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	<title>Maurizio Zuccari &#187; sinistra</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>La tregua è finita</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 08:32:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Serve una nuova resistenza, al di fuori di categorie superate, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. Frammenti di un discorso letterario e politico a margine dell’ennesimo decreto Conte sul Covid. Negli ultimi tempi, prima del suicidio, Primo Levi era ossessionato da un’idea. La tregua, ripeteva, prima o poi finirà, sta finendo. Non erano tregua, per lui, i lunghi mesi di peregrinazioni dal lager... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-tregua-e-finita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Serve una nuova resistenza, al di fuori di categorie superate, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. Frammenti di un discorso letterario e politico a margine dell’ennesimo decreto Conte sul Covid.<span id="more-9896"></span> Negli ultimi tempi, prima del suicidio, Primo Levi era ossessionato da un’idea. La tregua, ripeteva, prima o poi finirà, sta finendo. Non erano tregua, per lui, i lunghi mesi di peregrinazioni dal lager nazista a Torino, passando per l’Est europeo. Tantomeno l’anno passato nel terzo campo di sterminio di Auschwitz, il nazifascismo considerato tragica parentesi nella storia del mondo, ma la vittoria su questo e la precaria pace raggiunta nel dopoguerra. Tregua destinata prima o poi a finire con l’affacciarsi d’un altro, e più pernicioso, tipo di fascismo. Un totalitarismo che avrebbe potuto fare a meno di randellate e camere a gas.</p>
<p>Le parole di Levi sono nell’aria, in questi giorni, trascinate dal particolato meglio del Covid. Le respiriamo, sono nella nostra testa. Sono dentro il cuore nero, o fucsia, o arcobaleno dell’Occidente. E, come sempre, l’Italia che tanto ha dato alla scienza politica dello scorso secolo, da Mussolini a Berlusconi, a Grillo, è all’avanguardia anche nel XXI. Piglia l’ennesimo decreto Conte, questo avvocaticchio catapultato per grazia divina e volontà dei poteri forti, più che della nazione, a capo del governo, e qui rimasto in virtù del più grande ribaltone della storia politica del Belpaese. Piglia la sua mascherata generale, brillantemente anticipata – persino superata, nel caso del Lazio e della Campania – da uno schieramento trasversale che va da Zingaretti alla scomparsa Santelli, passando per De Luca. Cioè dalla postsinistra alla neodestra, fino al governatore campano che solo uno sviscerato amante della commedia dell’arte all’italiana può allocare tra le file del centrosinistra. Vale a dire l’intero arco costituzionale, o quel che si definisce tale.</p>
<p>Diciamolo subito: fascismo e comunismo, schematicamente ridotti a destra e sinistra, sono categorie politiche superate che assumono la stessa valenza storica della contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, Goti e Bizantini. Non tanto e non solo perché ogni reale differenza tra gli schieramenti – la realtà fattuale, avrebbe detto il buon Machiavelli – s’è sciolta e confusa nel pensiero unico dominante, il conformismo acritico di cui la peste del politicamente corretto è il sintomo più evidente del male, come lo era l’ideologia ai tempi del politicamente impegnato. Quanto perché, nemesi della storia, il nuovo totalitarismo oggi si veste d’antifascismo.</p>
<p>Abbandonato non dico ogni pensiero critico, ma ogni pulsione logica, l’homo covidicus, già antifascista militante benché privo dei rudimenti della dialettica marxista, sempre nel giusto ancorché preso a calci dalla storia, è divenuto il più spietato persecutore d’ogni differenza, d’ogni intelligenza alternativa all’esistente. Partigiano d’un globalismo economico e d’un umanitarismo velleitario che nulla hanno a che vedere con l’internazionalismo proletario e la liberazione dell’umanità, manco con l’amore verso il prossimo o i rejetti. Butta secchiate di vernice sulle statue in nome d’un progressismo che cela il più bieco oscurantismo. Così la famigerata mascherina, bavarola che ognuno dovrebbe sprezzare in nome della logica e della libertà, è divenuta simbolo acritico del consenso generale, del rigore per amore del prossimo e di sé. Trend di consumo e tendenza di moda. Non c’è livello culturale o scolarità che tenga. Indossarla è divenuta quasi una bandiera per la sinistra, come toglierla sarebbe di destra (vedi le menate su Trump). Bella contraddizione, non certo la sola o maggiore.</p>
<p>Dietro la mascherata generale e l’invito alla delazione, dietro al ricatto della salute c’è questo, una nuova forma di controllo sociale, non certo frutto delle menti d’un Conte o d’uno Zingaretti, servi più o meno ligi al proprio ruolo in un sistema – quello del capitale globale nella sua fase preterminale, detto in rima, o Cgp – che ogni giorno di più annienta le nostre vite e il nostro lavoro, affetti e socialità. E al covidiota, evoluzione dell’italiota, al conformista antifascista o interclassista, o neofascista, va bene così. Naviga beato tra palate di merda sempre più grossa. Per tema del peggio ingoja il peggio, secondo l’arcinota legge della rana bollita. L’umano si fa disumano ma non coglie l’evidenza dell’incongruenza. Il problema delle libertà negate non lo sfiora, sommerso dalla disinformazione martellante, dispensatrice della paura che annega ogni residuale capacità cognitiva e resistenziale.</p>
<p>La neolingua, impasto d’inglese d’accatto ripetuto a pappagallo, è funzionale allo scopo, veicolo del nuovo sentire collettivo. Lockdown non ha la stessa valenza di confinamento sociale. Nel rovesciamento semantico e concettuale negazionista, sovranista, complottista, anziché aggettivi connotativi ed elementi di riflessione sono termini di dileggio mutuati dalla grande narrazione imperante, trasversale e progressista. E il fantasma del nemico prende forme orizzontali, come già durante la strategia della tensione e assai prima, per salvaguardare il conflitto verticale che la neolingua maschera e la paura inibisce. La vera lotta di classe in atto tra i pochissimi che hanno sempre più, a danno dei più.</p>
<p>Guardare le statistiche di chi ha fatto miliardi a palate in questi mesi e chi ha perso tutto o quasi non fa cogliere il nesso. Il virus che viene dall’Est è un castigo di Dio, anzi cinese, non c’è relazione alcuna coi profitti dell’antivirus allo studio da anni, con benefiche fondazioni pronte a smerciarlo, finanziate dai neopadroni della terra e del vapore. Si tratta solo d’aspettare la conta dei morti, per convincere gli ultimi ottusi. Contano gli infetti, asintomatici cioè portatori sani, altra trovata geniale a dispetto d’ogni buonsenso. Contano i morti, appunto, anche se nessuno sa le vere cause dei decessi, visto che nessuna autopsia è mai stata fatta e nel dubbio tutti nella fossa comune, come Leopardi ai tempi della peste. Si chiuda tutto anche se nessun comitato scientifico l’ha mai richiesto, ma solo virologi per burla pagati a peso d’oro per le loro vacue comparsate. S’evitino carezze e baci a vecchi e pargoli, sempre più soli e fuori di testa, come ormai tutti. Si giri in maschera anche se non c’è nessuno all’orizzonte, si prendano le scale anziché l’ascensore, rigorosamente in maschera. Ogni idiozia è bevuta come acqua fresca e se un medico spiega, dati alla mano, che la bavarola è utile contro il virus quanto la canottiera contro una fucilata – come già l’Oms della prima ora – è un dispensatore d’odio e follia. Ma si crede a ciò che si vuol credere, alle favole come ai complotti, e nessuna alternativa è possibile per chi vuole sbattere la testa sempre allo stesso muro. Qualche avvertenza, però, inutile a scalfire certezze e pochezze.</p>
<p>Non si creda che, passati questi, altri figuri e comparse siano migliori e diverse. Il Salvini calante, già baubau fascista per eccellenza, o la Meloni ascendente, neofascista doc, sono tutto fuorché antisistema, hanno le mani legate e peggio, al massimo possono sbavare con la mordacchia alla bocca. Il problema è di sistema: il superamento della democrazia nelle forme (fintamente) costituzionali e conosciute. La tecnologia, non la democrazia, serve al Cgp – meglio, una tecnologia falsamente democratica – come destra e sinistra non rappresentano più le forze sociali di riferimento, venendo meno la contrapposizione delle classi d’origine. Non certo la lotta di classe in sé, resa anzi più feroce dall’incrudelirsi delle condizioni di vita e sociali dei ceti medi, dalla generale precarizzazione. Gli spezzoni alternativi che si muovono in ordine sparso, dopo la frantumazione dei Cinquestelle – che merita un discorso a parte, come la nemesi della sinistra – sono una meteora, una via di scampo in mancanza d’alternative praticabili, sfogo d’una lotta politica dove il gesto di fattura anarchica, tacciabile di terrorismo, torna l’unica via possibile per scardinare l’esistente. Un salto indietro di secoli, all’origine della rivoluzione industriale, perché la rivoluzione industriale è finita, scardinata dall’hitech e domani dalla robotica. Dove il capitale globale sarà al suo stadio terminale, poiché si passerà dal disumano all’inumano.</p>
<p>Ma queste son fole apocalittiche. Tutto questo prima o poi finirà, dicono l’anime belle, arriverà un bel vaccino e si tornerà a vedere la luce come il povero Ciaula della novella pirandelliana. Passata la pandemia, fra qualche mese o un anno, tutto tornerà come prima. Illusi. Passata questa ne verrà un’altra, o qualcos’altro da accettare nel nome dell’ineluttabile e del progresso, da mettere sotto controllo, come dissenzienti e retrogradi, con un bel vaccino ad hoc o un grazioso chip sottopelle. Faccio mie le parole dell’avvocato milanese Carlo Prisco, nel pool della settantina di legali che cercano – con poco successo, a dire il vero – di difendere i malcapitati dalle vessazioni decise dal governo a furia di decretazioni d’urgenza, illegittime e dal profilo anticostituzionale. «La gente non ha ancora capito che non si tornerà mai più alle forme d’aggregazione sociale alle quali eravamo abituati». Avremo lo smart working al posto del lavoro e dei diritti, la spesa online invece delle file sotto casa, la videochiamata coi famigliari e col vicino. Un qualche reddito di sussistenza, tanti bei canali tematici sulla tivù non più generalista. Potrete sempre darvi di gomito, a distanza. E dirvi antifascisti, o quel che vi pare, cittadini modello. Scordatevi feste in casa e moti di piazza, mascheratevi pure al cesso, per il vostro bene e dei vostri cari. Ai più va bene così, non ditelo complotto che è roba becera e d’antan. Al più, dittatura, ergo volontà, della maggioranza. Chi non ci sta si prepari a una nuova resistenza. Fuori dalle categorie esistenti, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. La tregua è finita, e sui lager sta scritto: “Andrà tutto bene”.</p>
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		<title>Sinistra, v(u)oto a perdere</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Mar 2018 11:38:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mentre i rimasugli del PdR si leccano le ferite, i radicalscìc preparano le valige (solo a chiacchiere, purtroppo) per andarsene da un paese razzista, omofobo e via piagnisteggiando e gli altri a una stagione di lotte &#38; botte a perdere, cerchiamo di capire cos’è successo a sinistra e altrove, e soprattutto cosa accadrà con il voto di domenica. Nell’immediato, niente. I tempi della farsa son... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/sinistra-vuoto-a-perdere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/a7d139bc-f299-4de5-8f79-01a602f6b18a_large.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9299" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/a7d139bc-f299-4de5-8f79-01a602f6b18a_large-300x200.jpg" alt="a7d139bc-f299-4de5-8f79-01a602f6b18a_large" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Mentre i rimasugli del PdR si leccano le ferite, i radicalscìc preparano le valige (solo a chiacchiere, purtroppo) per andarsene da un paese razzista, omofobo e via piagnisteggiando e gli altri a una stagione di lotte &amp; botte a perdere, cerchiamo di capire cos’è successo a sinistra e altrove, e soprattutto cosa accadrà con il voto di domenica. <span id="more-9298"></span>Nell’immediato, niente. I tempi della farsa son questi, e prima di Pasqua non si vedrà luce per un governo qualesia. Potete aspettare le vacanze al mare in tutta tranquillità, prima di vedere uno straccio di governo balneare. Che durerà poco, anzi pochissimo. È su questo che conta l’abatino, il rottamatore rottamato, con le sue dimissioni annunciate e rinviate sine die, per dirigere ancora i giochi nel PdR a sua immagine e somiglianza, dove persino il pacato Zanda osa un borbottìo, fino a un tristo governo di salvezza nazionale, Leucemisti inclusi. Con a capo, magari, la tristissima Bonino miracolata dai trastulli di lista, seppur rimasta sotto la quota minima di galleggiamento, da eterna perdente qual è. Astruserie da sinistrati della politica, al pari di quelle contate al Corrierone da Steve Bannon, già consigliori di Trump e in Italia in veste d’osservatore politico, che vede il duce d’Arcore mettersi a capo dei populisti d’Italia per condurli alla moderazione e alla definitiva vittoria. Oh yeah, canterebbe Mingus. Leggetevi Internazionale, organo di propaganda dei radicalsciccosi, e vedrete che la realtà è come sempre più sfrenata della fantasia. Per ora, tre sono le novità di questa puntata della farsa democratica, alias tornata elettorale.</p>
<p>La prima è che gli elettori prima che promuovere gli estremisti razzisti, incompetenti eccetera, insomma i populisti antisistema, o con altra e più brillante ma non meno fuorviante chiave di lettura gli opposti centrismi, hanno bocciato l’ineleggibile Berlusconi e l’incorreggibile Renzi. E con loro l’inciucio che l’attuale cervellotica legge elettorale, partorita da loro al Nazareno, aveva apparecchiato. I numeri per il Gentiloni bis sono venuti meno, il progettato inciucio è fallito, salvo rinascere sotto diverse e opposte forme (vedi sopra). Aspettando che maturino e tempi e fidando nella memoria corta dell’italiota sai mai. Al buon Mattarella il busillis.</p>
<p>La seconda è che la Lega da partito del Nordest, cioè della parte un tempo ricca e produttiva del Belpaese, si è estesa fino al centrosud. Al limitare del regno un dì borbonico, oggi terreno di conquista dei 5S. L’Italia è oggi più che mai spaccata a metà: uno stivale gialloblù con rade macchie rosse (rosate) in quel che resta dei feudi di sinistra e nei possedimenti esteri dove s’è ritirata a svernare Madonna (Sua donna) Boschi. Non è poco per un partito morto e sepolto varie volte, risorto dalle ceneri del Trota e dal traffico di diamanti in bellezza.</p>
<p>La terza la crisi della sinistra, il suo v(u)oto a perdere. Il voto di domenica la consegna a una sconfitta storica, la precipita in un vuoto non colmabile in tempi brevi. Con chiara approssimazione semantica mettiamo a sinistra pur quel che sinistra non è (PdR e Leucemisti) e vediamo perché. La sinistra (diciamo così) di governo o meglio di sistema ha perso la partita a centrocampo, viziata da un difetto d’origine. Nessuno accatta a caro prezzo una brutta copia se ha sotto mano l’originale (il centrismo Diccì prima, il Cavaliere zoppo e la sua accolita liberaleggiante poi). La sua involuzione, di cui le furbate dell’abatino sono la goccia che trabocca dal pitale colmo, la rendono invisa agli stessi ceti medi che non sa né può rappresentare, in via di dissoluzione. Polverizzati dalla crisi prodotta dallo stesso sistema di cui è corifèa, come già la classe operaia di cui era portavoce, abbandonata al suo destino dagli acchiappapoltrone. Perse queste potrà sopravvivere grazie alle briciole che cadranno dal tavolo dove si serviranno piatti non più alla sua portata, senza alterità né progettualità. Impossibilitata e incapace di rinascere dalle sue ceneri.</p>
<p>In volontario fuorigioco, prima ancora che fuori dai giochi, è la sinistra diversamente elitaria che a quella tradizione di lotte operaie si richiama, come al popolo senza capire il popolo qual è e dov’è, chiusa com’è nei suoi circoli. Salvo inveire contro i populisti e tacciare quello stesso popolo d’essere incolto e idiota, stupendosi ché li sputazza per votare altrove. Campioni d&#8217;idealità mai a bagno nell’umiltà, scrivono sui manifesti (che si richiamano al popolo) d’essere maggioranza e voler contare. Vedono lucciole al posto della lanterna del treno che li travolge. Ma il treno di Lenin non passa più, fa la ruzza in stazione. Meglio sognare, continuare a non vedere che la farsa umanitaria è il più grande business per governi globali, mafie locali e briganti di mezzo, come quel noto docente di scienza politica di Carminati ha messo a verbale. Meglio non capire che l&#8217;élite del capitale terminale non distingue né abbisogna di proletari e ceti medi da alienare e sfruttare. Meglio pensare che l’avanguardia della rivoluzione e dei diritti negati sia il movimento lesbogaytranseccetera. Meglio sposare le cause secessioniste altrui spacciandole per progresso. Il paese (la vita) reale è altro, e non si conquista con vane ciance e quattro schiaffi al fascista di comodo. Salvini, col suo becero qualunquismo, l’ha capito e giustamente irride a Frozen 2, la lesbovendetta. E acchiappa pure i voti dei migranti che lo trovano più affidabile degli acchiappafarfalle, di cui diffidano, loro che campano a pane e sale.</p>
<p>La sinistra arciminoritaria, sempre più divisa e invisa, ha fatto il suo tempo come l’altra, qui come altrove, in Europa e nel mondo. Trump e i Cinquestelle, quelli che con dileggio sono detti populisti dai sistemisti e non, sui fogli libertari di regime e dagli antagonisti conformisti, non vincono perché la gente (il popolo) è stupida e cattiva, ma perché ne capiscono e interpretano meglio i bisogni, le aspirazioni. Quanto a esaudirli, è un’altra faccenda. Ma se ne facciano una ragione le anime belle e vacue della sinistra. Non potendo cambiare popolo, cambino paese. Concetti e linguaggio, almeno. Ché quando i 5S vincono proclamandosi oltre la destra e la sinistra colgono nel segno e nelle contraddizioni della modernità. Sono un partito pigliatutto, non di sinistra, e tutto si pigliano. Cosa sapranno fare di tanto raccolto, si vedrà. Temo assai poco.</p>
<p>Buon ultimo, l’esito elettorale spacciato da tsunami dalla grancassa mediatica ma noto da mesi pure a un cronista di mezza tacca come il sottoscritto che l’ha scritto prima che si reificasse. Quali, dunque, le ragioni di tanto teatrino? Solo quelle della farsa democratica in sé? Chissà. Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, che nella tua filosofia, aforeggiava Shakespeare. Uno che scriveva (male) di negri, froci, ebrei senza paura delle parole, non era politicamente corretto e manco populista.</p>
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		<title>La tana dei configli</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 14:40:32 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8795" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/02/040327208-e046e193-c98f-4cd9-843e-cedfc0d025f5.jpg"><img class="size-medium wp-image-8795" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/02/040327208-e046e193-c98f-4cd9-843e-cedfc0d025f5-300x169.jpg" alt="Monica Cirinnà. sopra: Ferdinand Hodler, L’eletto, 1903" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Monica Cirinnà. sopra: Ferdinand Hodler, L’eletto, 1903</p></div>
<p>Ci mancava solo la Crusca col suo comunicato numero cinque – pure l’accademia dei linguisti comunica coi comunicati, manco fossero brigatisti vecchia maniera – sul tormentoso percorso dello stepchild adoption, chiedendo che si sostituisca con l’italico adozione del configlio. <span id="more-8793"></span>Non bastava l’anglicismo, usato come d’uso per intorbidare le acque, né l’arcaico figlioccio o figliastro, che ai neolinguisti e ai talebani del politicamente corretto deve apparire altamente offensivo, al pari di negro o frocio. No, nella riscrittura dell’ovvio configlio è meglio, eppoi fa rima con coniglio. Fuor di semantica, l’adozione del figlio del partner resta la pietra d’inciampo più grossa nel tormentone parlamentare sulle unioni civili, in via di affossamento dopo lo slittamento dovuto al ripensamento – scusate la cacofonia, è voluta – ai piani alti del Pd che ne è main sponsor. Una sconfessione, mutatis mutandis, che ricorda un po’ l’affaire Marino a Roma, o l’imperativo categorico dei neodiccì di sempre, dall’apostolo Pietro in qua: primum, rinnegare.</p>
<p>Un ripensamento che ha provocato l’ira funesta di madama Lgbt, alias Monica Cirinnà. I romani, al solito smagati, l’avevano soprannominata la gattara, quando si occupava dei diritti di cani e gatti tra i ruderi dell’Urbe. Chissà come sarà ribattezzata la corifèa del movimento lesbo, gay, bisex e transgender, se il disegno di legge sulle unioni civili di cui è prima firmataria dovesse infine spuntarla e lei passerà alla storia come chi ha messo una pietra miliare sulla via ai diritti di tutti, o aperto una falla nel diritto di natura. Finora la senatrice – scuola dalle suore e una vita tra i Verdi, prima di passare col Pd e giungere buona ottava alle scorse primarie capitoline, davanti al sindaco in pectore Roberto Giachetti, sposa di Esterino Montino, sindaco di Fiumicino, già tra i patriarchi del Pd romano – dei nomi non si cura, tirando dritta anche dopo il monito della santa sede: non equiparare le unioni gay al matrimonio. Ma se il paletto papale è un altolà che neppure Renzi e i suoi possono superare in scioltezza, la partita si fa difficile, dopo il voltafaccia renziano e la marcia indietro dei grillini.</p>
<p>Alchimie politiche a parte, il dibattito sulle unioni civili che riempie le piazze di famiglie arcobaleno, al grido Svegliatitalia, o in bianco &amp; nero al Family day, riapre in Italia vecchie fratture ideologiche, riportandola ai tempi della lotta per altri diritti contestati, quali il divorzio e l’aborto. Da un lato la chiesa, che fa il suo mestiere, ribadisce il ruolo della famiglia naturale, sottolineando come i figli non siano un diritto. Dall’altro sigle e partiti compattati in nome della normalità dell’alterità. Una battaglia che nel nostro paese riguarda, secondo l’Istat, circa 7.500 coppie con 500 figli, in termini percentuali lo 0,0005 a fronte del 95,5% delle coppie tradizionali. Cifre risibili, su cui si battaglia assai più che su diritti negati quali il lavoro, la sanità, l’abitazione. Numeri a parte, rivendicare una genitorialità senza padri né madri definiti, e il cancan mediatico a supporto, è indicativo di un mutamento sociale epocale che in poco tempo ha portato il diverso da soggetto socialmente sbeffeggiato a benemerito di una cultura egemone, anche se non maggioritaria. Lo iato tra ciò che natura dispone e quel che gli umani pretendono cambiare appare insanabile e l’Italia si ritrova in una guerra per i principi dove la confusione è tanta e il buon senso manca.</p>
<p>Tempo fa, a un dibattito in una scuola della periferia romana, Marco Marsullo, giovane rampante della scuderia Einaudi, ha sollevato ovazioni sposando la causa gay sulle unioni civili, là dove una decina d’anni fa sarebbe stato subissato dai vaffa (gli stessi del vaffa day gay). Un segno dei tempi minimo, minimale rispetto ai lustrini a Sanremo. Forse un progresso, ma indice di un neoconformismo di segno opposto all’altro che porta le stimmate dell’omofobia. Della maggioranza che fino a ieri considerava i gay peccatori impenitenti, anomalie da dileggiare e mazzolare alla prima occasione. Restiamo in campo letterario. Non siamo noi che diamo la vita ai figli, ma è la vita che si trasmette attraverso di noi, scriveva Ferdinando Camon. E un altro maggiore della nostra letteratura, lo scomparso Sebastiano Vassalli, irrideva ai piastrellatori del mondo che pretendono normare e pulire ogni angolo di vissuto, al pari d’un cesso svizzero. Uno scrittore non ancora maestro come i due succitati e non sospetto d’antipatie gay qual è Adriano Angelini, scrive: il ddl Cirinnà è una follia giuridica. Una gabbia statalista che non lascia possibilità né agli omosessuali né agli eterosessuali di vivere liberamente le proprie relazioni affettive. Ecco, il punto è tutto qui, fuori da ogni falso moralismo e finta liberazione sessuale.</p>
<p>Negli affari di fede e di letto nessuno dovrebbe mettere becco, tantomeno lo stato. O la chiesa (che questa, una casta di non ammogliati, pontifichi in tema di famiglia è uno dei tanti paradossi del mondo). La voglia di figli &amp; famiglia, in una parola di normalità, che ha colto chi dovrebbe vivere alla larga da convenzioni e pattuizioni, è sorprendente e deprimente quanto chi spaccia bisogni minoritari per battaglie di civiltà. Ma forse è nella vocazione minoritaria e rinunciataria di certa sinistra farsi portabandiera degli scapricciamenti d’ogni minoranza piuttosto che battersi con altrettanta caparbietà per i diritti universalmente negati. Quali, tanto per ripetersi, il lavoro, l’abitazione, l’istruzione, la salute. O, per stare in tema, l’adozione di bambini – quelli abbandonati nelle sale parto degli ospedali o, peggio, nei cassonetti, ad esempio – senza dover aspettare una vita o rimetterci un patrimonio. Ma questa (pseudo) sinistra non legge più Gramsci e la sua lezione sull’egemonia, considera Unisex del duo Marletta e Perucchietti non pagine sui poteri forti che patrocinano il global gender su cui meditare, ma da bruciare sul rogo come hanno fatto al povero Giordano Bruno e ai suoi scritti quegli altri. Echi di stalinismo concettuale perturbano quanti accusano chi dissente d’essere un omofobo reazionario e oscurantista. Ma abbassare la bandiera rossa per levare quella arcobaleno, riempirsi la bocca di pseudo diritti per non curarsi dei diritti primari non salva dalla miseria intellettuale e pochezza umana gli accusatori.</p>
<p>La famiglia com’è non è certo uno spot del Mulino Bianco, spesso è una tragedia per vasta parte dell’umanità. E non lo è per le vessazioni e gli omicidi – meglio questo del termine femminicidi in voga, ché anche qui parliamo di persone, prima che di generi – costanti. No, la tragedia è nel lento uccidersi e morire tra quattro pareti d’ogni umana vivacità e relazione degna di questo nome. È una tragedia dovuta a una condizione di prossimità che riguarda ognuno, a Oriente e Occidente, e da cui non ci si salva appiccicandosi l’etichetta lgtb addosso. Neppure con l’amore, ché questo quando c’è poco a poco si spegne, gay o etero che sia, tramutandosi in odio. Tranne rare eccezioni spesso confuse con l’abitudine al vuoto relazionale. La famiglia tradizionale è la più alta forma tragica dell’umano convivere. La vita è una molto triste buffoneria, diceva Pirandello, altro insuperato maestro di vita e letteratura (ma la vita è meglio viverla che scriverla, soleva ripetere). Parafrasandolo, la famiglia è una molto triste necessità. Già quella naturale è una tragedia per l’umanità, perché sostituirla con una tana di configli? Per questo, altro è forse meglio non avere per non perdere la poca umanità residua, in un tempo in cui la norma non è più la regola e l’umano fatica a (r)esistere.</p>
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