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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Villa Giulia</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Janeczek, non c&#8217;è due senza tre</title>
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		<pubDate>Fri, 06 Jul 2018 11:35:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[E due. Senza faglie sul pronostico, Helena Janeczek vince il secondo premio letterario dell’anno, il primo del Belpaese. Dopo il Bagutta, lo Strega. Visto che non c’è due senza tre e il suo La ragazza con la Leica è in lizza anche al Campiello, la possibilità di uno storico tris non è irrisoria, per lei. A starle dietro solo Marco Balzano con Resto qui, che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/janeczek-non-ce-due-senza-tre/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/07/Helena-Janeczek-Premio-Strega-2018-©-Musacchio-Ianniello-Pasqualini.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9393" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/07/Helena-Janeczek-Premio-Strega-2018-©-Musacchio-Ianniello-Pasqualini-300x200.jpg" alt="helena-janeczek-premio-strega-2018-musacchio-ianniello-pasqualini" width="300" height="200" /></a></p>
<p>E due. Senza faglie sul pronostico, Helena Janeczek vince il secondo premio letterario dell’anno, il primo del Belpaese. Dopo il Bagutta, lo Strega. Visto che non c’è due senza tre e il suo La ragazza con la Leica è in lizza anche al Campiello, la possibilità di uno storico tris non è irrisoria, per lei. <span id="more-9392"></span>A starle dietro solo Marco Balzano con Resto qui, che non ha bissato il successo di Cognetti dello scorso anno per Einaudi, e, un po’ staccata ma ottimamente piazzata, Sandra Petrignani con La corsara (Neri Pozza). D’Amicis e la Levi si sono accontentati di far bella presenza. Una stampa e una figura, per dirla come Camilleri, del piazzamento in cinquina, a riprova che raramente al ninfeo di Villa Giulia si spariglia quel che esce da casa Bellonci. Tant’è, il resto sono ciance e bruscoli, polemiche di rito senza le quali il premio sarebbe privo di pepe e appannaggio dei soliti noti.</p>
<p>Così non è andata, stavolta. Intanto perché è la prima volta che un editore come Guanda, non di primissimo piano ma comunque il secondo gruppo italiano dopo l’ipercorazzata Mondazzoli-Einaudi, rimasta in secco, vince il premio. Poi perché la Janeczek, tedesca di Baviera ma italiana da oltre trent’anni, è la prima donna a bere dal bottiglione dello Strega, dopo tre lustri. Stupita e imbolsita, ha garganellato il giallo liquore brindando alla sua Gerda, la fotografa sodale e compagna di Robert Capa, senza la quale non avrebbe cantato vittoria sul palco del ninfeo, piroettando nel suo gonnellone arcobaleno. Qualcuno, e qui chiudiamo con le novità, s’è pure ricordato che Villa Giulia è sede del Museo nazionale etrusco, e stavolta a ogni finalista era associato un reperto, per rendere tutto più vetusto e sonnolento.</p>
<p>Sul talento letterario delle lettrice di casa Mondadori, sul suo virare verso la storia e la sua dimensione biografica, pochi hanno dubbi. Qualche dubbio in più viene, scorrendo l’anomala biografia che la Janeczek dedica alla sua conterranea, ebrea tedesca d’origini polacche come l’autrice, e icona della sinistra internazionalista. Gerta Pohorylle – questo il vero nome di Gerda Taro – era un donnino non bellissimo ma assai piacente, dalla personalità sfaccettata e accattivante, leggiadra e impegnata allo stesso tempo. Un’icona libertaria e femminista riscoperta con le sue doti di fotografa negli anni ’90. Quando smise d’essere, per i più, la compagna di Capa – al secolo Endre Friedman, profugo antifascista ebreo come lei – con cui aveva messo insieme una società, a Parigi, frutto d’un sodalizio professionale e sentimentale.</p>
<p>La morte in giovane età – prima fotografa a morire sul campo – con modalità che non avrebbero mancato di suscitare polemiche, travolta da un carro armato amico durante un bombardamento tedesco, resero la sua figura, celebre già in vita, icona della sinistra repubblicana e libertaria. Al funerale parigino c’era una folla immensa, compreso un inconsolabile Capa, oggi la sua tomba è abbandonata a poca distanza dai caduti della Comune. Tutto perduto, tutto dimenticato. La ragazza con la Leica riporta alla luce ombre, fantasmi d’un tempo soppresso, ideale e altro, inesorabilmente altro dal presente. Potrebbe essere definita un’operazione nostalgia quella su Gerda, frutto di un’intellighentsia di sinistra che, espunto ogni filo rosso dall’oggi, guarda ai rivoluzionari di ieri e se ne compiace dall’alto della propria alterità.</p>
<p>Helena racconta vita e morte della sua eroina non come narrazione temporale e lineare ma attraverso i ricordi di due dei suoi amanti, Willy Chardack e Georg Kuritzkes, e di un’amica, Ruth Cerf. Un intreccio narrativo che se da un lato offre sguardi traversi e spunti inediti sulla vita e la personalità di Gerda, dall’altro crea un papocchio a tratti accartocciato su sé stesso. Persino soporifero per una vita come quella di Gerda, davvero da romanzo. Una maggiore linearità non avrebbe guastato, insomma, anche se la storia è vincente e il romanzo convincente. E non c’è miglior viatico dello Strega per convincere il pubblico, oltre i giurati, e portare a casa un bel tris. Anche se i critici lamentano che se ci si butta tanto sulle biografie, sulle vite degli altri, è, al fondo, per mancanza d’idee proprie. Aritant’è.</p>
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		<title>Strega, Mondazzoli colpisce e affonda con Albinati</title>
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		<pubDate>Sat, 09 Jul 2016 17:30:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Torniamo al ninfeo di villa Giulia. Quello è il posto dello Strega». La migliore battuta della serata l’ha fatta Francesco Piccolo, vincitore tra i più recenti e meno esaltanti del premio, che difatti ha strappato un applauso tra i pochi convinti della mesta serata. Tra i rari a non appartenere alla scuderia Mondadori-Rizzoli – difatti è Einaudi, pressoché la stessa cosa – che l’ha vinto... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/strega-mondazzoli-colpisce-e-affonda-con-albinati/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/07/edoardo-Albinati-la-scuola-cattolica.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9003" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/07/edoardo-Albinati-la-scuola-cattolica-300x174.jpg" alt="edoardo-Albinati-la-scuola-cattolica" width="300" height="174" /></a></p>
<p>«Torniamo al ninfeo di villa Giulia. Quello è il posto dello Strega». La migliore battuta della serata l’ha fatta Francesco Piccolo, vincitore tra i più recenti e meno esaltanti del premio, che difatti ha strappato un applauso tra i pochi convinti della mesta serata. <span id="more-9002"></span>Tra i rari a non appartenere alla scuderia Mondadori-Rizzoli – difatti è Einaudi, pressoché la stessa cosa – che l’ha vinto dieci volte nell’ultimo quindicennio. Stavolta c’è stata ancora meno gara tra Edoardo Albinati, che s’è aggiudicato la soporifera edizione del 70esimo, e gli altri. Tra i 143 voti del vincitore e i 25 di Elena Stancanelli, dame en rose stancamente navigante sulla Nave di Teseo, c’è un mondo, non solo letterario. Forse solo la corsa fra il secondo e terzo posto sul podio, tra L’uomo del futuro di Eraldo Affinati e il Cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci – look scapigliato strettamente post pasoliniano, sulla falsariga del passato vincitore, Nick Laferocia – risolta per un pugno di voti a favore del primo (Mondadori), ha fatto palpitare qualche cuore, ma bisognava essere davvero aficionados, con forti dosi di cardiotonici al seguito. Non che la vittoria di Albinati (Rizzoli) non sia meritata, col suo monumentale La scuola cattolica, ma insomma ci vuole altro per rivitalizzare quel che resta del bel mondo letterario e della letteratura tout court nel Belpaese. Ma questa, forse, è già di suo una domanda malposta, dunque deprivata di risposta, nell’età della fuffa spacciata per spettacolo e dell’ipersviluppo tecnologico dato come puro progresso.</p>
<p>Settant’anni? L’età giusta per un restyling. L’hanno pensata così alla Strega Alberti di Benevento e alla fondazione Bellonci, che in occasione del 70° Strega hanno rifatto il look al premio letterario più noto e riformato d’Italia. Ancorché immutabile. Addio alla storica sede di villa Giulia, col rinascimentale ninfeo primo teatro d’acque di Roma. È cambiata pure la data della finale, l’8 luglio, per non far impattare in diretta su Rai 3 la declamazione del vincitore con gli Europei, data la ferrea connessione tra utenza letteraria e calcistica. E se il tributo che la letteratura paga al calcio è chiaro specchio dei tempi, lo è pure il posto scelto: l’Auditorium. Ombelico culturale capitolino dove tutto si tiene e che tutto fagocita, dal cinema ai libri, all’arte, con buona pace della musica per cui Renzo Piano l’ha progettato. Luogo da pubblico massificato e mediatico, pagante, non per addetti ai lavori com’era la villa di Giulio III. Salotto letterario dove allignavano vecchie mummie e neorampanti, ora destinati a deperire e morire come piante private del loro habitat.</p>
<p>Il premio Strega trasloca, dunque, per la seconda volta da quando la buonanima di Maria Bellonci e consorte lo idearono, nel ‘47. Fino al ‘52 si tenne all’Hotel de la Ville, in via Sistina. E in quel delicato giardino di ninfee conobbe fasti e polemiche dell’Italietta che virava dal dopoguerra al boom, sopravvivendo alle stagioni dell’eversione e dello stragismo, fino agli anni ‘80 e al tracollo coèvo. Negli scatoloni che passano di mano sembrano chiudersi sogni e vicende di un mondo, non solo letterario, che più non è né sarà. Il voler stare al passo coi tempi, aprendo le sale degli amici (degli editori) a un pubblico che per quanto vasto resta risicato, appare una mera chimera, come l’editoria rivitalizzata dall’ebook. E nel crollo strutturale infuriano le polemiche. Feltrinelli ed Einaudi non hanno partecipato all’edizione 2016, mentre la Mondazzoli, che già fagocitava lo Strega, non ha più concorrenti a sbarrarle il passo. Suoi i primi due già in cinquina, Albinati &amp; Affinati, per gli altri tre (Sermonti, Meacci e la Stancanelli), non c’è stata partita.</p>
<p>Se in tutto ciò l’unico premio letterario che conti in termini d’immagine e vendite, ancorché gioco di società da gerontocomio culturale che non conta nulla, per dirla come Massimiliano Parente, saprà rivitalizzarsi o perirà, si vedrà. Certo, fuori da quel ninfeo non sarà più lo stesso, e un bel pezzo di storia se ne va. Specchio, a suo modo, di vizi e virtù del Belpaese. La corazzata Mondazzoli colpisce e affonda al primo colpo, dunque, con Affinati. Se non saprà giocare pulito, sarà un gigante destinato a galleggiare nelle acque morte di uno stagno che nessun marketting renderà limpido e vitale. Se lo Strega non saprà rendersi autonomo dal club del monoeditore, tornando all’antico anche in termini di sede, resterà un marchio destinato a far vendere qualche libro in più, e ben venga, ma tanto interno alla temperie culturale del paese da ridursi a un gioco delle parti che nulla più rappresenta, se non se stesso.</p>
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