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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Stalin</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Stalin, morire a crepapelle</title>
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		<pubDate>Tue, 30 Jan 2018 17:36:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrissi d'arte]]></category>
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		<description><![CDATA[Mettete insieme un pubblicitario e un disegnatore francesi di grido, un regista italoscozzese con la faccia da prete e padre napoletano dalle mani in pasta nella pizza, come d’uopo, in quel di Glasgow, e fatene un film. Un’opera seconda, quella d’Armando Iannucci, tratta da un fumettone – graphic novel, come suol dirsi – dal titolo d’antan: La mort de Staline. Il risultato di Morto Stalin... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/stalin-morire-a-crepapelle/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/01/Una-scena-del-film.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9257" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/01/Una-scena-del-film-300x169.jpg" alt="una-scena-del-film" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Mettete insieme un pubblicitario e un disegnatore francesi di grido, un regista italoscozzese con la faccia da prete e padre napoletano dalle mani in pasta nella pizza, come d’uopo, in quel di Glasgow, e fatene un film. Un’opera seconda, quella d’Armando Iannucci, tratta da un fumettone – graphic novel, come suol dirsi – dal titolo d’antan: La mort de Staline. <span id="more-9256"></span>Il risultato di Morto Stalin se ne fa un altro – questo il titolo nelle sale italiane – è già segnato e tutto qui. L’opera tratta dal doppio volume di Fabien Nury e Thierry Robin ripercorre le vicende legate alla morte del “Magnifico Georgiano” in un’ottica non proprio inedita ma certo originale. Dove d’italiano non c’è nulla e di politicamente scorretto tutto. Al punto che, visionato da una commissione della Duma, il film ha suscitato un giudizio così tranchant da vietarne la visione in Russia. «Non ho visto niente di più disgustoso nella mia vita», ha dichiarato Yelena Drapeko, portavoce di Medinsky, e dal ministero della Cultura è arrivato il niet.</p>
<p>Poco male per Iannucci, che sulle bizze del potere s’è fatto un nome, dando corpo a fortunate serie tv che ne mettono in luce le follie, mandando in visibilio critica e pubblico (da The day today a Veep, Vicepresidente incompetente). Morto Stalin – qui il <a href="https://www.youtube.com/watch?v=LhG0JPTj9Ec" target="_blank">trailer</a> – è una farsesca ricostruzione delle ultime ore del leader sovietico e della sarabanda che si scatena alla sua morte nella trista compagnia d’accoliti impegnati a raccoglierne l’eredità. Isolati e messi da parte i fragili figli del dittatore, Vassilij e Svetlana, i vari Berija, Kruscev, Mikojan, Buganin, Kaganovic, Molotov, Malenkov, Zukov si muovono e tramano come macchiette al capezzale del Piccolo padre, intenti nella quadratura del cerchio di carpirne il lascito sconfessandone l’operato senza demolirne la figura. Finché il potente capo dell’Nkvd (ex Kgb), Berija, viene fatto fuori senza riguardi e l’insignificante Kruscev s’avvia a togliere ai compari quel potere assoluto a cui nessuno l’avrebbe associato, da cui sarà scalzato a suo tempo da Breznev.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/01/locandina-trailer.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9259" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/01/locandina-trailer-300x169.jpg" alt="locandina-trailer" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Le lotte di potere s’intrecciano ai conflitti personali tra una gag e l’altra, spinte sul filo di un humour anglosassone che mette in ridicolo omicidi seriali e colpi bassi, boutade e massacri d’una popolazione inerme e in sostanziale buona fede, vissuta e sopravvissuta nel mito di Stalin come tutto il comunismo mondiale. La dissacrazione di un tempo eroico, così dissimile al nostro, la trasformazione del dramma in burla, così tipica dell’oggi, che tanto hanno disgustato i censori postsovietici lascia presumibilmente perplessi gli spettatori d’Occidente. Distanti anni luce dai fatti di quel marzo 1953, narrati con notevole sagacia e fedeltà, e interpretati da un cast internazionale all’altezza e di tutto rispetto. Non è facile essere esilaranti e stomachevoli allo stesso tempo, volgere il comico in tragico e, viceversa, sul filo dell’orrido buttare tutto in caciara. Iannucci si muove bene in questo zigozago parossistico, dietro la macchina da presa si colgono echi shakespeariani, oltre che l’arguzia della bande dessinée. Qualcuno l’ha definito il Messia della satira. Non a torto se riesce a far sorridere pure su Stalin, notoriamente un tipo su cui c’era poco da scherzare.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>1917, cent&#8217;anni di nodi tutti da sciogliere</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Nov 2017 11:10:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole sono pietre]]></category>
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		<description><![CDATA[Cent’anni fa, nella notte appena trascorsa, il mondo conobbe la maggiore e più imperitura rivoluzione di sempre: quella che portò all’instaurazione del comunismo in Russia. Anche se questo, formalmente, sarebbe stato proclamato solo dopo molti anni e un’altra guerra vinta. Non fu, come molte che l’avevano preceduta e l’avrebbero seguita, una notte di sangue. Anzi, soldati e operai nella fredda oscurità novembrina occuparono i punti nevralgici di... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/1917-centanni-di-nodi-tutti-da-sciogliere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9219" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/2nd_Moscow_Women_Death_Corp_Defending_Winter_Palace._St.Petersburg_November_1917.jpg"><img class="size-medium wp-image-9219" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/2nd_Moscow_Women_Death_Corp_Defending_Winter_Palace._St.Petersburg_November_1917-300x201.jpg" alt="Soldatesse del battaglione della morte di guardia al Palazzo d'inverno nel novembre 1917. Sopra, l'assalto al palazzo nella ricostruzione di Eisenstejn" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Soldatesse del battaglione della morte di guardia al Palazzo d&#8217;inverno nel novembre 1917. Sopra, l&#8217;assalto al palazzo nella ricostruzione di Eisenstejn</p></div>
<p>Cent’anni fa, nella notte appena trascorsa, il mondo conobbe la maggiore e più imperitura rivoluzione di sempre: quella che portò all’instaurazione del comunismo in Russia. <span id="more-9218"></span></p>
<p>Anche se questo, formalmente, sarebbe stato proclamato solo dopo molti anni e un’altra guerra vinta. Non fu, come molte che l’avevano preceduta e l’avrebbero seguita, una notte di sangue. Anzi, soldati e operai nella fredda oscurità novembrina occuparono i punti nevralgici di Pietrogrado sparacchiando appena un po’. All&#8217;alba del 7 novembre (25 ottobre, secondo il calendario Giuliano presto abolito dagli insorti) erano di fatto padroni della città. Qualche resistenza in più s’ebbe al Palazzo d’inverno, preso d&#8217;assalto in serata, dove s’erano asserragliati i ministri del governo provvisorio – il premier Kerenskij no, se l’era già data a gambe come un Puigdemont qualsiasi – e più d’altri resistettero le volontarie del battaglione della morte sopravvissute all’ultima fallimentare offensiva contro i tedeschi, nell’estate, ma nel complesso fu poca cosa.</p>
<p>Quando, alle dieci, Lenin proclamava la fine del governo e l’inizio d’una nuova era, il palazzo doveva ancora cadere ma l’ora della storia era già suonata. Ancora meno d’un mese prima, persino nel ristrettissimo comitato centrale uscito dal VI congresso del partito bolscevico due dei 10 membri, Kamenev e Zinovev, avevano votato contro la rivolta in armi, considerandola prematura. Ma Lenin, supportato in quell’occasione da Trotsky, aveva avuto ragione nel voler rischiare tutto, imponendo di fatto la rivoluzione ai suoi recalcitranti compagni. Freschi rimpatriati dall’esilio grazie ai traffici dei servizi delle maestà imperiali tedesca e britannica, da emigrati agiati sarebbero divenuti leader d’una rivoluzione che avrebbe esaltato l’uno e rimosso l’altro a vantaggio d’un terzo, Stalin – rimasto in patria ad autofinanziare la rivoluzione con metodi spicci – più mediocre d’entrambi e perciò vincente.</p>
<p>A cent’anni da allora l’impatto emotivo di quei fatti resta enorme e forse per questo il bilancio storiografico è lungi dal chiudersi, nonostante l’immensa mole di materiali disponibili e la fine di quell’esperienza storica – inattesa e sostanzialmente incruenta come la sua nascita – da oltre un venticinquennio. Molti aspetti restano da chiarire, e aperte le questioni di fondo.</p>
<p>Senza l’intervento armato esterno e la guerra civile che fece tre milioni di morti tra i militari e tre volte tanti fra la popolazione – 4 furono i milioni di soldati dello zar deceduti durante la guerra “imperialista”, per dire – la rivoluzione sarebbe stata meno dura? La caratura dei suoi leader più in vista, la loro natura e teoria unita alla prassi, portava in nuce la degenerazione che sarebbe apparsa in tutta evidenza con l’affermarsi dello stalinismo? Insomma, la via della libertà è per forza di cose lastricata di sangue e porta al suo contrario? Su tutti, un nodo resta da sciogliere. Mentre gli eserciti in armi d’Occidente e d’Oriente davano manforte alla controrivoluzione, affamando il paese e tentando di schiacciare i rossi, i bei nomi della finanza internazionale – Morgan, Rothschild, Rockefeller, Crane, Warburg, Schiff – versavano fior di denari per quella rivoluzione che pure avrebbe dovuto terrorizzarli. Un po’ come quei banchieri ebrei che rimpinguavano le tasche del fuhrer.</p>
<p>Di questi paradossi, o bizzarrìe della storia, le vicende umane sono pregne ma archivi ed esegeti restano muti. Resta l’idea, e quella fa fumo quanto basta per coprire di un mitico velo ogni fatto della storia. Resta l’idea di un mondo di uguali, o anche solo diverso e migliore, che quella notte di novembre di cent’anni fa parve reificarsi, un po’ per caso e molto per la ferrea volontà degli uomini (e delle donne) che l’attuarono.</p>
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