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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Svezia</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Il Nobel è finito. Il romanzo della borghesia pure</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2018 11:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per la seconda volta dal 1901 (la prima fu nel ‘35) il Nobel per la letteratura quest’anno non viene assegnato, senza bisogno d’una guerra o d’un cataclisma. Lo sarà l’anno venturo, fa sapere l’Accademia di Svezia, assieme a quello del 2019. E peggio per chi, come Haruki Murakami, Philip Roth o Margaret Atwood, ma soprattutto il keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position, già ci... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-nobel-e-finito-il-romanzo-della-borghesia-pure/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9353" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/James-Ngugi.jpg"><img class="size-medium wp-image-9353" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/James-Ngugi-300x169.jpg" alt="Lo scrittore e poeta keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position al Nobel per la letteratura 2018. Sopra: L'Accademia di Svezia annuncia la cancellazione del premio" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Lo scrittore e poeta keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position al Nobel per la letteratura 2018. Sopra: L&#8217;Accademia di Svezia annuncia la cancellazione del premio</p></div>
<p>Per la seconda volta dal 1901 (la prima fu nel ‘35) il Nobel per la letteratura quest’anno non viene assegnato, senza bisogno d’una guerra o d’un cataclisma. <span id="more-9352"></span>Lo sarà l’anno venturo, fa sapere l’Accademia di Svezia, assieme a quello del 2019. E peggio per chi, come Haruki Murakami, Philip Roth o Margaret Atwood, ma soprattutto il keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position, già ci aveva fatto la bocca. Meno Dacia Maraini e Claudio Magris, tra i candidati italiani non certo favoriti.</p>
<p>Che in Svezia, punta avanzata del sessismo alla rovescia, dove una strizzata d’occhi è considerata avance e tacciata di becero maschilismo, il Nobel non potesse sottrarsi all&#8217;onda lunga del #metoo, è un fatto. Per qualche palpatina – pare anche agli augusti lombi della principessa Vittoria – il marito d’una delle giurate, Jean Claude Arnauld, fotografo francese d&#8217;una certa fama e bruttezza, s’è visto costretto a chiudere il suo Forum, caposaldo della ricchissima vita culturale di Stoccolma, e a lasciare l’organizzazione del premio.</p>
<div id="attachment_9355" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/La-giurata-Katarina-Frostenson-con-il-amarito-Jean-Claude-Arnault-ap.jpg"><img class="size-medium wp-image-9355" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/La-giurata-Katarina-Frostenson-con-il-amarito-Jean-Claude-Arnault-ap-300x169.jpg" alt="La giurata Katarina Frostenson con il marito Jean Claude Arnault " width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">La giurata Katarina Frostenson con il marito Jean Claude Arnault</p></div>
<p>La Svezia dunque paga pegno alla foga riformista e, sull’onda delle molestie sessuali, 8 giurati su 18 danno forfait. Essendo 12 il minimo richiesto al funzionamento, il danno è fatto. S’impone una ventata di novità anche nelle atmosfere soffuse &amp; ottuse del salotto buono per eccellenza della letteratura mondiale. Come già lo Strega, l’ultimo caposaldo letterario del XX secolo cede alla spinta riformista del XXI. Sua maestà Carlo XVI Gustavo sancisce la possibilità per i giurati di non esserlo più a vita, modificando uno statuto intonso dal 1786. Quando ancora erano di là da venire e tuonare i cannoni alla Bastiglia e l’ambaradan della modernità. Il Nobel, dunque, giunge al capolinea e molti – vedi, buon ultime, le tesi di Tim Parks sul Nyt riprese sul Fatto e sul Sole – vorrebbero che non uscisse più dall’officina, tanto ormai perde pezzi come un autobus dell’Atac. Meglio mandarlo al rogo, appunto come un bus Atac, privo com’è di peso e di senso.</p>
<p>La questione non è tanto lo scandalo, censurabile ma superabile, che magari cela altre e più venali marachelle. Né la congruità di un pugno di letterati svedesi nel giudicare di letteratura italiana o colombiana. E neppure l’urgenza di riformare un premio assegnato a mode culturali e menestrelli pur di ravvivare, ma nel cui Pantheon figurano conclamati maestri della letteratura mondiale. Basta dare una scorsa a un elenco lungo 117 anni. Dietro la spinta abolizionista e la verve riformista s’agitano questioni più complesse, epocali. In primis il ruolo della letteratura e della borghesia che l’ha inventata nella contemporaneità. Strumento eccelso di narrazione del mondo negli ultimi due secoli, il romanzo – specie nei suoi canoni occidentali – è andato via via perdendo potere e prestigio, coerentemente con la perdita di questi da parte della classe dominante, alle corde con l’impoverimento e la perdita d’identità sociale dei ceti medi che la rappresentano.</p>
<p>Non più strumento di rappresentazione di sé e del mondo (del mondo borghese, ché quello popolare ha una sua letteratura ma non è in auge né tantomeno premiata nei salotti borghesi) la forma romanzo ha esaurito il suo compito sociale, storico, cedendo il passo ad altre forme. Più di massa che popolari, al massimo pop, con l’occhio a un mercato in perenne debito d’ossigeno, specie da noi. Il cinema, la televisione, internet e via visionando. La letteratura non racconta più il mondo, confidava uno sconsolato Sebastiano Vassalli negli ultimi suoi tempi. Che questa letteratura si voglia seppellire senza neppure un degno funerale, non è che la presa d’atto della fine di un’epoca, del fallimento della sua classe guida. Sostituita dai pochissimi ai quali il capitale terminale – il capitalismo nella sua fase terminale qual è l’attuale, con la finanzia di rapina che sostituisce l’attività produttiva e i ceti medi impoveriti espunti dai mercati in crisi – concede ogni residuale ricchezza ma non la bellezza d’un romanzo, di cui non sa che fare né ha tempo di leggere e voglia di capire. Se tornasse, Dostoevskij non vedrebbe demoni, ma sorci verdi.</p>
<p>Anche se l’Accademia di Svezia recupererà i pezzi persi sostituendo i giurati dimissionari con altri bei nomi, non per questo la letteratura recupererà il tempo perduto. Ché tramontare è questo, diceva ancora il buon Vassalli: “Chiudere i conti e non avere resto. Non ci sono passati da salvare, basta lasciarsi andare. Tramontare”. Il tramonto della borghesia, ergo della sua letteratura, è un fatto, e all’orizzonte non c’è utopia salvifica o tecnologica che tenga. Solo un trastullo di lusso che, forse, riaprirà i battenti.</p>
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		<title>The square, in piazza il tracollo della borghesia</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Nov 2017 11:10:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrissi d'arte]]></category>
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		<category><![CDATA[Svezia]]></category>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/thesquare1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9225" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/thesquare1-300x169.jpg" alt="thesquare1" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Christian ha tutto, o quasi. Un lavoro strepitoso – curatore d’un museo d’arte contemporanea ricavato nientemeno che dall’ex palazzo reale di Stoccolma – una casa di design e una bella macchina, ovvi corollari al suo stato sociale. <span id="more-9224"></span>Non ha una compagna strafica, ma le pollastrelle bendisposte nei suoi confronti non mancano (è pure belloccio e, ça va sans dire, intelligente e interessante). In compenso ha due graziose bambine, passabilmente rompiballe e dissociate come la maggior parte dei coetanei, di cui si occupa col dovuto riguardo nei ritagli di tempo che la vita gli concede. In questo paradiso in terra irrompe, una mattina, un accidente qualsiasi.</p>
<p>Poco più d’una scocciatura, da cui però l’ordinario benessere comincia a screpolarsi, a deragliare quel tanto che basta perché esca dai suoi binari preordinati e perfetti. Come la famiglia – la più alta tragedia dell’umanità dai tempi della caduta di Atlantide – era al centro di Forza maggiore, il primo film (malamente) distribuito in Italia, ispirato anche alla vicenda di Schettino benché girato in montagna, in The square (La piazza) Ruben Östlund si misura col tracollo del mondo individuale e del mondo in sé. Quel belmondo occidentale e borghese fiaccato dalla propria idiozia prima d’essere schiantato dalla follia altrui. E lo sguardo acuto e bizzarro del giovane ma pluripremiato regista svedese – la Svezia, ahinoi – sul tranquillo harakiri d’Occidente non poteva non piacere a Cannes che quel mondo rappresenta, ai giurati e al presidente Pedro Almodovar che l&#8217;hanno insignito della palma d’oro.</p>
<p>Sontuoso nei toni dimessi, originale quanto surreale – perciò capace d’oltrepassare la soglia del reale, oltre che di narrarlo – e tecnicamente ineccepibile, The square è un film più che riuscito: geniale. Un’opera che raccontando l’arte e lo strazio del politicamente corretto, i suoi guasti, pone qualche domanda non peregrina. Fin dove può spingersi la libertà dell’arte, o cosa sia l’arte tout court, dove ci catafottiamo con le nostre beate certezze e civiltà. A dirlo l’installazione chiave della mostra che Chris sta curando. Un quadrato luminescente al centro d’una piazza (da cui il titolo). Uno spazio aperto, ma circoscritto dalla luce, che rappresenta “un santuario di fiducia e altruismo, al suo interno tutti condividiamo uguali diritti e doveri”. In quest’oasi di serenità e progresso irrompe con la sua carica letteralmente deflagrante una campagna di marketing virale di sicuro effetto, anche se decisamente controproducente. Così come nel vernissage inaugurale, alla presenza della crème della società svedese, il divertente siparietto dell’uomo primordiale sfugge ai desiderata dei presenti e del curatore, trasformandosi in incubo dove gli azzimati invitati dovranno difendersi dall’ex buon selvaggio.</p>
<p>Metafore, perifrasi del mondo d’oggi visto alla lente della sua punta avanzata, la contemporaneità artistica, per mostrare quanto di selvatico e (poco) salvifico resta dopo aver scartavetrato la patina in superfice, lavato l&#8217;ovvietà in profondità. Quanto di reale, sotto l’apparenza, ribolle e deflagra, sobillato dal caso. The square gioca soprattutto sul confronto tra ciò che siamo (che crediamo d’essere) e le trasformazioni dell’essere al tracollo delle sicumere, schiantate dalla casualità. Geniale. Al punto che manco il paro d’ore abbondanti pesano sull’equilibrio del film, dosaggio di gag e banalità. Unico neo, per chi vorrebbe una via di scampo oltre alle riflessioni intelligenti, il finale vuoto più che aperto. Ma in quel vuoto, in quell’assenza di un finale che si rispetti, è il vuoto della fine del mondo che è in noi.</p>
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