Viaggi oltre i paraggi
Percorso in quattro tappe dall’Epiro a Corfù con l’Accademia Angelico Costantiniana: Kerkyra
Le isole del mito
Corfù t’empie la vista e prim’ancora i polmoni, d’aria salmastra e leggenda. Sull’Ormos, o baia su cui si staglia, sfilano alla sua sinistra le isole del mito: Passo e Antipasso, Leuca e più oltre, semivelate dalla foschìa, la trista Cefalonia e Itaca, patria d’Odissèo. Ultime delle Jonie, celate alla vista, Zante e giù, già quasi Egeo, Cerigo. Di spalle sfilano la costa d’Epiro e i frastagli degli Acrocerauni d’Albania, nitidissimi, col punteruolo del Cika. A vederla dall’alto, Corfù somiglia stranamente alla penisola italica, da cui la separano solo una settantina di chilometri in linea d’aria, da Otranto. C’è il gambale, il tacco e pure la Sicilia, a ben guardare, solo rovesciata verso la punta dello stivale. In attesa che nell’isola si possa atterrare con gl’idrovolanti – un progetto per voli di linea è nei cassetti della Grecian air seaplanes da anni – è dal porto che l’isola v’accoglie, come si conviene. In alto, sull’acrocoro, la vecchia fortezza veneziana, col bastione Mocenigo che guarda il molo. Riammodernata dagl’inglesi che qui fecero base, come in ogni altrove, e a dargli manforte fecero la nuova, sul lato opposto del porto: ruinata da secoli di guerre guata, sonnolenta e di sottecchi come un gatto mammone, lo sbarco delle folle. Il porto nuovo è poco a monte dell’antico, coi resti ancora a un pelo d’acqua dalla superficie, il molo chiamato Italia dove al mezzo svetta la bandiera d’Ellade, su un cocuzzoletto a poche braccia dalla riva.
L’ultimo approdo d’Ulisse
È nei pressi che sbarcò Ulisse, solo e ramingo, per farsi trovare ignudo da Nausicaa e le sue ancelle che giocavano a palla. La reggia di Alcinoo, re dei Feaci che accolse il povero naufrago scampato alle malìe di Calipso, è oltre il monte. Più a sud ancora, alla bocca della laguna, è l’isolotto di Pontikonisi. Poco più d’uno scoglio, che leggenda vuole sia la nave che aveva riportato quel carognone d’Ulisse in patria, pietrificata al ritorno da Poseidone per punire gl’isolani dell’aiuto dato all’eroe. Più che nave pare un animale crestato, con le sue cime alberate e la chiesola, arenatosi qui dai tempi antidiluviani, proprio in faccia al monastero della Vlacherna, candido e minuscolo dall’affaccio di Kanoni con la sua placida spiaggia. Come sia stato possibile all’eroe, sfuggito alle grinfie di Calipso nell’omonima baja di Malta, giungere fin qui dopo il periplo Mediterraneo, è questione che Omero o chi per lui non si pose, come la natura di questa zattera di pietra, e noi non siamo da meno. Fattosta che il mito è qui, davanti agli occhi, sotto ai vostri piedi. Lo calcate risalendo l’altura di Paleokastritsa dov’erano i palazzi reali e la città alta. E qui, a Mons Repos, come lo ribattezzarono i francesi, che lo sguardo e il piede toccano il mito, si fanno tutt’uno con esso.
Una domenica a Mons Repos
Passeggiare la domenica mattina nel parco, tra questi viali lussureggianti d’ulivi secolari e giganteschi alberi della gomma, dalle radici smisurate, in una natura che parrebbe incontaminata come ai tempi d’Omero se non fosse per il podista che ogni tanto s’incrocia, la coppietta che vi s’inoltra o una mamma col carrozzino che coraggiosamente s’erpica. E qua e là, tra verzura e boscaglia, una muraglia, tombe micenee, blocchi e rocchi di templi dorici. È tutto un susseguirsi di resti archeologici tra palazzine liberty, tra le quali l’ex residenza del governatore britannico dello Jonio, sede del museo, e la sua foresteria, ribattezzata palazzina Tito in onore del leader jugoslavo che vi soggiornò negli anni ‘50, oggi centro informazioni piuttosto in disuso. C’è il teatro d’opera, e padiglioni di piacere per la nobiltà d’un tempo, decaduti com’essa. Uno strano miscuglio d’abbandono e poesia, decadenza e maestà, per la gioja d’ogni emulo del romanticismo. Dopo i primi scavi francesi sono gl’inglesi a trovare, nel 1822, il tempio e il santuario d’Apollo Corciro a piombo sulla spiaggia di Kardaki, dal colonnato ancora superbo, semisommerso nella forra, tra brani di mura e lacerti, e quello d’Hera Akraia, a monte, datati al VI secolo aC. Dell’altro d’Artemide, maestoso, poco o nulla resta sul colle. Il timpano con l’orrorifica Medusa, la Gorgone signora d’uomini e bestie, non guarda più il mare, anche se più presso d’allora. È nel museo archeologico ai piedi della città vecchia, attorniata dai suoi animali prediletti, serpenti e pantere, coi figli Organo e Crionte, tra frammenti di gigantomachìa. In situ resta l’enorme altare sacrificale, lungo una ventina di metri, l’impiantito di 17 colonne per lato. Ma è tempo di scollinare, là dove gli archeologi tedeschi di Guglielmo II localizzarono la città omerica dei Feaci. Ruderi e tombe la testimoniano, tra spelacchiati prati dove spicca l’azzurro intenso delle jacarande. Nell’area, sede delle terme e del foro romano, svettano i resti della basilica paleocristiana di Paleopoli, nel Medioevo luogo di culto della Vergine Anafonitria cara agli ortodossi, ridotta a macerie dai bombardieri tedeschi nel settembre ‘43, durante gli scontri che portarono all’occupazione dell’isola e al massacro del presidio italiano, come nella vicina Cefalonia, e mai più riedificata. Dilà, oltre un malmesso recinto, scorre il traffico lemme e distratto della domenica mattina. È tempo di salire alla città alta.
Piazze venete e fortezze inglesi
Sulla gran piazza colonnata, di chiara impronta veneziana come il resto della città vecchia, non piovono più le bombe d’Alì Pascia né quelle tedesche, ma è tutto un viavai di turisti sull’Esplanade chiusa a sinistra dal Liston, il colonnato dove sedersi a gustare le specialità locali rimirando lo struscio. Enorme, bella piazza che tante n’ha viste e molte ne vede, chiusa a nord dal museo d’arte orientale, già sede del governo da mar veneziano, e a sud dal vialone lungomare, ribattezzato Demokratia, che la collega a Mons Repos. A destra, il ponticello in pietra presso il bastione Mocenigo, dal nome del doge che la difese dai turchi, porta alla vecchia fortezza che s’erge maestosa a piombo sul mare, a gradoni, e se vi regge la pompa potete salire fino in cima, dove l’occhio spazia dai tetti della città all’azzurro dell’acque striate dal biancore delle strisce lasciate da navigli e traghetti, ai monti d’Epiro, dilà. È un colpo d’occhio che vale la salita, a patto di non farla col sole a picco e soprattutto con l’infradito ai piedi come certe turiste inglesi che scapicollano sui saliscendi o stanno, arrossate come gamberoni, all’ombra dei muraglioni. E inglesi sono gli acquartieramenti per la truppa e gli ufficiali, l’ospedale ormai in rovina, la chiesa di San Giorgio ai piedi della fortezza, imponente nel suo stile classicheggiante, nel suo lucore che si staglia nel blu.
Bazar occidentali e santi con la coppola
Ma se tutto questo non v’aggrada, perdetevi pure nel dedalo dei vicoli della città vecchia, nel brulichìo della folla, in un’orgia di bancarelle e negozi che fanno della vecchia città un bazar occidentale senza soluzione di continuità. Oppure, se è l’ora e ne avete voglia, andate a seguire l’interminabile messa cantata in una delle chiese ortodosse o di rito bizantino: non disdegnate quella del Cristo Pantocratore o la cattolica di San Nicola dei vechi ma, più di tutte, visitate la chiesa madre di San Spiridione, faccia al vecchio porto. Levate lo sguardo al santo che, nell’alto della navata, con l’eterna coppoletta nera a protezione dei continui malditesta, mena mazzate, o meglio colpi di croce, al diavolame fuggente. Come fece con quei diavoloni dei turchi che mai presero Corfù, e per questo si guadagnò il titolo di santo patrono dell’isola. Dopo la visita alle reliquie del santo, anziché scappare come diavolacci infedeli, se siete fortunati potete sostare al cerimoniale che si tiene in sagrestia dopo la messa: il rinfresco a base di caffè e pasticcini offerto dal metropolita Neftario. Poi, se ve ne resta ancora un briciolo, di forza nelle gambe e aria nei polmoni, andate a sgranchirvi i piedi oltre la città vecchia, fino al monastero di Platytera, sostate sulla tomba di Giovanni Capodistria. Nobile veneziano nativo dell’isola, buon amico dello zar Alessandro I e suo plenipotenziario al Congresso di Vienna per decidere i destini dell’Europa post napoleonica; primo governatore della Grecia libera, e per amor di libertà fatto fuori dagli agenti inglesi a pochi mesi dal suo insediamento.
- La vecchia fortezza di notte
- Dove naufragò Ulisse
- Il tempio d’Apollo a Mons Repos
- Alberi della gomma nel parco
- Jacaranda e rovine della basilica di Paleopoli
- Veduta della vecchia fortezza
- Il bastione Mocenigo
- San Giorgio
- Scorcio della fortezza nuova
- San Spiridione scaccia i diavoli a colpi di croce
- Il campanile di Platytera
- La tomba di Giovanni Capodistria
- La Gorgone
- Efebo e Satiro
- Dal metropolita Neftario
III segue
Il viaggio, al seguito di una delegazione dell’Accademia angelico costantiniana, guidata dal presidente Alessio Ferrari Angelo Comneno, nel giugno dello scorso anno, prende le mosse da un progetto internazionale che coinvolge, oltre alla Grecia e l’Italia, in particolare le Marche, Cipro e la Terra santa. Esso rappresenta la prima tappa del percorso della santa casa di Loreto, dove secondo la tradizione mariana la Vergine ricevette l’annunciazione, custodita appunto nell’omonima basilica loretana. Per saperne di più si veda Fernando Frezzotti, La via degli angeli, la traslazione delle pietre della santa casa, Il lavoro editoriale, 202
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