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	<title>Maurizio Zuccari &#187; storia</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>La patente</title>
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		<pubDate>Fri, 17 Nov 2023 17:24:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belpaese]]></category>
		<category><![CDATA[autoscuola]]></category>
		<category><![CDATA[cardiopatico]]></category>
		<category><![CDATA[patente]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Piccola storia (ig)nobile, ai confini della quarta età Un Tazio, cardiopatico, s’avvede che la patente è scaduta, proprio il giorno del sessantesimo compleanno. Poco male, per rinnovarla basta andare in una qualunque agenzia di pratiche auto, autoscuola o filiale Aci e in poco tempo e spesa è fatta. Ma qui inizia una piccola odissea. Una piccola storia (ig)nobile, degna della novella pirandelliana, o meglio kafkiana. Prima... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-patente/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Piccola storia (ig)nobile, ai confini della quarta età<span id="more-10283"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Un Tazio, cardiopatico, s’avvede che la patente è scaduta, proprio il giorno del sessantesimo compleanno. Poco male, per rinnovarla basta andare in una qualunque agenzia di pratiche auto, autoscuola o filiale Aci e in poco tempo e spesa è fatta. Ma qui inizia una piccola odissea. Una piccola storia (ig)nobile, degna della novella pirandelliana, o meglio kafkiana.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Prima tappa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Gentilissima e piuttosto in carne, la signora dell’autoscuola spiega: lei è fortunato: il medico legale per la visita c’è domani. Venga alle 16, non oltre mi raccomando, altrimenti il dottore se ne va. Risolviamo tutto in una settimana, le viene 80 euro. Intanto facciamo la foto e avviamo la pratica.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Primo medico legale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’indomani, il nostro si presenta puntuale con la documentazione sanitaria, tanto per scrupolo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il dottore casca dal pero. Ah, ma se ha avuto un infarto mica possiamo rinnovare la patente così, su due piedi, c’è bisogno del parere della commissione medica che si riunisce appositamente. Anzi, aspetti, mi faccia controllare meglio su internet. Ecco, sì, è come le dicevo, però qui leggo che se ha avuto un infarto da più di due anni – è il suo caso, no? – non è necessario, basta una dichiarazione del cardiologo di fiducia che certifichi il nulla osta alla guida, ovviamente se dagli esami effettuati risulta che è tutto a posto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma gli esami li ho appena fatti, è tutto a posto. Ecco, vede?</p>
<p style="font-weight: 400;">Sì, però manca il nulla osta che le dicevo. Comunque, per sicurezza, m’informo meglio e le farò sapere attraverso l’agenzia. Magari ci rivediamo qui tra una settimana, intanto provveda pure a farsi fare il certificato dal cardiologo, con la dicitura che le scrivo qui, mi raccomando: “Non sussistono controindicazioni cardiologiche alla conduzione di autoveicoli”</p>
<p style="font-weight: 400;">Perplesso, il nostro cardiopatico chiede lumi a una seconda agenzia, dove lavora una conoscente.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Seconda tappa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Belloccia e gentile, l’addetta alle pratiche rassicura: ma no, quale attestato del cardiologo. È sufficiente che il medico curante certifichi lo stato di salute per ottenere il nulla osta, se è a posto coi controlli. Se lo faccia rilasciare e domani torni qui alle 15, anche prima se può, altrimenti dovrà fare un bel po’ di fila. In pochi giorni ha la nuova patente, sono 85 euro, foto compresa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Rincuorato, il nostro cardiopatico si presenta dal dottore per farsi rilasciare il suddetto attestato.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>terza tappa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il medico curante è assente, c’è il sostituto. Gli esami però sono recenti, e tutto è a posto. Il dottorino scarica online l’apposito modulo e compila l’autocertificazione richiesta, alla modica cifra di 30 euro. Più che puntuale, il nostro si presenta, l’indomani, all’appuntamento in agenzia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Secondo medico legale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Dottore, ecco l’esame cardiologico e l’attestato, come richiesto&#8230;</p>
<p style="font-weight: 400;">E chi gliel’ha richiesto, scusi? Nel suo caso non basta l’autocertificazione, serve il parere della commissione, questo certificato non vale niente. Il suo medico doveva saperlo, le ha preso dei soldi inutilmente. Fossi in lei me li farei restituire e lo denuncerei pure. Ma chi è il suo medico curante?</p>
<p style="font-weight: 400;">No, guardi, c’era un sostituto, giovane…</p>
<p style="font-weight: 400;">Un incompetente! Dia retta a me, se li faccia ridare. È incredibile come certa gente non sappia fare il proprio mestiere.</p>
<p style="font-weight: 400;">Lo sguardo corre all’addetta che, dietro al bancone, si mostra assai indaffarata. Vabbè, ma allora che devo fare, chiede il cardiopatico, qual è la procedura?</p>
<p style="font-weight: 400;">Vada sul portale della commissione e si prenoti per una visita, c’è un modulo da compilare online dove c’è scritto tutto, gli esami da fare e cosa portare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma ci vorrà un sacco di tempo…</p>
<p style="font-weight: 400;">Eh, beh, i tempi sono lunghi e il portale è sovraccarico, ci vuole pazienza… Ora vada, avanti il prossimo</p>
<p style="font-weight: 400;">Sconcertato, il nostro cardiopatico ripassa accanto all’addetta che, colta da evidente rimorso, chiede alla titolare se si può fare qualcosa. Ovviamente no. Però, soffia all’orecchio del nostro, già sulla porta: guardi, io avrei anche lasciato correre, ma così… Però, dia retta a me, vada da un’altra agenzia senza dire nulla e vedrà che non le faranno storie, faccia così, stia tranquillo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tutt’altro che tranquillo, il nostro torna dalla signora in carne della prima agenzia per chiedere se, chissà&#8230;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ritorno alla prima tappa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Guardi, lo dico anche contro i miei interessi. Se non dice niente nessuno le chiederà niente, la patente gliela rinnovano. Però se fanno dei controlli incrociati, e adesso li fanno, tempo qualche mese e dalla motorizzazione le manderanno una comunicazione, corre il rischio del ritiro permanente della patente. No, dia retta a me, le conviene passare dalla commissione, certo è un po’ lunghetta ma io non rischierei.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma come si fa? Anche solo per prenotare la visita in commissione è un impazzimento…</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma non serve, va allo sportello della Asl, riempie un modulo ed è tutto. Può essere che in un mese o due&#8230;</p>
<p style="font-weight: 400;">Sempre più perplesso, il nostro s’avvia allo sportello di prenotazione della Asl, poco distante.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Quarta tappa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’addetta allo sportello, è una mescola di piercing e sfumature di colore nelle chiome rasate, però disponibile e, pare, piuttosto competente.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per il rinnovo della patente riempia questo modulo. Intanto vedo la disponibilità per la prima visita. Ecco, qui a Tor Marancia c’è posto per il 24 giugno, la prenoto?</p>
<p style="font-weight: 400;">Come? Ma è fra otto mesi…</p>
<p style="font-weight: 400;">Beh, sì, poi consideri che difficilmente passerà la prima visita in commissione. Potrà fare ricorso, ma ci vorranno almeno altri sei mesi, prima di una nuova visita… Poi, sa, anche se va tutto bene la patente gliela rinnovano a discrezione della commissione. Può anche essere per pochi mesi…</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma così ci vorranno anni, ammesso che vada bene…</p>
<p style="font-weight: 400;">Eh, beh…</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma scusi, mi levi una curiosità: se io rinnovo la patente e il giorno dopo mi prende un infarto, poi mi rimetto, posso girare in macchina per dieci anni e nessuno mi dice niente, ma se ho un infarto a ridosso della scadenza c’è questa trafila?</p>
<p style="font-weight: 400;">L’impiegata fa spallucce: questa è la prassi, cosa vuole che le dica? La prenoto ugualmente?</p>
<p style="font-weight: 400;">No no, grazie…</p>
<p style="font-weight: 400;">Atterrito più che perplesso, il nostro cardiopatico si vede privato dell’automobile, della libertà a vita. Pensa ai figli piccoli, alla madre anziana ricoverata in una struttura assistenziale a venti minuti di macchina: raggiungerla coi mezzi pubblici è una follia, mezza giornata di viaggio. Il mondo gli si spalanca sotto ai piedi. Così il nostro mette mano al telefono, compone un numero, spiega la situazione.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un quarto d’ora dopo riceve un messaggio: chiamare subito un tale, titolare d’agenzia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il tale, già ragguagliato sui fatti, è un raggio di sole nel bujo: il nostro medico legale è in agenzia ancora mezz’ora, dice, se pensa di farcela bene, altrimenti gli dico di trattenersi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Grazie davvero, arrivo subito con tutta la documentazione…</p>
<p style="font-weight: 400;">Se lo fa il medico è più contento ma non c’è bisogno…</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Quinta tappa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Venti minuti dopo il nostro cardiopatico bussa alla porta dell’agenzia. Il socio del titolare, ipad alla mano, scatta la foto. La segretaria, una mora dal sorriso smagliante, lo fa accomodare al cospetto del medico.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Terzo medico legale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Guardi, questa documentazione è più che sufficiente, faccio fare una copia e la metto agli atti. Si sieda lì per la visita oculistica…</p>
<p style="font-weight: 400;">Ancora incredulo, il nostro cardiopatico storpia le lettere, viavia più piccine e sfocate. Sarà per l’emozione, ma gli tremolano sotto agli occhi… A, D, W, K…</p>
<p style="font-weight: 400;">Bene, bene. Vedo che lei aveva l’obbligo degli occhiali alla guida, non li usa?</p>
<p style="font-weight: 400;">Solo in certi momenti, dottore, balbetta il cardiopatico…</p>
<p style="font-weight: 400;">Non ce n’è bisogno. Intanto li togliamo, decida lei se metterli. Ecco fatto, vada pure.</p>
<p style="font-weight: 400;">Beh, dottore, che dirle, grazie, così mi ha pure ringiovanito&#8230;</p>
<p style="font-weight: 400;">Comunque tengo a precisarle che i colleghi hanno fatto benissimo a essere un tantino scrupolosi. Con tutto quello che succede…</p>
<p style="font-weight: 400;">Certo, certo dottore. Arrivederci, e grazie ancora…</p>
<p style="font-weight: 400;">Il sorriso della segretaria l’accoglie, smagliante come le sue forme. Prego, sono cento euro, passi pure a ritirare la sua patente fra tre giorni.</p>
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		<title>La pantofola gialla</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Aug 2019 08:58:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[106 Jonica]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzino]]></category>
		<category><![CDATA[pantofola gialla]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[(storiella a lieto fine) C’era una volta una pantofola gialla al piede d’un bambino di nome Lorenzino una bella sera – o meglio, una brutta sera – al ritorno dal mare finì fuori dal finestrino scaraventata dal bambino &#160; Una scarpa abbandonata sulla 106 Jonica non sta meglio d’un gatto sull’Aurelia tornarono indietro a cercarla sfilando davanti ai posti di blocco che non mancano dalle... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-pantofola-gialla/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/08/IMG_3318.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9525" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/08/IMG_3318-300x225.jpg" alt="img_3318" width="300" height="225" /></a></p>
<p>(storiella a lieto fine)<span id="more-9523"></span></p>
<p>C’era una volta una pantofola gialla</p>
<p>al piede d’un bambino di nome Lorenzino</p>
<p>una bella sera – o meglio, una brutta sera –</p>
<p>al ritorno dal mare</p>
<p>finì fuori dal finestrino</p>
<p>scaraventata dal bambino</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una scarpa abbandonata sulla 106 Jonica</p>
<p>non sta meglio d’un gatto sull’Aurelia</p>
<p>tornarono indietro a cercarla</p>
<p>sfilando davanti ai posti di blocco</p>
<p>che non mancano dalle parti di Strongoli</p>
<p>insensibili alle sorti d’una pantofola gialla</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>La notte era piena di stelle, ma nessuno la vide</p>
<p>del resto non è che una pantofola gialla</p>
<p>abbia voce per gridare: Son qui!</p>
<p>o occhi per vedere chi la cerca (li aveva persi da tempo, poverina)</p>
<p>così rimase ai bordi della statale</p>
<p>in compagnia di certe erbe di strada</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Quella notte il bambino sognò la sua pantofola gialla</p>
<p>aveva freddo, poverina, e lui s’alzò per coprirla</p>
<p>passava il tempo, di lei nessuna traccia</p>
<p>la sorella, sola soletta</p>
<p>ingialliva nella scarpiera</p>
<p>e lui, scalzo, si feriva sugli scogli e la sabbia rovente</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Finché un giorno, il babbo</p>
<p>tornò da quelle parti e la ritrovò</p>
<p>ammaccata ma viva, a chilometri di distanza</p>
<p>dalla denunciata scomparsa</p>
<p>così la pantofola gialla tornò al piede di Lorenzino</p>
<p>e riabbracciò sua sorella</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E questa è la storia della pantofola gialla</p>
<p>una storiella a lieto fine</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La storia siamo noi, ma noi dove siamo?</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jul 2019 13:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole sono pietre]]></category>
		<category><![CDATA[cancellazione]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
		<category><![CDATA[dibattito]]></category>
		<category><![CDATA[insegnamento]]></category>
		<category><![CDATA[storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Note a margine del dibattito sulla cancellazione dell’insegnamento della storia La storia siamo noi, cantava quel tale. Siamo noi finiti in un fosso, a spararci addosso, ma a salve, perennemente in bilico tra guelfi e ghibellini, Carole sì, Carole no. Era d’aprile quando un trio di letterati: uno storico (Andrea Giardina), una senatrice (Liliana Segre) e uno scrittore (Andrea Camilleri, buonanima), si appellavano al ministro... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-storia-siamo-noi-ma-noi-dove-siamo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/balletto-di-muse.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9501" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/balletto-di-muse-300x125.jpeg" alt="balletto-di-muse" width="300" height="125" /></a></p>
<p>Note a margine del dibattito sulla cancellazione dell’insegnamento della storia<span id="more-9500"></span></p>
<p>La storia siamo noi, cantava quel tale. Siamo noi finiti in un fosso, a spararci addosso, ma a salve, perennemente in bilico tra guelfi e ghibellini, Carole sì, Carole no. Era d’aprile quando un trio di letterati: uno storico (Andrea Giardina), una senatrice (Liliana Segre) e uno scrittore (Andrea Camilleri, buonanima), si appellavano al ministro del vil governo gialloverde perché non si cancelli lo studio della storia, fondamentale alle patrie fortune. All’appello, veicolato dall’organo di vigilanza della Matrix europeista di rito pieddino che risponde al nome di Repubblica – sì, proprio il quotidiano fondato coi soldi della Cia per mettere un freno alla stampa rossa e oggi, nemesi della storia, annoverato tra i giornali “di sinistra” – rispondono oltre un migliajo di firmatari. Storici e intellettuali della più bell’acqua. Nessuno tocchi la storia, magistra vitae eccetera.</p>
<p>Avendo fin da piccino un’insana passione per la medesima, contratta a dosi massicce di battaglie di soldatini sui campi paterni eppoi coltivata, viavia, sugli scaffali d’una biblioteca storica alimentata con migliaja di volumi; avendo perdurato nell’insana passione con una laurea in storia, divulgandola su articoli e saggi; avendola, buon ultimo, addirittura insegnata in un istituto scolastico, dico la mia a bocce ferme e prove di storia alla maturità (s)cancellate.</p>
<p>Cominciamo dalla fine: l’insegnamento della storia. Che si tratti d’istituti professionali o atenei, scuole pubbliche o private poco importa, il maremagno in cui naviga il barchino della storia è lo stesso. Ragazzi che se la ridono se chiedete quali libri abbiano letto – giornali manco a parlarne, per quel che valgono. Neanche più la televisione vedono, qualche filmatino online, ma breve eh, tipo videogiochi, ché davanti a un film o a un documentario s’addormono. Sempre coi cellulari accesi, vieppiù a lezione, e i cervelli spenti. Come ogni under 70, del resto. A ragazzi così, venuti dai quattro angoli del globo e dal suburbio della periferia, immenso nulla urbanizzato, nativi digitali per i quali la guerra del Vietnam ha la stessa valenza e distanza delle guerre puniche, voi che di mestiere fate i divulgatori (formatori?) dovete insegnare la storia. Uno spasso.</p>
<p>Partiamo dai libri. Testi che parlano d’Achille, d’Enea e d’Odisseo, classici del canone occidentale, capisaldi del pensiero giudaico cristiano. Opere che narrano le vicende – reali più che mitiche, come Schliemann e dopo di lui Strauss hanno dimostrato – d’una masnada di predoni Achei come portatori di civiltà. Il maggiore evento bellico dell’età del bronzo, la guerra di Wilusa, Ilio o Troia che dir si voglia, madre di ogni conflitto e impostura. Enea e Ulisse, traditori e cialtroni matricolati, idealizzati in eroi indomiti, fondatori di civiltà dove la rapina, non l’impegno; la sopraffazione, non la condivisione, sono ideali fondanti. E non è un discorso di genere, ché sotto le mura di Troia combatterono pure le amazzoni. Quelle vere.</p>
<p>Saltiamo i millenni, risparmiamoci guerre di civiltà e di religione, conquiste e miti del progresso e della tecnologia, arriviamo all’oggi. A libri che narrano il conflitto di classe come motore della storia o, peggio, di fine della storia non essendoci più classi in conflitto. Ripulite gli scaffali, questi libri fanno solo polvere. La storia è andata oltre e i ragazzi degli anni Zero lo sanno. Lo sentono, come le bestie fiutano odori che non percepiamo. Non gliene può fregare di meno e hanno ragione, la storia che raccontano questi libri è come quella d’un vecchio rincitrullito che si parla addosso e non ascolta più nessuno, sempre la stessa e sballata.</p>
<p>Allora questi libri è meglio levarli di mezzo, come i compiti. Optare per una qualche storia comparata, ché la storia eurocentrica ha fatto il suo tempo e di quella nazionale è meglio tacere, dare spazio alla contemporaneità e al futuro. Potete portare ogni deficienza alla sufficienza piena, salvo vederla regredire in un fiat. Ché l’altro aspetto del cambiamento genetico in atto è una soglia d’attenzione minimale – ancora prima dell’era tecnologica era di qualche minuto – e una soglia di connettività regredita al neanderthaliano. Nessuna capacità mnemonica. Uno spasso. Potete passare nottate a rielaborare schede e dispense che non leggeranno né capiranno. Mappe concettuali per dislessici – molti hanno una qualche disfunzione cognitiva o comportamentale, fa tendenza come il transgender – che dopo un po’ vi fanno guardare con un misto di sospetto e repulsione i libri accatastati in casa, sognare quel che il poverocristo di Degan fece nel capolavoro di Olmi, Centochiodi: tirarli giù dagli scaffali e inchiodarli a terra, non servono più e manco fanno curricula. Dalla cliofilia si è passati alla cliorrea, per dirla come l’ottimo Rossano Pisano.</p>
<p>Insomma, la faccenda della storia ricorda un po’ quella dell’euro. Il problema non è la lira, il dollaro o il tallero, ma una moneta non sottratta al controllo pubblico, cioè d’uno stato sovrano, piuttosto che a gruppi di strapotere finanziario privati, al turbocapitalismo globale nel suo stato terminale, qual è quello che spadroneggia in questa fase storica in Europa e oltre. Il problema è cosa insegnare prima che come, non menarsela con i blabla. Uscire da letture e visioni stereotipate, eurocentriche. Anche la chiesa, eleggendo papa Bergoglio, ha mostrato come il presente, tantomeno il futuro, non sia più di casa più in Europa. Uscire dalla grande narrazione della storia ufficiale. Disinfestarsi dalla peste ideologica del secolo passato, l’ideologia qualesia, e guardare al nuovo che avanza. O meglio arretra. Per capirlo, prima di abbracciarlo o avversarlo.</p>
<p>Azzardo: due tendenze sono sopravvissute al Novecento, secolo dei totalitarismi spazzati nel nome del profitto. Neppure il marxismo, o comunismo che dir si voglia, se non nella sua variante statale sinocapitalista, e nei suoi cascami di nicchia, ininfluenti. A malapena vivacchia il materialismo storico di cui è il portato politico, come insegnavano storici quali Hobsbawm e Ginsborg, Anderson e Romano, numi tutelari. Entrambi i fenomeni, antichi e davvero globali, hanno dato la stura alla prima religione rivelata, cioè profetizzata: lo zoroastrismo, di cui il cristianesimo è sintesi occidentale, mediata attraverso il giudaismo da Paolo di Tarso.</p>
<p>La prima è vecchia come il cucco. Popolazioni nomadi in armi, masse trasmigranti da un continente all’altro, hanno abbattuto antichi imperi, da un capo all’altro del globo, dalla Cina a Roma, che parevano e si sentivano immortali. Ci sono voluti secoli perché si ricomponesse il tessuto sociale, artistico, culturale, messo in crisi da quel disastro globale. Si è dovuti giungere al Duecento perché un mastro pintore, Giotto, abbozzasse la figura come ai tempi di Roma. Il nostro presente, e soprattutto il futuro, sarà caratterizzato dalle medesime migranze e (con)fusioni. Una storia vecchia come il mondo, appunto. Popolazioni nomadi contro popoli sedentari. Con la differenza che, stavolta per la prima volta, il pensiero dominante non osteggia ma favorisce tale penetrazione con ragioni etiche. Una mercificazione umanitaria.</p>
<p>L’altra è una relativa novità. Alla metà del Novecento, dopo il Secondo conflitto mondiale, nell’indifferenza se non nel giubilo generale s’è dissolta la civiltà contadina, ovunque nel mondo e in particolare nel vecchio mondo. Al portatore d’aratro e di spada s’è sostituito l’omino industriale &amp; digitale, parafrasando Baricco. All’attività primaria, dominante per millenni, che ha determinato le forme di proprietà, produzione e cultura per ottomila anni, si sono susseguiti per pochi decenni attività secondarie e terziarie, industria e servizi, a loro volta in crisi e in via di superamento dalla rivoluzione industriale prossima ventura. La nona, per dirla come Attali. Come la nona porta, oltre la quale c’è il male assoluto, o il nulla. Altro oltre l&#8217;umano.</p>
<p>La robotica, lungi dall’essere la liberazione universale che permetterà all’uomo di sottrarsi all’alienazione del lavoro, rappresenterà per la stragrande maggioranza della popolazione occidentale la semplice espulsione da ogni lavoro possibile, riducendola alla peregrinazione verso occupazioni saltuarie, di mera sussistenza. Dove il reddito di cittadinanza sarà una necessità, non un tema di dibattito come la cancellazione dell’insegnamento della storia. Anche la famiglia, la più grave tragedia che ha colto l’umanità dalla distruzione d’Atlantide, o quel che ne resta, sarà spazzata via dall’etica nomadista e transgender, funzionale al nuovo ordine mondiale. Mai più diritti sociali, bastino i diritti civili a rendere liberi e precari, a vita.</p>
<p>Il luminoso quadretto non sarebbe completo se non s’approntasse una bella guerra per espungere le masse da un mercato che può farne a meno. All’orizzonte ottico ve ne sono d’infinite, prodromiche al confronto tra l’impero del bene nordamericano e i sempiterni babau d’Occidente, Russia e Cina. Gli strateghi vedono come data cardine la metà del XXI secolo – per la Seconda guerra mondiale era il ‘42, l’Asse si fece fregare anticipando le mosse di pochi anni – e ci siamo.</p>
<p>Una bella guerra mondiale – chiamatela terza, se volete – spazzerà via di tutti un po’, dando presumibilmente vita a un mondo multipolare dove l’impero nordamericano non sarà che uno dei tanti scatafasci d’una storia a perdere. La storia, rieccola. In questo vademecum del presente, breve storia del futuro dove la speranza è riposta nella fede, e peggio per chi non la tiene, chi dovrà raccontarla o insegnarla a generazioni bruciate ai blocchi di partenza dovrà rappezzarsi tra cumuli di cadaveri e di menzogne, sogni e speranze in cenere. Soprattutto, dovrà interpretarla fuori dalle visioni di comodo delle narrazioni ufficiali. Altrimenti è meglio fare come gli Etruschi: non ricordare niente, tanto si è condannati all’oblìo e agli stessi errori lo stesso. Ma nel si salvi chi può a venire bisognerà pure che qualcuno, qualcosa si salvi. Anche perché la storia fa larghi giri ma poi torna al punto d’origine, come ben sanno a Oriente. Intanto continuiamo a spararci addosso, ma rigorosamente a salve, a colpi di caroline e gretine, in attesa dell’Apocalisse. Che, come dice il termine greco, significa rinascita, non fine.</p>
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		<title>A Roma non barrisce l&#8217;elefante</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2019 16:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Francesco Maria Fabrocile]]></category>
		<category><![CDATA[Il segnale dell'elefante]]></category>
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		<description><![CDATA[Diciamolo subito: promette quel che dà, alla fine, Il segnale dell’elefante. Alla fine, ché per il resto è una (retro)storia romana del partito che seppe contendere agli assai più numerosi socialcomunisti la palma dell’antifascismo combattente. Nonostante i contributi di Aldo Garosci e soprattutto di Giovanni De Luna, nell’ottima storia del Pd&#8217;A dal 1942 al 1947, la vicenda della mancata insurrezione del Partito d’Azione a Roma... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/a-roma-non-barrisce-lelefante/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/02/fabrocile-copertina.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-9428" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/02/fabrocile-copertina-300x150.png" alt="fabrocile-copertina" width="300" height="150" /></a></p>
<p>Diciamolo subito: promette quel che dà, alla fine, Il segnale dell’elefante. Alla fine, ché per il resto è una (retro)storia romana del partito che seppe contendere agli assai più numerosi socialcomunisti la palma dell’antifascismo combattente. <span id="more-9427"></span>Nonostante i contributi di Aldo Garosci e soprattutto di Giovanni De Luna, nell’ottima storia del Pd&#8217;A dal 1942 al 1947, la vicenda della mancata insurrezione del Partito d’Azione a Roma “città aperta”, come recita il lungo sottotitolo dell’opera (Marlin, 282 pagine, 16,50 euro), è questo: il riempitivo d’un buco nero che la storiografia, anche militante, e la memorialistica, specie militante, mai ha colmato.</p>
<p>Il saggio di Francesco Maria Fabrocile (nella foto) presentato nella bella sede trasteverina della Casa della memoria a Roma colma questa lacuna sia pure – diciamo pure questo – in modo lacunoso. Non è un problema di merito, ché il giovane ricercatore di marca postazionista si mostra anzi storico di vaglia, capace di dipanare la notevole mole documentale di fonti tutte interne – questo il punto – siano memorie o faldoni del Cominpart, la commissione per i riconoscimenti delle benemerenze partigiane. Altro limite di metodo è l’aver puntato sulla titolazione accattivante per motivi editoriali, laddove il lavoro non è tanto sulla mancata insurrezione a cui quel nome in codice avrebbe dovuto dare la stura, quanto sulla storia del partito romano, di cui quell’evento chiave è la chiusa, non svelata compiutamente ma sottintesa.</p>
<p>Lasciamo alle parole dello stesso Garosci, trascritte dall’autore a p. 246, il giudizio complessivo sulla vicenda: “I più conservatori dei membri del Comitato di liberazione avevano in fondo le stesse idee dei badogliani; temevano l’insurrezione per ragioni a un tempo militari e politiche, erano i soli in contatto radio con gli alleati e non portarono a conoscenza della giunta militare i dati di cui erano forniti”.</p>
<p>Così il segnale dell’elefante, più che per la sua elefantiaca mole, non giunse ai militanti che quella domenica del 4 giugno ‘44 aspettavano il via libera insurrezionale che aprisse agli Alleati le porte di una Roma già aperta e occupata. È che per i liberatori la libertà andava regalata, non conquistata, e l’attendersi un barrito da loro era una contraddizione in termini prima ancora che politica e militare. Quel segnale, seppur dato, forse non sarebbe giunto ai militanti in attesa anche se il dirigente in contatto coi servizi d’intelligence della V armata non fosse stato Ugo la Malfa, politico della più bell’acqua, contrarissimo a ogni ipotesi insorgente, a fronte di quadri quali Emilio Lussu e Riccardo Bauer, più propensi a un’azione militare in grande stile ancorché non meno inconcludenti, alla prova dei fatti.</p>
<p>Contrasti interni a parte – che avrebbero portato Lussu a prendersi a schiaffi con lo stesso La Malfa – a fare da controparte a questi era Peter Tompkins, all’epoca poco più che ventenne, introdotto in ogni ambiente della Roma del tempo, forte delle sue conoscenze massoniche, già quadro dell’Oss, poi agente Cia. Esperto d’occultismo e misteri atlantici e soprattutto profondo conoscitore d’ogni snodo del ‘900 ben oltre la liberazione di Roma, dai fatti di Dallas a Moro.</p>
<p>Che a Roma vi fossero cinquemila uomini in armi, come raccontano gli ex dirigenti azionisti nei loro memoriali, o anche 1.200 armati pronti a scendere in piazza, secondo i ruolini del Cominpart, sono numeri da fantaguerriglia più che reali, vista la mole di arresti del marzo-aprile ‘44 che all’indomani di via Rasella decapitarono la resistenza romana, incapace di qualunque azione dopo la mazzata delle Fosse Ardeatine. Neppure gli assai più attivi e capaci comunisti avevano tali numeri o seppero fare di più. Svolta di Salerno e propensioni monarchiche togliattiane a parte verso quel re sciaboletta che barattò l’incolumità per se e i suoi buttando a mare non il fascismo ma l’intero paese e inibendo ogni resistenza militare a Roma. Salvo giocare d’anticipo per scampare ai malfidi tedeschi, scappando sotto l’occhio dei nazisti compiacenti, per mettersi al servizio degli Alleati.</p>
<p>Resta una domanda senza risposta. Perché il Pd’A, il solo capace d’affrontare a viso aperto il più potente esercito europeo del tempo al pari dei resistenti jugoslavi, l’unico che con Dante Livio Bianco abbia voluto combatterli come Tito, in barba ai russi, in battaglia manovrata – impresa neppure concepibile per il resto dell’arco resistenziale, dai comunisti ai badogliani – a Roma non volle e non seppe fare altro che tirare qualche colpo all’indirizzo dei nazifascisti in fuga. Pure privi del segnale convenuto e di un’azione di comando unitaria, sparuti gruppi d’azionisti scampati alle retate e all’ignavia scesero in piazza a sparacchiare e darsi da fare, mentre i carrarmati nordamericani già rombavano sulle consolari.</p>
<p>Resta una vulgata. Che l’azionismo fu, per dirla come Ferruccio Parri, fiore sul letamaio, unico e solo, punta avanzata della democrazia in Italia, schiacciata tra opposte chiese e dall’incipiente guerra fredda. Esempio di ciò che il paese avrebbe potuto essere e non è stato. Troppo avanti rispetto ai tempi che chiedevano adunate di massa e intellettuali militanti più che combattenti. Un “partito di fucili” forte sul campo ma debole nelle urne, e per questo soccombente. L’esperienza romana mostra piuttosto il contrario. Tempre d’uomini allineati ai tempi, figli di un’italietta minore e alla prova dei fatti divisa e inerte, approssimativa e inetta. Irrimediabilmente mediterranea più che aleatoriamente anglofila e moderna, come voleva la maggioranza dei quadri azionisti.</p>
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		<title>Villari, intellettuale di un mondo scomparso</title>
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		<pubDate>Thu, 19 Oct 2017 08:00:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/10/copertina-combo-U43060584597655vh-U4338069141389236G-590x445@Corriere-Web-Sezioni.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9194" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/10/copertina-combo-U43060584597655vh-U4338069141389236G-590x445@Corriere-Web-Sezioni-300x224.jpg" alt="Villari" width="300" height="224" /></a></p>
<p>Per le generazioni di studenti delle superiori che hanno studiato la storia sui suoi testi, ma anche per quelli che si sono limitati a scarabocchiarne la copertina rossa per un trentennio, era un’istituzione. <span id="more-9193"></span>Per molti era un grande storico, un barone in senso culturale se non calviniano. Per gli altri, uno di quelli che hanno egemonizzato in senso letteralmente gramsciano la cultura italiana del dopoguerra. Rosario Villari, barone della storiografia sedicente marxista, se n’è andato dalla casa di Cetona, nel senese, portandosi appresso le sue 92 primavere.</p>
<p>Calabrese di Bagnara, voleva essere poeta e scrittore – esordì con prose e poemi sul Politecnico di Vittorini – gli toccò fare lo storico. Giunto al comitato centrale del Pci in forza del suo impegno nella riforma agraria in favore dei contadini, deputato comunista negli anni caldi del terrorismo, gli toccò stare in mezzo, tra quelli che buscano le palle dell’ordine e le sassate della rivoluzione, per dirla come André Gide. Restando però innamorato fino all’ultimo di una certa idea di popolo e di progresso. Come quando, presentando l’ultima fatica all’università cosentina della sua Calabria, rivendicava per i povericristi che avevano sfidato il malgoverno del re di Spagna, malretti da Masaniello e Genoino, d’aver dato l’abbrivio a una storia mai davvero perdente. La stura a un sogno di libertà ancora inesploso.</p>
<p>Tre edizioni dagli anni ‘60, trent’anni sui banchi finché nel ‘94, giunto il Cavaliere al soglio, decise che bastava così, la storia poteva (doveva) scriversi diversamente. Niente più spazio al sociale, basta coi partiti di classe e i movimenti di piazza, l’aria tirava altrove e chiunque odorasse di sinistra sapeva di muffa. Rosario muffoso non era, anzi piuttosto brioso a paragone di certi storici coèvi e d’una storiografia incomprensibile ai più, stopposa già all’incipit. Eppoi il suo era un marxismo all’acqua di rose, distante anni luce dai maestri di scuola anglosassone, marxisti doc quali Perry Anderson o Eric Hobsbawm (con cui il fratello Lucio, anch’egli storico e di otto anni più giovane, polemizzò). Più vicino, ma con minore abilità narrativa, a fecondi conoscitori delle cose d’Italia quali Paul Ginsborg o Denis Mack Smith, scomparso a luglio.</p>
<p>Soprattutto, Villari era e restava un intellettuale organico a un mondo venuto giù col muro di Berlino e che d’intellettuali e partiti vuol fare a meno. Un mondo altro, dove quel sogno di libertà, quella rivoluzione sostenuta dal popolo a cui aveva dedicato i suoi sforzi migliori, resta di là da venire. Ma nei rigurgiti d’insofferenza al centralismo degli stati nazionali, ai moti di Catalogna, di Fiandra e d’altrove, oggi come allora l’occhio dello storico dovrà posarsi ancora ché la storia, in fondo, non gira che su sé stessa.</p>
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