<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Maurizio Zuccari &#187; America</title>
	<atom:link href="https://www.mauriziozuccari.net/site/tag/america/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.mauriziozuccari.net/site</link>
	<description>Giornalista, scrittore</description>
	<lastBuildDate>Mon, 19 Oct 2026 17:50:41 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.2.37</generator>
	<item>
		<title>Il pacificatore</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 09:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Bibi]]></category>
		<category><![CDATA[guerra]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Israele]]></category>
		<category><![CDATA[Khamenei]]></category>
		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[pace]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10620</guid>
		<description><![CDATA[Dopo la guerra dei dodici giorni, la tregua salvamondo. Trump tra bluff e mazzate, il futuro che sarà. L’ennesimo colpo di scena dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco Ebbene sì, abbiamo scherzato. Anche nel mondo nuovo la tempesta precede la calma, e così dopo le bombone di Big Don e le bombette d’Alì, è calma piatta tra i contendenti, con Bibi che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo la guerra dei dodici giorni, la tregua salvamondo. Trump tra bluff e mazzate, il futuro che sarà. L’ennesimo colpo di scena dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco</strong><span id="more-10620"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ebbene sì, abbiamo scherzato. Anche nel mondo nuovo la tempesta precede la calma, e così dopo le bombone di Big Don e le bombette d’Alì, è calma piatta tra i contendenti, con Bibi che se la ride sotto ai baffi.  Diciamolo subito. Se avessi avuto un dollaro da giocare sulla presidenza Trump come fattore di pace o di guerra, l’avrei puntato su di lui. Che, aldilà delle fanfaronate dell’uomo e della vocazione imperiale dell’America a stelle &amp; strisce e alla frutta, il bispresidente pareva meno manovrabile e rincoglionito del suo predecessore, assai meno legato di Rimbam Biden al complesso militare. E invece. Il 22 giugno 2025 forse resterà nei libri di storia come il 24 febbraio di tre anni fa. Allora Putin decise di mettere un freno all’espansionismo statunitense e della Nato a Est, alzando la posta di un conflitto in atto in Ucraina da un decennio. Tre anni di guerra non sono bastati all’uno o all’altro dei contendenti che a divaricare le posizioni, spingendo l’ex repubblica sovietica, culla della Russia moderna, a una guerra fratricida e l’Europa a una sudditanza economica e militare sempre più cieca agli Usa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tre anni dopo, e dopo la promessa di Trump di mettere fine al conflitto, questo non solo ristagna, ma sul tavolo da poker della geopolitica globale la posta raddoppia e in gioco non c’è solo il destino dell’Europa orientale o dell’Europa tout court, ma del mondo. Se a Est i servizi inglesi si danno da fare per assestare duri colpi all’orso russo – vedi l’operazione dei droni contro i bombardieri strategici russi che ha messo alla berlina Mosca una volta di più – come dall’inizio della guerra e da sempre, altrove Trump ha pensato di riprendersi la scena nel modo a lui più congeniale. La forza bruta e le chiacchiere a vanvera, il colpaccio mediatico dopo le botte da orbi. Tutto è iniziato con un discorso breve, intenso, degno d’un leader se non fosse solo un prestigiatore di bassa lega che gioca coi destini del mondo. Vedi il video su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=aMhKhAuwMh4" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=aMhKhAuwMh4</a></p>
<p style="font-weight: 400;">Dietro – davanti? – a lui Bibi, debitamente citato e ringraziato nel discorso presidenziale che formalizza l’entrata in guerra degli Usa, senza dichiarazione formale, ringrazia e passa all’incasso. India e Cina restano a guardare, ma all’aprirsi delle cateratte il Kashmir e Taiwan – meglio, Formosa – non resteranno all’asciutto. Ma riepiloghiamo i fatti che avvicinano il mondo all’abisso della terza guerra mondiale come mai prima d’ora, al netto delle pagliacciate mediatiche, vagliamo gli sviluppi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Le questioni sul tappeto sono tre. Perché Israele ha deciso d’aprire il sesto fronte di guerra – dopo Gaza, Siria, Libano, Cisgiordania, Yemen e Iran, il più letale – mentre è tutt’ora in corso il genocidio palestinese ben oltre la Striscia. Perché gli Usa sono intervenuti a dara man forte all’attacco israeliano al regime degli ayatollah che da decenni è sotto botta dell’arcinemico sionista. Infine, cosa succederà a breve e nel medio termine, dopo la farsa dei bombardamenti preannunciati e della tregua annunciata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Israele ha deciso di lanciare un attacco preventivo ai siti iraniani alla viglia dei colloqui sul nucleare in corso a Washington per boicottarli una volta per tutte e chiarire, una volta di più, che la bomba atomica in Medio Oriente possono averla solo loro, sola potenza regionale per non dire mondiale e i soli, insieme agli Usa, che non hanno sottoscritto alcun accordo di non proliferazione atomica. I sionisti ne hanno tra le novanta e le 200 stoccate nei loro magazzini “supersegreti” a Dimona e loro sì sono pronti a usarle alla peggio e senza scrupoli: muoia Sansone con tutti i Filistei, cioè i palestinesi del tempo, come raccomanda la Bibbia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tutti lo sanno, è un segreto di Pulcinella che nessuno vede, tantomeno l’occhiuto servo sciocco di Rafael Grossi, direttore dell’Aiea che balbetta le sue accuse agli altri. Gli altri, specie l’Iran che pretende di menomare lo strapotere di Tel Aviv, stiano a cuccia. Ma non è solo questione d’atomica o di rovesciare il regime degli ayatollah, com’è nei desiderata di tel Aviv e dell’Occidente da sempre. Dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e, buon ultima, la Siria, il destino della Persia è quello d’essere spezzonata e ridotta a enclavi, per meglio essere dominata e sfruttarne le risorse, con buona pace del diritto internazionale e delle anime belle che piangono sulle atrocità dei pasdaran. Reza Pahlavi, l’erede dello scià già spodestato fa sapere che lui non si tirerà certo indietro davanti al compito d’onore e di libertà. Che magnifico futuro s’apparecchia per gli orfani degli ayatollah.</p>
<p style="font-weight: 400;">A tanta bellezza il regime sciita può opporre chiacchiere e poco altro. Israele vede e prevede, ha creato Hamas contro l’Olp, come molti dimenticano cianciando sul massacro del 7 ottobre, e l’ha usato per poi stritolarlo alla menoma occasione, in una strategia dell’infiltrazione che fa impallidire quella della tensione. Lo stesso dicasi per Hezbollah sotto comando iraniano, infiltrato del pari, come gli aggeggi esplosivi che hanno stroncato i suoi militanti hanno mostrato. Eretz Israel, la grande Israele, non è mai stata così vicina al suo farsi, e che a realizzarla sia Netanyahu, un macellajo che se smettesse d’appiccare fuoco al mondo blaterando di pace sarebbe gettato nelle patrie galere per i suoi intrallazzi è un paradosso del tutto marginale nella partita in gioco. Però neanche le formidabili risorse d’intelligence e militari d’Israele bastano. Il serpentone iraniano è un boccone troppo grosso anche per la gracidante ranocchia di Bibi. Dopo mesi di campagne militari senza soluzione di continuità e undici giorni di guerra i missili continuavano a cadere sul sacro suolo di Sion e allora serve l’amico buono, quello che ti leva dagl’impicci anche se lo svegli in piena notte.</p>
<p style="font-weight: 400;">Così entra in gioco Trump il pacificatore. Manda nottetempo, dal Missouri, sei bombardieri Stealth a sforacchiare con una dozzina di bombe di profondità il bunker sotterraneo superprotetto di Fordow dove i cattivi iraniani stavano costruendo la bomba – verità che tra qualche tempo scopriremo fondata quanto i famosi gas di Saddam – e chiede la resa senza condizioni a Khamenei. Arrendersi o perire. Nel gioco delle parti a Gerusalemme gongolano, a Washington gonfiano il petto come tacchini per la riuscita dell’impresa e a Teheran strillano, qualche missile casca a vuoto nelle basi Usa in Qatar. Prima i soliti comploanalisti, poi tutto il circo mediatico dicono che è tutta una macchietta, spettacolo buono per il pubblico della balconata, come avrebbe detto il grande Céline: tanto gli uni che gli altri hanno preavvisato il nemico e i danni sono minimi. Restano i tanti morti ammazzati sul terreno, inutili. Tant’è, giocare col fuoco non ha mai portato bene, nella calura estiva. Fatto è che dopo le mazzate arriva l’offerta di pace e tutti ci stanno, fingono di crederci. Fino al prossimo missile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Di reale – non di vero, per carità – c’è che il mondo è un posto un tantino meno sicuro dopo la guerra dei dodici giorni che l’ha portato sull’orlo dell’abisso come ai tempi della crisi di Cuba. L’ennesimo bluff dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco. La repubblica islamica dovrà cadere, bomba o non bomba, perché così vuole il macellajo di Tel Aviv e la superpotenza lo segue, obbediente. L’Europa segue a ruota e riarma, vagisce come una creatura nella culla, neppure consapevole di quel che l’attende, dominata com’è da elite burocratiche al servizio dei poteri davvero forti e succubi a chi ne ha deciso il crollo. Teheran è la via di passo per Pechino, come Damasco lo era per Teheran, i tempi stringono prima che lo scontro si faccia globale e davvero letale, con l’inciampo di Mosca nel mezzo che però ha già mollato la partita mediorientale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Colpi di scena e spacconate non salveranno gli Usa dal suo declino, tantomeno un tristo pagliaccio dal cappellino rosso renderà l’America – gli Stati Uniti, please – di nuovo grande. Il Maga è uno spot, al massimo un programma, non sarà mai una realtà. La guerra infinita per impedire un futuro policentrico all’umanità, il caos globale che ne verrà, è già scritto nel vaticinante saggio di Jacques Attali, ex consigliere dell’imbelle Macron: Breve storia del futuro. Il resto è cronaca, bomba o non bomba. Che, parafrasando Venditti, non ci porterà a Roma ma a fare un bel botto, all’inferno in terra. I guerrafondaj da salotto, gli ignavi della geopolitica, gli orfani del buonsenso e i partigiani delle opposte sponde lo sappiano: salteranno tutti, e primi fra tutti i grilli parlanti. Senza più un dollaro in tasca.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Habemus imperator</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/habemus-imperator/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/habemus-imperator/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 23 Jan 2025 17:14:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qui mondo]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Donald]]></category>
		<category><![CDATA[Donaldone]]></category>
		<category><![CDATA[impero]]></category>
		<category><![CDATA[Musk]]></category>
		<category><![CDATA[Occidente]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Ue]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10585</guid>
		<description><![CDATA[Donaldone I alla prova dei fatti. La vocazione imperiale d’America e le paure dei probi progressisti L’avevano dato per spacciato dopo la prima volta. Avevano detto che non gli avrebbero permesso di tornare in pista. Invece rieccolo, alla faccia d’inchieste, cecchini e bombaroli più o meno maldestri e a comando. Donaldone I è tornato con la sua corte di nuovi guitti e vecchi arnesi, e... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/habemus-imperator/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/01/emusk.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10587" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/01/emusk-300x221.jpg" alt="emusk" width="300" height="221" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Donaldone I alla prova dei fatti. La vocazione imperiale d’America e le paure dei probi progressisti</strong><span id="more-10585"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">L’avevano dato per spacciato dopo la prima volta. Avevano detto che non gli avrebbero permesso di tornare in pista. Invece rieccolo, alla faccia d’inchieste, cecchini e bombaroli più o meno maldestri e a comando. Donaldone I è tornato con la sua corte di nuovi guitti e vecchi arnesi, e ne ha per tutti. La plebaglia sovranista e populista gongola – ma solo negli Usa – la riccaglia ecologista e globalista trema; il “deep state”, cioè quei nemmen pochi che se la comandano davvero e indirizzano le menti e i discorsi stanno a guardare ché tanto peggio di quel rimbambito di Sleepy Joe non c’è, eppoi il vecchio imperatore Trump stavolta torna buono pure a loro, chissà.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che farà Donaldone I? Dichiarerà guerra alla Danimarca per occupare la Groenlandia, futuro sottosuolo di Bengodi, invaderà Messico e Canada? Unificherà l’America in un unicum a stelle e strisce, ponendo fine a ogni residuale differenza dalla patria della democrazia dell’hamburger? Abbandonerà i servi sciocchi d’Europa alle grinfie del perfido cosacco, dandogli in pasto l’ex fido Zelensky, il paladino delle libertà conculcate schiantato alla rotta di Kiev? Inizierà la guerra all’ultimo balzello col suo nemico dichiarato, il malfido imperatore giallo? Intanto l’impero eredita Il Medio Oriente unificato &amp; riplasmato dalle sapienti mani di Bibi sotto la stella di David, senza manco più quei seccatori russi, sloggiati dall’enclave siriana. Per dar corda al suo buon amico il novello imperatore potrà mettersi nei panni del Magno Alessandro e sradicare l’impero del male da Teheran. Tenersi i pozzi babilonesi e lasciar fare al turco il lavoro sporco. Al bene e meglio non c’è fine.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che farà Donaldone I? La domanda turba i sogni dei tecnocrati di Bruxelles, i servi sciocchi di ieri divenuti gregge belante oggi, terrorizzato dal cambio di rotta del padrone e dal suo bastone che sentono già rotear sulle gobbe. Ahi lazzaron Ursula &amp; Macron, di quanto mal foste madri &amp; padri con le vostri turlupinerìe fucsia e verdi. Adesso le gretarelle piangono come le madonnelle gender nei crocicchi televisivi, i profeti della rivoluzione green, sconquasso d’Occidente, temono l’onda grey. Soprattutto piangono i vertici Nato &amp; Ue, uniti nella lotta, or che l’imperator minaccia il taglio dei fondi ai fidi. Fortuna che la perfida Albione, almeno lei, non demorde e promette armi &amp; zecchini pei prossimi cent’anni a chiunque prosegua la lotta. Buon sangue imperiale non mente. E piange l’Oms che s’è già vista sforbiciare i fondi, rea dell’impostura pandemica e vaccinale, piaga di corpi e menti. Tanto ha Bill il mecenate a metter dindi e veicolar vaccini. Zuckerberg non piange, lui già s’è riallineato ai vessilli imperiali, e peggio per i cacciatori di finte bufale online lasciati allo sbando.</p>
<p style="font-weight: 400;"> Intanto Donaldone premia i probi e bastona i cattivi, come si conviene al soglio imperiale. In prima fila attende la Melona, unica degna rappresentante del consesso d’Europa alla cerimonia d’incoronazione, posta a far capoccella tra l’ultime fila. E per portarsi avanti nel baciamano s’accatta pure lo Starlink muskiano, mettendo l’ultima chiacchiera patria all’orecchio del padrone. Forse è a lei, romana e figlia deforme del già risorto romano impero, che Musk ha indirizzato lo scattoso saluto a braccio teso che tanto ha scandalizzato le anime belle progressiste e causato il rigurgito d’odio sefardita allo scattosissimo Saviano che n’ha invocato la morte. Ah, saperlo, intanto godiamoci i peana dei sinceri democratici che paventano l’ascesa della nazioligarchia statunitense, come titolano senza pudore i gazzettieri del gran circo mediatico. Lindbergh e i suoi paladini hanno la loro rivincita, ottant’anni dopo, e non c’è manco uno Charlot a fargli il verso, un Hitler o un Mussolini da mimare, fuor da quello risibile di Scurati, il crociato dell’antifascismo da fiction.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Quel che i probi progressisti non vedono – e neppure gli altri – è la luna nerissima del presente, persi sulle dita tese e nere del passato. Qualunque cosa faccia, Donaldone I non verrà meno al destino imperiale del paese che si appresta a guidare per il prossimo quadriennio, salvo imprevisti. Il suo ritorno non sarà lieve, né un accidente temporaneo. La democrazia totalitaria è il fatto del III millennio, e nessuna finzione mediatica o buonista ne modificherà il segno. Trump ne marchierà col suo piglio l’Occidente, riunito sotto l’orbe imperiale, e al mondo multipolare resti il resto. Forse neppure a chi comanda davvero questo spicchio d’Occidente spiace il programma, e lascerà fare. Gli altri s’arrangino, o si sottomettano. Habemus imperator, coram populo.</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/habemus-imperator/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Si fa presto a dire Amerika. E Isis…</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/si-fa-presto-a-dire-amerika-e-isis/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/si-fa-presto-a-dire-amerika-e-isis/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2024 19:23:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Amerika]]></category>
		<category><![CDATA[attentato]]></category>
		<category><![CDATA[crisi]]></category>
		<category><![CDATA[Crocus]]></category>
		<category><![CDATA[Europa]]></category>
		<category><![CDATA[Isis]]></category>
		<category><![CDATA[Mosca]]></category>
		<category><![CDATA[Nuland]]></category>
		<category><![CDATA[Putin]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>

		<guid isPermaLink="false">https://www.mauriziozuccari.net/site/?p=10374</guid>
		<description><![CDATA[Divagazioni sull’attentato al Crocus, Mosca e l’Ucraina, gli Usa e l’Europa, unita nella lotta Gran paese, l’Amerika. Enorme, ma girala da nord a sud, da est a ovest e ovunque è la stessa. Stesse città, che manco chi ci campa distingue l’una dall’altra. Stesso cibo, mica hai il fastidio della scelta. Piglia l’amerikano medio, e pure quello che medio non è. Stesse idee, non c’è... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/si-fa-presto-a-dire-amerika-e-isis/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Put.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10375" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Put-300x200.jpg" alt="put" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/History_of_NATO_enlargement.svg.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-10376" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/History_of_NATO_enlargement.svg-300x229.png" alt="history_of_nato_enlargement-svg" width="300" height="229" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/don.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10377" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/don-300x200.jpg" alt="don" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Ucraina.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10381" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Ucraina-300x200.jpg" alt="ucraina" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Divagazioni sull’attentato al Crocus, Mosca e l’Ucraina, gli Usa e l’Europa, unita nella lotta</strong><span id="more-10374"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Gran paese, l’Amerika. Enorme, ma girala da nord a sud, da est a ovest e ovunque è la stessa. Stesse città, che manco chi ci campa distingue l’una dall’altra. Stesso cibo, mica hai il fastidio della scelta. Piglia l’amerikano medio, e pure quello che medio non è. Stesse idee, non c’è niente più standardizzato al mondo, come già notava Ehrenburg. E la tecnologia, vuoi mettere. Non per niente sotto al sole della California sono in pole per la transizione alla decima rivoluzione industriale, o forma dell’ordine mercantile, per dirla come Attali: la robotica che spazzerà le precedenti e forse l’umano. E i diritti, che dire. Appena cinquant’anni fa, se un negro s’azzardava a sbagliare predellino sull’autobus finiva appeso all’albero più vicino, a dar la stura a quel capolavoro di Billie Holiday, Strange fruit. Oggi vai a dare del negro a qualcuno e finisci sulla gogna, e peggio. Niente vie di mezzo, tantomeno buon senso. Eppoi la democrazia. Negli Usa ce n’è talmente tanta che devono esportarla, a forza. E pazienza se non tutti la vogliono: la democrazia è una medicina, anche se cattiva fa bene. Guarisce da ogni altro male. Soprattutto se totalitaria, come l’attuale e globale. Ma la cosa più bella d’Amerika son le certezze. Se dicono una cosa è quella. Dice che nel fine settimana scoppia una bomba a Mosca e, oplà, la bomba scoppia. Dice che è stato l’Isis – nella sua variante pandemica k, Khorasan – e tutti a far da grancassa. Che non credi all’amerikano? Mica i persuasori, occulti e non, hanno plasmato i cervelli per niente, da decenni, di là e di qua l’oceano.</p>
<p style="font-weight: 400;">Certo, la media degli attacchi terroristici di matrice o manodopera islamica è elevata, in terra russa. Solo nell’ultimo decennio una quindicina, molti senza rivendicazione, alcuni devastanti come quelli al teatro Dubrovka, sempre a Mosca, nel 2002, e a Beslan, in Ossezia, nel 2004. Allora però c’era di mezzo la guerriglia cecena. Certo, il sedicente stato islamico ha buone ragioni per avercela coi russi, visto che se si è ridotto a pochi santuari nel nord della Siria lo devono a loro, non agli angloamericani che a chiacchiere lo bombardano e nei fatti lo proteggono. E proprio i servizi di sua maestà britannica sarebbero dietro l’attentato del 22 marzo al Crocus Hall di Krasnogorsk, alla periferia moscovita. Del resto che l’Isis, come già i talebani, siano creature dei servizi occidentali – come Hamas dei servizi di Tel Aviv – è cosa che la libera stampa d’Occidente preferisce ignorare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da Mosca, invece, lo dicono apertamente: il quartetto di assalitori tagiki, catturati mentre si dirigevano allo scampo alla frontiera ucraina, tutti sulla macchinina bianca presa fuori dal teatro dopo essersi liberati delle armi usate nell’attentato, è un frutto marcio della guerra asimmetrica e parallela dei servizi angloamericani, segnatamente inglesi. Del resto cosa non si farebbe per esportare un po’ di sana democrazia là dove ce n’è più bisogno? Non è un caso se già a fine febbraio la dimissionaria Victoria Nuland ha salutato la segreteria di stato dichiarando al Centro alti studi strategici di Washington che con l’ultima tranche di aiuti l’Ucraina avrebbe fatto accrescere i suoi strumenti di guerra asimmetrica, assai più efficace di quella combattuta sul terreno. Detto, fatto. La signora è buona veggente, avendo anticipato a suo tempo la fine del gasdotto Nordstream. Comunque, gli attentatori sono stati tutti catturati vivi – caso raro nella storia del terrorismo recente – e in buona salute, prima di finire nelle mani del Fsb, l’ex Kgb russo. Chissà quali altre rivelazioni faranno, oltre quelle d’essersi addestrati online e aver compiuto il massacro per pochi spicci, cinquemila dollari a testa. Un po’ pochini persino per gli standard tagiki. Ma vatti a fidare di quel che dicono i russi, meglio attenersi al copione occidentale.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Insomma, il despota Putin s’è ritrovato le bombe in casa dopo essere stato dittatorialmente rieletto per l’ennesimo mandato, con percentuali che fanno l’invidia ogni leader d’Occidente. Poco importa che la stragrande maggioranza dei russi l’avrebbe votato anche senza brogli e pressioni. L’attentato ha ricordato a tutti che la guerra è senza quartiere e il suo strapotere non serve a garantire sicurezza al paese che ha osato mettere i bastoni tra le ruote al nuovo ordine mondiale, veicolato manu militari dalla Nato. L’Occidente è unito, compatto come non mai, la Neoalleanza Atlantica brinda al trentaduesimo stato membro – mancano solo il Montenegro e la Svizzera – e si prepara a rintuzzare le perdite ucraine. Contingenti polacchi e francesi sarebbero già al fronte, dicono i rapporti russi, con la benedizione di Tusk e Macron. Due splendidi esemplari della servile tecnoburocrazia europea che al seguito degli Usa sta conducendo il vecchio mondo al baratro. Come nelle due precedenti guerre mondiali, ma stavolta non ci sarà l’Amerika a salvare l’Europa, piuttosto a spingerla nell’abisso. </span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Il resto del mondo, dall’India al Brasile, dalla Cina all’Iran – l’asse del male – si congratula e fa affari con la Russia di Putin che cresce come non mai, alla faccia delle sanzioni. Dall’altra parte del mondo, negli Usa, i soli che hanno da guadagnarci qualcosa dalla guerra europea in corso, due vegliardi stanno per sfidarsi in un secondo round già visto ma inedito, data l’età dei contendenti. Che la più grande potenza mondiale affidi il suo futuro a due ottantenni è un segno preclaro della sua decadenza fattuale e ideale. Dell’incapacità delle elite d’oltreoceano di rinnovare sé stesse, nella pretesa di continuare a guidare il mondo. Forse solo il vecchio meno rincitrullito tra i due potrà dare un taglio alla guerra e un freno alla storia, spezzare la catena di storpi dietro un cieco, come nel quadro di Bruegel. Ma è un augurio inattuale. L’Amerika, quella vera, non consentirà un Trump due. Prepariamoci alla spinta e al salto, mani nelle mani. Uniti per la libertà, nel migliore dei mondi possibili.</span></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/si-fa-presto-a-dire-amerika-e-isis/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>La democrazia in America, finalmente</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-democrazia-in-america-finalmente/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-democrazia-in-america-finalmente/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 21 Jan 2021 19:07:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qui mondo]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Casa Bianca]]></category>
		<category><![CDATA[democrazia]]></category>
		<category><![CDATA[Iran]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9937</guid>
		<description><![CDATA[Finalmente. L’America liberal e democratica, quella vera, è tornata. L’uomo dal ciuffo arancione, mazziato &#38; scornato, ha mollato. I beninformati già lo danno su uno dei cinque campi da golf del lussuoso villone di Mar a Lago, in Florida. Dove l’ex inquilino della Casa Bianca, se si rivelerà più intelligente di certi granduomini di Casa Nostra, potrà rilassarsi e leccarsi le rogne, andando a zonzo... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-democrazia-in-america-finalmente/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/01/6006e8112500003300e233b2.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9939" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/01/6006e8112500003300e233b2-300x193.jpeg" alt="6006e8112500003300e233b2" width="300" height="193" /></a></p>
<p>Finalmente. L’America liberal e democratica, quella vera, è tornata. L’uomo dal ciuffo arancione, mazziato &amp; scornato, ha mollato. <span id="more-9937"></span>I beninformati già lo danno su uno dei cinque campi da golf del lussuoso villone di Mar a Lago, in Florida. Dove l’ex inquilino della Casa Bianca, se si rivelerà più intelligente di certi granduomini di Casa Nostra, potrà rilassarsi e leccarsi le rogne, andando a zonzo tra le piscine fronte mare e le 128 stanze del suo buen retiro, più che preparare la rivincita per il 2024. Cosa che difficilmente potrà realizzarsi, anche se il secondo impeachment si chiudesse con un nulla di fatto, come probabilmente sarà. Sono stato l’unico presidente a non scatenare guerre negli ultimi decenni, ha detto il vecchio Trump prima d’inforcare la scaletta dell’aereo presidenziale e fare ciao con la manona. Difficile dargli torto, soprattutto a fronte del bombarolo Obama, Nobel per la pace, e dei suoi squisiti predecessori di marca repubblicana.</p>
<p>Largo ai giovani, anzi ai vecchi. Ad accogliere il nuovo inquilino della Casa Bianca c’era il maggiordomo, Trump assente. Ma Joseph Robinette Biden Junior, meglio noto come Joe Biden, non se l’è presa. Anzi, sciolti i bivacchi dei manipoli della guardia nazionale posti a difesa del Congresso e della democrazia in America, l’arzillo Joe, 78 anni all’anagrafe, ha tirato un sospiro di sollievo per l’evitata guerra incivile e mostrato subito di che pasta è fatto. Imponendo dure misure per il contenimento del Coronavirus, lasciato libero di scorrazzare dall’ex presidente: mascherina d’obbligo, per tutti, negli uffici federali. Poi s’è dato a nomine di grande caratura. Prima fra tutte Samantha Power responsabile di Usaid. Come a dire la longa mano della fazione creativa della Cia nell’esportazione della democrazia Usa nel mondo – suoi i capolavori in Nicaragua e Venezuela, per dire – tramite rivoluzioni colorate e meno. Poi un’icona del politicamente corretto, la pediatra (sic) transgender Rachel Levine sottosegretario alla sanità. Quella/o che l’amico scrittore Adriano Angelini, pur non insensibile al fascino del made in Usa, ha definito “un coso con una parrucca bionda in testa”. L’immarcescibile John Kerry, l’arcitrombato di sempre, al posto chiave di guardiano del riscaldamento globale, formidabile battaglia di punta del progressismo neoglobal. Sorvoliamo sul neosegretario di stato Anthony Blink, Tony per gli amici, allocati soprattutto dalle parti di Tel Aviv. Ci fermiamo qui, che già i complottisti digrignano i denti.</p>
<p>Ma la domanda vera, che tutti si pongono, è: quanto ci metterà il neopresidente a innescare il complesso militar industriale mettendo mano alla tradizione imperiale nordamericana? Chi sarà il primo sulla lista del vecchio Joe? Azzardiamo, come sempre, una previsione, da lavevodettisti quali siamo. Escludiamo la Cina, target finale degli amanti della democrazia d’ogni tacca, il boccone è ancora toppo grosso, al di là della portata anagrafica di Robinette, eppoi si guasterebbero gli affari di famiglia. Escludiamo per similari ragioni gli obiettivi intermedi, il fantaccione Kim e la Russia di Putin che s’ostina a non farsi vassallo degli Usa, come l’Europa. Rompergli i cabasisi nell’Est europeo e in Siria sarà una priorità, certo. Tante belle aree dove alzare il bollore. Ma dove si calerà la pasta sarà in Iran. Qui a giugno ci saranno le elezioni presidenziali e per quella data, potete giurarci, qualcosa accadrà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sopra: Biden e consorte s&#8217;abbracciano davanti al portone della Casa Bianca e la sottosegretaria alla sanità Rachel Levine</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/la-democrazia-in-america-finalmente/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Il vecchio Joe vince, ma resta eterno secondo</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-vecchio-joe-vince-ma-resta-eterno-secondo/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-vecchio-joe-vince-ma-resta-eterno-secondo/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 09 Nov 2020 19:03:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qui mondo]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Biden]]></category>
		<category><![CDATA[Joe]]></category>
		<category><![CDATA[presidenziali]]></category>
		<category><![CDATA[Trump]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<category><![CDATA[vittoria]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9915</guid>
		<description><![CDATA[Alla fine, il vecchio Joe ce l’ha fatta. Torna alla ribalta, nonno Biden, nel giubilo di mezza America, degli orfani di Killary Clinton e di Gentiloni. Tutti in maschera a festeggiare il ritorno sulla cresta dell’onda dei poteri forti, impersonati dalla mediocrità che è il marchio di fabbrica della democrazia coèva; dall’imbecillità che è un requisito essenziale per occupare posti chiave nella gerarchia del capitale... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-vecchio-joe-vince-ma-resta-eterno-secondo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Alla fine, il vecchio Joe ce l’ha fatta. Torna alla ribalta, nonno Biden, nel giubilo di mezza America, degli orfani di Killary Clinton e di Gentiloni. <span id="more-9915"></span>Tutti in maschera a festeggiare il ritorno sulla cresta dell’onda dei poteri forti, impersonati dalla mediocrità che è il marchio di fabbrica della democrazia coèva; dall’imbecillità che è un requisito essenziale per occupare posti chiave nella gerarchia del capitale globale. Tanto meglio se dovuta a una certa età e all&#8217;avanzato Alzheimer. Secondo all’ombra d’Obama senza che nessuno ne ricordi non dico un’azione, ma manco una frase, l’eterno secondo Biden s’appresta a passare per tale anche fronte alla sua vice Kamala, la vera donna forte del ritrovato regime neodem. Non è un caso che a esultare per la vittoria, tra i primi, siano stati i Fratelli musulmani e gli sgherri dell’esercito libero siriano, semidisoccupati dopo un quadriennio di mancate guerre democratiche. L’export di democrazia ne ha sofferto, ma ora alla Casa Bianca si potranno riequilibrare i conti. Già in Armenia i filoturchi alzano il tiro.</p>
<p>La miglior battuta, ma neanche tanto, l’ha fatta la nipotina di Joe, dichiarando nel sollazzo dei media di regime, troppo felici e intronati per coglierne l’intrinseca verità: “Nonno, sei presidente!” Il vice Obama a dirla tutta presidente ancora non è, canta vittoria ma non la dichiara ufficialmente, per lui lo fanno portavoce e mozzaorecchi, mentre Trump non pare abbia voglia di mollare l’osso. Poco importa se la vittoria sia dovuta, forse, alla più grande rapina postale negli Usa dai tempi della Wells Fargo, e ancor meno se il tempo degli Orchi è di nuovo alle porte, per dirla con Tolkien riletto da Blondet. L’America, quella non più ricca ancorché esportatrice di democrazia, è divisa come non mai: spaccata esattamente a metà come una mela marcia. Come non accadeva dai tempi della guerra civile, prima delle guerre indiane. Frodi elettorali a parte, nel grande stallo che s’è aperto con le presidenziali del 3 novembre l’unica certezza è che gli Usa non sono quelli d’una volta, anche se sul palcoscenico tornano le vecchie maschere, ammantate di progresso &amp; libertà.</p>
<p>Mezza America ha votato per Biden pur di togliersi di mezzo Trump, l’altra mezza per non far stravincere quelle elite sedicenti democratiche il cui unico fine è schiacciare ogni velleità popolare. Trump aveva molti difetti, ma il pregio d’essere talmente ricco da fregarsene di neocon &amp; neodem; rifuggire ogni ideologia e fare di testa sua, concedendosi qualche bluff anche per non scontentare troppo i suoi inquietanti famigli e i loro perniciosi referenti mediorientali. Potrebbe anche tenere duro fino a gennaio, quando scadrà formalmente il suo mandato, e ottenere quella conta che sarebbe esiziale alla tenuta democratica della vecchia America. Ma per farlo dovrebbe avere dalla sua tutto il Gop, l’elefantiaco partito repubblicano che ha smantellato e ora gli si torcerà contro, orbo e felice di venire a patti coi neovincitori dell’Asinello. Per questo, alla fine, Trump si godrà il buen retiro che anche gli orchi vorranno concedergli.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/il-vecchio-joe-vince-ma-resta-eterno-secondo/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>C&#8217;era una volta il giardino di casa Usa. E c&#8217;è ancora</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/cera-una-volta-il-giardino-di-casa-usa-e-ce-ancora/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/cera-una-volta-il-giardino-di-casa-usa-e-ce-ancora/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 16 Nov 2019 08:27:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qui mondo]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[Bolivia]]></category>
		<category><![CDATA[Guaidò]]></category>
		<category><![CDATA[Maduro]]></category>
		<category><![CDATA[Morales]]></category>
		<category><![CDATA[Sudamerica]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>
		<category><![CDATA[Venezuela]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9605</guid>
		<description><![CDATA[C’era una volta l’Altra America. Era il giardino di casa Usa, dove fin dai primi dell’800 il presidente Monroe disse che nessuno oltre agli stessi Usa doveva mettere il naso, con l’omonima dottrina. Per dar più forza al concetto il massone Teodoro Roosevelt, succeduto all’assassinato McKinley e nobilitato col Nobel per la pace nonostante le sue cannoniere scorrazzassero dal Nicaragua alle Filippine, applicò un secolo... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cera-una-volta-il-giardino-di-casa-usa-e-ce-ancora/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>C’era una volta l’Altra America. Era il giardino di casa Usa, dove fin dai primi dell’800 il presidente Monroe disse che nessuno oltre agli stessi Usa doveva mettere il naso, con l’omonima dottrina. <span id="more-9605"></span>Per dar più forza al concetto il massone Teodoro Roosevelt, succeduto all’assassinato McKinley e nobilitato col Nobel per la pace nonostante le sue cannoniere scorrazzassero dal Nicaragua alle Filippine, applicò un secolo dopo la politica del “big stick”: un “grosso bastone” con cui convincere i malintenzionati a tenersi alla larga e i recalcitranti a soggiacere alla libertà e al progresso formato esportazione.</p>
<p>Dalla propria indipendenza, nessuno stato latinoamericano s’è sottratto alle attenzioni di Washington, cedendo a golpe militari e regimi totalitari quando le bastonate, o i dollari, non bastavano. Sembrava che, con la fine della guerra fredda, il Sudamerica potesse risvegliarsi dal suo torpore, riscattarsi dall’ingombrante vicino. Lula in Brasile, Chavez in Venezuela, Morales in Bolivia, Mujica in Uruguay, Correa in Ecuador, per non dire dell’immarcescibile Castro a Cuba e del ritorno dei sandinisti in Nicaragua, avevano fatto credere che un’America davvero altra fosse cosa fatta, la rinascita della sinistra nel giardino addirittura possibile. Invece, nel giro di pochi anni, tutto è tornato al suo posto. Democrazia e libertà trionfano ovunque, tranne che nel Venezuela di Maduro e all’Avana. Ma anche lì è solo questione di tempo per tornare a sentire il fruscìo dei dollari, l’inebriante profumo di libertà made in Usa.</p>
<p>L’ultimo a cedere alle pressioni di Washington – cioè delle piazze, nella vulgata del circo mediatico – è stato Morales, già leader d’indios e desperados. Costretto a fuggire in Messico da un golpe che ha la chioma bionda e le piacevoli fattezze di Jeanine Anez, senatrice dell&#8217;opposizione autoproclamatasi presidente con più successo di quanto fatto a Caracas dall’altra figurina nel paniere degli States, Guaidò. Sarà per questo che l’uomo di Washington, il bel Juan, oggi rilancia richiamando la gente in piazza, a Caracas. In ballo ci sono le riserve del principale produttore di greggio in America, in ballo c’è la libertà nel più bel fiore del giardino.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/cera-una-volta-il-giardino-di-casa-usa-e-ce-ancora/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Philip Roth, una morte da giganti</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 May 2018 15:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[Nobel]]></category>
		<category><![CDATA[Philip Roth]]></category>
		<category><![CDATA[scrittori]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9370</guid>
		<description><![CDATA[Neanche s’è freddata la salma di Philip Roth e già è partito il peana: è morto un gigante della letteratura privato del Nobel. Ai giurati svedesi, peraltro fuori gioco dopo i fattacci che hanno stoppato il premio nel salotto buono della letteratura mondiale, devono fischiare le orecchie. Ma privato da chi, poi? Eppoi Roth ha fatto incetta di premi letterari e non, dal Pulitzer ottenuto... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9371" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><img class="size-medium wp-image-9371" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/philip-roth-300x200.jpg" alt="Sopra: Philip Roth secondo Andy Friedman sul New Yorker" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Sopra: Philip Roth secondo Andy Friedman sul New Yorker</p></div>
<p>Neanche s’è freddata la salma di Philip Roth e già è partito il peana: è morto un gigante della letteratura privato del Nobel. <span id="more-9370"></span>Ai giurati svedesi, peraltro fuori gioco dopo i fattacci che hanno stoppato il premio nel salotto buono della letteratura mondiale, devono fischiare le orecchie. Ma privato da chi, poi? Eppoi Roth ha fatto incetta di premi letterari e non, dal Pulitzer ottenuto nel ‘98 con Pastorale americana, tra i suoi più noti. Un farfuglio di vita (nord)americana, sesso e spiritualità ebraica che ne ha fatto, se non un gigante come vuole la vulgata mainstream, certo un pezzo da novanta delle narrativa statunitense contemporanea di marca ebraica.</p>
<p>Ma Roth, pur essendo ammesso a riti e miti della sua gente, s’è sempre sentito un americano e punto. E l’America tracima dalla sua produzione letteraria in tutte le sue introversioni, con l’occhio del bianco di buona società che può farsi beffe del paese politicamente corretto che l’ha iconizzato e bacchettato allo stesso modo, come dell’altro contro cui polemizzava, personificato da Trump. Da lui definito «un ignorante spaccone, abietto, vendicativo e probabilmente un po&#8217; demente». Oltre che, ovviamente, «folle». Ma quell’America lì Roth la odiava, puramente, e ne era caldamente ricambiato con egual malanimo.</p>
<p>Checché se ne pensi della sua produzione, gigantesca o soporifera, nelle 24 opere all’attivo, oltre a svariati saggi e racconti tutti da antologizzare, da Addio, Columbus (della fine degli anni ‘50, tradotto in Italia nel ‘60) all’ultimo Nemesi, del 2010, Roth ha attraversato mezzo secolo di letteratura, non solo statunitense, spesso servendosi dell’alter ego Zuckerman, con le stimmate del successo che l’ha arriso dai tempi del Lamento di Portnoy. Era il ’69, l’epoca della contestazione globale, ma un tale che si masturbava sul lettino dello psicanalista faceva ancora scandalo. Una vita d’ipocrisie, la vita che dà e toglie senso a cavallo di fatti e finzioni, è il filo rosso di Roth. Un filo dai molti nodi e un finale senza botto.</p>
<p>Separato da due mogli – dalle quali era dipinto in maniera tutt’altro che benevolo, e a cui aveva replicato alla sua maniera dalle pagine di Quando lei era buona e Ho sposato un comunista – qualche problemuccio d’esaurimento nervoso alle spalle e di salute dovuta all’età, Roth aveva deciso, alla soglia degli ottant’anni, di non scrivere più. Con coerenza encomiabile, s’era detto che non gl’interessava più, tutto quello che aveva da dire l’aveva già detto e del resto poco gl’importava. S’era ritirato nella casa di campagna nel Connecticut, abbandonando il lussuoso appartamento nell’upper west side di New York. La morte l’ha colto qui, a 85 anni.</p>
<p>Coi suoi famigliari è stato irremovibile: alla mia morte bruciate tutto, alla faccia d’inediti e di Andrew Wylie, il suo potentissimo agente letterario detto “lo sciacallo”. Il modo migliore di rispettare i lettori, e soprattutto sé stesso, per chi aveva deciso di gettare la penna alle ortiche liberandosi da tutto e da tutti, vivendo in splendida solitudine senza più quell’ansia di narrare storie che l’aveva salvato da sé stesso ma verso cui non provava più niente, al pari del resto. «Raccontare storie era tutto per me, ma non è più il centro pulsante della mia vita – ha confessato in una delle ultime interviste – non avrei mai immaginato che potesse succedermi. Ma non avrei nemmeno immaginato tante delle cose che stanno accadendo». Una fine, davvero, da giganti silenziosi.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>C&#8217;era una volta l&#8217;America nei mille volti di Pittsburgh</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/cera-una-volta-lamerica-nei-mille-volti-di-pittsburgh/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/cera-una-volta-lamerica-nei-mille-volti-di-pittsburgh/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 22 May 2018 10:03:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Scrissi d'arte]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[arte]]></category>
		<category><![CDATA[Bologna]]></category>
		<category><![CDATA[fotografia]]></category>
		<category><![CDATA[Mast]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[mostra]]></category>
		<category><![CDATA[Pittsburgh]]></category>
		<category><![CDATA[Wes]]></category>
		<category><![CDATA[William Eugene Smith]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=9360</guid>
		<description><![CDATA[Pittsburgh se la sono litigata un po’ tutti. Giubbe rosse e francesi quando era un ammasso di tronchi, Fort Pitt, sulle sponde dell’Ohio. Pellerossa e trapper. Federali e confederati, che non distante dalla città della Pennsylvania, a Gettysburg, si scannarono nella battaglia più sanguinosa della guerra civile nordamericana, un macello che mise fine alla velleità sudista di conquistare il nordest unionista. Pittsburgh conquistò anche William... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cera-una-volta-lamerica-nei-mille-volti-di-pittsburgh/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/William-Eugene-Smith.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9361" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/William-Eugene-Smith-300x209.jpg" alt="william-eugene-smith" width="300" height="209" /></a></p>
<p>Pittsburgh se la sono litigata un po’ tutti. Giubbe rosse e francesi quando era un ammasso di tronchi, Fort Pitt, sulle sponde dell’Ohio. Pellerossa e trapper. <span id="more-9360"></span>Federali e confederati, che non distante dalla città della Pennsylvania, a Gettysburg, si scannarono nella battaglia più sanguinosa della guerra civile nordamericana, un macello che mise fine alla velleità sudista di conquistare il nordest unionista. Pittsburgh conquistò anche William Eugene Smith (1918-78), grossomodo un secolo dopo, alla metà degli anni ‘50. La città aveva attraversato quel secolo da protagonista del boom industriale ed economico, era il paradigma del sogno americano con le sue ombre e le sue luci. Affascinato dai suoi fumi e lumi, dall’umanità dolente e gaudente che si trascinava in quello che all’epoca poteva dirsi l’epicentro della modernità, Wes si dette un compito all’apparenza impossibile. Scandagliare l’animo della città come fosse un corpo unico, la sua pelle sotto quella degli abitanti. Come fosse un medico di campagna o una guardia civil, una delle figure immortalate nei reportage che l’avevano reso una celebrità del giornalismo d’inchiesta, dalle pagine di Life.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Wes-Fronte-del-Pacifico-Saipan1944.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9363" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Wes-Fronte-del-Pacifico-Saipan1944-244x300.jpg" alt="wes-fronte-del-pacifico-saipan1944" width="244" height="300" /></a></p>
<p><strong>Una passeggiata nel giardino del paradiso</strong></p>
<p>Su quella rivista Wes raccontò gli orrori della Seconda guerra mondiale che divenne iconica anche grazie ai suoi scatti, finché nel maggio 45, a Okinawa, quando in Europa la guerra era già finita, una granata giapponese gli fece quasi saltare la faccia. Riprese in mano la macchina fotografica un bel po’ di tempo dopo, non senza essersi chiesto, nel frattempo, se ancora sarebbe stato capace di fotografare o ne valesse la pena. La risposta è in quello scatto che resta a tutt’oggi un’icona della fotografia d’ogni tempo, una delle immagini più suggestive ed evocative di sempre. La passeggiata nel giardino del paradiso che scattò a due dei quattro figli, convalescente, nel ‘46. Dove i due bambini che sbucano all’aperto da una forra, investiti da un sprazzo luminoso, simboleggiano come meglio non si potrebbe non solo un momento d’intimità famigliare, ma l’umanità che torna alla luce, fiduciosa e curiosa, dopo aver attraversato le barbarie e l’oscurità della guerra.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Wes-The-Walk-to-Paradise-Garden-1946.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9364" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Wes-The-Walk-to-Paradise-Garden-1946-255x300.jpg" alt="wes-the-walk-to-paradise-garden-1946" width="255" height="300" /></a></p>
<p><strong>Tenendo per mano tragedia e disperazione</strong></p>
<p>Di tanta speranza restavano briciole a Wes quando, meno d’un decennio dopo, attraversava le vie di Pittsburgh per cogliere l’anima della città attraverso i mille volti delle cose e della gente. Un’ossessione durata anni, più che il lavoro d’una vita. Come se la passava lo rende al meglio una lettera che Wes scrisse alla “carissima madre” durante quel tristo girovagare alla cerca dell’impossibile, solo e senza un soldo, perso dietro un sogno che gli sfuggiva di continuo e un’ossessione che l’attanagliava sempre. “Forse stiamo camminando tenendoci per mano, io e la tragedia, e con la disperazione siamo in tre. Ma non allarmarti, sono in seria difficoltà, non devastazione, e ognuno avrà il denaro che gli spetta”. Rileggerla oggi sui muri del Mast, quella frase, fa un certo effetto.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Mast-Bologna-2ok-foto-dellautore.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9365" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Mast-Bologna-2ok-foto-dellautore-300x225.jpg" alt="mast-bologna-2ok-foto-dellautore" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Smith al Mast nel centenario della nascita</strong></p>
<p>Al viaggio a Pittsburgh d’uno dei più quotati maestri della fotografia statunitense la Manifattura delle arti, sperimentazione e tecnologia di Bologna dedica una retrospettiva, nel centenario della nascita. Una selezione di materiali messi a disposizione dalla fondazione Carnagie, coerentemente alla vocazione verso l’immagine industriale che la struttura nata per iniziativa dell’imprenditrice e mecenate Isabella Seragnoli si porta fin dalla nascita, nel 2013. Sembra d’entrare a Fort Knox tanto si è tenuti d’occhio nelle sale a Borgo Panigale che rappresentano un fiore all’occhiello per la città – per il paese – anche se questa si tiene ai margini. Si è in un mondo davvero altro, qui, etereo come le nuvole che si specchiano sulla lastra a semicerchio dell’ingresso o l’acqua che fluttua tra i sassi del vialetto. E beati quei bambini che, nell’asilo nido annesso al centro, possono godersi tanta alterità dal presente.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Mast-Bologna-ok-foto-dellautore.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9366" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Mast-Bologna-ok-foto-dellautore-300x225.jpg" alt="mast-bologna-ok-foto-dellautore" width="300" height="225" /></a></p>
<p><strong>Pittsburgh specchio d&#8217;un tempo andato</strong></p>
<p>Wes seppe ritrarre al suo meglio la città che per oltre un secolo ha rappresentato un polo industriale, l’America profonda e il mondo in divenire, anche se per farlo non impiegò i due mesi richiesti dal committente ma anni, quel che restava della vita. E anche se i suoi scatti non sono magniloquenti e iconici come quelli puri e duri dei guerrieri della guerra o dei suoi orrori che lo consacrarono presso il grande pubblico, restano specchio d’un tempo andato, e più non è dato avere. Il volto del forgiatore, le ciminiere degli altoforni sullo sfondo delle guglie di Saint Michels, ragazzini bianchi e neri che giocano assieme per strada – una rarità, nell’America degli anni Cinquanta – rivelano uno sguardo indagatore pregno dei tre comandamenti che Wes ha lasciato alla fotografia prima che il diabete se lo portasse via neanche sessantenne, dopo una sequela d’eccessi, successi e rovesci.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Wes-Deposito-Us-Steel-1955-57-@Mast.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9367" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/Wes-Deposito-Us-Steel-1955-57-@Mast-192x300.jpg" alt="wes-deposito-us-steel-1955-57-mast" width="192" height="300" /></a></p>
<p><strong>I tre comandamenti di Wes</strong></p>
<p>Che l’immagine sia soprattutto recita, racconto, messinscena necessaria a renderla emblematica, dunque vera. Nelle sue immagini c’è una notevole dose di finzione, nella consapevolezza precontemporanea che il finto non necessariamente è falso: lo è se si spaccia per vero. Che a nulla serve la profondità di campo se non c’è profondità di sentimento. Buon ultimo, e corollario dei precedenti, che non c’è contraddizione tra fotografia d’arte e di cronaca se si vuole andare al fondo delle cose, cercarne le verità nascoste. Ben detto Wes, ben fatto Mast. Gratis, fino al 16 settembre. Info <a href="http://www.mast.org" target="_blank">www.mast.org</a>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/cera-una-volta-lamerica-nei-mille-volti-di-pittsburgh/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Magico Trump, ma passerà Jena Hillary</title>
		<link>https://www.mauriziozuccari.net/site/magico-trump-ma-passera-jena-hillary/</link>
		<comments>https://www.mauriziozuccari.net/site/magico-trump-ma-passera-jena-hillary/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 08 Jun 2016 09:49:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Qui mondo]]></category>
		<category><![CDATA[America]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Hillary]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[primarie]]></category>
		<category><![CDATA[Sanders]]></category>
		<category><![CDATA[Trmp]]></category>
		<category><![CDATA[Usa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.mauriziozuccari.net/site/?p=8947</guid>
		<description><![CDATA[Chissà perché i media si sgolano e i liberal d’ogni colore si sbracciano per Hillary. Sarà perché è la prima donna in corsa per la Casa Bianca (con la quasi certezza di salire al soglio del Campidoglio), in un paese dove fino a trent’anni fa non potevi manco salire sugli autobus di certi stati se eri di colore, e ancora oggi se sei negro –... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/magico-trump-ma-passera-jena-hillary/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Trumpgreat.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8948" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Trumpgreat-300x225.jpg" alt="Trumpgreat" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Chissà perché i media si sgolano e i liberal d’ogni colore si sbracciano per Hillary. Sarà perché è la prima donna in corsa per la Casa Bianca (con la quasi certezza di salire al soglio del Campidoglio), in un paese dove fino a trent’anni fa non potevi manco salire sugli autobus di certi stati se eri di colore, e ancora oggi se sei negro – diciamolo così, in modo impoliticamente corretto – è meglio girare alla larga da certi poliziotti. <span id="more-8947"></span>Insomma, nel paese delle libertà e nei suoi accoliti mediatici fa certo notizia l’essere donna, ed essere in vista della Casa Bianca. Un po’ come l’ha fatta il negretto Obama che l’ha preceduta e ora, vedi un po’, l’appoggia.</p>
<p>Intanto, Magic Trump se la ride dall’altro dei suoi 1.500 candidati e passa, nessuno ad acchiapparlo di spalle e una strada tutta in discesa fino alla convention repubblicana di luglio. Neppure le forche di Los Angeles gli hanno fatto paura: la California – da sempre crocevia del voto Usa – poteva fargli pollice verso in massa alle primarie del 7 giugno, e non lo avrebbe scalfito. Anche nella West coast, invece, Don Trump ha fatto man bassa. Un esito impensabile, uno shock per buona parte dell’establishment del Gop – l’Old great party, come amano dirsi i repubblicani – e degli avversari d’ogni sorta, costretti a buttare giù l’amaro pillolone di Trump in boria e parrucchino candidato non più virtuale alla presidenza. Oppure fermarlo con mezzi più o meno leciti prima – ma anche dopo – che arrivi davvero a cambiare l’aria nelle stanze del potere a Washington Dc. Neanche la pietra d’inciampo dei 50 milioni d’evasione fiscale – robetta, per l’arcimiliardario newyorchese che fattura con la sua multinazionale oltre 10 miliardi di dollari, la metà utili netti – ha inciso su un elettorato disposto a dargli carta bianca per la Casa bianca. Ora ai suoi tanti nemici non restano che gli sfottò e qualche “october surprise” – tipo quella capitata a Carter sulla via di Teheran – per fermarlo. Anche se difficilmente la spunterà sulla rivale.</p>
<p>Sull’altro fronte, la strada è pure in discesa per donna Clinton, che alle primarie californiane si è aggiudicata la posta ma sul groppone le resta Sanders, può ostico del previsto. Bernie il rosso esce battuto ma non sconfitto. Ostacolo sormontabile sulla strada della ex first lady, ha fatto sì che parole cadute in disuso nel vocabolario Usa come rivoluzione e sinistra siano tornate in auge. E già è una vittoria. Può anche darsi che per lui arrivi una bella vicepresidenza alla fine dei giochi, se saprà tenere lingua e idee a freno. Neppure il verminaio di mail inviate dalla segreteria di stato – perle tipo: spianeremo le reni all’Iran per conto d’Israele – impediranno alla new first lady di entrare nell’ufficio ovale del Campidoglio, spinta dalle lobby – militare ed ebraica in primis – che contano.</p>
<p>Magico Trump. Ha fatto repulisti del bushame che dominava il Gop da un ventennio, sbanca nei profondi States come nella Grande Mela dove svetta la sua Trump tower, ma i sondaggi lo danno indietro in ogni etnia e ceto sociale. È contro le guerre – infatti dalla lobby degli armieri non becca un dollaro – non vuol farsi nemici russi e cinesi (business is business), vuol stringere le mani grassocce di Kim Yong Un e alzare muri per i Meridios ma resta un pericolo per la pace mondiale e la stessa America. Hillary, invece, è un’icona del progresso, specie tra neri, latinos e liberal, democratici d’ogni colore e paese. Sarà per il sorriso da jena ridens che ricorda tanto quello di Jena Plissken in Fuga da New York e sfodera ogni volta che deve far bombardare qualcuno. Roba che, al confronto, la buonanima della Tatcher era un&#8217;accorata pacifista. Se Trump saprà far uscire dal suo cilindro qualcosa per far cambiare idea alla maggior parte degli yankee e ai loro servi malfidi, sarà davvero magico.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>https://www.mauriziozuccari.net/site/magico-trump-ma-passera-jena-hillary/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
