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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Venezia</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>La rinascita del Golem</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Feb 2025 19:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrissi d'arte]]></category>
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		<description><![CDATA[Il realismo poetico di L’uomo d’argilla, quando l’amore incontra l’arte e insieme spostano la vita Cosa chiedete a un film francese? Beh, stile, anzitutto. Poi originalità, un tocco di follia e un pizzico di raffinatezza. Se l’immagini così un film d’Oltralpe allora non puoi perderti L’uomo d’argilla (l’homme d’argile), dal 13 febbraio nelle sale italiane, distribuito dalla Satine film. Presentata alla mostra del cinema di... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-rinascita-del-golem/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/02/argile.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10591" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/02/argile-225x300.jpg" alt="argile" width="225" height="300" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/02/Thiéry.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10590" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/02/Thiéry-300x189.jpg" alt="Thiéry" width="300" height="189" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il realismo poetico di L’uomo d’argilla, quando l’amore incontra l’arte e insieme spostano la vita</strong><span id="more-10589"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Cosa chiedete a un film francese? Beh, stile, anzitutto. Poi originalità, un tocco di follia e un pizzico di raffinatezza. Se l’immagini così un film d’Oltralpe allora non puoi perderti L’uomo d’argilla (l’homme d’argile), dal 13 febbraio nelle sale italiane, distribuito dalla Satine film. Presentata alla mostra del cinema di Venezia e all’ambasciata di Francia alla presenza del protagonista, Raphaël Thiéry, l’opera prima di Anaïs Tellenne ha tutto questo e qualcosa in più. Un duplice filo rosso, intreccio di musica e d’arte, per portare a dama un’opera che strappa sorrisi applausi e persino lacrime, riflessioni emozioni come solo l’amore e, ancora, l’arte sanno dare nella vita reale, quando non è gran fuffa. E piuttosto reale è la vicenda incarnata sulle scene, come nella vita, da Thiéry, narrata con un’accorta mistura di soavità e realtà – realismo poetico, potrebbe dirsi – dalla regista, presente all’anteprima in video dalla cucina di casa, con tanto di pancione in mostra. Ma andiamo all’Homme.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’uomo, anzi l’omaccione, è Raphaël, che nella finzione porta lo stesso nome della vita reale, con un occhio in meno e la medesima passione per la musica celtica, tra i punti di forza del film. Guercio e non proprio un adone, Raphaël vive in una bella casetta a ridosso d’un vetusto maniero che ha visto glorie e tempi migliori ma ancora benmesso; uno di quei castelli di cui sono zeppe le campagne d’Italia e di Francia, in questo caso di Borgogna. Sovrastato dall’anziana madre – l’attrice non professionista Mireille Pitot, giunta alla bella età di 92 anni a calcare le scene – Raphaël si prende cura tanto del castello che della vecchia genitrice di cui subisce, assieme all’affetto, anche gli sfoghi e le contumelie. La sua vita, piuttosto monotona, è allietata dalla postina del paese, Samia (Marie-Christine Orry) che non perde occasione, tra una lettera e un pacco, d’infrattarsi con l’omaccione dando sfogo alle sue bizzarrie sessuali. Anche mamma Lucienne è omaggiata dalla portalettere, con un cadeau che, all’inizio del film, ne disvela la trama: un piccolo golem riportato da Praga. Altro suo diletto è la cornamusa, che suona con maestrìa nella banda del paese e nella piscina vuota del castello. Per inciso, il nome del gruppo è un vecchio album del gruppo in cui il vero Thiéry suonava: Faubourg de Boignard.</p>
<p style="font-weight: 400;">Il tranquillo trantran a base di trappole esplosive per le talpe che infestano il parco, serate passate davanti al televisore con la vecchia madre, prove d’orchestra e porcate nei boschi è interrotto dall’arrivo improvviso dell’ultima erede dei nobili proprietari del maniero, Garance Chaptel (Emmanuelle Devos), artista d’una certa fama e donna dotata d’un certo fascino e d’una notevole strambèria, come si conviene a chi accompagna al genio la sregolatezza, secondo la maniera artistica. L’arrivo di Garance in una notte di tregenda, tra scrosci di pioggia e saette, gettano Raphaël in una dimensione altra, affatto nuova per lui che, per prima cosa, deve salvarla da un tentativo di suicidio.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’omone pratico e scontroso, a suo modo sensibilissimo, è costretto a misurarsi giorno per giorno con le stranezze della padrona, venendone poco a poco conquistato e conquistandola. È, per lui, la scoperta d’una realtà e d’un sentimento nuovi che lo spostano letteralmente in una dimensione più vera, trascinandolo nel dolore, ma anche nella bellezza del mondo che finora ha sfiorato senza possedere. Raphaël perde tutto quello che ha, le sue (in)certezze, ma conquista una dimensione nuova, appagante come solo l’amore e forse l’arte sanno dare in vita. Una felicità presto interrotta dal ritorno alla normalità, sconquassato da quanto ha vissuto ma più consapevole di sé e del mondo d’intorno, del suo essere. Così l’uomo d’argilla, il golem rinasce, viene a nuova vita, anzi alla vita, come nell’Odile di Queneau.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’opera prima sconta, da prima qual è, qualche battuta a vuoto, qualche pausa e campo lungo di troppo, ma è un piccolo gioiello. A tratti commovente e soprattutto originale, senza voli pindarici e dialoghi sui massimi sistemi ma zeppa di poetico realismo, come detto, intimista senza essere ombelicale; persino priva di cedimenti a cliché, anzi a suo modo politicamente scorretta, bontà sua, che in tempi di bieco conformismo è già tanto, anzi moltissimo. Perciò fatevi un favore: non perdetevelo, anche se a un film francese chiedete altro.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Sopra: Thiéry all’anteprima all’ambasciata di Francia tra gli amici dell’accademia Angelico Costantiniana</em></p>
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		<title>Campiello, vince L&#8217;Arminuta d&#8217;Abruzzo</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Sep 2017 13:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
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		<description><![CDATA[E due. Dopo lo Strega, l&#8217;Einaudi si pappa anche il Campiello che non sposta equilibri editoriali, né muove la classifica dei libri venduti, ma pure lui ha il suo perché, anzi parecchi. A vincerlo per la casa editrice torinese è Donatella Di Pietrantonio con un romanzo che può dirsi di formazione, L’Arminuta. Dove una ragazzina, Adalgisa, è costretta a ripartire da zero tra ristrettezze economiche, fratelli invadenti, sorelle... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/campiello-vince-larminuta-dabruzzo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9161" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Donatella-Di-Pietrantonio_Matteo-Zoppas.jpg"><img class="size-medium wp-image-9161" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Donatella-Di-Pietrantonio_Matteo-Zoppas-300x200.jpg" alt="Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, con Matteo Zoppas, presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto. Sopra, la copertina dell'Arminuta (particolare)" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Donatella Di Pietrantonio, vincitrice del Campiello 2017, con Matteo Zoppas, presidente della Fondazione Campiello e di Confindustria Veneto. Sopra, la copertina dell&#8217;Arminuta (particolare)</p></div>
<p>E due. Dopo lo Strega, l&#8217;Einaudi si pappa anche il Campiello che non sposta equilibri editoriali, né muove la classifica dei libri venduti, ma pure lui ha il suo perché, anzi parecchi. <span id="more-9153"></span>A vincerlo per la casa editrice torinese è Donatella Di Pietrantonio con un romanzo che può dirsi di formazione, L’Arminuta. Dove una ragazzina, Adalgisa, è costretta a ripartire da zero tra ristrettezze economiche, fratelli invadenti, sorelle complici e amori precoci. Dentista pediatra nata nel 1963 ad Arsita, nel teramano, Di Pietrantonio dedica la vittoria al suo Abruzzo: «La mia regione che viene fuori da un anno orribile, ha subito terremoti, valanghe e incendi. Infine voglio dedicarlo a tutte le arminute e gli arminuti, le persone che hanno vissuto nella loro vita e sulla propria pelle l&#8217;esperienza dell&#8217;abbandono».</p>
<p>Aggiudicati da Andrea Zancanaro, 21enne di Feltre (Belluno), il premio Campiello giovani (alla 22esima edizione) con il racconto Ognuno ha il suo mostro, e da Francesca Manfredi, al debutto con Un posto dove stare (La nave di Teseo), la sezione opera prima, mentre a Rosetta Loy va il premio alla carriera, sancito per la terza volta dopo Vassalli e Camon.</p>
<p>Non ha un parterre come il ninfeo romano di Villa Giulia, ma l’altrettanto mondano teatro La Fenice, a Venezia, e uno sponsor alcolico meno elitario dello Strega, il Prosecco, ma non è senza ragioni se il Campiello è il solo evento letterario ad avere, con lo Strega, dignità televisiva. Quest’anno, anzi, tra le novità c’è una docufiction prodotta con Rai5 che sarà trasmessa dal canale Rai nei giorni successivi alla cerimonia finale, condotta stavolta da Enrico Bertolino e Natasha Stefanenko, dopo il forfait di Mia Ceran.</p>
<p>Altra novità dell’edizione 2017 la comparsata a Montecarlo, il 22 settembre, per perorare la causa del vincitore e del made in Italy. Così, con mondanità misurata e sapor d’accademia, l’attenzione al marketing e alla necessità di fare d’una faccenda letteraria un evento c’è anche nel premio nato nel ‘62 per volontà della famiglia Valeri Manera e impulso degli industriali veneti. E non è un caso se Matteo Zoppas, presidente della fondazione Campiello e della Confindustria Veneto, sottolinea a oltre mezzo secolo di distanza dall’esordio «il dialogo tra impresa e cultura» di cui il premio è stato «un lungimirante precursore e continua a essere l’ambasciatore» in tempi di tracollo del comparto manifatturiero italiano o, per dirla alla moda, dell’“industria 4.0”.</p>
<p>Il dialogo tra lettere e impresa, la cultura vista non come ciliegina promozionale sulla torta del mercato ma dialogo creativo e vitale per generazioni d’industriali è certamente una delle peculiarità del Campiello. L’altra discende dal regolamento: una giuria composta da una dozzina di letterati, presieduta stavolta da Ottavia Piccolo, seleziona i cinque finalisti, da sottoporre al voto di 300 lettori di diverso status ma comunque “forti”.</p>
<p>Per sua natura, dunque, il premio è meno attento al potere e agli equilibri tra case editrici (anche se due libri in cinquina sono stati dell&#8217;Einaudi) e più alla parola scritta, potendosi permettere qualche divagazione in campo letterario. Non solo risulta difficile che dal premio emerga un brutto libro, insomma, ma può persino capitare che salti fuori un’opera destinata a dire la sua oltre l’oggi, fuori dalle mode del momento anche se strizza l’occhio a contaminazioni e tendenze.</p>
<p>I finalisti di questa 55esima edizione ne sono un po’ lo specchio. C’è la vena autobiografica e biografica della pars maschile e il femminino dirompente, intimo e fuori dalle regole, della maggioranza femminile che compone la cinquina, né manca l’attenzione a un uso meno convenzionale della parola scritta. Vedi Stefano Massini (Firenze, 1975), buon secondo con Qualcosa sui Lehman (Mondadori) che gioca la carta del metaromanzo-ballata di ben 800 pagine, con una scrittura in similversi dove c’è spazio per tutto, persino per le vignette a fumetti. La storia racconta le vicende dell’omonima famiglia ebrea tedesca, immigrata alla metà dell’‘800 negli Usa per dare vita al colosso finanziario tracollato nel 2008 che ha dato la stura al collasso economico dell’intero Occidente. Dal libro è già stato tratto uno spettacolo teatrale, Lehman trilogy, tradotto in 15 lingue, con la regia italiana di Luca Ronconi e del premio Oscar Sam Mendes al Royal National di Londra. Del resto Massimi, già responsabile artistico del Piccolo di Milano e pluripremiato dalla critica europea, è tra i pochi autori italiani ben rappresentati sui palcoscenici mondiali. Il che faceva di lui il favorito vincente, grazie anche all’essere supportato da un colosso come Mondadori, quest’anno a bocca asciutta.</p>
<p>Di minori pretese la duplice autobiografia, di sé e paterna, con cui Mauro Covacich (Trieste, 1965) s&#8217;è aggiudicato il terzo posto raccontando la sua città attraverso gli occhi di due bambini, suoi e del padre, in La città interiore (La nave di Teseo). Un altro romanzo di formazione focalizzato su due momenti chiave della storia collettiva e del proprio vissuto: la parentesi titoista al termine della Seconda guerra mondiale e l’attentato antiebraico di Settembre nero dell’agosto di 45 anni fa.</p>
<p>Tutte al femminile e sopra le righe le protagoniste delle altre tre concorrenti. Della Di Pietrantonio s&#8217;è detto. Anche La ragazza selvaggia di Laura Pugno (Roma, 1970), presentato da Marsilio, vede intrecciarsi nella vita della protagonista le vicende di una famiglia nei guai – la madre alienata, la sorella vegetativa – e altre figure non meno problematiche, in un dramma familistico ed esistenziale. L’eroina di Alessandra Sarchi (Reggio Emilia, 1971), infine, in La notte ha la mia voce – ancora Einaudi – è una disabile che dall’incontro con un’altra portatrice di handicap, la Donnagatto, rivede la propria concezione di vita e coglie nella sua condizione una sfida all’imperfezione del mondo. Donne in fuga, dunque, figure a misura dei gusti di lettori (lettrici), nello spirito dei tempi dove la ribellione è fuga dall’oggi, più che costruzione di un domani improbabile.</p>
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