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	<title>Maurizio Zuccari &#187; resistenza</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Cuba, la guerra infinita</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 14:38:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti i predecessori hanno fallito? C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba-la-guerra-infinita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/08/Cuba2ok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10789" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/08/Cuba2ok-300x200.jpeg" alt="Cuba2ok" width="300" height="200" /></a></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti i predecessori hanno fallito?</strong><span id="more-10788"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che gli sta a due braccia di mare. Cuba soffoca ma non muore. Il suo ingombrante vicino di casa ha provato in ogni modo a ricondurla all’ovile degli staterelli servili, finora inutilmente. All’alba della rivoluzione, nel ‘61, ci provò con un grande sbarco, ma andò male. Anzi, la vittoria della Baja dei porci – nome quanto mai azzeccato – è diventata emblema d’una rivoluzione che non molla. Che, nonostante tutto, resiste. Non si ha idea, in Europa, di cosa significhi vivere nel giardino di casa dell’impero del dollaro. Un misto d’attrazione e repulsione. Un paese come Cuba, poi, già puttanajo degli States, come buona parte dell’America latina. Un figlio che vorrebbe amare una madre matrigna ed è costretto a odiarla per legittima difesa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’isola è allo svuotamento dei posacenere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non ha mai avuto la possibilità di vivere in santa pace e tantomeno nel benessere, la Isla grande. Legioni di presidenti, sedicenti democratici o biechi repubblicani, si sono dati da fare per strangolare la rivoluzione in fasce e accopparne i leader. Quelli che la revoluciòn non ha divorato. Fidel, da solo, è scampato a un centinajo d’attentati degli sgherri della Cia e affini che con altri leader socialisti o nazionalisti hanno avuto assai più successo, da Sandino ad Allende a Peron, buon ultimi Chavez e Madero. Ma la favola, come tutte le belle storie che si rispettino, è alla fine e non è a lieto fine. Dopo decenni di resistenza o, come usa dirsi con un termine orribilmente alla moda, di resilienza, Cuba è allo svuotamento dei posacere, dopo aver sparecchiato la frutta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il tradimento venezuelano</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella sua lunga resistenza settantennale ha attraversato momento duri, durissimi. Terribili. Chiunque abbia avuto modo di visitarla negli anni del malfido sostegno sovietico, poi cinese, durante le tremende crisi energetiche seguite al crollo dell’Urss, sa di quanta forza di volontà, inventiva e capacità d’arrangiarsi siano capaci i cubani. Napoletani, scansatevi. Ma anche i peggiori apagòn del periodo speciale e le fughe di massa dei balseros sono niente in confronto all’attuale stato di cose. Dopo il cambio di campo e la normalizzazione del Venezuela – meglio, tradimento dei vertici bolivariani – all’Avana non arriva un goccio di petrolio da Caracas e chi può campa di rimesse dai parenti a Miami o scampa come può. Le nuove rotte vedono i migranti passare dalla Guyana e dalla giungla brasiliana, per tentare la fortuna, o meglio la sopravvivenza tra i latinos o negli States. Il governo castrista, vista la mala parata, concede il concepibile in attesa del peggio e i grandi investitori Usa e internazionali già aprono le borse piuttosto che affilare l&#8217;armi, pronti a cogliere i frutti di tanta attesa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La rivoluzione non è più moneta spendibile</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Niente arriva nell’isola, niente può lasciarla. Il blocco è totale, la morsa dell’impero attorno all’isola è serrata, Hormuz è un colabrodo a paragone delle basi Usa che l’attorniano, oltre al cancro di Guantanamo, da sempre incistato nella carne viva di Cuba. Le file ai negozi per compare un chilo di papas e mezzo pollastro sono infinite. Le gloriose carrette degli anni ‘50 più rattoppate che mai. Ma, quel che è peggio, è che questa vergogna dell’umanità e del diritto internazionale ha sempre più flebili difensori, nessuno che la sostenga concretamente, al di là delle chiacchiere da salotto. Fidel non c’è più e Raul non dà certo l’idea d’un leader per cui spendersi. Vecchio dramma d’ogni rivoluzione, incapace di produrre il ricambio generazionale dei suoi quadri dirigenti. Ma anche se fosse un leader pari al fratello né lui né Cuba sarebbero più moneta spendibile per alcuna ideologia rivoluzionaria ai tempi del conformismo imperante.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il buon gioco di Donaldone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Così Donaldone ha buon gioco, può riuscire là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Passare alla storia come il presidente che ha riportato Cuba all’obbedienza, nello steccato dei servi. Gli è riuscito col Venezuela, bel colpo da maestro, e ora si gode il suo petrolio col placet dei vertici chavisti passati armi e bagagli dalla parte dell’imperatore, Delcy Rodriguez e Padrino Lopez. Per Cuba non si tratta di drenare risorse, ma vuoi mettere la soddisfazione, il sollazzo di riuscire dove tutti hanno fallito? Da mesi gli agenti Usa inzeppano l’Avana, ma forse non servirà manco sparacchiare, ancora un po’ e le pance dei cubani saranno talmente vuote, le loro menti provate da aprirgli le braccia come a un liberatore. Come altri paesi, compreso il nostro, , in prima fila nel codazzo dei servi, hanno fatto nel corso della storia coi vari occupanti.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Questione di tempo, o di un miracolo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">È solo questione di tempo, poi il sogno d’un socialismo caraibico, corrusco &amp; tosto, finirà garrotato a suon di dollari e fregnacce mediatiche. Ridotto a tristo museo degli orrori di un passato che i vincitori vorranno conservare, bontà loro, a futura memoria degli ignavi. Il mondo allora avrà perso un pezzo di bellezza, di verità. I turisti andranno a farsi selfie davanti all’icona pubblicitaria del Che senza manco sapere chi fosse, una bella coca in mano. E a chi scrive non resterà che tornare su una vecchia strada che mena alla cattedrale della Virgen del Cobre, a sud di Santiago, per chiedergli la grazia di non vedere tanto scempio. O di far resistere i suoi fedeli magari fino alle elezioni di novembre, ammesso che queste vedano la messa in riga di Trump e la resipiscenza sua e di chi verrà. Ma questo sarebbe un miracolo pure per la Madonna nera di Cuba.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>vedi anche: 2002, cartoline da Cuba: <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba/" target="_blank">https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba/</a></em></p>
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		<title>La tregua è finita</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 08:32:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Serve una nuova resistenza, al di fuori di categorie superate, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. Frammenti di un discorso letterario e politico a margine dell’ennesimo decreto Conte sul Covid. Negli ultimi tempi, prima del suicidio, Primo Levi era ossessionato da un’idea. La tregua, ripeteva, prima o poi finirà, sta finendo. Non erano tregua, per lui, i lunghi mesi di peregrinazioni dal lager... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-tregua-e-finita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Serve una nuova resistenza, al di fuori di categorie superate, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. Frammenti di un discorso letterario e politico a margine dell’ennesimo decreto Conte sul Covid.<span id="more-9896"></span> Negli ultimi tempi, prima del suicidio, Primo Levi era ossessionato da un’idea. La tregua, ripeteva, prima o poi finirà, sta finendo. Non erano tregua, per lui, i lunghi mesi di peregrinazioni dal lager nazista a Torino, passando per l’Est europeo. Tantomeno l’anno passato nel terzo campo di sterminio di Auschwitz, il nazifascismo considerato tragica parentesi nella storia del mondo, ma la vittoria su questo e la precaria pace raggiunta nel dopoguerra. Tregua destinata prima o poi a finire con l’affacciarsi d’un altro, e più pernicioso, tipo di fascismo. Un totalitarismo che avrebbe potuto fare a meno di randellate e camere a gas.</p>
<p>Le parole di Levi sono nell’aria, in questi giorni, trascinate dal particolato meglio del Covid. Le respiriamo, sono nella nostra testa. Sono dentro il cuore nero, o fucsia, o arcobaleno dell’Occidente. E, come sempre, l’Italia che tanto ha dato alla scienza politica dello scorso secolo, da Mussolini a Berlusconi, a Grillo, è all’avanguardia anche nel XXI. Piglia l’ennesimo decreto Conte, questo avvocaticchio catapultato per grazia divina e volontà dei poteri forti, più che della nazione, a capo del governo, e qui rimasto in virtù del più grande ribaltone della storia politica del Belpaese. Piglia la sua mascherata generale, brillantemente anticipata – persino superata, nel caso del Lazio e della Campania – da uno schieramento trasversale che va da Zingaretti alla scomparsa Santelli, passando per De Luca. Cioè dalla postsinistra alla neodestra, fino al governatore campano che solo uno sviscerato amante della commedia dell’arte all’italiana può allocare tra le file del centrosinistra. Vale a dire l’intero arco costituzionale, o quel che si definisce tale.</p>
<p>Diciamolo subito: fascismo e comunismo, schematicamente ridotti a destra e sinistra, sono categorie politiche superate che assumono la stessa valenza storica della contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, Goti e Bizantini. Non tanto e non solo perché ogni reale differenza tra gli schieramenti – la realtà fattuale, avrebbe detto il buon Machiavelli – s’è sciolta e confusa nel pensiero unico dominante, il conformismo acritico di cui la peste del politicamente corretto è il sintomo più evidente del male, come lo era l’ideologia ai tempi del politicamente impegnato. Quanto perché, nemesi della storia, il nuovo totalitarismo oggi si veste d’antifascismo.</p>
<p>Abbandonato non dico ogni pensiero critico, ma ogni pulsione logica, l’homo covidicus, già antifascista militante benché privo dei rudimenti della dialettica marxista, sempre nel giusto ancorché preso a calci dalla storia, è divenuto il più spietato persecutore d’ogni differenza, d’ogni intelligenza alternativa all’esistente. Partigiano d’un globalismo economico e d’un umanitarismo velleitario che nulla hanno a che vedere con l’internazionalismo proletario e la liberazione dell’umanità, manco con l’amore verso il prossimo o i rejetti. Butta secchiate di vernice sulle statue in nome d’un progressismo che cela il più bieco oscurantismo. Così la famigerata mascherina, bavarola che ognuno dovrebbe sprezzare in nome della logica e della libertà, è divenuta simbolo acritico del consenso generale, del rigore per amore del prossimo e di sé. Trend di consumo e tendenza di moda. Non c’è livello culturale o scolarità che tenga. Indossarla è divenuta quasi una bandiera per la sinistra, come toglierla sarebbe di destra (vedi le menate su Trump). Bella contraddizione, non certo la sola o maggiore.</p>
<p>Dietro la mascherata generale e l’invito alla delazione, dietro al ricatto della salute c’è questo, una nuova forma di controllo sociale, non certo frutto delle menti d’un Conte o d’uno Zingaretti, servi più o meno ligi al proprio ruolo in un sistema – quello del capitale globale nella sua fase preterminale, detto in rima, o Cgp – che ogni giorno di più annienta le nostre vite e il nostro lavoro, affetti e socialità. E al covidiota, evoluzione dell’italiota, al conformista antifascista o interclassista, o neofascista, va bene così. Naviga beato tra palate di merda sempre più grossa. Per tema del peggio ingoja il peggio, secondo l’arcinota legge della rana bollita. L’umano si fa disumano ma non coglie l’evidenza dell’incongruenza. Il problema delle libertà negate non lo sfiora, sommerso dalla disinformazione martellante, dispensatrice della paura che annega ogni residuale capacità cognitiva e resistenziale.</p>
<p>La neolingua, impasto d’inglese d’accatto ripetuto a pappagallo, è funzionale allo scopo, veicolo del nuovo sentire collettivo. Lockdown non ha la stessa valenza di confinamento sociale. Nel rovesciamento semantico e concettuale negazionista, sovranista, complottista, anziché aggettivi connotativi ed elementi di riflessione sono termini di dileggio mutuati dalla grande narrazione imperante, trasversale e progressista. E il fantasma del nemico prende forme orizzontali, come già durante la strategia della tensione e assai prima, per salvaguardare il conflitto verticale che la neolingua maschera e la paura inibisce. La vera lotta di classe in atto tra i pochissimi che hanno sempre più, a danno dei più.</p>
<p>Guardare le statistiche di chi ha fatto miliardi a palate in questi mesi e chi ha perso tutto o quasi non fa cogliere il nesso. Il virus che viene dall’Est è un castigo di Dio, anzi cinese, non c’è relazione alcuna coi profitti dell’antivirus allo studio da anni, con benefiche fondazioni pronte a smerciarlo, finanziate dai neopadroni della terra e del vapore. Si tratta solo d’aspettare la conta dei morti, per convincere gli ultimi ottusi. Contano gli infetti, asintomatici cioè portatori sani, altra trovata geniale a dispetto d’ogni buonsenso. Contano i morti, appunto, anche se nessuno sa le vere cause dei decessi, visto che nessuna autopsia è mai stata fatta e nel dubbio tutti nella fossa comune, come Leopardi ai tempi della peste. Si chiuda tutto anche se nessun comitato scientifico l’ha mai richiesto, ma solo virologi per burla pagati a peso d’oro per le loro vacue comparsate. S’evitino carezze e baci a vecchi e pargoli, sempre più soli e fuori di testa, come ormai tutti. Si giri in maschera anche se non c’è nessuno all’orizzonte, si prendano le scale anziché l’ascensore, rigorosamente in maschera. Ogni idiozia è bevuta come acqua fresca e se un medico spiega, dati alla mano, che la bavarola è utile contro il virus quanto la canottiera contro una fucilata – come già l’Oms della prima ora – è un dispensatore d’odio e follia. Ma si crede a ciò che si vuol credere, alle favole come ai complotti, e nessuna alternativa è possibile per chi vuole sbattere la testa sempre allo stesso muro. Qualche avvertenza, però, inutile a scalfire certezze e pochezze.</p>
<p>Non si creda che, passati questi, altri figuri e comparse siano migliori e diverse. Il Salvini calante, già baubau fascista per eccellenza, o la Meloni ascendente, neofascista doc, sono tutto fuorché antisistema, hanno le mani legate e peggio, al massimo possono sbavare con la mordacchia alla bocca. Il problema è di sistema: il superamento della democrazia nelle forme (fintamente) costituzionali e conosciute. La tecnologia, non la democrazia, serve al Cgp – meglio, una tecnologia falsamente democratica – come destra e sinistra non rappresentano più le forze sociali di riferimento, venendo meno la contrapposizione delle classi d’origine. Non certo la lotta di classe in sé, resa anzi più feroce dall’incrudelirsi delle condizioni di vita e sociali dei ceti medi, dalla generale precarizzazione. Gli spezzoni alternativi che si muovono in ordine sparso, dopo la frantumazione dei Cinquestelle – che merita un discorso a parte, come la nemesi della sinistra – sono una meteora, una via di scampo in mancanza d’alternative praticabili, sfogo d’una lotta politica dove il gesto di fattura anarchica, tacciabile di terrorismo, torna l’unica via possibile per scardinare l’esistente. Un salto indietro di secoli, all’origine della rivoluzione industriale, perché la rivoluzione industriale è finita, scardinata dall’hitech e domani dalla robotica. Dove il capitale globale sarà al suo stadio terminale, poiché si passerà dal disumano all’inumano.</p>
<p>Ma queste son fole apocalittiche. Tutto questo prima o poi finirà, dicono l’anime belle, arriverà un bel vaccino e si tornerà a vedere la luce come il povero Ciaula della novella pirandelliana. Passata la pandemia, fra qualche mese o un anno, tutto tornerà come prima. Illusi. Passata questa ne verrà un’altra, o qualcos’altro da accettare nel nome dell’ineluttabile e del progresso, da mettere sotto controllo, come dissenzienti e retrogradi, con un bel vaccino ad hoc o un grazioso chip sottopelle. Faccio mie le parole dell’avvocato milanese Carlo Prisco, nel pool della settantina di legali che cercano – con poco successo, a dire il vero – di difendere i malcapitati dalle vessazioni decise dal governo a furia di decretazioni d’urgenza, illegittime e dal profilo anticostituzionale. «La gente non ha ancora capito che non si tornerà mai più alle forme d’aggregazione sociale alle quali eravamo abituati». Avremo lo smart working al posto del lavoro e dei diritti, la spesa online invece delle file sotto casa, la videochiamata coi famigliari e col vicino. Un qualche reddito di sussistenza, tanti bei canali tematici sulla tivù non più generalista. Potrete sempre darvi di gomito, a distanza. E dirvi antifascisti, o quel che vi pare, cittadini modello. Scordatevi feste in casa e moti di piazza, mascheratevi pure al cesso, per il vostro bene e dei vostri cari. Ai più va bene così, non ditelo complotto che è roba becera e d’antan. Al più, dittatura, ergo volontà, della maggioranza. Chi non ci sta si prepari a una nuova resistenza. Fuori dalle categorie esistenti, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. La tregua è finita, e sui lager sta scritto: “Andrà tutto bene”.</p>
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		<title>Sabina, nasce il Museo diffuso della Resistenza</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2015 16:52:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si inaugura il 25 ottobre a Poggio Mirteto (Rieti). Un progetto pilota per sviluppare un turismo della memoria nei luoghi dove nacque la prima zona libera d’Italia, della battaglia del Tancia e della strage nazifascista di Monte San Giovanni. Oltre il ricordo. «Con la liberazione di Cascia, Monteleone, Aruscio, Norcia, Leonessa, Albaneto, Poggio Bustone e le rispettive frazioni dei Comuni sopra citati, nonché i Comuni della... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/sabina-nasce-il-museo-diffuso-della-resistenza/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si inaugura il 25 ottobre a Poggio Mirteto (Rieti). Un progetto pilota per sviluppare un turismo della memoria nei luoghi dove nacque la prima zona libera d’Italia, della battaglia del Tancia e della strage nazifascista di Monte San Giovanni. Oltre il ricordo.<span id="more-8618"></span></p>
<div id="attachment_8619" style="width: 190px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/mappa_cascia.jpg"><img class="size-medium wp-image-8619" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/mappa_cascia-180x300.jpg" alt="mappa della prima zona libera d'Italia" width="180" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">mappa della prima zona libera d&#8217;Italia</p></div>
<p>«Con la liberazione di Cascia, Monteleone, Aruscio, Norcia, Leonessa, Albaneto, Poggio Bustone e le rispettive frazioni dei Comuni sopra citati, nonché i Comuni della Valnerina Alta, la Brigata Garibaldina a tutt’oggi ha liberato circa mille chilometri quadrati di territorio. Migliaia e migliaia di lavoratori sono stati liberati dalla schiavitù nazifascista. Questo Comando mentre invita i cittadini a collaborare con i partigiani per le necessità delle popolazioni liberate, rende noto che il territorio sopra descritto, con limiti: La Valle di Ferentillo, Castiglioni di Arrone, Rivodruti e Albaneto, è considerato staccato dalle Province di Terni, Perugia e Rieti, città ancora sotto il dominio nazifascista, e legato alla città di Cascia, da questo momento considerata capoluogo di tale territorio. Perciò la Brigata Garibaldina Gramsci è l’unica autorità operante in detto territorio, che degnamente rappresenta l’Italia democratica».</p>
<p>È il 16 marzo 1944 quando il comando della Brigata partigiana Gramsci emana questo proclama dalla sede dell’albergo Italia di Cascia. È infatti in Sabina, a cavallo tra Lazio e Umbria, con epicentro a Cascia, che si costituisce alla metà di marzo del 1944 la prima repubblica partigiana, assai prima che in Val d’Ossola. Una zona libera di oltre mille chilometri quadrati che avrà vita effimera, neanche un mese, ma rappresenta il primo esempio di resistenza armata organizzata al nazifascismo in Italia. Un’esperienza presto repressa con il rastrellamento nell’Alta e Bassa Sabina e sul Monte Tancia, nell’operazione denominata Osterei, Uova di Pasqua, tra il marzo e l’aprile del &#8217;44, a poche settimane dalla liberazione di Roma.</p>
<div id="attachment_8628" style="width: 222px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/invito25ottobre20151.jpg"><img class="size-medium wp-image-8628" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/invito25ottobre20151-212x300.jpg" alt="invito 25 ottobre 2015" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">invito 25 ottobre 2015</p></div>
<p>È in questi luoghi che prende il via il Museo diffuso della Resistenza in Sabina. Si tratta di un percorso di circa dieci chilometri alla riscoperta di un pezzo importante della storia recente, nel territorio che ha visto nascere la prima zona libera d’Italia, teatro della lotta armata contro l’occupazione, della battaglia del Monte Tancia e delle stragi nazifasciste di Leonessa e Monte San Giovanni. Prima tappa di un sito museale all’aperto, il museo si inaugura il 25 ottobre a Poggio Mirteto (Rieti) con una visita guidata mattutina e un convegno pomeridiano nella sala comunale, coordinato dal sottoscritto, e rappresenta l’avvio di un progetto curato dalla <a href="http://fondazionenenni.it" target="_blank">fondazione Nenni</a> che vuole coinvolgere i Comuni di Roma, Monterotondo e Rieti per la conoscenza e la fruizione di itinerari storici della Resistenza, alla riscoperta dell’entroterra sabino e laziale anche da questo punto di vista.</p>
<p>Già all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si costituisce sul territorio della Sabina tiberina una formazione partigiana denominata Banda d’Ercole, collegata al Centro militare clandestino, organizzato a Roma dal colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Comandante militare della banda, che prende il nome dal suo fondatore, il maggiore Patrizio D’Ercole, è il tenente Carlo Turrio Baldassarri. Nell’area opera pure la banda Strale, collegata anch’essa al centro militare. Contemporaneamente, nella zona di Poggio Mirteto si costituisce una squadra di sabotaggio di cui fanno parte antifascisti locali, soprattutto comunisti, guidati da Redento Masci. Il raggruppamento assume successivamente la denominazione di brigata autonoma Stalin, fondendosi con la banda D’Ercole e assumendo il nome D’Ercole-Stalin, alla quale si aggregano soldati sbandati, ex prigionieri di guerra fuggiti dai campi della zona e renitenti alla leva.</p>
<div id="attachment_8621" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/Poggio-Mirteto-la-piaza-principale-nel-1940.jpg"><img class="size-medium wp-image-8621" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/Poggio-Mirteto-la-piaza-principale-nel-1940-300x190.jpg" alt="Poggio Mirteto, la piazza principale nel 1940" width="300" height="190" /></a><p class="wp-caption-text">Poggio Mirteto, la piazza principale nel 1940</p></div>
<p>I partigiani iniziano a operare compiendo attentati lungo la linea ferroviaria Roma-Orte-Firenze. La prima operazione, nata in modo pressoché fortuito il 14 settembre 1943, è la distruzione di un treno carico di viveri e munizioni e del treno presidenziale di Mussolini fermi allo scalo di Poggio Mirteto per evitare i bombardamenti alleati su Roma. All’azione partecipano lo stesso Masci e il giovane sottufficiale del genio Giorgio Labò, diventato in seguito uno dei due artificieri dei Gap romani, catturato e fucilato nel marzo ‘44. Già il 23 ottobre 1943 la banda conta il suo primo caduto: Mario Dottori, ucciso mentre cerca di far saltare un ponte ferroviario in località Galantina. A lui è dedicata una piazzetta in paese.</p>
<p>La resistenza è attiva in particolare nel nord della regione, ai confini con l’Umbria, dove il 16 marzo 1944 avviene la storica proclamazione del Territorio libero di Cascia, Norcia e Leonessa da parte della brigata garibaldina Gramsci, dopo gli scontri a Poggio Bustone – dove viene ucciso, con una dozzina di repubblichini, il questore Bruno Pannaria – e in altre località che avevano portato alla liberazione di una vasta fascia di territorio compreso nelle province di Rieti, Perugia e Terni. Ad assumerne il comando è il comunista titino Svetozar Lakovic, commissario politico Alfredo Filipponi. Nessun collegamento viene però attivato coi gruppi operanti nella Bassa Sabina dove, sempre nel marzo ‘44, viene costituito un comando unificato sul Monte Cosce, coordinato dal maggiore Aimone Manni, mentre si aggregano alla Brigata D’Ercole-Stalin molti gappisti romani, guidati dai membri del Pci Nino Franchillucci e Luigi Forcella, riparati nella zona per sfuggire ai rastrellamenti culminati nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il 24 del mese. La brigata, così rafforzata, compie vari sabotaggi, attaccando pattuglie e convogli che transitano verso il capoluogo di provincia attraverso il Monte Tancia, dove ha il suo rifugio.</p>
<div id="attachment_8622" style="width: 196px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/toso3.jpg"><img class="size-medium wp-image-8622" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/toso3-186x300.jpg" alt="A destra: Svetozar Lakovic (Toso) comandante della Gramsci" width="186" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">A destra: Svetozar Lakovic (Toso) comandante della Gramsci</p></div>
<p>Sentendosi minacciato, il prefetto repubblichino di Rieti, Ermanno Di Marsciano, già federale fascista della città, chiede l’intervento dei tedeschi che d’altra parte hanno bisogno di “ripulire” la zona dai partigiani in vista dell’imminente abbandono del caposaldo di Cassino e della ritirata da Roma. Così, in coda alla vasta operazione di rastrellamento iniziata la notte del 31 marzo nel Territorio libero – dove si contano quasi 300 morti e circa 700 rastrellati, in massima parte civili, mentre le bande partigiane si dileguano senza impegnare battaglia – da parte del raggruppamento guidato dal colonnello Ludwig Schanze, poi sostituito nell’incarico dal maggiore Hermann Wilcke, all’alba del 7 aprile, vigilia di Pasqua (il cosiddetto venerdì di sangue) un reparto di SS della divisione Brandenburgo, coadiuvati dai militi fascisti della Gnr, al comando dello stesso Di Marsciano iniziano il rastrellamento del Tancia da tre direzioni. I partigiani rimasti sul posto si dispongono in altrettante squadre per bloccare le vie di accesso. Lo scontro a fuoco si protrae fino al pomeriggio, quando la formazione di circa 80 elementi riesce a rompere l’accerchiamento ma sul terreno, in località Arcucciola, restano 7 corpi.</p>
<div id="attachment_8623" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/Monte-Tancia-lapide-ai-caduti1.jpg"><img class="size-medium wp-image-8623" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/Monte-Tancia-lapide-ai-caduti1-300x201.jpg" alt="Monte Tancia, lapide ai caduti" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Monte Tancia, lapide ai caduti</p></div>
<p>I caduti sono in gran parte romani: i fratelli Franco e Bruno Bruni (medaglia d’oro alla memoria) di 18 e 21 anni, Giordano Sangalli, di 16, Nello Donini (18), Domenico Del Bufalo (20), Alberto Di Battista (22), e Giacomo Donati (36). Altri due partigiani vengono presi e fucilati a Castel San Pietro, un terzo all’Osteria del Tancia. Complessivamente cadono 10 patrioti. Intanto proseguono le rappresaglie contro i civili. Quello stesso 7 aprile vengono catturati il podestà di Poggio Mirteto Giuseppe De Vito, accusato di connivenza con gli antifascisti, Giuseppe Felici (già membro dei Gap romani, ferito nello scontro del Tancia), il poggiano Diego Eusebi e il giovane studente milanese Giannantonio Pellegrini Ghislaghi. Due giorni dopo, il 9 aprile, domenica di Pasqua, vengono fucilati a Rieti in località Quattro Strade, insieme ad altri 11 patrioti.</p>
<p>Come già nella ex zona libera, i nazifascisti infieriscono sulla popolazione locale. Nella frazione di San Michele del Comune di Monte San Giovanni catturano anziani, donne e bambini e li rinchiudono nella chiesola omonima mentre danno fuoco alle case, poi li radunano in uno spiazzo dove vengono trucidati con la mitragliatrice. Le vittime sono 15, tra le quali sei donne, di cui una incinta di sette mesi, 3 vecchi e 6 bambini: una bimba di appena 18 mesi, due di 4 anni e due di 6. Si salvano, perché nascoste dalla madre, due bambine: una di 3 mesi e l’altra di 7 anni. Altri 3 anziani vengono uccisi nella frazione Gallo. Ancora un tributo di sangue Poggio Mirteto paga nelle ultime ore dell’occupazione nazista. Il 10 giugno i tedeschi in ritirata bombardano con colpi di mortaio la piazza del paese, dove si sono riunite le persone attirate da un comunicato che annuncia la distribuzione di generi alimentari. Muoiono in 14, tra le quali 3 donne. Altre 9 persone, soprattutto ragazzi e anziani, periscono per le mine rimaste inesplose nel territorio. Ai martiri dell’Arcucciola, o della libertà, è dedicata la principale piazza del paese e viene concessa la medaglia d’argento al valor militare, come pure alla brigata D’Ercole-Stalin. Nonostante i vari processi, i responsabili delle stragi non hanno mai pagato. Il Museo diffuso della Resistenza è un omaggio a loro, alle vittime, ma calato nell’oggi, perché la memoria non sia solo un ricordo.</p>
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