Occidente. Un rovesciamento logico e semantico, una trovata perfetta. Si vede che nelle redazioni e negli apparati che servono detta legge il paese unistellato. E i giornalisti – terroristi veri come gridano non a torto in certi cortei – fiancheggiatori di certe procure, a dire e scrivere senza battere ciglio. Peggio che servi sciocchi: inutili passacarte, megafoni dell’altrui pensiero, avendo dato il proprio all’ammasso. Le loro panzane non fanno più presa in chi non legge giornali né vede tv, ma ripeterle col copincolla fa bene alla causa e salva il posto. In attesa della demenza artificiale che porterà all’estinzione della vil razza dannata. Quelli sì anni formidabili. Manco potremo prendercela col robottino sparafregnacce. Ma ci sarà sempre un capretto espiatorio a cui fare la festa. In carne e ossa, poveretto.</span></p>
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		<title>Joker, la carta truccata del mazzo</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Nov 2019 15:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’erano una volta le rivoluzioni colorate. Democratiche, spontanee. Dovevano aprire la strada alla libertà nei paesi dell’Est, eliminando uno a uno tristi despoti sopravvissuti al tracollo del comunismo, da Belgrado a Kiev, col marchio di qualità serbo Octopor e il mancorrente Cia. Salvo poi accorgersi d’aver rimesso in circolo le miserie della guerra fredda, a sfascio dell’Oriente europeo. C’erano una volta le primavere arabe. Spontanee,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/joker-la-carta-truccata-del-mazzo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>C’erano una volta le rivoluzioni colorate. Democratiche, spontanee. Dovevano aprire la strada alla libertà nei paesi dell’Est, eliminando uno a uno tristi despoti sopravvissuti al tracollo del comunismo, da Belgrado a Kiev, col marchio di qualità serbo Octopor e il mancorrente Cia.<span id="more-9584"></span> Salvo poi accorgersi d’aver rimesso in circolo le miserie della guerra fredda, a sfascio dell’Oriente europeo. C’erano una volta le primavere arabe. Spontanee, democratiche. Salvo poi accorgersi d’aver dato la stura al terrorismo islamico e alla migranza di massa, a sfascio dell’Occidente europeo.</p>
<p>Tramontato il mito di rivoluzioni e primavere pianificate a tavolino si è passati alle proteste attuali, non meno virali e dirompenti, coi gilet a Parigi e gli ombrelli a Hong Kong (evidentemente diverse tra loro). Indipendentemente dalle ragioni della protesta, la morsa della miseria o la voglia di libertà, la tassa su whatsup in Libano o i rincari della metropolitana in Cile, una maschera le accomuna. Da Beirut a Santiago, da Hong Kong a Roma, il faccione truccato del Joker campeggia nei moti.</p>
<p>Sarà stato il leone d’oro vinto dal film di Phoenix alla mostra del cinema di Venezia, fattostà che il mascherone dell’anti Batman impazza in piazza e in rete ai quattro angoli del globo, a beneficio dei media. Come già la mascherina di Guy Fawks, il bombarolo cattolico fattosi eroe in V per Vendetta. Ma un divo della rivoluzione di cartapesta, dell’anarchismo balordo privo d’ogni substrato ideologico e prospettiva di reale cambiamento, non può non recitare a soggetto, cambiare a ogni messinscena. Basta buttare l’idea, un bel gadget, un marchio di fabbrica nuovo e diverso, e il circo mediatico pensa al resto. La carta del joker è solo l&#8217;ultima pescata dal mazzo, truccata come la sua faccia.</p>
<p>È l’antagonismo ai tempi del grande fratello, pastura per ogni cervello e frutto d’una oculata regia. Il ribellismo velleitario a metà tra triste carnevalata e sfogo di massa al tempo della caduta delle ideologie. Né di destra né di sinistra, anodino &amp; anonimo, banalmente antisistema come vuole il sistema. Ché a metterci la faccia sia il cattivo di turno spacciato per eroe buono, comunque positivo visto che lotta contro un&#8217;oppressione e una cattiveria più grandi di lui, non è solo un dettaglio di scena. È la riprova di dove venga il là – il Joker o Guy, immancabilmente mutuati dall&#8217;immaginario angloamericano – e la dice lunga su quanto lunga sia la strada per rimettere in piedi le idee capovolte, come diceva quel tal barbone.</p>
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		<title>Hong Kong, partita a domino con la Cina</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Aug 2019 08:39:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Hong Kong e la sua crisi di piazza, spontanea quanto un teatrino d&#8217;ombre cinesi, può innescare ben altre crisi sulle piazze finanziarie del mercato globale e nel confronto tra Oriente e Occidente. Atteso per il 5 agosto lo sciopero generale, il redde rationem con Pechino che per ora sta a guardare È dal 2014 che va avanti così. Coi cappelli e gli ombrelli colorati, per... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/hong-kong-partita-a-domino-con-la-cina/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9510" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/08/7762204.jpg"><img class="size-medium wp-image-9510" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/08/7762204-300x162.jpg" alt="Proteste a Hong Kong. Sopra: la governatrice Carrie Lam" width="300" height="162" /></a><p class="wp-caption-text">Proteste a Hong Kong. Sopra: la governatrice Carrie Lam</p></div>
<p>Hong Kong e la sua crisi di piazza, spontanea quanto un teatrino d&#8217;ombre cinesi, può innescare ben altre crisi sulle piazze finanziarie del mercato globale e nel confronto tra Oriente e Occidente. Atteso per il 5 agosto lo sciopero generale, il redde rationem con Pechino che per ora sta a guardare<span id="more-9508"></span></p>
<p>È dal 2014 che va avanti così. Coi cappelli e gli ombrelli colorati, per ripararsi dai lacrimogeni più che dalla pioggia o dal sole, rade bandiere inglesi. Cinque anni di proteste a Hong Kong, le più cruente negli ultimi tempi, con l’occupazione del parlamento e gli scontri al New Town Plaza, nei Nuovi territori della terraferma. Prima per il suffragio universale del governo centrale eletto dal ristretto gruppo dirigente, formalmente indipendente da Pechino. Poi per la legge sull’estradizione presentata dall’esecutivo, che vede per i criminali – siano finanzieri o gangster – la possibilità d’essere estradati e giudicati a Macao, Taiwan e nella Cina continentale.</p>
<p>A centinaia di migliaia in piazza, a milioni secondo gli organizzatori, fino all’occupazione del parlamento locale. Non è bastato lo stop all’estradizione, con tanto di scuse da parte della governatrice Carrie Lam per le «mancanze del governo e l’afflizione di molti». Scemate nei numeri, le manifestazioni degli ultimi tempi si sono incrudelite, con feriti e arresti a dozzine. E per il 5 agosto è atteso lo sciopero generale, il redde rationem con Pechino che per ora sta a guardare, limitandosi a dare un colpo al cerchio e l’altro alla botte, come d’uopo in casa di mandarini.</p>
<p>La partita tra i manifestanti e la Cina – guai a chiamarla madrepatria, da queste parti – va oltre la querelle con l’amministrazione o le beghe legislative. Né è questione di diritti umani violati, come nella Cina continentale, secondo gli osservatori di tali diritti. Nata su input di docenti universitari anglicizzati, a cui s’è dato un seguito studentesco di massa, le proteste hanno avuto il classico sviluppo delle rivoluzioni colorate sbocciate nel mondo per portare il verbo globalista &amp; liberista in casa di regimi avversi e contrari. Spontanee quanto un teatrino d&#8217;ombre cinesi, ma non per questo men vere.</p>
<p>Una piana di grattacieli in stile Feng Shui, un porto a perdita d’occhio dove faticherebbe a cadere il classico vago di sale. Piazza dello strapotere finanziario mondiale e viuzze dove s’accatastano pub e bordelli, cascami dell’Occidente ricco e sfrenato. Dalle balconate del Victoria peak potete cogliere con uno sguardo il senso delle cose, le contraddizioni del mondo. Sfiorare con mano, quasi, la partita a domino tra un mondo non più bipolare e un mondo non ancora multipolare, nel vecchio porto profumato all’estuario del fiume delle perle, restituito nel ‘97 dalla Gran Bretagna alla Cina. A cui l’aveva sottratto con la famigerata guerra per la commercializzazione dell’oppio alla metà dell’Ottocento. All’apice dello strapotere imperiale britannico ed europeo, oggi sfranto ma non domo.</p>
<p>Una gara di domino in uno stato città di pochi milioni d’abitanti, megacentro commerciale con oltre 340 miliardi di dollari di pil – a paragone l’Italia non ne fa un paio, con oltre sessanta milioni d’abitanti – sterminata conurbazione a un tiro di schioppo dalla Cina di cui è parte ma al tempo stesso distante anni luce. Hong Kong e la sua crisi di piazza può innescare ben altre crisi sulle piazze finanziarie del mercato globale, e gli analisti già avvertono che l’Italia è in prima fila nella nuova recessione che s’apparecchia. Punta di diamante dell’Occidente in Oriente, e punto di non ritorno della nazionalizzazione delle vecchie colonie, come Macao e in un futuro più o meno prossimo Taiwan, secondo il principio: un paese, due sistemi, messo in crisi dai dimostranti e dalle mene angloamericane. La frontiera, e la partita, tra l’Occidente che più non è padrone del mondo e l’Oriente che non lo è ancora, passa e si gioca qui. Sulle teste dei manifestanti.</p>
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