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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Romanzo</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Sulla pietra Adamsberg non risorge</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Sep 2024 15:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo sei anni torna il commissario di Fred Vargas con un dolmen e una storia ambientata in Bretagna, scombinata come poche Sei anni son tanti. Una vita, quasi, soprattutto in letteratura. Uno s’aspetta che dopo tant’anni si ritrovi per le mani un capolavoro, o perlomeno quello che di un autore s’è amato, gli è mancato. Così, quando una come Fred Vargas torna sugli scaffali, sei... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/sulla-pietra-adamsberg-non-risorge/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Dopo sei anni torna il commissario di Fred Vargas con un dolmen e una storia ambientata in Bretagna, scombinata come poche</strong><br />
<span id="more-10521"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Sei anni son tanti. Una vita, quasi, soprattutto in letteratura. Uno s’aspetta che dopo tant’anni si ritrovi per le mani un capolavoro, o perlomeno quello che di un autore s’è amato, gli è mancato. Così, quando una come Fred Vargas torna sugli scaffali, sei anni dopo, con l’ultimo nato della saga Adamsberg, uno corre ad acchiapparselo per leggerselo e goderselo tutto. E invece. Sulla pietra, l’ultimo romanzo dedicato al commissario parigino acchiappanuvoli, è un concentrato di difetti dei precedenti, con meno pregi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Vediamoli, a principiare dal titolo: Sur la dalle, in edizione originale. Sulla pietra, appunto. O meglio, sulla pietra tombale. La pietra, anzi il pietrone in questione che campeggia sulla copertina dell’edizione italiana Einaudi (non nell’originale Flemmarion) è un dolmen. Per l’esattezza il dolmen di Poulnabrone, presso Galway, nella contea di Clare, non distante dalle scogliere di Moher. Bellissimo ed evocativo lo scatto in chiaroscuro di Maurizio Rellini, però con tanta abbondanza di dolmen francesi – circa 4.500 quelli censiti – e in Bretagna in particolare, dov’è ambientata la storia (la stessa parola, dolmen, si vuole d’origine bretone), bisognava sceglierne uno fotografato dallo specialista umbro nell’Irlanda centro occidentale? Ma non è questo il punto. E neppure che il dolmen rivesta nella vicenda un ruolo tutto sommato marginale. Mero luogo fisico in cui le intuizioni poliziesche vengono a galla, dal substrato emotivo e tombale. Ché questo erano i lastroni: monumenti funebri e spazi sacralizzati: ossatura di tumuli funerari dell’età della pietra, scarnificati in bellavista per noi contemporanei. Ma entriamo nella tomba, nel vivo della pietra.</p>
<p style="font-weight: 400;">Altra presenza marginale è quella dello zoppo del castello di Comburgo (Combourg, in francese) o meglio del paesello di Louviec, dov’è ambientata la vicenda. Più che marginale, visto che la fantasmatica presenza si svela fin da subito, rivelandosi un mistero da burla. E un personaggio da operetta il discendente di Chateaubriand, gloria locale. L’acume, il genio letterario di Vargas si nutre di due caposaldi. O piedritti, per restare in tema di dolmen. Il primo è la forza letteraria dello svagato commissario, capo dell’Anticrimine parigina, originario dei Pirenei e, va da sé, poliziotto sui generis. Il secondo è dato dai suoi sanguinolenti casi intrisi di personaggi espunti da un immaginario orrorifico, mutuato da leggende locali e spesso ambientati nell’oscura provincia, come in quest’ultimo giallo. La materia storica è ben padroneggiata, tracima in filigrana nella corposità delle storie. Ma la ridondanza risulta dispersiva, come in questo caso, mentre l’arte, anche letteraria, vuole piuttosto scarnificazione; la ricercatezza narrativa, pur presente, paga lo scotto ai limiti intrinseci della traduzione, e la congerie di personaggi che circonda il protagonista paga dazio alla fissità dei ruoli, appiattendoli anche nel mutare di sentimenti e atteggiamenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Togli questi caratteri e resta un commissario mezzo superuomo, spalleggiato da una tenentona tutta superdonna, ancorché totalmente asessuata (se è concesso il distinguo sessista in tempi fluidi come i nostri). Resta una storia che è un inguacchio, un regolamento di conti di bande, locali e parigine, che più stonato non si può. L’americanizzazione di un personaggio francese, vien da dire. L’impressione è che sei anni di gestazione abbiano scombinato un bel po’ la storia, fatta di spezzoni che se ne vanno per conto loro e l’autrice fatica a tenere assieme. E veniamo al punto. Vargas, al secolo Frédérique Audouin-Rouzeau, è una celebrità: scrittrice preparatissima, battagliera anche nella vita, come nel caso della sua campagna pro Cesare Battisti, a cui è stata assai legata. Tra le sue tante dichiarazioni, una resta nel cuore. Recita pressappoco così: la banalità del male è assoluta, le mie storie dovrebbero esserlo, ma non lo sono. Non amo il realismo ma il reale. Ecco, forse ci sarebbe bisogno di storie più realistiche perché il loro fascino non ne risenta, deprivandole completamente di senso come nell’ultima. Ché Sulla pietra Adamsberg non risorge.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Sopra: la copertina di Sulla pietra (Einaudi, 464 pagine), particolare</em></p>
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		<title>Il romanzo della vita</title>
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		<pubDate>Sun, 11 Jul 2021 09:01:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie in forma di prose]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[La vita è un romanzo / non è finito / prima che sia finita / &#160; un’affacciata in finestra / uno sguardo fugace / poi si torna nel bujo / &#160; la trama è scritta, le pagine quelle / non dartene pena / leggilo bene, fino in fondo / &#160; ché se non ti piace / mica puoi cambiarlo / il romanzo della vita &#160; Sopra, Melania... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-romanzo-della-vita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La vita è un romanzo /</p>
<p>non è finito /</p>
<p>prima che sia finita /<span id="more-10035"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>un’affacciata in finestra /</p>
<p>uno sguardo fugace /</p>
<p>poi si torna nel bujo /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>la trama è scritta, le pagine quelle /</p>
<p>non dartene pena /</p>
<p>leggilo bene, fino in fondo /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>ché se non ti piace /</p>
<p>mica puoi cambiarlo /</p>
<p>il romanzo della vita</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sopra, Melania Mazzucco, Vita (particolare della copertina)</em></p>
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		<title>Battisti (e Roma) mon amour</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jun 2018 15:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Angelini Sut]]></category>
		<category><![CDATA[L'ultimo singolo]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Lucio Battisti]]></category>
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		<description><![CDATA[Diciamolo subito: L’ultimo singolo di Lucio Battisti è un bel libro. E non vale per le opere letterarie quel che vale per l’arte, che a dirla bella non si fa all’opera un complimento. L’ultimo romanzo di Adriano Angelini Sut parte in sordina, finisce quasi col botto e nel malloppo di oltre 500 pagine c’è tanta roba. Pure troppa, a paragone di certa esangue narrativa contemporanea.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/battisti-e-roma-mon-amour/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9390" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/06/angelini-battisti-page-0011.jpg"><img class="size-medium wp-image-9390" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/06/angelini-battisti-page-0011-300x216.jpg" alt="Particolare della copertina del libro. Sopra, il profilo tratto dall'album Emozioni" width="300" height="216" /></a><p class="wp-caption-text">Particolare della copertina del libro. Sopra, il profilo tratto dall&#8217;album Emozioni</p></div>
<p>Diciamolo subito: L’ultimo singolo di Lucio Battisti è un bel libro. E non vale per le opere letterarie quel che vale per l’arte, che a dirla bella non si fa all’opera un complimento. <span id="more-9388"></span>L’ultimo romanzo di Adriano Angelini Sut parte in sordina, finisce quasi col botto e nel malloppo di oltre 500 pagine c’è tanta roba. Pure troppa, a paragone di certa esangue narrativa contemporanea. Edito da Gaffi, il libro ha rischiato di finire nella dozzina del premio Strega e l’avrebbe meritato, persino, come un radioso futuro di vendite, se non galleggiasse in un semioscuro presente. Ma va bene così, non si scrive che per sé e per i posteri, per dirla come Camon.</p>
<p>Battisti Lucio, nato in quel di Poggio Bustone che l’Italietta era ancora fascista e del fascista si portò sempre le stimmate addosso – poi diremo una parola su questo – è il fil rouge della narrazione. Al punto che il profilo effigiato sull’album Emozioni compare sulla copertina del libro. Le sue canzoni, la sua vita, i sogni sognati da chi ha attraversato il suo tempo l&#8217;attraversano. E il suo tempo, le sue canzoni, dall’Apparenza alla Sposa occidentale, si fa uno e trino nel romanzo.</p>
<p>La musica, quella di Battisti e del tempo in cui esplose, assai meno intimista e disimpegnata di quanto volessero gli anni della contestazione globale, fa da fondale alla storia, si fa storia. La storia di Natale, figlio d’immigrati abruzzesi sbarcato nella capitale innamorato del cantautore, al punto da farsi compositore e dj e cercare nel venerato maestro una sponda, finché morte non sopraggiunge. La storia di Romano, punta avanzata del neofascismo capitolino, ottima borghesia e ideali a suo modo nobili, ma al servizio d’oscuri poteri. E la storia di Saul, esponente dell’ebraismo romano tiepido verso la sua stessa fede, gran lavoratore, il più a norma dei tre. Le loro storie s’intrecciano sullo sfondo della Roma del secondo Novecento, quella tragica e violenta, puzzona e trafficona, vitale a paragone dell’oggi ma dove la sua grande bellezza è già smarrita.</p>
<p>Al di là dell’intreccio biografico, è l’Urbe ex caput mundi la protagonista del romanzo. Un atto d’amore e d’odio viscerale, allo stesso tempo, come dichiarato dall’autore nei ringraziamenti, che trasuda dalla prima all’ultima pagina e offre il destro a definizioni azzeccate. Tipo: “Questa città stupenda – si legge a pagina 435 – che ti punisce per il fatto di aver osato godere della sua bellezza, sfinendoti di bassezze, trabocchetti, volgarità e ignominie quotidiano”. Sacrosanto, ma potrebbe estendersi alla realtà dell’intero paese, di cui Roma è marcia capoccia. Capitale corrotta nazione infetta, recitava un’inchiesta che ha fatto storia quando il giornalismo non era solo un cumulo di facebookerie.</p>
<p>La musica, la politica, l’ebraismo, Roma. Questa la tela e lo sfondo dove s’agitano i personaggi, in un romanzo corale che non accusa battute d’arresto ma scorre che è un piacere, a dispetto della mole e di qualche refuso, in una concatenazione d’eventi marcati dagli anni, dai ‘50 a ieri. Con la musica in sottofondo, s’è detto. Poi c&#8217;è un doppiofondo, quasi un sottotesto. L’intravedersi d’una realtà parallela che muove, consapevolmente o meno, i personaggi in quegli anni di trame e poteri neanche tanto oscuri che ancora modellano l’oggi. Infine una realtà ancora più oscura, indicibile. Fantasmatiche presenze nel quotidiano, affannato trantran. È qui, in questa tessitura triplice come le sue parti che L’ultimo singolo supera i precedenti e spicca il volo. Forse non si leva quanto potrebbe ma sale abbastanza, al punto da lasciar vedere la maturazione dell’autore che dopo la buona prova di Jackie sembra aver trovato una rotta da seguire. Senza curarsi troppo delle nuvole, ché dietro c’è sempre il sole, o una qualche stella che la indica. Senz’attrupparsi a bandiere losche e figuri a perdere.</p>
<p>Un’ultima parola su Battisti, sul suo fascismo reale o presunto. Ai tempi pochi avevano dubbi che finanziasse l’estrema destra e finanche frequentasse i campi eversivi che allignavano dalle sue parti, nell’alta Sabina. Poggio Bustone, per inciso, fu teatro d&#8217;uno dei maggiori scontri della resistenza nella dimenticata prima repubblica partigiana nata all’indomani della caduta del fascismo. Che i suoi testi, notevolmente criptici e più attenti ai travagli intimi che sociali, si prestassero alla bisogna è fuor di dubbio. Pirandello e Totò, per dire due mostri sacri, portavano la cimice fascista all’occhiello ma non erano meno geni per questo. Si adeguarono ai tempi, senza velleità resistenziali che potessero nuocere a fama e carriera. Erano fascistibili, più che fascisti. Proprio come il nostro e tanta genìa coèva.</p>
<p>A che pro, dunque, insistere sull’orientamento d’un genio musicale, quasi a voler cercare tardive assoluzioni ora che i tempi sono andati oltre e la fascistibilità è divenuta un marchio di qualità, al pari dell’omosessualità? Altro tema che, peraltro, nel romanzo è soavemente accennato. Meglio sarebbe stato, forse, sfrucugliare sul silenzio degli ultimi anni e la morte del cantautore che iniziò a strimpellare la chitarra in un appartamento al numero 35 di piazzale Prenestino, sull’ossessiva volontà della vedova di tenersi lontani dai riflettori, come per gran parte della vita, al punto di traslarne la salma. Ma questa è un’altra storia. Magari lo spunto per una nuova storia. Intanto godetevi questa.</p>
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		<title>Il Nobel è finito. Il romanzo della borghesia pure</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2018 11:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per la seconda volta dal 1901 (la prima fu nel ‘35) il Nobel per la letteratura quest’anno non viene assegnato, senza bisogno d’una guerra o d’un cataclisma. Lo sarà l’anno venturo, fa sapere l’Accademia di Svezia, assieme a quello del 2019. E peggio per chi, come Haruki Murakami, Philip Roth o Margaret Atwood, ma soprattutto il keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position, già ci... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-nobel-e-finito-il-romanzo-della-borghesia-pure/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9353" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/James-Ngugi.jpg"><img class="size-medium wp-image-9353" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/James-Ngugi-300x169.jpg" alt="Lo scrittore e poeta keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position al Nobel per la letteratura 2018. Sopra: L'Accademia di Svezia annuncia la cancellazione del premio" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Lo scrittore e poeta keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position al Nobel per la letteratura 2018. Sopra: L&#8217;Accademia di Svezia annuncia la cancellazione del premio</p></div>
<p>Per la seconda volta dal 1901 (la prima fu nel ‘35) il Nobel per la letteratura quest’anno non viene assegnato, senza bisogno d’una guerra o d’un cataclisma. <span id="more-9352"></span>Lo sarà l’anno venturo, fa sapere l’Accademia di Svezia, assieme a quello del 2019. E peggio per chi, come Haruki Murakami, Philip Roth o Margaret Atwood, ma soprattutto il keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position, già ci aveva fatto la bocca. Meno Dacia Maraini e Claudio Magris, tra i candidati italiani non certo favoriti.</p>
<p>Che in Svezia, punta avanzata del sessismo alla rovescia, dove una strizzata d’occhi è considerata avance e tacciata di becero maschilismo, il Nobel non potesse sottrarsi all&#8217;onda lunga del #metoo, è un fatto. Per qualche palpatina – pare anche agli augusti lombi della principessa Vittoria – il marito d’una delle giurate, Jean Claude Arnauld, fotografo francese d&#8217;una certa fama e bruttezza, s’è visto costretto a chiudere il suo Forum, caposaldo della ricchissima vita culturale di Stoccolma, e a lasciare l’organizzazione del premio.</p>
<div id="attachment_9355" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/La-giurata-Katarina-Frostenson-con-il-amarito-Jean-Claude-Arnault-ap.jpg"><img class="size-medium wp-image-9355" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/La-giurata-Katarina-Frostenson-con-il-amarito-Jean-Claude-Arnault-ap-300x169.jpg" alt="La giurata Katarina Frostenson con il marito Jean Claude Arnault " width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">La giurata Katarina Frostenson con il marito Jean Claude Arnault</p></div>
<p>La Svezia dunque paga pegno alla foga riformista e, sull’onda delle molestie sessuali, 8 giurati su 18 danno forfait. Essendo 12 il minimo richiesto al funzionamento, il danno è fatto. S’impone una ventata di novità anche nelle atmosfere soffuse &amp; ottuse del salotto buono per eccellenza della letteratura mondiale. Come già lo Strega, l’ultimo caposaldo letterario del XX secolo cede alla spinta riformista del XXI. Sua maestà Carlo XVI Gustavo sancisce la possibilità per i giurati di non esserlo più a vita, modificando uno statuto intonso dal 1786. Quando ancora erano di là da venire e tuonare i cannoni alla Bastiglia e l’ambaradan della modernità. Il Nobel, dunque, giunge al capolinea e molti – vedi, buon ultime, le tesi di Tim Parks sul Nyt riprese sul Fatto e sul Sole – vorrebbero che non uscisse più dall’officina, tanto ormai perde pezzi come un autobus dell’Atac. Meglio mandarlo al rogo, appunto come un bus Atac, privo com’è di peso e di senso.</p>
<p>La questione non è tanto lo scandalo, censurabile ma superabile, che magari cela altre e più venali marachelle. Né la congruità di un pugno di letterati svedesi nel giudicare di letteratura italiana o colombiana. E neppure l’urgenza di riformare un premio assegnato a mode culturali e menestrelli pur di ravvivare, ma nel cui Pantheon figurano conclamati maestri della letteratura mondiale. Basta dare una scorsa a un elenco lungo 117 anni. Dietro la spinta abolizionista e la verve riformista s’agitano questioni più complesse, epocali. In primis il ruolo della letteratura e della borghesia che l’ha inventata nella contemporaneità. Strumento eccelso di narrazione del mondo negli ultimi due secoli, il romanzo – specie nei suoi canoni occidentali – è andato via via perdendo potere e prestigio, coerentemente con la perdita di questi da parte della classe dominante, alle corde con l’impoverimento e la perdita d’identità sociale dei ceti medi che la rappresentano.</p>
<p>Non più strumento di rappresentazione di sé e del mondo (del mondo borghese, ché quello popolare ha una sua letteratura ma non è in auge né tantomeno premiata nei salotti borghesi) la forma romanzo ha esaurito il suo compito sociale, storico, cedendo il passo ad altre forme. Più di massa che popolari, al massimo pop, con l’occhio a un mercato in perenne debito d’ossigeno, specie da noi. Il cinema, la televisione, internet e via visionando. La letteratura non racconta più il mondo, confidava uno sconsolato Sebastiano Vassalli negli ultimi suoi tempi. Che questa letteratura si voglia seppellire senza neppure un degno funerale, non è che la presa d’atto della fine di un’epoca, del fallimento della sua classe guida. Sostituita dai pochissimi ai quali il capitale terminale – il capitalismo nella sua fase terminale qual è l’attuale, con la finanzia di rapina che sostituisce l’attività produttiva e i ceti medi impoveriti espunti dai mercati in crisi – concede ogni residuale ricchezza ma non la bellezza d’un romanzo, di cui non sa che fare né ha tempo di leggere e voglia di capire. Se tornasse, Dostoevskij non vedrebbe demoni, ma sorci verdi.</p>
<p>Anche se l’Accademia di Svezia recupererà i pezzi persi sostituendo i giurati dimissionari con altri bei nomi, non per questo la letteratura recupererà il tempo perduto. Ché tramontare è questo, diceva ancora il buon Vassalli: “Chiudere i conti e non avere resto. Non ci sono passati da salvare, basta lasciarsi andare. Tramontare”. Il tramonto della borghesia, ergo della sua letteratura, è un fatto, e all’orizzonte non c’è utopia salvifica o tecnologica che tenga. Solo un trastullo di lusso che, forse, riaprirà i battenti.</p>
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		<title>Jackie, O Jackie</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Feb 2016 15:59:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tredici pezzi, tra cui le chiavi della limousine su cui viaggiava John Fitzgerald Kennedy quando è stato ucciso, il 22 novembre 1963, e l’invito per la cena di gala che ci sarebbe stata quella sera, se non fosse stato ucciso. Si è conclusa da pochi giorni l’asta dei cimeli dell’assassinio di Jfk, e da poche settimane il suo vero assassino, James Sutton, alias James Files,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/jackieojackie/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8789" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/02/arton91074.png"><img class="size-medium wp-image-8789" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/02/arton91074-300x221.png" alt="Jackie e Adriano Angelini Sut. Sopra: Jacqueline e Jfk sulla limousine presidenziale " width="300" height="221" /></a><p class="wp-caption-text">Jackie e Adriano Angelini Sut. Sopra: Jacqueline e Jfk sulla limousine presidenziale</p></div>
<p>Tredici pezzi, tra cui le chiavi della limousine su cui viaggiava John Fitzgerald Kennedy quando è stato ucciso, il 22 novembre 1963, e l’invito per la cena di gala che ci sarebbe stata quella sera, se non fosse stato ucciso. <span id="more-8788"></span>Si è conclusa da pochi giorni l’asta dei cimeli dell’assassinio di Jfk, e da poche settimane il suo vero assassino, James Sutton, alias James Files, è uscito dal carcere di massima sicurezza dov’era detenuto, per essere trasferito in un penitenziario in Illinois, in attesa d’essere scarcerato in primavera, dopo 36 anni passati in galera per vari omicidi. Non quello di Kennedy, per cui l’ex marine e agente Cia, oggi 72enne, non è mai stato incriminato. Nonostante abbia confessato da tempo d’essere stato lui a sparare da dietro la famosa staccionata sul grassy knoll il colpo mortale dei tre giunti a segno, quello che spappolò la tempia al 35° presidente Usa. Colpita da una pallottola esplosiva, perdipiù caricata a mercurio, per conto dei mafiosi Sam Giancana e Charles Nicoletti, anche lui tra gli sparatori. Un complotto, ordito dalla mafia e dalla Cia, che da sempre ha una verità ufficiosa, ma scaduta e mai provata. Così, da oltre mezzo secolo ufficialmente l’unico omicida resta quel Lee Harvey Osvald che manco sparò un colpo dei tre andati a segno, quel giorno nella città texana, subito messo a tacere da Jack Ruby con un colpo di pistola, anch’esso tra i cimeli messi all’asta.</p>
<p>Quello che non va all’asta né scade, ma resta sotto ai riflettori, è invece il vissuto della donna che quel giorno a Dallas sedeva accanto al presidente e si spinse sul cofano della macchina a raccogliere i pezzi del cervello spappolato del marito. Jacqueline Kennedy, detta Jackie, nata Lee Bouvier. Due biografie hanno riacceso i riflettori sulla moglie del presidente, scomparsa per un tumore nel 1994 – lo stesso anno dell’inascoltata confessione di Sutton/Files – icona del bel vivere del ‘900. L’ultimo, Jacqueline Kennedy Onassis, la biografia mai raccontata (Odoya, 300 pagine, 20 euro), di Barbara Leaming. E se lo dice lei, che sulla first lady d’America scrive biografie da una vita, c’è da crederci. Jackie, com’era chiamata la vedova Kennedy prima di convolare a nozze col danaroso Aristotele Onassis, ed essere ribattezzata Jackie O, è invece l’altra biografia che l’ha preceduta di un paio di mesi, e a scriverla è Adriano Angelini Sut (Gaffi, 414 pagine, 20 euro). E di quest’ultima parliamo.</p>
<p>Biografia sui generis, va detto. Meglio, romanzo in forma biografica, o saggio in veste romanzesca, in omaggio alla contaminazione dei generi cara allo scrittore romano. Narrazione dove la pars biografica è tanto verosimile, grazie all’espediente dell’intervista della signora al fratellastro, da risultare più veritiera o, quanto meno, verosimile di tante biografie vere, o presunte tali, su di lei. Inarrivabile arrivista, amante della bella vita e di chiunque fosse capace di garantirgli uno status adeguato, occhiuta pigliamariti a caccia di potere e denari, seguendo l’esempio materno. Non bella neppure per i canoni dell’epoca, con quel naso schiacciato e la bocca larga, Jackie seppe catalizzare su di sé l’attenzione del mondo, trasformandosi in una figura mitica, anzi mitopoietica, capace di sfidare il tempo e far dimenticare la propria miseria umana.</p>
<p>La svampita che andava all’università seguita dalla badante col cagnolino, che vestiva firmato e abitava magioni di lusso ma si dichiarava commossa per le sorti degli ultimi. In grado d’andare a letto con l’architetto che eresse il monumento funebre del (primo) marito, oltre che tessere dubbie relazioni col padre Joe e il fratello Bob, prima che questi fosse messo a tacere dagli stessi che avevano spappolato il cervello a Jfk e svignarsela – senza darsi la pena di dare un aiutino o cercare di capire chi avesse armato le mani assassine – a fregare l’amante (il sopracitato Onassis) alla Callas e alla sorella, e altre minutaglie del genere. Ecco, una così, umanamente rivoltante – sia detto senza prudori moralistici – che per la maggior parte degli umani è meglio perdere che trovare, per dirla come una volta, poté essere icona dell’american way of life e degli Usa che avevano disperato bisogno di simili suffragette dal volto umano – troppo umano, avrebbe detto Nietsche – negli anni in cui l’America s’infognava in Vietnam e tentava di recuperare Cuba alla causa della mafia newyorchese, oltre che dell&#8217;imperialismo, rimediando la malafigura della Baia dei Porci.</p>
<p>Una così, si diceva, capace di stare sugli allori del mondo nonostante la sua pochezza, è il personaggio perfetto per raccontare il mondo. La capacità di Angelini è tutta qui: renderla umana – troppo umana, avrebbe ribadito Nietsche – scavando nei meandri del suo pensiero e spiegarne meglio che in un ponderoso saggio moventi e atteggiamenti. Offrire un ritratto psicologico della ex first lady Usa e di questi che se non la rende campione di simpatia (come traspare da alcune pagine dell’autore) la rende assolutamente umana. Una donna del suo tempo capace di parlare al nostro. Se è nella cifra di uno scrittore saper raccontare l’essere fuori dal personaggio, e un tempo partendo da una persona, ciò è quanto fa Angelini. Così, vale per lui il contrario di quanto quel buoncuore di Togliatti raccomandava ai suoi: i libri non meritano tutti d’essere letti, gli uomini (e le donne) meritano tutti che gli si parli. La sua Jackie è uno di quelli che meritano d’essere letti.</p>
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		<title>Storia di Pippa e altri disamori</title>
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		<pubDate>Sun, 26 Jul 2015 11:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Covacich]]></category>
		<category><![CDATA[La sposa]]></category>
		<category><![CDATA[libro]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[Romanzo]]></category>
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		<description><![CDATA[La sposa. Un viaggio di Mauro Covacich nella sterilità contemporanea Tutto inizia con la storia di Pippa Bacca, artista e performer che nel 2008 si mette in viaggio con l’amica Margherita. In coppia, girano vestite da sposa – La sposa è il titolo del libro di cui si parla, le sue scarpe stanche campeggiano in copertina – in autostop, accettano passaggi dagli sconosciuti che incrociano lungo... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/storia-di-pippa-e-altri-disamori/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<h3><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/07/wbresize.aspx_.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8492" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/07/wbresize.aspx_-300x161.jpeg" alt="Covacich" width="300" height="161" /></a></h3>
<h3>La sposa. Un viaggio di Mauro Covacich nella sterilità contemporanea</h3>
<p><span id="more-8488"></span>Tutto inizia con la storia di <a href="http://www.pippabacca.it/" target="_blank">Pippa Bacca</a>, artista e performer che nel 2008 si mette in viaggio con l’amica Margherita. In coppia, girano vestite da sposa – La sposa è il titolo del libro di cui si parla, le sue scarpe stanche campeggiano in copertina – in autostop, accettano passaggi dagli sconosciuti che incrociano lungo le strade del mondo dilaniate dalla guerra, dai Balcani alla Turchia, per mostrare a sé stesse e agli altri che un altro mondo, fatto di fiducia e amore, è possibile anche nei luoghi più martoriati della terra. E tutto procede come se vivessero davvero nel migliore dei mondi possibili, fino alla separazione, fino all’ultimo tratto dove il caso e l’orrore prendono il sopravvento sul desiderio d’amore. Le sue scarpe, sporche e stanche, restano lì, sulla copertina, a mostrare quel viaggio finito nel peggiore dei mo(n)di possibili, spezzato come il sogno d’un amore impossibile.</p>
<p>Il viaggio di Pippa fornisce a Marco Covacich (Trieste, 1965) l’incipit per confrontarsi con il desiderio cassato di buona parte dell’Occidente di fare figli. Con l’incapacità, o la mancata volontà, di mettere al mondo altre vite, annullate dal desiderio d’avere, per sé, quello che mai si sarà capace di dare ad altri: libertà, speranze di successo, una bella vita, insomma. O, semplicemente, schiacciati dalla paura di viverla fino in fondo. Diciassette storie con cui l’autore tocca la tragedia della sterilità – voluta o subita poco importa – per mettere in scena una tragedia degli equivoci umani con la quale sfiora addirittura la vittoria allo Strega, con questo volume di racconti, di per sé sono poco frequentati dalla narrativa italiana contemporanea e inadatti a dare la vittoria a un premio. Quanto allo Strega, poi, viene da dire che vale per il premio quel che vale per la strategia della tensione. Si chiudono i passaggi laterali e la strada da seguire resta una, poco importa se eterodiretta o meno. L’agire umano appare complesso e forse lo è, ma questa è un’altra storia.</p>
<p>Diciassette storie, invece, sono quelle che l’autore estrapola da vicende di cronaca tanto reali da essere surreali e dal proprio vissuto. Cronache biografiche e tout court. C’è Pippa e il suo cuore messo in ghiaccio per offrire un’altra opportunità di vita, anch’essa mancata. Un giovane parroco destinato a fulgida carriera alle prese coi turbamenti onanistici della carne. Miliardi di vite non nate che colano giù da un tronco, gente piena di un futuro che mai avrà, un potenziale immenso di amori, amicizie, esperienze personali, ricordi che mai saranno. C’è la vicenda dell’Unabomber attivo nel Nordest fino alla metà degli anni zero e quella del tale vissuto con un branco di lupi in casa. E c’è un safari umano. La storia più tragica e a suo modo vera, orribile e sublime a un tempo, che chiude il cerchio dei diciassette racconti. Un percorso iniziato nel ‘98 con Anomalie e proseguito con La sposa, appunto.</p>
<p>Da tanta carne umana al fuoco emerge un percorso sullo squieto vivere contemporaneo e in definitiva un buon libro, nonostante l’evidente disparità dei racconti e delle note personali, lasciate cadere quasi a caso tra le pagine. C’è pure, ed è qui che la narrazione si fa letteratura, spazio per qualche pillola di saggezza. Come quando si parla di Pordenone, città nata dal niente – ma solo ciò che è stato niente può diventare tutto. O si entra nella psiche di un sedicente sant’uomo per dire, con Simone Weil, che ogni volta che facciamo qualcosa con cura – e diciamo pure con amore, ndr – distruggiamo il male che è in noi. O si lancia, verità delle verità in fatto di sterilità, il j’accuse ai genitori caparbiamente convinti di fare del bene al mondo figliando. Riprodursi non è né buono né cattivo, ammonisce Covacich. Non siete voi a riprodurre la vita, ma è la vita a riprodursi attraverso i vostri corpi. Nessuno si realizza attraverso i propri figli. Nessuno, se non la natura stessa. Che in tempi di superbabysmo dilagante, del figlio “uber alles ” visto come suprema realizzazione del sé, e allo stesso tempo di ostentato negazionismo della famiglia naturale, non è poco.</p>
<p>Mauro Covacich, La sposa, Bompiani, 185 pagine, 16 euro</p>
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