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	<title>Maurizio Zuccari</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Viaggio nella madre Grecia IV</title>
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		<pubDate>Sat, 29 Aug 2026 14:21:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Percorso in quattro tappe dall’Epiro a Corfù con l’Accademia Angelico Costantiniana: dall’Achilleion al Canal d’amour L’Achilleion dell’imperatrice Sissi Lasciato il centro cittadino e la sua calca, avvicendatevi sulle tante stradine a picco e strapiombo dell’isola. Magari su uno di quei pullman che vi faranno rimpiangere le tortuosità della riviera amalfitana. Il meglio di sé Corfù lo dà fuori di sé. Tappa d’obbligo è l’Achilleion, la magnifica... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Percorso in quattro tappe dall’Epiro a Corfù con l’Accademia Angelico Costantiniana: dall’Achilleion al Canal d’amour</strong><span id="more-10862"></span></p>
<p><strong>L’Achilleion dell’imperatrice Sissi</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Lasciato il centro cittadino e la sua calca, avvicendatevi sulle tante stradine a picco e strapiombo dell’isola. Magari su uno di quei pullman che vi faranno rimpiangere le tortuosità della riviera amalfitana. Il meglio di sé Corfù lo dà fuori di sé. Tappa d’obbligo è l’Achilleion, la magnifica palazzina, circondata da un grande parco, che l’imperatrice Sissi, moglie di Francesco Giuseppe, ultimo imperatore d’Austria, si fece costruire dopo l’omicidio-suicidio dell’unico figlio su un promontorio a una decina di chilometri a sud del centro cittadino, dedicandola all’ammazzasette acheo. La statua dell’eroe già piegato al suolo dalla freccia di Paride campeggia con l’altra, enorme, sulla terrazza che guarda la città, mentre assai più modesta è, all’ingresso del palazzo, la statuina dallo sguardo di pietra vago e tristanzuolo dell’imperatrice che qui passò poche estati, prima di finire ammazzata dall’anarchico italiano Luigi Lucheni in quel di Ginevra, sul finire del secolo. Dabbasso, sulla costa, il ponte del kaiser da cui l’imperatrice sbarcava è anch’esso meta di nostalgici turisti.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Paleokastritsa e il Belvedere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Altre tortuosità, altri panorami li offre il monastero di Paleokastritsa, omonimo al sito del capoluogo, non molto distante. Se capitate all’ora del vespro sentite la campana, il mormorìo dei frati, la brezza del mare tra chiazze di bouganville e biancore di muri e pietre che il sole fa ocra. E, prima di tornare a valle, concedetevi il giusto ristoro nel bar dei pressi, tappa profana d’obbligo dopo tanta sacralità. Ancora curve, e scorci di mare. Siete ormai al centro dell’isola, dove tutto, a giro d’orizzonte, s’offre allo sguardo e alla rimembranza. Al Belvedere dovete arrivarci al tramonto: è l’ora perfetta per godere del meglio che l’isola offre, mari di ponente e levante e voi nel mezzo, finché lo sguardo non spaura davanti all’immenso, come l’altro dal muro dove favellava il poeta, e la torma dei turisti che s’appressa non vi spinga oltre, a non più sostare, a calare.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Canal d’amour</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ora, dopo tanto girovagare tra siti ricolmi di storie e picchi montani, è giusto che il viaggiatore gusti il suo riposo, il banale riposo della modernità. Quale posto migliore d’una delle tante calette che s’offrono al visitatore a settentrione dell’isola, a un’ora d’autobus o poco più dal centro città. Insenature di rena e d’ambra, macchia mediterranea protesa su acque azzurre e cristalline, sciamare di corpi bronzati al sole. E quale miglior rifugio della caletta che porta un epiteto caro al poeta come al turista di passo, quel Canal d’amour che deriva il suo nome da una grotta pertusata da costa a costa nel mare, bujo pertugio che offre quanto promette, se l’attraversate con la giusta compagnia. Ma pure se siete soli, e non vi spaventano le quattro bracciate che vi costa raggiungerla, o l’altre che servono a percorrerla, l’acque non proprio tiepide, traversatela. Magari a dorso, col naso all’insù e l’occhio ai riflessi luminescenti dell’onda sulle pareti di roccia che serbano ricordi d’amanti lontani. Vi sembrerà, a una certa, d’udire voci e suoni, melodie di sirene che vi spingono a non cercare oltre, a non più tornare, lasciarsi cullare dall’oblìo dimentichi di tutto, gioje e dolori. E di questo serbate il ricordo, quando siete in volo sulla via del ritorno: dell’attimo fuggente che tutto trattiene a sé, nel caleidoscopio di voci e vite, nel fluire dell’aldiqua. Ricordatevene mentre l’ennesimo aereo s’invola o discende sul minuscolo aeroporto dedicato alla buonanima di Capodistria, sfiorando la striscia di terra e facendo tremare il cocktail che gustate nella sera dal bar che s’affaccia sulla laguna di Chalikiopoulo. A sud, la grotta paleolitica di Gardiki è oltre i canneti e l’acque ferme dell’altra laguna di Korissia, troppo ardua da trovare per il turista di passo a cui poco importa, coi suoi ventimila anni di storia, e a noi neppure, stavolta. È tempo d’andare, tornare. Di terminare il viaggio in Grecia.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em> IV fine. Per le puntate precedenti:</em></p>
<p>III <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/" target="_blank">Kerkyra</a></p>
<p>II <a href="http://Dall’Acheronte a Kerkyra https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/" target="_blank">Dall’Acheronte a Kerkyra</a></p>
<p>I Da <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/" target="_blank">Prevesa ad Arta</a></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Il viaggio, al seguito di una delegazione dell’Accademia angelico costantiniana, guidata dal presidente Alessio Ferrari Angelo Comneno, nel giugno dello scorso anno, prende le mosse da un progetto internazionale che coinvolge, oltre alla Grecia e l’Italia, in particolare le Marche, Cipro e la Terra santa. Esso rappresenta la prima tappa del percorso della santa casa di Loreto, dove secondo la tradizione mariana la Vergine ricevette l’annunciazione, custodita appunto nell’omonima basilica loretana. Per saperne di più si veda Fernando Frezzotti, La via degli angeli, la traslazione delle pietre della santa casa, Il lavoro editoriale, 2023</em></p>

<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/lachilleion/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/LAchilleion-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="L&#039;Achilleion" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/achille-leroe/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Achille-leroe-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Achille, l&#039;eroe" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/ulisse-colpito-da-paride/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Ulisse-colpito-da-Paride-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Achille ferito da Paride" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/sissi/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Sissi-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Sissi, l&#039;imperatrice" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/paleokastritsa-ingresso-al-momastero/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Paleokastritsa-ingresso-al-momastero-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Paleokastritsa, l&#039;ingresso" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/dal-belvedere/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Dal-Belvedere-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Dal Belvedere" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/monastero-della-vlacherna/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Monastero-della-Vlacherna-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Il monastero della Vlacherna dall&#039;alto" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/la-vlacherna-dabbasso/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/La-vlacherna-dabbasso-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="La Vlacherna dabbasso" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/canal-damour/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Canal-damour-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Canal d&#039;amour" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/a-settentrione/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/A-settentrione-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="A settentrione" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/in-volo-sulla-laguna/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/In-volo-sulla-laguna-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="In volo sulla laguna" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iv/saluti-da-cipro/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Saluti-da-Cipro-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Saluti a Corfù" /></a>

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		<title>Viaggio nella madre Grecia III</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Aug 2026 14:19:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Percorso in quattro tappe dall’Epiro a Corfù con l’Accademia Angelico Costantiniana: Kerkyra Le isole del mito Corfù t’empie la vista e prim’ancora i polmoni, d’aria salmastra e leggenda. Sull’Ormos, o baia su cui si staglia, sfilano alla sua sinistra le isole del mito: Passo e Antipasso, Leuca e più oltre, semivelate dalla foschìa, la trista Cefalonia e Itaca, patria d’Odissèo. Ultime delle Jonie, celate alla vista,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Percorso in quattro tappe dall’Epiro a Corfù con l’Accademia Angelico Costantiniana: Kerkyra</strong><span id="more-10835"></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Le isole del mito</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Corfù t’empie la vista e prim’ancora i polmoni, d’aria salmastra e leggenda. Sull’Ormos, o baia su cui si staglia, sfilano alla sua sinistra le isole del mito: Passo e Antipasso, Leuca e più oltre, semivelate dalla foschìa, la trista Cefalonia e Itaca, patria d’Odissèo. Ultime delle Jonie, celate alla vista, Zante e giù, già quasi Egeo, Cerigo. Di spalle sfilano la costa d’Epiro e i frastagli degli Acrocerauni d’Albania, nitidissimi, col punteruolo del Cika. A vederla dall’alto, Corfù somiglia stranamente alla penisola italica, da cui la separano solo una settantina di chilometri in linea d’aria, da Otranto. C’è il gambale, il tacco e pure la Sicilia, a ben guardare, solo rovesciata verso la punta dello stivale. In attesa che nell’isola si possa atterrare con gl’idrovolanti – un progetto per voli di linea è nei cassetti della Grecian air seaplanes da anni – è dal porto che l’isola v’accoglie, come si conviene. In alto, sull’acrocoro, la vecchia fortezza veneziana, col bastione Mocenigo che guarda il molo. Riammodernata dagl’inglesi che qui fecero base, come in ogni altrove, e a dargli manforte fecero la nuova, sul lato opposto del porto: ruinata da secoli di guerre guata, sonnolenta e di sottecchi come un gatto mammone, lo sbarco delle folle. Il porto nuovo è poco a monte dell’antico, coi resti ancora a un pelo d’acqua dalla superficie, il molo chiamato Italia dove al mezzo svetta la bandiera d’Ellade, su un cocuzzoletto a poche braccia dalla riva.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’ultimo approdo d’Ulisse</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È nei pressi che sbarcò Ulisse, solo e ramingo, per farsi trovare ignudo da Nausicaa e le sue ancelle che giocavano a palla. La reggia di Alcinoo, re dei Feaci che accolse il povero naufrago scampato alle malìe di Calipso, è oltre il monte. Più a sud ancora, alla bocca della laguna, è l’isolotto di Pontikonisi. Poco più d’uno scoglio, che leggenda vuole sia la nave che aveva riportato quel carognone d’Ulisse in patria, pietrificata al ritorno da Poseidone per punire gl’isolani dell’aiuto dato all’eroe. Più che nave pare un animale crestato, con le sue cime alberate e la chiesola, arenatosi qui dai tempi antidiluviani, proprio in faccia al monastero della Vlacherna, candido e minuscolo dall’affaccio di Kanoni con la sua placida spiaggia. Come sia stato possibile all’eroe, sfuggito alle grinfie di Calipso nell’omonima baja di Malta, giungere fin qui dopo il periplo Mediterraneo, è questione che Omero o chi per lui non si pose, come la natura di questa zattera di pietra, e noi non siamo da meno. Fattosta che il mito è qui, davanti agli occhi, sotto ai vostri piedi. Lo calcate risalendo l’altura di Paleokastritsa dov’erano i palazzi reali e la città alta. E qui, a Mons Repos, come lo ribattezzarono i francesi, che lo sguardo e il piede toccano il mito, si fanno tutt’uno con esso.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una domenica a Mons Repos</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Passeggiare la domenica mattina nel parco, tra questi viali lussureggianti d’ulivi secolari e giganteschi alberi della gomma, dalle radici smisurate, in una natura che parrebbe incontaminata come ai tempi d’Omero se non fosse per il podista che ogni tanto s’incrocia, la coppietta che vi s’inoltra o una mamma col carrozzino che coraggiosamente s’erpica. E qua e là, tra verzura e boscaglia, una muraglia, tombe micenee, blocchi e rocchi di templi dorici. È tutto un susseguirsi di resti archeologici tra palazzine liberty, tra le quali l’ex residenza del governatore britannico dello Jonio, sede del museo, e la sua foresteria, ribattezzata palazzina Tito in onore del leader jugoslavo che vi soggiornò negli anni ‘50, oggi centro informazioni piuttosto in disuso. C’è il teatro d’opera, e padiglioni di piacere per la nobiltà d’un tempo, decaduti com’essa. Uno strano miscuglio d’abbandono e poesia, decadenza e maestà, per la gioja d’ogni emulo del romanticismo. Dopo i primi scavi francesi sono gl’inglesi a trovare, nel 1822, il tempio e il santuario d’Apollo Corciro a piombo sulla spiaggia di Kardaki, dal colonnato ancora superbo, semisommerso nella forra, tra brani di mura e lacerti, e quello d’Hera Akraia, a monte, datati al VI secolo aC. Dell’altro d’Artemide, maestoso, poco o nulla resta sul colle. Il timpano con l’orrorifica Medusa, la Gorgone signora d’uomini e bestie, non guarda più il mare, anche se più presso d’allora. È nel museo archeologico ai piedi della città vecchia, attorniata dai suoi animali prediletti, serpenti e pantere, coi figli Organo e Crionte, tra frammenti di gigantomachìa. In situ resta l’enorme altare sacrificale, lungo una ventina di metri, l’impiantito di 17 colonne per lato. Ma è tempo di scollinare, là dove gli archeologi tedeschi di Guglielmo II localizzarono la città omerica dei Feaci. Ruderi e tombe la testimoniano, tra spelacchiati prati dove spicca l’azzurro intenso delle jacarande. Nell’area, sede delle terme e del foro romano, svettano i resti della basilica paleocristiana di Paleopoli, nel Medioevo luogo di culto della Vergine Anafonitria cara agli ortodossi, ridotta a macerie dai bombardieri tedeschi nel settembre ‘43, durante gli scontri che portarono all’occupazione dell’isola e al massacro del presidio italiano, come nella vicina Cefalonia, e mai più riedificata. Dilà, oltre un malmesso recinto, scorre il traffico lemme e distratto della domenica mattina. È tempo di salire alla città alta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Piazze venete e fortezze inglesi</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Sulla gran piazza colonnata, di chiara impronta veneziana come il resto della città vecchia, non piovono più le bombe d’Alì Pascia né quelle tedesche, ma è tutto un viavai di turisti sull’Esplanade chiusa a sinistra dal Liston, il colonnato dove sedersi a gustare le specialità locali rimirando lo struscio. Enorme, bella piazza che tante n’ha viste e molte ne vede, chiusa a nord dal museo d’arte orientale, già sede del governo da mar veneziano, e a sud dal vialone lungomare, ribattezzato Demokratia, che la collega a Mons Repos. A destra, il ponticello in pietra presso il bastione Mocenigo, dal nome del doge che la difese dai turchi, porta alla vecchia fortezza che s’erge maestosa a piombo sul mare, a gradoni, e se vi regge la pompa potete salire fino in cima, dove l’occhio spazia dai tetti della città all’azzurro dell’acque striate dal biancore delle strisce lasciate da navigli e traghetti, ai monti d’Epiro, dilà. È un colpo d’occhio che vale la salita, a patto di non farla col sole a picco e soprattutto con l’infradito ai piedi come certe turiste inglesi che scapicollano sui saliscendi o stanno, arrossate come gamberoni, all’ombra dei muraglioni. E inglesi sono gli acquartieramenti per la truppa e gli ufficiali, l’ospedale ormai in rovina, la chiesa di San Giorgio ai piedi della fortezza, imponente nel suo stile classicheggiante, nel suo lucore che si staglia nel blu.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Bazar occidentali e santi con la coppola</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma se tutto questo non v’aggrada, perdetevi pure nel dedalo dei vicoli della città vecchia, nel brulichìo della folla, in un’orgia di bancarelle e negozi che fanno della vecchia città un bazar occidentale senza soluzione di continuità. Oppure, se è l’ora e ne avete voglia, andate a seguire l’interminabile messa cantata in una delle chiese ortodosse o di rito bizantino: non disdegnate quella del Cristo Pantocratore o la cattolica di San Nicola dei vechi ma, più di tutte, visitate la chiesa madre di San Spiridione, faccia al vecchio porto. Levate lo sguardo al santo che, nell’alto della navata, con l’eterna coppoletta nera a protezione dei continui malditesta, mena mazzate, o meglio colpi di croce, al diavolame fuggente. Come fece con quei diavoloni dei turchi che mai presero Corfù, e per questo si guadagnò il titolo di santo patrono dell’isola. Dopo la visita alle reliquie del santo, anziché scappare come diavolacci infedeli, se siete fortunati potete sostare al cerimoniale che si tiene in sagrestia dopo la messa: il rinfresco a base di caffè e pasticcini offerto dal metropolita Neftario. Poi, se ve ne resta ancora un briciolo, di forza nelle gambe e aria nei polmoni, andate a sgranchirvi i piedi oltre la città vecchia, fino al monastero di Platytera, sostate sulla tomba di Giovanni Capodistria. Nobile veneziano nativo dell’isola, buon amico dello zar Alessandro I e suo plenipotenziario al Congresso di Vienna per decidere i destini dell’Europa post napoleonica; primo governatore della Grecia libera, e per amor di libertà fatto fuori dagli agenti inglesi a pochi mesi dal suo insediamento.</p>

<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/la-vecchia-fortezza-di-notte-2/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/La-vecchia-fortezza-di-notte1-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="La vecchia fortezza di notte" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/dove-naufrago-ulisse/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/dove-naufragò-ulisse-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Dove naufragò Ulisse" /></a>
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<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/albero-della-gomma/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Albero-della-gomma-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Alberi della gomma nel parco" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/basilica-di-paleopoli-e-jacaranda/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Basilica-di-Paleopoli-e-Jacaranda-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Jacaranda e rovine della basilica di Paleopoli" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/veduta-della-vecchia-fortezza/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Veduta-della-vecchia-fortezza-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Veduta della vecchia fortezza" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/bastione-mocenigo/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Bastione-Mocenigo-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Il bastione Mocenigo" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/san-giorgio/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/San-Giorgio-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="San Giorgio" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/scorcio-sulla-fortezza-nuova/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Scorcio-sulla-fortezza-nuova-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Scorcio della fortezza nuova" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/san-spiridione-scaccia-i-demoni/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/San-Spiridione-scaccia-i-demoni-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="San Spiridione scaccia i diavoli a colpi di croce" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/il-campanile-di-platytera/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Il-campanile-di-Platytera--150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Il campanile di Platytera" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/la-tomba-di-capodistria/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/La-tomba-di-Capodistria-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="La tomba di Giovanni Capodistria" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/la-gorgone/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/La-Gorgone-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="La Gorgone" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/satiro-ed-efebo/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Satiro-ed-efebo-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Efebo e Satiro" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-iii/dal-metropolita-neftario/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Dal-Metropolita-Neftario-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Dal metropolita Neftario" /></a>

<p style="font-weight: 400;"><em>III segue </em></p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/" target="_blank">I Da Prevesa ad Arta</a></p>
<p style="font-weight: 400;">II <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/" target="_blank">Dall&#8217;Acheronte a Kerkyra</a></p>
<p><em><span style="font-weight: 400;">Il viaggio, al seguito di una delegazione dell’Accademia angelico costantiniana, guidata dal presidente Alessio Ferrari Angelo Comneno, nel giugno dello scorso anno, prende le mosse da un progetto internazionale che coinvolge, oltre alla Grecia e l’Italia, in particolare le Marche, Cipro e la Terra santa. Esso rappresenta la prima tappa del percorso della santa casa di Loreto, dove secondo la tradizione mariana la Vergine ricevette l’annunciazione, custodita appunto nell’omonima basilica loretana. Per saperne di più si veda Fernando Frezzotti, La via degli angeli, la traslazione delle pietre della santa casa, Il lavoro editoriale, 202</span></em></p>
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		<title>Viaggio nella madre Grecia II</title>
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		<pubDate>Sat, 15 Aug 2026 16:01:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Viaggi oltre i paraggi]]></category>
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		<description><![CDATA[Un percorso in quattro tappe dall’Epiro a Corfù con l’Accademia Angelico Costantintiniana: dall’Acheronte a Kerkyra Un tuffo nell’Ade Gelide, gelidissime acque dell’Acheronte dove il viaggiatore posa il piede per trovarvi ristoro oltre Arta, sulla via per la costa. E chiare, o piuttosto verdognole, diversamente da quanto narra il mito, che le vuole nere per gli empi che porta all’Ade. Se vi regge la pompa immergetevi nei suoi... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Un percorso in quattro tappe dall’Epiro a Corfù con l’Accademia Angelico Costantintiniana: dall’Acheronte a Kerkyra</strong><span id="more-10818"></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un tuffo nell’Ade</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Gelide, gelidissime acque dell’Acheronte dove il viaggiatore posa il piede per trovarvi ristoro oltre Arta, sulla via per la costa. E chiare, o piuttosto verdognole, diversamente da quanto narra il mito, che le vuole nere per gli empi che porta all’Ade. Se vi regge la pompa immergetevi nei suoi flutti, tra le sue gole con i moderni pagajatori in kayak. Oppure sostate sulle sue sponde, tra gli effluvi di mirti cresposi e d’oleandri, dove non mancano tombe e cappellette dalla caratteristica forma di fungo, come in ogni via o crocicchio, a rimirar le rovine d’un ponte rotto in una delle innumeri guerre turche. E dilà, celato allo sguardo, volgetevi all’antro tenebroso dove il fiume se ne fugge sotterra, con l’anime dei dannati, ove malnati eroi misero piede in vita. Invece il piede del viandante, così refrigerato, può salire al Nekromanteion, dove chi aveva perso i suoi cari poteva, a prezzo di minori fatiche e perigli degli eroi, parlare coi propri morti, defunti nell’Ade. Strano e oscuro luogo, questo, unico in tutta la Grecia antica, dove sacerdoti un po’ teatranti e assai imbonitori mettevano i fedeli in contatto coi loro defunti e, per farlo, li sottoponevano a un percorso iniziatico, ospitandoli a caro prezzo nei pressi del santuario. Dopo averli imbottiti di droghe e schifezze tali da fargli vomitare l’anima, purghe e lavacri, i malcapitati scendevano nell’antro, vagando nel bujo, per sentire la voce di chi più non era, vedere la loro fantasmatica presenza. Quindi ne riemergevano, come l’essere che torna alla luce, in un ciclo d’espiazione che durava in genere tre giorni. Come la resurrezione cristiana. Di tutto ciò, della città di Cichiro o Efisa, costruita dai Pelasgi su questo colle, dove reduci di Troia e pure canaglie del calibro d’Odisseo e Neottolemo misero piede, poco resta. Ma quel poco vale il viaggio, la salita al monte e la calata agli inferi. Brani di mura poligonali sulla sommità delle quali sorge l’immancabile chiesola, poi fortilizio turco. Da lì, dopo un periplo tra gli ambienti dove si ricoveravano gli ospiti e i magazzini per le offerte, si discende all’antro dell’oracolo mortifero. Il passaggio sotto ai quindici archi di poros fa una certa impressione, inutile negarlo, e basta immaginarselo alla luce delle torce, o peggio al bujo, per cominciare a sentire voci, vedere bianche pantasime pure noi. Ma è ora di tornare alla luce, riprendere il viaggio.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Cartoline da Parga</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Parga è come t’immagini la Grecia, quella da cartolina. Acque lucenti, lucore di case aggrumate ai fianchi del colle Petzovolios, un castrum veneziano che sonnecchia in cima alla cittadella sotto al sole cocente, non dovendo più guardarsi da nemici terreni e marini. Due isolotti a poche braccia dalla riva, messi lì a bella posta da un divino scenografo. E una folla di turisti a invaderne i saliscendi, fino al porticciolo dove il viandante approda per il giusto riposo, dopo aver faticato a scansare locali seriali e modajoli, a posare le terga e mettere qualcosa sotto ai denti. Della vecchia città poco resta, ma basta fare due passi fuori mano per sentire i vecchi parlare un arcaico idioma albanese, il cam. E sì che gli abitanti preferirono emigrare in massa nella vicina Corfù, Kerkyra, per sfuggire ai musulmani d’Alì pascià ai quali gli inglesi passarono la mano dopo averne cacciato i francesi che a loro volta l’avevano tolta al dominio della Serenissima. Alla pinacoteca di Brera un bel dipinto di Hayez – quello del bacio – effigia l’evento. Ma queste fole poco incantano il turista che preferisce bearsi al sole sulle dune calcaree di Sarakiniko, finché questo non scompare alla vista, nel blu cosparso d’isole, Corfù immensa, a filo d’orizzonte.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Igoumenitsa, crocevia fantasma</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">E verso questa muove il viaggiatore, al porto d’imbarco solcando monti e foreste che manco la Sila nel tratto finale dell’autostrada Egnatia Odos che unisce la costa jonica alla Turchia e solo un atto di fede può definire moderna. A un tiro di schioppo dal confine albanese, crocevia per ogni porto d’Italia e ogni dove dal Mediterraneo al Mar Nero, Igoumenitsa è il fantasma di quel che era. Pugno di case degradanti sull’omonima baia, dei resti dell’antica Titàna – nomen urbem – nulla è sopravvissuto alla tabula rasa romana. A questo periodo risalgono i pochi cocci al locale museo, il modesto teatro e le rovine d’un paro di templi, a malapena indagati. Manco il nome è rimasto, ché quello moderno prende vita dalla badiola che vi sorse, al tempo dei bizantini. Tantomeno resta l’eco d’una delle tante tragedie greche che qui prese corpo, la strage e l’esodo dei ciamuri. Stime più che approssimative danno qualche migliaio di morti e oltre diecimila sfollati nella vicina Albania tra i musulmani di lingua albanese, durante le fasi finali della seconda guerra mondiale, accusati non a torto di collaborazionismo con l’occupante italotedesco o cacciati per velleità di pulizia etnica. Ma di quest’esodo nessun Hayez s’è mosso a pietà, pure il ricordo s’è perso, tacciono i libri di storia. Così al moderno viandante non resta che aspettare sul molo l’ora d’imbarco, giochicchiando col fresbee tra un viavai d’auto tedesche e pullman di turisti slavi che guatano, stupiti, e ridono del genio italico, una volta tanto non a torto.</span></p>
<p><em>II segue</em></p>
<p><strong><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/" target="_blank">I Da Prevesa ad Arta</a></strong></p>
<p><em>Nota: questo racconto trae spunto dal viaggio, al seguito di una delegazione dell’Accademia Angelico Costantiniana, guidata dal presidente Alessio Ferrari Angelo Comneno, nel giugno dello scorso anno. Esso prende le mosse da un progetto internazionale che coinvolge, oltre la Grecia e l’Italia, in particolare le Marche, Cipro e la Terra santa. Il viaggio rappresenta la prima tappa del percorso della santa casa di Loreto, dove secondo la tradizione mariana la Vergine ricevette l’annunciazione, custodita appunto nell’omonima basilica loretana. Per saperne di più si veda Fernando Frezzotti, La via degli angeli, la traslazione delle pietre della santa casa, Il lavoro editoriale, 2023</em></p>

<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/acheronte-1/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Acheronte-1-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Alle foci del&#039;Acheronte" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/acheronte-2/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Acheronte-2-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Alle foci del&#039;Acheronte 2" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/acheronte-3/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Acheronte-3-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Alle foci del&#039;Acheronte 3" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/nekromanteion-1/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Nekromanteion-1-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Nekromanteion 1" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/nekromanteion-2/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Nekromanteion-2-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Nekromanteion 2" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/nekromanteion-3/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Nekromanteion-3-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Nekromanteion, i sotterranei" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/titana-1/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Titana-1-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Nekromanteion, la cinta muraria" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/titana-2/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Titana-2-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Nekromanteion, il fortilizio turco e la chiesa" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/parga/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Parga-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Parga" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/igoumenitsa/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Igoumenitsa-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Igoumenitsa" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia-ii/verso-corfu/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/Verso-Corfù-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Verso Corfù" /></a>

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		<title>Viaggio nella madre Grecia I</title>
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		<pubDate>Sat, 08 Aug 2026 11:05:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dall’Epiro a Corfù, un percorso in quattro tappe con l’Accademia angelico Costantiniana: da Prevesa ad Arta Un paese lo cogli dall’alto Un paese lo cogli dall’alto. Sulle piste di ghiaccio e sabbia del Gobi senti di che pasta è il mongolo. Sul porto di Hong Kong il formicajo cinese t’appare in tutta la sua immensità. Nella selva cubana respiri il sogno rivoluzionario caraibico. Nella steppa godi la... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dall’Epiro a Corfù, un percorso in quattro tappe con l’Accademia angelico Costantiniana: da Prevesa ad Arta</strong><span id="more-10801"></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un paese lo cogli dall’alto</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Un paese lo cogli dall’alto. Sulle piste di ghiaccio e sabbia del Gobi senti di che pasta è il mongolo. Sul porto di Hong Kong il formicajo cinese t’appare in tutta la sua immensità. Nella selva cubana respiri il sogno rivoluzionario caraibico. Nella steppa godi la grandezza della Russia. In volo sulla Grecia tocchi l’anima di questo paese ancora prima di posarvi piede. Arcipelaghi. Isole, isole a perdita d’occhio, monti gibbosi finché l’occhio tiene l’orizzonte, e acqua. Mareblù nelle sue infinite sfumature, acque verdazzurre cobalte acque. Eccolo il greco che si vuole padre e madre di tuttinoi, di quest’Occidente allo sfiato. Gente di mare e di monti, tosta come solo una terra avara di tutto può spingere a mare, a cercare ventura e fortuna, guasto e passione. Gente di mare che di malavoglia sale ai monti. Gente di monte che sfugge il mare, maledizione antica. Di quel greco lì poco resta oggidì. Di questa Grecia poco e male capisce il turista che s’attruppa alla cerca di piaceri mondani, gli stessi ovunque, o peggio di visioni d’altri tempi e mode culturali vive solo sui libri di storia. Ma posiamolo il piede sul suolo cantato da poeti e filosofi, tocchiamo con mano le genti che dettero vita al mito, in questa terra di mezzo tra Oriente e Occidente. Ponte tra Roma e Bisanzio, persa e da (ri)trovare. Con Atene nel mezzo, chiassosa immemore afosa. Spersa anch’essa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Barbari d’Epiro</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Roma e Bisanzio le respiri al crocevia d’Epiro, terra di mezzo pur’essa, tra i Balcani e l’Ellade. Terra che Grecia non è, per chi della Grecia ama il mare e sdegna l’interno montuoso, assolato e desolato; per gli stessi greci delle isole che vedono quelli di qui come albanesi, balcanici. Barbari, come ai tempi d’Omero. Basta che l’ala posi terra a Prevesa, che lo sguardo tenga il mare e subito capisci che qui è passata la storia di questo paese più grande dei suoi neanche 132mila chilometri quadrati – meno della metà dell’Italia, con una popolazione che non raggiunge quella della Lombardia – ma poco resta. Meno di quanto Pirro riportò dall’Italia. La strada che dall’aeroporto porta ad Arta fiancheggia il golfo omonimo che fu d’Ambracia, oggi Arta, capitale d’Epiro e di Pirro che da qui partì per sgomentare le legioni romane coi suoi elefanti, e farvi ritorno con niente in mano. Lo stesso golfo di Actio, o d’Azio, dove Antonio s’intanò con la sua flotta e quella di Cleopatra, sua amante e regina, per finire intrappolato sgominato da Ottaviano, a perdervi regno e partita. Perché l’amante regina filò via senza dare battaglia lasciando Antonio alla mercé del rivale, prima che anch’esso si desse alla fuga; perché s’infognò qui anziché impegnare le galere nemiche in mare aperto sono misteri che gli storici delle battaglie non hanno ancora capito né svelato.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Nel nulla di Nicopoli</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Sulla strada che dal golfo porta ad Arta sorge Nicopoli, quel che ne resta. Nikopolis d’Epiro, per distinguerla dall’altra in terra bulgara. Rovine nel nulla d’intorno che un recinto e un cancello separano dal nulla all’interno. La cinta muraria della città romana, fondata da Ottaviano nel 31 a. C. per celebrare la Nike, la vittoria sul suo rivale rastrellando genti dai villaggi d’intorno, mostra ancora la sua imponenza e in più punti vi si sale nonostante il dirocco. Anche le terme e il teatro, fuori dal muro di cinta e recintati pur’essi, i templi – quello d’Apollo, preesistente alla città, sul colle dove s’accampò il futuro princeps – i restanti edifici sacri e civili, in buona parte da riportare alla luce, s’indovinano più che vedersi nella campagna immota che si spinge al mare, dilà. Solo fichi e finocchi selvatici e ginestri e mentuccia rimandano echi e profumi d’un tempo remoto, disperso. E subito senti quel che in Grecia è regola, mai eccezione, dietro l’apparenza e le pappardelle di circostanza. L’archeologia, la storia, sono baccelli vuoti, buoni per vecchi soloni e frasi fatte. Il passato è sepolto e lì resta, in superficie salgono solo miti e ricordi, disarticolati e confusi, che un tempo presente e le sue genti, che nulla hanno a che vedere con l’antiche, ignorano o non colgono affatto. Il passato in Grecia, più che in Italia – ed è tutto dire – è solo vecchiume da sbancare, o più semplicemente da ignorare, per far posto a una modernità già marcia prima di crescere, come certi paesi del nostro sud. Dalle profondità di questa terra antica che si vuole patria del mito e madre dell’Occidente emergono solo i lamenti dei sepolti, come ammoniva Nikos Kazantzakis, forse il maggior scrittore greco moderno, ma troppo flebili perché i viventi possano ascoltarli o darsene pena, presi come sono dai guai della quotidiana sopravvivenza e dai guasti che un’Europa, figlia degenere più che matrigna, ha causato alla sua presunta genitrice.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Paregoritissa, giojello d’Ambracia</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Di questo passato, più o meno recente, qualche perla rimane, seminascosta in qualche dirupo, frammezzo caseggiati e caciara o in bellavista a uno svincolo, su un costone. Come i tanti monasteri aggrumati sui calcari di Meteora che sfidano il tempo e la forza di gravità, stupore d’occhi e balsamo di fede sulla via della Tessaglia. Come l’Agia Theodoras, la chiesola bizantina di Santa Teodora, e la Panagia Paregoritissa, o chiesa della Consolazione, gioiello greco ortodosso che dalla fine del Duecento svetta nella città alta. Più che il massiccio quadratone bizantineggiante, sormontato da cinque cupole, è l’interno che stupisce l’occhio non uso alle bizantinerie. Coi colonnati tronchi a sorreggere i diversi livelli su tre piani e le murature vergate d’affrescature frammiste a tracce di fuochi devastatori che solo il guardo e la mano del Cristo Pantocratore, nel tamburo del cupolone centrale, sembrano tenere assieme e in piedi, in precario equilibrio. La chiesa, eretta sul finire del Duecento dal despota d’Epiro Niceforo primo duca Conmeno e consorte, Anna Cantacuzena, mentre Giotto abbozzava la vita del santo poverello nella cappella degli Scrovegni, si vuole abbia custodito le reliquie della casa di Nazareth, sulla via di Loreto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il ponte gobbo, limes d’Occidente</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma il vero simbolo della città, più di questa chiesa che ne è la perla, è il ponte gobbo che attraversa l’Acheronte, antecedente di qualche decennio. A più arcate, alle sue gibbosità è legata una delle più belle storie di questa terra che ama la tragedia più della commedia. Solo il sacrificio della moglie del capomastro permise di tenere in piedi i pilastri che ogni giorno cedevano, vanificando gli sforzi d’uno stuolo d’edificatori. A sedersi sul greto, presso l’arcata centrale, pare ancora che l’acque rimandino l’eco delle maledizioni della sacrificata. Meglio non dar loro credito, e cercare conforto e ristoro nell’ottimo cibo e nel vinello resinato dell’osteria dilà dal ponte, traversando in pochi passi quello che per secoli fu limes tra impero turco e Occidente cristiano. Altro sacrificio femminile, in questa terra che esalta e spregia la donna in egual misura, è sul monte Zalongo. La scalinata che porta alla vetta dove si stagliano i candidi marmi delle sei donne stilizzate che leggenda vuole si gettarono dalla rupe coi loro figli per non soggiacere alle brame del turco invasore non è per tutti, ma il panorama che la ripaga è mozzafiato, se ve ne rimane dopo la salita degli oltre 400 gradini di roccia. Quanto a panorami non è da meno quello che s’offre alla vista dal monte che sovrasta Arta, dove lo sguardo spazia dalla città alle curve che l’Acheronte compie prima di tuffarsi a mare, e sul lato opposto ai contrafforti della catena del Pindaro, già Albania.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Pirro d’Holliwood e i canditi delle monacelle</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il resto che la città e i suoi dintorni offrono è di poco conto, ma non di minor pregio. L’imponente maniero semidiroccato con la vecchia torre dell’orologio – forse il primo a entrare in funzione da queste parti – con l’effige del pascià che lo prese e rimaneggiò all’ingresso, e le macerie d’un ostello ristoro sul cocuzzolo, dirute quanto il maniero. Il tempio d’Apollo ridotto a scarne fondamenta semisommerse tra palazzine. Il modesto museo d’arte contemporanea pittato d’un improbabile rosa confetto, che pure qui fa la sua figura. La biblioteca con l’annesso museo storico, polveroso e dimesso. Il monumento a Pirro nell’omonima piazza, bello come un eroe holliwoodiano e come non fu nella realtà. Poco oltre l’Acheronte il monastero della Panagia Vlacherna, a ricordo del quasi omonimo sito a Costantinopoli, e sulla via opposta l’altro di Kato Panagia, la Madonna bassa per distinguerla dall’altra posta in alto, poco fuori città, con le monacelle che offrono acqua e canditi al limone al viaggiatore di passo, riserbose e gentili, e lo guatano occhiute mentre riprende i suoi passi sui gradoni di roccia dove serpano piante e fiori in libertà. Quella che non si danno fuori dalle mura del convento, soppiantata con l’altra interiore.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>I segue</em></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Nota: questo racconto trae spunto dal viaggio, al seguito di una delegazione dell’Accademia angelico costantiniana, guidata dal presidente Alessio Ferrari Angelo Comneno, nel giugno dello scorso anno. Esso prende le mosse da un progetto internazionale che coinvolge, oltre la Grecia e l’Italia, in particolare le Marche, Cipro e la Terra santa. Il viaggio rappresenta la prima tappa del percorso della santa casa di Loreto, dove secondo la tradizione mariana la Vergine ricevette l’annunciazione, custodita appunto nell’omonima basilica loretana. Per saperne di più si veda Fernando Frezzotti, La via degli angeli, la traslazione delle pietre della santa casa, Il lavoro editoriale, 2023</em></p>

<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/1-in-volo-sulla-grecia/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/1-in-volo-sulla-Grecia-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="1 In volo sulla Grecia" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/2-nicopoli/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/2-Nicopoli-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="2 Nicopoli" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/3-santa-teodora/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/3-Santa-Teodora-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="3 Santa Teodora" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/4-parigoritissa-esterni/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/4-Parigoritissa-esterni-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="4 Paregoritissa, esterni" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/5-parigoritissa-interni/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/5-Parigoritissa-interni-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="5 Paregoritissa, interni" /></a>
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<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/8-arta-ponte-gobbo/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/8-Arta-Ponte-gobbo-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="7 Arta, Ponte gobbo" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/6bis-arta-ponte-gobbo/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/6bis-Arta-ponte-gobbo-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="8 Ponte gobbo" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/7-arta-castello/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/7-Arta-Castello-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="9 Arta, Castello" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/9-pirro/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/9-Pirro-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="10, Arta, monumento a Pirro" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/10-pindaro/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/10-Pindaro-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="11 La catena del Pindaro" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/11-arta-museo-arte-contemporanea/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/11-Arta-museo-arte-contemporanea-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="12, Arta, museo arte contemporanea" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/viaggio-nella-madre-grecia/10-kato-panagia/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/09/10-Kato-Panagia-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="13, Kato Panagia" /></a>

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		<title>Cuba, la guerra infinita</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 14:38:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti i predecessori hanno fallito? C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba-la-guerra-infinita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/08/Cuba2ok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10789" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/08/Cuba2ok-300x200.jpeg" alt="Cuba2ok" width="300" height="200" /></a></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti i predecessori hanno fallito?</strong><span id="more-10788"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che gli sta a due braccia di mare. Cuba soffoca ma non muore. Il suo ingombrante vicino di casa ha provato in ogni modo a ricondurla all’ovile degli staterelli servili, finora inutilmente. All’alba della rivoluzione, nel ‘61, ci provò con un grande sbarco, ma andò male. Anzi, la vittoria della Baja dei porci – nome quanto mai azzeccato – è diventata emblema d’una rivoluzione che non molla. Che, nonostante tutto, resiste. Non si ha idea, in Europa, di cosa significhi vivere nel giardino di casa dell’impero del dollaro. Un misto d’attrazione e repulsione. Un paese come Cuba, poi, già puttanajo degli States, come buona parte dell’America latina. Un figlio che vorrebbe amare una madre matrigna ed è costretto a odiarla per legittima difesa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’isola è allo svuotamento dei posacenere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non ha mai avuto la possibilità di vivere in santa pace e tantomeno nel benessere, la Isla grande. Legioni di presidenti, sedicenti democratici o biechi repubblicani, si sono dati da fare per strangolare la rivoluzione in fasce e accopparne i leader. Quelli che la revoluciòn non ha divorato. Fidel, da solo, è scampato a un centinajo d’attentati degli sgherri della Cia e affini che con altri leader socialisti o nazionalisti hanno avuto assai più successo, da Sandino ad Allende a Peron, buon ultimi Chavez e Madero. Ma la favola, come tutte le belle storie che si rispettino, è alla fine e non è a lieto fine. Dopo decenni di resistenza o, come usa dirsi con un termine orribilmente alla moda, di resilienza, Cuba è allo svuotamento dei posacere, dopo aver sparecchiato la frutta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il tradimento venezuelano</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella sua lunga resistenza settantennale ha attraversato momento duri, durissimi. Terribili. Chiunque abbia avuto modo di visitarla negli anni del malfido sostegno sovietico, poi cinese, durante le tremende crisi energetiche seguite al crollo dell’Urss, sa di quanta forza di volontà, inventiva e capacità d’arrangiarsi siano capaci i cubani. Napoletani, scansatevi. Ma anche i peggiori apagòn del periodo speciale e le fughe di massa dei balseros sono niente in confronto all’attuale stato di cose. Dopo il cambio di campo e la normalizzazione del Venezuela – meglio, tradimento dei vertici bolivariani – all’Avana non arriva un goccio di petrolio da Caracas e chi può campa di rimesse dai parenti a Miami o scampa come può. Le nuove rotte vedono i migranti passare dalla Guyana e dalla giungla brasiliana, per tentare la fortuna, o meglio la sopravvivenza tra i latinos o negli States. Il governo castrista, vista la mala parata, concede il concepibile in attesa del peggio e i grandi investitori Usa e internazionali già aprono le borse piuttosto che affilare l&#8217;armi, pronti a cogliere i frutti di tanta attesa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La rivoluzione non è più moneta spendibile</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Niente arriva nell’isola, niente può lasciarla. Il blocco è totale, la morsa dell’impero attorno all’isola è serrata, Hormuz è un colabrodo a paragone delle basi Usa che l’attorniano, oltre al cancro di Guantanamo, da sempre incistato nella carne viva di Cuba. Le file ai negozi per compare un chilo di papas e mezzo pollastro sono infinite. Le gloriose carrette degli anni ‘50 più rattoppate che mai. Ma, quel che è peggio, è che questa vergogna dell’umanità e del diritto internazionale ha sempre più flebili difensori, nessuno che la sostenga concretamente, al di là delle chiacchiere da salotto. Fidel non c’è più e Raul non dà certo l’idea d’un leader per cui spendersi. Vecchio dramma d’ogni rivoluzione, incapace di produrre il ricambio generazionale dei suoi quadri dirigenti. Ma anche se fosse un leader pari al fratello né lui né Cuba sarebbero più moneta spendibile per alcuna ideologia rivoluzionaria ai tempi del conformismo imperante.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il buon gioco di Donaldone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Così Donaldone ha buon gioco, può riuscire là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Passare alla storia come il presidente che ha riportato Cuba all’obbedienza, nello steccato dei servi. Gli è riuscito col Venezuela, bel colpo da maestro, e ora si gode il suo petrolio col placet dei vertici chavisti passati armi e bagagli dalla parte dell’imperatore, Delcy Rodriguez e Padrino Lopez. Per Cuba non si tratta di drenare risorse, ma vuoi mettere la soddisfazione, il sollazzo di riuscire dove tutti hanno fallito? Da mesi gli agenti Usa inzeppano l’Avana, ma forse non servirà manco sparacchiare, ancora un po’ e le pance dei cubani saranno talmente vuote, le loro menti provate da aprirgli le braccia come a un liberatore. Come altri paesi, compreso il nostro, , in prima fila nel codazzo dei servi, hanno fatto nel corso della storia coi vari occupanti.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Questione di tempo, o di un miracolo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">È solo questione di tempo, poi il sogno d’un socialismo caraibico, corrusco &amp; tosto, finirà garrotato a suon di dollari e fregnacce mediatiche. Ridotto a tristo museo degli orrori di un passato che i vincitori vorranno conservare, bontà loro, a futura memoria degli ignavi. Il mondo allora avrà perso un pezzo di bellezza, di verità. I turisti andranno a farsi selfie davanti all’icona pubblicitaria del Che senza manco sapere chi fosse, una bella coca in mano. E a chi scrive non resterà che tornare su una vecchia strada che mena alla cattedrale della Virgen del Cobre, a sud di Santiago, per chiedergli la grazia di non vedere tanto scempio. O di far resistere i suoi fedeli magari fino alle elezioni di novembre, ammesso che queste vedano la messa in riga di Trump e la resipiscenza sua e di chi verrà. Ma questo sarebbe un miracolo pure per la Madonna nera di Cuba.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>vedi anche: 2002, cartoline da Cuba: <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba/" target="_blank">https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba/</a></em></p>
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		<title>L’Angelo e la luna</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 16:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna il festival di danza, musica, teatro e arte circense negli spazi di Castel Sant’Angelo Come si resiste alla calura estiva? Una bibita fresca, un bel gelato. Un tuffo in piscina o al mare, certo. Eppoi, tanto per uscire dalla portata del condizionatore o dal brodo di coltura domestico, un bello spettacolo serale, di quelli che rinfrancano &#38; rinfrescano lo spirito a bagnomaria. A Roma, nei... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/langelo-e-la-luna/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Torna il festival di danza, musica, teatro e arte circense negli spazi di Castel Sant’Angelo</strong><span id="more-10785"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Come si resiste alla calura estiva? Una bibita fresca, un bel gelato. Un tuffo in piscina o al mare, certo. Eppoi, tanto per uscire dalla portata del condizionatore o dal brodo di coltura domestico, un bello spettacolo serale, di quelli che rinfrancano &amp; rinfrescano lo spirito a bagnomaria. A Roma, nei meandri di castel Sant’Angelo, niente di meglio dell’Angelo e la luna per scampare all’afa capitolina, anche se nei cortili della vecchia mole adriana questa si fa sentire. Il festival di circo contemporaneo, danza, musica e teatro, alla sua terza edizione, propone da luglio a ottobre quindici spettacoli (quaranta repliche) di artisti nazionali e internazionali che animeranno gli spazi del castello: dalla corte di Alessandro VI alla sala Paolina, dal bastione San Matteo alla sala Apollo, dal cortile dell’Angelo alla terrazza panoramica.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da luglio a ottobre ce n’è per tutti, grandi e piccini, come suol dirsi. Dopo il via alle danze – letteralmente – dei Baba Yaga, band mitteleuropea con base a Vienna che si rifà all’archetipo della strega slava, con Grenzenlos – Senza confini – sarabanda musicale e loro disco d’esordio del 2024, è andata in scena L’anima del mondo. L’anima mundi dell’imperatore poeta, Adriano, che forse aleggia ancora nella mole del suo cenotafio, rievocata dalla voce di Marco Cavalcoli e dalle musiche di Lorenzo Tomio. Poi la fiaba moderna dell’altro duo Dimitri-Manenti, per la regia di Elisa Canessa: Cuor di coniglio. Uno spettacolo dedicato alle paure e ai sogni infranti e ricomposti dell’infanzia, scombiccherato e un po’ puzzone come si conviene ai giovanissimi. Il 23 luglio è la volta di Segni, spettacolo di danza degli Excursus.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppoi tanti altri, dal Castello degli angeli ostinati, a cavallo tra la fine di luglio e i primi d’agosto, racconto circense itinerante negli spazi più suggestivi del castello, palcoscenico dello spettacolo già premiato dal Mic, al doppio appuntamento teatrale di Antonio Rezza a fine settembre, per finire ai primi d’ottobre con la rievocazione di Francesco, angelo degli ultimi, sulla figura del santo poverello, di e con Massimo Verdastro e Dario Guidi. Qui Info, prenotazioni e biglietti su <a href="https://bit.ly/ticketingcoopculture" target="_blank">https://bit.ly/ticketingcoopculture</a></p>
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		<title>Mari amari</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 09:48:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[I convitati di pietra vincono l’ottantesima edizione del premio Strega. Dove va la letteratura Diciamolo subito: a Michele Mari preferisco l’altro, il meno noto e più giovane, non partecipante e manco parente Alessandro Mari, autore del monumentale Troppo umana speranza e poco altro. Poi, vuoi per l’età, prossima alla mia, che lo tiene al riparo dalla minchionerìa coèva, vuoi per l’attacco all’icona di Santa Murgia,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/mari-amari/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/07/Convitati.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10775" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/07/Convitati-189x300.jpg" alt="Convitati" width="189" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I convitati di pietra vincono l’ottantesima edizione del premio Strega. Dove va la letteratura</strong><span id="more-10773"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Diciamolo subito: a Michele Mari preferisco l’altro, il meno noto e più giovane, non partecipante e manco parente Alessandro Mari, autore del monumentale Troppo umana speranza e poco altro. Poi, vuoi per l’età, prossima alla mia, che lo tiene al riparo dalla minchionerìa coèva, vuoi per l’attacco all’icona di Santa Murgia, patrona dell’intellighentsia progressista e transengenderina, che la demenza artificiale e generale vuole portatrice di un’eredità intellettuale enorme e un seguito affettivo vastissimo; vuoi, buon ultimo, perché il romanzo con cui ha vinto lo Strega non è niente male, pure Michele ha il suo perché. Eppoi I convitati di pietra (Einaudi, 168 pagine) – da non confondere con l’omonimo, uscito in contemporanea, di Giuseppe Arena, bel saggio che tratta tutt’altra storia, i retroscena della Secessione americana, e non ha vinto niente – l’ha scritto in meno d’un mese, il che ne fa quasi un novello e tardivo Simenon nostrano.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’uomo che non sapeva sorridere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Milanese di buona famiglia, a settant’anni suonati Mari è entrato nell’empireo dei baciati dallo Strega portandosi a casa il bottiglione e l’ottantesima edizione del premio, doppiata con l’altro riservato ai giovani. Svolta, tanto per dare un po’ di lustro al coro, nel bel mezzo del Campidoglio, salotto buono della romanità. Fedele al personaggio, manco stavolta l’uomo che non sapeva sorridere ha spiccicato una mezza risata al posto del ghigno che l’accompagna, assieme a moglie e figli. Tutta colpa dell’intransigenza paterna e della natura introversa del nostro. Non si scampa alle colpe dei padri, poveretti, salvo il ricorso al potere taumaturgico della scrittura, ahinoi. La storia, dunque.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Chi perde l’amico trova un tesoro</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">C’è una classe d’un liceo milanese, lo stesso dove ha studiato Mari negli anni Settanta, che un po’ per celia e un po’ perché così fan molti, decide di ritrovarsi ogni 22 luglio a cena, finché morte non li separi. L’insulsa cena di classe, reiterata fuori tempo massimo, piglia pepe da una scommessa: ognuno mette un po’ di soldi e, alla fine della fiera, il terzetto che campa più a lungo vince tutto e divide una piccola fortuna. Chi perde l’amico trova un tesoro, dunque. Solo che tanto amici non si resta già in classe, figurarsi nel corso della vita oltre i giorni di scuola. Di qui peripezie e sorprese che danno sugo alla storia. Una riflessione sulle illusioni della giovinezza e la loro fine, la perdita di tutto e di sé in vecchiaja, col miraggio della fortuna a portata di mano ma che sempre sfugge, come sabbia tra le dita.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;"><strong>Aspettando la fine della bonaccia o la tempesta</strong></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Quanto al resto dei candidati, al quartetto alle sue spalle, che dire. L’impressione è che al di là del premiato non ci sia molto da dire. Neanche stavolta lo Strega scampa alla morta gora in cui lentamente inesorabilmente amaramente sprofonda. Non è tanto il cliché delle storie e dei personaggi – l’immancabile femminino, la storia omoerotica, stavolta ponderoso impasto socratico in bilico tra storia e filosofia, la malattia eviscerata, la vicenda ombelicale e autobiografica messa sotto ai riflettori – che ritornano, né la consuetudine di portare in cinquina un editore, ancora Einaudi, con libri diversi. Quanto il circolo che pare privo d’attrattiva, buono a reiterare uno spettacolo per addetti ai lavori e poco altro. Resta l’impressione che i tempi in cui la letteratura sapeva raccontare il mondo, anticiparlo o inventarne di nuovi s’allontanano sempre più a filo d’orizzonte. E sul barcone, a riva, uno stanco presente col trucco sempre più liquefatto sugli autori di giro. Eh sì che di belle e tragiche e cogenti universali storie, e d’autori, ve ne sono in giro capaci di cantare fuori dal coro e non limitarsi al bel copiato, all’idiotismo del politicamente corretto. Ma tant’è, sono procellosi i mari in cui ci è dato navigare. Mari amari, senza sorrisi. Meglio restare sotto coperta, aspettando che finisca la bonaccia, arrivi la tempesta. O una stella a indicare la rotta.</span></p>
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		<title>La pace farlocca</title>
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		<pubDate>Sat, 20 Jun 2026 08:38:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
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		<description><![CDATA[Chi vince e chi perde davvero nel conflitto in corso in Medio Oriente, concluso (per ora) solo a parole Si vis bellum, para pacem. Può dirsi così, con un rovesciamento semantico dell’epitome di Vegezio, l’esito degli accordi d’Evian. Se vuoi la guerra, fai la pace. La firma degli accordi di pace, la cosa facile, per dirla come Donaldone, ovvero il coniglio uscito dal cilindro imperiale... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-pace-farlocca/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/06/Evian.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10763" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/06/Evian-300x200.jpeg" alt="Evian" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Chi vince e chi perde davvero nel conflitto in corso in Medio Oriente, concluso (per ora) solo a parole</strong><span id="more-10762"></span></p>
<p>Si vis bellum, para pacem. Può dirsi così, con un rovesciamento semantico dell’epitome di Vegezio, l’esito degli accordi d’Evian. Se vuoi la guerra, fai la pace. La firma degli accordi di pace, la cosa facile, per dirla come Donaldone, ovvero il coniglio uscito dal cilindro imperiale nella cittadina al confine franco-svizzero, da formalizzare oggi a Lucerna, è una pace che prepara la guerra, al di là chi abbia vinto quella appena conclusa. Ché le guerre, diversamente da quanto sosteneva il Che, si perdono sempre. Questa poi ha tanti di quei sedicenti vincitori che si fatica a capire chi l’abbia persa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il bel carrozzone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma prima di toglierci il sassolino dallo scarpino diciamolo: il carrozzone politico mediatico sa il fatto suo, i reggitori del mondo ci sanno fare, han gusto. Bella la cittadina sul lago Lemano dove ai crocicchi spiccano i Flottins, magnifiche sculture fantastiche di legno spiaggiato, e il turista paga una bottiglietta della nota acqua quanto un pranzo in trattoria, salvo scoprire, un po’ discosta, una fontanella liberty dove se n’abbevera gratis. Magnifico il Burgenstock, megalbergone di Lucerna con vista sul lago dei Quattro cantoni dove avrebbero dovuto attovagliarsi i contendenti per la firma degli accordi di pace, ma chissà, il personale di servizio resta in attesa degli illustri ospiti e le camere dove hanno dormito Kissinger e Sean Connery, per dirne due, vuote. Nel Libano gl’israeliani continuano allegramente a bombardare – e a perdere uomini e ufficiali, come il tenente colonnello carrista Ben Simhon, buon ultimo, nella notte – e gli europei in lista d’attesa per sminare le acque di Hormuz. Insomma l’ennesima tregua per modo di dire o pace farlocca, per ora.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> Chi vince, chi perde</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non sono bastate a Usa e Israele due guerre in un anno e un conflitto endemico, attacchi terroristici a josa, a piegare l’Iran. Il regime degli ayatollah non solo ha resistito, ancorché decapitato ai vertici, ma è più saldo che mai. Le piazze in festa per le bombe liberatrici e la grancassa mediatica si sono zittite, i difensori dei diritti umani e delle donne a oltranza tacciono. Tutti pronti a riaccendersi a comando al prossimo bombardiere in volo pro democrazia. L’Iran non solo ha resistito, ma ha sparecchiato benbene le difese congiunte degli aggressori e degli alleati nel golfo. Il traffico di petroliere e gasiere a Hormuz s’è riaperto – non s’è mai capito, o meglio s’è capito benissimo chi ci guadagnasse davvero a tenerlo chiuso – senza pedaggio come volevano gli iraniani a rimborso delle spese di guerra, ma si sono tolte le sanzioni pluridecennali e sbloccati i fondi all’estero e questo è un bel guadagno per loro. La bomba non l’avranno, l’uranio resta arricchito sopra la soglia del normale ma sotto quella necessaria agli usi militari. Del resto non la volevano manco prima, a differenza di quegli altri che ne hanno stoccate un bel po’, col marchio della stella di Davide, a garanzia di sicurezza e dominio, ma guai a dirlo. Teheran ha vinto, dunque? Solo panzane quelle dell’imperatore che proclama vittoria all’urbi e all’orbi e nessun limite al suo potere?</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Iran, pietra d’inciampo sulla via di Pechino</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’Iran ha resistito all’aggressione della più grande coalizione che oggi minaccia la pace e l’umanità, dunque ha vinto. Lo ha fatto grazie alla determinazione non tanto del suo regime – parola in voga nell’Occidente – e nonostante le sue tante contraddizioni, ma per la forza di volontà che promana dalla sua storia, per la radice stessa della teocrazia invisa alla modernità occidentale. In una parola, per la forza morale e la tenuta psicologica, la tenacia fideistica persiana che seppe tener testa e battere persino Roma. Un aspetto che chi vede negli ayatollah meri conculcatori di libertà e vegliardi paludati di nero, rimasugli di un passato d’intolleranza e di terrorismo al presente, non può cogliere, accecato dall’ideologismo e dal fregnonismo dominante. Ciò nulla ha a che vedere coi meriti e la bontà di siffatto regime, che è tutt’altra cosa. Insomma, è come se l’Italia del ‘43 avesse resistito alle bombe angloamericane e ributtato a mare i liberatori – sic – e si fosse tenuta gloria, danni e regime. Concretamente, dunque, l’Iran ha dimostrato d’essere una pietra d’inciampo tosta almeno quanto la Russia, nelle magnifiche e progressive sorti del capitalismo trionfante eppur marcescente di qua e di là l’Oceano, sulla via di Pechino. Del resto c’è la manona cinese, via Pakistan, sotto la firma dell’ennesimo memorandum d’intesa, come ha ricordato implicitamente lo stesso imperator mundi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Khamenei come Pirro</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ma, altrettanto concretamente, nulla cambia per Teheran: americani e israeliani lo tengono sotto punterìa, pronti a sventolare il baubau del nero ayatollah e bastonarlo alla bisogna. I suoi alleati più che mai. La bandiera con la stella di Davide sventola dalle macerie di Gaza ai nuovi insediamenti in Cisgiordania, dove quel che resta della Palestina è carne di porco. Dai sobborghi di Damasco, dove vige un regime terrorista – qui sì le parole non sono a caso – amico, alla valle della Bekaa, niente e nessuno sfugge ai voleri di Bibi e ai colpi di Sion. Dal Mar Rosso al caspio, dal Mediterraneo al Golfo già Persico, la grande Israele è una realtà, e nessuna pace farlocco cambierà le cose fino al prossimo botto che dal Medio Oriente incendierà il mondo. Se vittoria c’è stata, dunque, è una vittoria di Pirro. Khamenei avrà le sue statue in piazza, come il re dell’Epiro al centro di Arta, ma nulla cambia. A meno che.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong> I due compari alla prova elettorale, sputi alla serva melona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A meno che le elezioni che s’appressano in Israele e Stati Uniti non cambino le cose. Può darsi che in autunno oltre alle foglie cadano i due compari, o quantomeno ne escano fortemente ridimensionati nella loro protervia globale. Ma questa, ammesso che sia una realtà alle porte e non una pia illusione, sarà un cambio di forma, non di sostanza nella storia dei prossimi vent’anni. Il destino, come pure il declino, dell’Amerika imperiale è dato, quale sia il suo reggitore: Osama il bombardiere, Rimbambiden, Donaldone o chi sarà. L’ossessione di Sion per la propria esistenza, per la salvezza del popolo eletto da Dio, non cambierà a costo di piastrellare il mondo, indipendentemente da chi ne regga le sorti da Washington o Tel Aviv. Liberarsi dai liberatori e dai loro tristi burattinai e servitori resta l’imperativo categorico kantiano dell’umanità, ma non v’è traccia in questa corte di servi di chi possa raccogliere la bandiera della libertà, di Spartachi o Masanielli. E allora giojamo alle mattane di Trump, pietiamo il selfie con Donaldone, facciamoci dileggiare e sputare in faccia dall’imperatore, salvo implorare perdono. Baciamo la mano che ci offende eppoi cambiamo canale sgranocchiando un popcorn. Non senz’aver plaudito all’orgoglio ferito della serva melona e all’armata brancameloni che gagliardamente regge.</p>
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		<title>Drive out, fuori dalla civiltà</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 16:08:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Frammenti di un discorso politico nel parcheggio di un McDonald’s sul Gra, aspettando l’ora di cena L’altra sera ho assistito alla fine di una civiltà. Irrimediabile, irreversibile. La fine della civiltà umana. Non solo occidentale: umana tout court. Mi è sfilata innanzi con naturalezza trasparenza indifferenza, come tutte le morte cose che giungono alla fine senza neppure degna sepoltura. Talmente palmare da doverla raccontare. Ero... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/drive-out-fuori-dalla-civilta/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Frammenti di un discorso politico nel parcheggio di un McDonald’s sul Gra, aspettando l’ora di cena</strong> <span id="more-10759"></span>L’altra sera ho assistito alla fine di una civiltà. Irrimediabile, irreversibile. La fine della civiltà umana. Non solo occidentale: umana tout court. Mi è sfilata innanzi con naturalezza trasparenza indifferenza, come tutte le morte cose che giungono alla fine senza neppure degna sepoltura. Talmente palmare da doverla raccontare. Ero in attesa d’un amico per cena, un dì feriale, nel parcheggio d’un MacDonald ai margini d’una consolare, sul Gra, fianco a un ristorante di pesce chissà perché allignato lì, con vista sul traffico del raccordo anulare, nell’ora del rientro dal lavoro. Tardo pomeriggio, quando la calura accenna appena a dare tregua. In attesa dell’amico, dal parcheggio del casolare d’una vecchia tenuta agraria, divenuto ricettacolo d’antichità più o meno fasulle col tracollo della civiltà contadina, frequentato in giovinezza e il cui ricordo dava all’attesa un vago senso di nostalgia, poi trasformato in punto ristoro Mac nell’ultimo ventennio, assistevo all’ininterrotta sfilata di macchine.  Sosta al punto uno, ordina il cibo. Punto due, ritira la merce. Punto tre, pagala. Non era l’ora dei pasti, non nei nostri lidi mediterranei, ma la fila era senza soluzione di continuità. Anche all’interno del locale c’era già chi mangiava, benché il sole fosse ancora alto e l’ora della merenda, o dell’aperitivo come usa dirsi, più che di cena.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Alla sfilata c’erano tutti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Alla sfilata ce n’era per tutti i gusti: dalla giovane coppia ai nonni coi nipotini, dall’operaio a fine giornata alla ragazzotta in tenuta da palestra, dai padri ai figli, dai vecchi ai giovani. E le macchine erano per tutte le tasche, fuoriserie e furgoni, nuove ibride e vecchie glorie. Tutti in fila a ordinare, ritirare, pagare e via. La vecchia Skoda, dietro la siepe dove s’era in attesa, pareva godersi la sfilata e stupire pur’essa. La gran parte delle macchine sfilava via ma c’era chi, più coraggioso frettoloso o affamato, s’infilava nel parcheggio a sbranare il suo McBurger, finestrini alzati e aria condizionata accesa, senza degnare d’uno sguardo i vicini in sosta, senza manco togliersi il cappelletto o spegnere il cellulare. Tutti o quasi con l’immancabile cappellino da baseball, il tatuaggio in bellavista, la scarpa ginnica di marca rigorosamente slacciata, le brache calate fin sotto le chiappe i più giovani e attenti alla moda. Tutti diversi eppure uguali, uomini donne e altro, giovani e non più tali, immigrati di terza generazione o borgatari doc, lo stesso sguardo vacuo e indifferente che diresti vuoto e innocente se non fosse traversato da lampi di perdizione, stessi abiti postura parole.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Amerikani sempre avanti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Era il 1955 quando tal Ray Kroc, uno che col nome così poteva fare il personaggio dei fumetti e invece era un rappresentante di frullatori, ebbe la geniale idea di fare del punto ristoro aperto in California prima della guerra da due fratelli d’origini scozzesi un brand, o meglio marca, mondiale. L’icona del panino mordi e fuggi. Nello stesso anno il vecchio Walt inaugurava il primo parco a tema della Disney, e bastano questi due eventi a dire quanto fossero avanti l’amerikani rispetto a tutti e ai sovietici, impelagati nella destalinizzazione. Ma già da un ventennio un altro genio d’Amerika aveva tirato su, con un telo tra due macchine, il primo drive in della storia. S’era nel ‘33, i nazisti stavano prendendo il potere in Germania e l’Europa correva il rischio di marciare a un altro passo rispetto alle Stars &amp; Stripes forever di Philip Sousa, e invece. Vale per i nazi quanto sopra pei russi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La vittoria vera dei vincitori</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Povero Belpaese nostro, amerikanizzato nel profondo, dove a ottant’anni suonati dalla fine della guerra in cui credevamo di fregare gente di tal fatta, e poi d’averla vinta, sol perché finita dalla parte di chi l’ha vinta, siamo ancora al servizio dei vincitori. Hai voglia a pagare rate, il mutuo ai liberatori non s’estingue mai. Liberarsi dai liberatori, e dall’Europa intera ai loro piedi, sarebbe l’imperativo categorico, per dirla come Kant, di qualunque governo attento agli interessi del paese e del continente, altro che la pantomima dell’alternanza destra sinistra, buona per il pubblico alla balconata. La vittoria vera dei vincitori angloamericani è stata questa: aver mandato i cervelli all’ammasso più e meglio di quanto avrebbero fatto quegli altri ai quali strizza l’occhiolino bello la serva Melona, e reso il pensiero un reato di leso conformismo, per citare l’illuminante saggio di Paolo Crepet. Fino a mandarli in pappa del tutto con la demenza artificiale, in attesa della mazzata robotica finale. E noi come stronzi rimanemmo a guardare, come recita il capolavoro di Pif.</p>
<p><strong>L’Illinois di casa nostra</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma torniamo a noi, in attesa nel parcheggio del McDonald’s. All’impasto d’idiotismo amerikano e grullismo spacciato per furberìa italica che siamo diventati. Finalmente l’amico arriva e si va a cena. In un posto in aperta campagna, in Sabina, dove tutto è come una volta, ai tavoli con la tovaglia a quadrettoni sotto la veranda le portate s’accompagnano a un vinello casareccio e un bell’odorino di stallatico, le volpi fanno la serenata ai polli da presso e le ranocchie cantano dal fosso. Pure la cameriera ucraina è la stessa di trent’anni fa, assai più agée. Solo il conto è diverso, una piotta secca in due. Torniamo, storditi ma sereni, al parcheggio del McDonald’s a notte fonda. Una ridda di ragazzotti in moto e giacche di pelle stanno in attesa nel parking car, come fossimo in Illinois sessant’anni fa. La gente fa ressa alla cassa, dove per un ventino sbrani il tuo panino e ti danno pure una bella bibita colorata. La prossima volta restiamo a cena qua. Ché siamo fuori dalla civiltà, ma a pocoprezzo.</span></p>
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		<title>Tanti auguri alla vecchia signora</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 17:23:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Breve storia della repubblica: la macedonia italica dal grande broglio alle sneakers della Melona C’era una volta la repubblica. Quella nata dalla resistenza, della prima volte delle donne, col suo bel mito fondativo della libertà portata sulle ali dei liberatori. Poi è stata la repubblica delle banane. Quella dove si sentiva rumor di sciabole, per dirla come Nenni, tirava aria di golpe e i fascisti... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/tanti-auguri-alla-vecchia-signora/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Breve storia della repubblica: la macedonia italica dal grande broglio alle sneakers della Melona</strong><span id="more-10754"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">C’era una volta la repubblica. Quella nata dalla resistenza, della prima volte delle donne, col suo bel mito fondativo della libertà portata sulle ali dei liberatori. Poi è stata la repubblica delle banane. Quella dove si sentiva rumor di sciabole, per dirla come Nenni, tirava aria di golpe e i fascisti – quelli veri – tentavano d’espugnare il palazzo, non s’accontentavano come quelli d’oggi d’essere scarrozzati sulle auto di rappresentanza. Poi è venuta la repubblica dei mandarini, marci fino al midollo, che ha trovato la sua notte a via Fani e dato la stura al più marcio di tutti, il Cavaliere nero. Poi è arrivata la repubblica dei ravanelli, quelli rossi (rosa) fuori e bianchi dentro, insapori e incolori ma che fanno tanto bene e stanno bene nell’insalata. Da qui alla repubblica dei cetrioli il passo è stato un saltello, e tutti ce la siamo presa in quel posto, finché non è arrivata la serva melona a mettere ordine in frutteria. Un ordine che ripiglia parepare le parole d’un genio italico d’altri tempi, quello da cui la repubblica è tutto sommato sortita: credere obbedire combattere. Si crede sempre alle fole, s’obbedisce e si combatte dalla parte dei giusti, ché il mutuo a saldo della libertà non ha fine.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La parata del genetliaco</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Son passati ottant’anni ma la tiritera è sempre quella, cambia il frutto di stagione ma sulla macedonia italica la musica è la stessa. Decisa altrove ma pagata dagl’italioti che se la scialano a credersi furbi e talentuosi e invece li spernacchiano in ogni pertuso d’Europa e d’altrove. Del resto, a gente che s’accapiglia ancora su Roma e Bisanzio, sui Guelfi e Ghibellini, su destra e sinistra, dopata dal caso mediatico del giorno, cosa vuoi che importi l’aderenza alla realtà? Così godiamoci la festa del 2 giugno, la parata del genetliaco della vecchia signora che vuol darsi un tono ma non riesce a nascondere le crepe. Le scarpe ginniche della Melona attovagliata di celeste fianco all’ectoplasma di La Russa (lui sì, fascista vero) urlante l’inno di Mameli, manco si trattasse di Giovinezza. Crosetto a giganteggiare sull’altro ectoplasma presidenziale che tutti tirano per la giacchetta in mancanza di meglio. E di Salvini, che evita la parata per tema della malparata, il temuto sorpasso del generalissimo alle coste. Godiamoci soprattutto dragamine e cani robot, crocerossine e pompieri, ché la repubblica vuole la pace, ohibò, mica siamo a Mosca o a Pechino dove sfilano missili e carrarmati.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Uno s’addorme e sogna</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Tra tanto sfilare uno s’addorme e sogna. Una repubblica che riesca infine a raccontarsi la sua vera storia, a partire dall’imbroglio elettorale da cui è nata. Quello per cui Falcone Lucifero, consigliere della real casa, ancora non si dava pace, a novant’anni suonati, narrandolo allo scrivente nel salotto della sua casa romana, scartabellando tra vecchi faldoni. E l’altro, prima, per cui la guerra s’è fatta malissimo e persa peggio, coi suoi morti inutili ed eccellenti, col gran pelato che si vuole fucilato dai partigiani, con buona pace di Franco Bandini. O l’altro statista diccì che si narra ammazzato dalle Br. O la svendita che certi illustri figuri han fatto del Belpaese dalla tolda del royal yacht Britannia. Raccontarci tutte le belle storie per cui il grande Sebastiano Vassalli diceva che gl’italiani sono gli altri, a noi che ce ne fotte? Insomma, dirci una buona volta tutto, poi chiuderla lì, mettere pace in famiglia e andare avanti, a testa alta. Invece uno si sveglia e casca ai piedi delle sneakers della Melona. E allora vai con gli applausi, buon compleanno alla vecchia signora. E, per meglio applaudire, posto <a href="https://www.facebook.com/watch/?v=1354234441631870" target="_blank">qua</a> l’immarcescibile scenetta di Sordi in Una vita difficile, che ha i miei anni ma è un sempreverde, girata dall’amico Ivan. Tanti auguri alla repubblica.  </span></p>
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