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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Assad</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>La fine del gatto mammone</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 17:36:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cade Assad in un conflitto lampo, dopo un quindicennio di guerra civile. La Siria, sull’orlo della spartizione a tre, tutto sarà fuorché democratica. Gli Usa si terranno i pozzi, Erdogan si sbarazzerà dei curdi, Bibi realizza la Grande Israele. E Mosca resta col cerino spento, mentre l’Iran aspetta il suo turno Certe volte i proverbi le sparano grosse ma certe altre ci azzeccano proprio. Come... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-fine-del-gatto-mammone/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/turkproxies-9637278.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10577" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/turkproxies-9637278-300x169.jpg" alt="turkproxies-9637278" width="300" height="169" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/Hermon.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10578" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/Hermon-300x169.jpg" alt="Hermon" width="300" height="169" /></a></p>
<p><strong>Cade Assad in un conflitto lampo, dopo un quindicennio di guerra civile. La Siria, sull’orlo della spartizione a tre, tutto sarà fuorché democratica. Gli Usa si terranno i pozzi, Erdogan si sbarazzerà dei curdi, Bibi realizza la Grande Israele. E Mosca resta col cerino spento, mentre l’Iran aspetta il suo turno</strong><span id="more-10576"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Certe volte i proverbi le sparano grosse ma certe altre ci azzeccano proprio. Come in questo caso: chi la dura la vince. Erano tre lustri che, a colpi di primavere arabe e appelli alla democrazia globale, i giusti d’ogni colore e soprattutto quelli di casa a Tel Aviv e Washington l’avevano giurata a Bashar al-Assad. Da domenica, finalmente, il sanguinario despota di Damasco è caduto, la Siria è tornata nell’alveo delle libertà e tutti i sinceri progressisti possono dirsi grati a Dio, o Allah che dir si voglia. Pace a chi resta e potrà darsi finalmente al risorgere alle libertà, in un paese che, tra le sperticate lodi delle democrazie occidentali ai nuovi padroni, tornerà a essere quel regno di Bengodi che un cinquantennio di dittatura Baath aveva reso un tristo regime. Se quel vecchio volpone di Kissinger potesse uscire dalla tomba, sarebbe il primo a congratularsi con sé stesso e i liberatori. Lui l’aveva detto chiaro fin dall’inizio della guerra civile per procura, nel 2011, e ribadito quando russi e iraniani non avevano permesso di scalzare Assad da Damasco, come stavano facendo le spontanee sollevazioni popolari con altri governi nel Medio Oriente. “Credete che le primavere siano per i begli occhi degli arabi? L’unica soluzione per metterla a terra – la Siria, ndr – adesso è bruciarla dall’interno”. C’è voluto un bel po’, ma chi la dura la vince.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sintomatici del ritrovato sentimento democratico sono gli appelli dei conduttori tv e dei quadri del vecchio regime, alcuni già fedelissimi, passati armi e concetto ai nuovi padroni. Dove spicca, alla testa dei democraticissimi liberatori di Hayat Tahrir al-Sham, filiazione di Al-Qaeda, quell’Abu Mohammad al-Golani, o Al Jolani, sul cui capo pende tuttora una taglia da 10 milioni di dollari – mica bruscolini – quale terrorista islamico, ora convertito sulla via di Damasco, come san Paolo, e annoverato tra i volti nuovi della democrazia. Qualche foto taroccata già lo dà in preghiera sotto al muro del pianto, ma possiamo star certi che tra non molto lo vedremo, novello Zelensky, stringere mani e dar pacche sulle spalle ai bei nomi della democrazia totalitaria, da Von der Layen a Rutte, da Macron a Trump. Tutti troppo occupati all’inaugurazione della risorta Notre Dame, nella nuova veste paraclassica e paramassonica, per vedere ciò che accadeva di domenica sera nel vicino Oriente. Più accorto, neanche il tempo per Assad di darsi alla fuga che già Netanyahu ordinava ai cingolati di Tel Aviv di spingersi oltre le alture del Golan occupate in barba al cosiddetto diritto internazionale, e alle truppe speciali e ai bombardieri d’azzerare la residua capacità militare dell’esercito siriano dalla frontiera del Libano alla Giordania. Sul monte Hermon, a trenta chilometri da Damasco, sventola ora la bandiera con la stella di Davide, tutto il sud del paese è saldamente in mano israeliana e così sarà nei tempi a venire.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eretz Israel, la grande Israele è un fatto compiuto, dalla Striscia ridotta a tabula rasa al devastato Libano, dal carnajo della Giordania – prossima tappa, se non saprà far tacere i profughi palestinesi che ancora si agitano nei campi – alla martoriata Siria, Sion è ovunque e la sua longa manus può colpire chiunque. Il macellajo di Dio aveva visto giusto a darsi tanto da fare, dopotutto, e ora che la via è sgombra sarà un gioco da ragazzi sbarazzarsi dell’ultimo nemico e aprirsi la via di Teheran. Basterà l’ultima spintarella, ma forse un nemico in ginocchio, da colpire a piacimento, è ancora più utile di uno spacciato per sempre. Intanto Israel Katz, ministro della Difesa, può gongolare: «Abbiamo assestato un colpo formidabile all’asse del male». Ben detto, e soprattutto fatto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma come è stato possibile a una banda di sgarrupati scannapolli, fino a quel momento asserragliati a Idlib e poco oltre, di prendersi in pochi giorni un paese che resisteva da un quindicennio a ogni cospirazione? Che una congerie di poche migliaia di ex terroristi male in arnese, senza armi pesanti e lo straccio d’un carro armato, con poche sgangherate carrette armate di mitragliere e un pugno di droni made in Ucraina abbiano avuto ragione di un esercito malridotto, sì, ma con oltre 270mila uomini, centinaia di carri, cannoni e aerei, forte di migliaia di miliziani di hezbollah e pasdaran e soprattutto dell’appoggio della marina e dell’aviazione russa? Un esercito che si è squagliato dopo i primi scontri, peraltro favorevoli, arrendendosi di fatto senza combattere ai tagliagole inneggianti alla libertà.  Per ritrovare un precedente simile dobbiamo sbarcare con Garibaldi a Marsala, risalire la Sicilia e la Calabria per vedere i soldati di Franceschiello filarsela e arrendersi a frotte ai liberatori d’Italia. Dobbiamo accompagnarci a Cadorna alla passeggiata di Porta Pia e vedere gli zuavi francesi sparacchiare un po’, tanto per fare scena, prima di darsela a gambe per le vie di una Roma non più papalina. Cos’è successo, dunque?</p>
<p style="font-weight: 400;">Se Bibi s’è pappato il boccone grosso e si prepara a fare una scorpacciata dell’ultima pietanza in terra d’Iran, pure i commensali al banchetto che vedrà la Siria seguire la sorte della Libia, smembrata e sbranata, e i suoi pozzi petroliferi spartiti tra i vincitori, sono diversi. Primo fra tutti Erdogan che, con l’abbraccio a Bibi per schiantare l’asse del male e il dittatorello di Damasco, ha dato inizio ai giochi e spinto i liberatori a fare il colpo grosso. Al Jolani e le sue milizie sono sul suo libro paga, e serviranno a ritagliarsi una bella fetta di Siria ripulendola dai curdi che ancora s’ostinano, nel nord, a resistere ai liberatori. Per loro la fine di Assad rappresenta la caduta dalla padella alla brace; nessuna tregua ma un bel repulisti fino all’eliminazione finale del Rojava e delle sue unità di autodifesa. Non del Kurdistan sotto protettorato Usa, però, che manterrà il controllo – in barba al solito diritto internazionale – sulle aree occupate a est e sud del paese, quelle coi giacimenti petroliferi più ricchi, che già Trump pensava di restituire e invece dovrà suo malgrado tenersi, soprattutto se i pozzi iracheni ancora sotto occupazione torneranno effettivamente al legittimo proprietario entro il prossimo anno, come richiesto dal parlamento di Baghdad. Dai campi statunitensi in Siria sono partiti i raid che hanno spazzato i rinforzi in arrivo dall’Iraq per il regime, prima che cadesse, e qualcosa si dovrà pur avere in cambio. Poi vuoi negare la soddisfazione di un altro paletto messo in quel posto a Trump sulla via di Washington? Gestire l’eredità venefica di Biden sarà sempre più difficile. Ma neanche il balletto a tre tra Bibi, il gran visir e il morto che cammina alla Casa Bianca ha fatto schiantare Assad in un fiat. C’è voluto altro. Un quarto, maldestro danzatore.</p>
<p style="font-weight: 400;">All’inizio delle operazioni su Aleppo, a fine novembre, i jet russi di stanza a Latakia hanno bombardato i ribelli per contenerne l’avanzata. Poi più niente. L’unico aereo russo a levarsi in volo è stato quello che ha portato Assad e famigli a Mosca, spinto dai suoi protettori – il comunicato russo parla di “pace inclusiva”, magica parolina dei tempi nuovi entrata persino nel gergo militare – mentre Egitto e Giordania avevano addirittura consigliato al despota di formare un governo in esilio. Povero Bashar, lui che voleva fare l’oculista e per quel sogno aveva il fisico e tanto studiato a Londra, e mai si sarebbe sognato di darsi alla politica e tantomeno al governo, se il fratello maggiore, Basil, non fosse perito nel più classico accidente stradale dei servizi e il padre Hafiz, artefice della dinastia, non fosse morto d’infarto. Povero Bashar, che per non perire s’è grappato ai soli che potessero salvarlo, i russi, e alla fine s’è dimostrato savio quanto uno dei ciechi di Bruegel. Si vocifera che in cambio della sua pellaccia e della Siria Mosca abbia messo sul piatto della bilancia nientemeno che il guitto Zelensky, che alle prossime elezioni – prima o poi si faranno – ci lascerà le penne e dovrà passare la mano a qualcuno in grado di fare la pace in una guerra che non si vince. Povero Assad, che in arabo significa leone e ha fatto la fine del gatto mammone. E povera Siria, soprattutto, ora più che mai.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che il conflitto nel paese rappresenti la saldatura tra le guerre in corso, in Medio oriente e in Europa, è chiaro in campo e fuori. Sul terreno, perché servizi e reparti speciali ucraini si sono dati un bel po’ da fare, coi droni e i volontari, sotto l’occhio vigile dei turchi, per dare una mano alle milizie jihadiste, mentre russi, hezbollah e pasdaran erano in altre faccende affaccendati e sotto botta. Se così fosse, e forse è, Putin – non a caso elogiato da Erdogan per quanto ha fatto – ha commesso un doppio sbaglio, più grosso ancora dello scatenare una guerra che non è stato in grado di vincere. Può forse garantirsi la pace sul fronte orientale e, chissà, i tre ballerini gli lasceranno pure il contentino della base nel Mediterraneo orientale, per quel che vale. Ma i suoi alleati, dall’Iran alla Cina, vera posta in gioco della guerra che verrà, sanno che dei russi c’è poco da fidarsi, pronti come sono a mollare l’arrosto per il biscottino. Vada come vada, l’Occidente ha preso due grassi piccioni con la classica favetta: fatto fuori un feroce dittatore mentre l’altro è lì che aspetta il suo turno. I dittatori, si sa, sono come le mele: alcuni marci e altri tanto utili da levare il medico di torno. I media mainstream possono sbizzarrirsi a mostrare gli orribili carceri del despota caduto e tessere lodi del nuovo che avanza. Poi, quando si vedrà che hanno suonato il piffero dalla parte sbagliata, sarà tardi ma poco importa. La libertà, come recita quello spot, non ha prezzo e loro, come chi sta dalla parte giusta, non pagheranno mai il conto.</p>
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		<title>Safe zone e migranti, le carte truccate di Erdogan</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Sep 2019 09:45:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[“Safe zone in Siria o apro le porte ai rifugiati verso l’Europa”. Il monito è chiaro, il ricatto pure. Col suo consueto stile misurato, Erdogan avverte l’Ue: se non avrà mano libera in Siria se la vedrà con una nuova massa di migranti. La faccenda è anche economica: l’Unione ha sborsato ad Ankara sei miliardi di euro perché la Sublime porta s’aprisse alle torme di... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/safe-zone-e-migranti-le-carte-truccate-di-erdogan/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/09/1-122-931x1024.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9553" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/09/1-122-931x1024-300x188.jpg" alt="1-122-931x1024" width="300" height="188" /></a></p>
<p>“Safe zone in Siria o apro le porte ai rifugiati verso l’Europa”. Il monito è chiaro, il ricatto pure. <span id="more-9551"></span>Col suo consueto stile misurato, Erdogan avverte l’Ue: se non avrà mano libera in Siria se la vedrà con una nuova massa di migranti. La faccenda è anche economica: l’Unione ha sborsato ad Ankara sei miliardi di euro perché la Sublime porta s’aprisse alle torme di rifugiati fuggiti dalla guerra in Siria, in cui il neosultano ha tanta parte. Meno della metà sono stati versati, e mancano al saldo poche centinaia di milioni.</p>
<p>Erdogan alza la voce con un duplice obiettivo. Far sì che l’Europa non chiuda i cordoni della borsa e ottenere il riconoscimento d’una safe zone – meglio, zona cuscinetto – da ripopolare con buona parte dei tre milioni di profughi siriani, per lo più simpatizzanti islamici avversi al regime di Damasco. Un’area estesa da Jarablus al confine iracheno, 450 chilometri per una trentina di profondità, per tenere a bada i curdi e mettere definitivamente le mani su una bella fetta di Siria e le sue risorse di gas e petrolio, sottraendola all’odiato Assad e agli odiatissimi curdi.</p>
<p>La faccenda è anche geopolitica. L’area, occupata dalla Turchia, è pattugliata insieme alle forze d’occupazione Usa e anglofrancesi, in barba a diritto internazionale o risoluzioni Onu. Ed è utilizzata, buoni ultimi, dagli israeliani che dagli aeroporti strappati all’Isis conducono attacchi coi droni alle milizie sciite in Iraq. I russi, da parte loro, si limitano a sparacchiare di qua dal limes, tanto per mostrare i muscoli. Così Erdogan ha buon gioco nel fare la voce grossa, anche se buona parte dei profughi sono scappati altrove o non vogliono saperne del campo di concentrazione che s’apparecchia per loro, a cielo aperto. Nel risiko siriano la mano è dalla sua anche se le carte sono un bluff, checché ne dica l’Europa.</p>
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		<title>Siria, fake gas e missili smart</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2018 10:08:56 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Neanche il tempo d’affossare la fake proof del caso Skripal – che, pare, gode di ritrovata salute con la figlia in quel di Salisbury – che una ben più consistente fake news a base di gas nervino riesplode in Siria, a rischio d&#8217;affossarci tutti. Il copione è noto &#38; abusato, si ripete dall’Iraq in qua passando per la Libia &#38; altri disastri, ma fa sempre effetto. Fonti... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/siria-fake-gas-e-missili-smart/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/04/guerra-Siria.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9328" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/04/guerra-Siria-300x133.jpg" alt="guerra-siria" width="300" height="133" /></a></p>
<p>Neanche il tempo d’affossare la fake proof del caso Skripal – che, pare, gode di ritrovata salute con la figlia in quel di Salisbury – che una ben più consistente fake news a base di gas nervino riesplode in Siria, a rischio d&#8217;affossarci tutti. <span id="more-9327"></span>Il copione è noto &amp; abusato, si ripete dall’Iraq in qua passando per la Libia &amp; altri disastri, ma fa sempre effetto. Fonti “umanitarie” legate a doppio filo ai ribelli anti Assad che fanno ampio e umanitario uso di scudi umani e arsenali chimici graziosamente forniti dai Sauditi diffondono notizie non verificate né sensate sugli attacchi ai civili a base di gas nervino da parte del malvagio regime, sostenuto dal bieco Putin.</p>
<p>Oggi a Douma, dove gli sgherri di Assad ripuliscono le ultime sacche della resistenza ex jihadista, come ieri a Idlid e Aleppo. Le tv arabe delle petromonarchie del Golfo, sponsor dei ribelli, trasmettono immagini di poveri bimbi martoriati dai gas, coi soccorritori privi della benché minima protezione (il che equivale a morte certa in caso di tale aggressivo chimico), senza una parvenza di veridicità né verificabilità, ma con gran scarmazzo del Circo Barnum umanitario d’osservanza salafita, come l’Osservatorio siriano sui diritti umani con sede a Coventry. A molte fermate di tram dal centro di Damasco ma vicino ai servizi di Sua Maestà.</p>
<p>L’ennesima bufala rimbalza sui media più o meno acriticamente, serve a indire la nuova chiamata alle armi contro il tiranno, i russi e gli iraniani che lo spalleggiano. Alla reiterata menzogna non scampano le anime belle &amp; caste di casa nostra, da Saviano alla Litizzetto, tutti a tapparsi la bocca come vuole quel sedicente blogger minorenne, e giù in trincea. Trump, già pronto a passare la mano ai contractor, fa marcia indietro e con Macron e la May, alleati sempre fidi &amp; proni, si prepara a sparacchiare qualche missile, definito via tweet “smart”, bello e intelligente, e lasciar fare ai turchi che, con l&#8217;ausilio delle forze speciali francesi, a nord si stanno ritagliando il loro pezzo di Siria, a spese dei curdi. Anche Gentiloni è della partita, e da necroforo di un ex governo in piedi per gli affari correnti (com&#8217;è evidentemente una guerra), manda un bell&#8217;aereo cisterna a rifornire i caccia alleati, via Giordania, mentre continuano le manovre da operetta per un governo qualesia.</p>
<p>Buon ultimi gli israeliani – deus ex machina del conflitto siriano – si portano come sempre avanti bombardando (dal Libano) i siro-iraniani presso Homs. Dove, secondo i sacri testi, si svolgerà l&#8217;Armageddon, lo scontro finale tra il bene e il male a cui avidamente anelano. Tanto, si sa, loro sono l&#8217;eletto popolo destinato al trionfo. E, per buona misura, giù missili e proiettili esplosivi a Gaza. Questi sì (anche) sui bambini, ma nessuna star mediatica si tappa il naso o la bocca. E  l’Occidente continua ad abbeverarsi alle fonti della propaganda jihadista, alle bufale al servizio del caos.</p>
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		<title>Trump, l&#8217;apocalisse comincia oggi (forse)</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Apr 2017 11:23:22 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Ebbene sì, ci siamo sbagliati. Pensavamo che a un uomo d’affari – meglio, un affarista – non piacesse la guerra. Anche se gli affari grossi si fanno grazie ai conflitti, quelli certi si fanno con la pace, e l’uomo ci pareva, con tutti suoi difetti, pragmatico quanto basta per non pigiare sul bottone rosso dell’opzione militare. Certo un po’ di smargiassate, di spacconate com’è nello... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/trump-lapocalisse-comincia-oggi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/04/assad.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9025" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/04/assad-300x122.jpg" alt="assad" width="300" height="122" /></a></p>
<p>Ebbene sì, ci siamo sbagliati. Pensavamo che a un uomo d’affari – meglio, un affarista – non piacesse la guerra. Anche se gli affari grossi si fanno grazie ai conflitti, quelli certi si fanno con la pace, e l’uomo ci pareva, con tutti suoi difetti, pragmatico quanto basta per non pigiare sul bottone rosso dell’opzione militare. <span id="more-9024"></span>Certo un po’ di smargiassate, di spacconate com’è nello stile del personaggio Trump e nelle aspettative di chi l’ha eletto ci stavano. Però un conto è mostrare i muscoli e magari alzare muri, un altro è sparare missili. Confidavamo che un amante del pissing &amp; love come il rosso Berlusconi d’America non potesse davvero amare la guerra. A riprova di ciò fidavamo sul fatto che i circoli militari avessero finanziato la sua campagna con una cifra risibile, poco più d’una decina di migliaia di dollari, una miseria a fronte delle centinaia di migliaia versate nelle fauci di jena Hillary – lei, sì, guerrafondaia e non a caso plaudente al neobombardiere – e sotto le alucce da colombella pseudosocialista di Sanders. Insomma, credevamo vere le ragioni per le quali il suo elettorato non bellicista l’ha votato: ridare lavoro, sicurezza e blasone agli Stati Uniti d’America. E l’aver fatto fuori in un colpo le cricche repubblicane e democratiche da sempre belliciste, la ventilata amicizia con Putin, il ritorno al protezionismo e all’isolazionismo, ci parevano cose, se non belle e buone, quantomeno utili a tenere distanti dalle nostre vite le sirene della guerra totale. E invece no, ci siamo sbagliati. E se la terza guerra mondiale non comincia oggi è perché Dio, o chi per lui, gioca come il gatto col topo con l’umanità che l’ha creato.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/04/mappa.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9027" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/04/mappa-300x201.jpg" alt="mappa" width="300" height="201" /></a></p>
<p>Con l’attacco alla base aerea di Shayrat, nella Siria centrale, Trump ha fatto quel che neppure il nobel per la pace Obama – il maggior bombardiere della storia Usa recente – aveva osato: attaccare la Siria rischiando lo scontro frontale coi russi. È vero che l’ha fatto dopo aver avvisato Putin del raid, e si suppone che dopo i 59 missili Tomahawk lanciati sull’aeroporto da cui erano partiti i cacciabombardieri di Damasco responsabili dei sedicenti raid chimici su Idlib, e il pugno di morti nella base dove sono di stanza anche velivoli e personale russi, sia finita qui. Il messaggio è chiaro, i destinatari pure. Trump ha dato il via libera ai suoi incrociatori lanciamissili prima di andare a cena col presidente cinese Xi Jinping, suo ospite in Florida per discettare di guerre commerciali e faccende coreane, messo davanti al fatto compiuto. Al di là dei sorrisi di facciata, Xi ha capito che quei missili erano per lui, oltre che per Putin, e ne trarrà le debite conseguenze: prendere a schiaffi un ospite di riguardo sotto i riflettori del mondo è cosa che non si dimentica facilmente, a Oriente più che a Occidente. E l’hanno certamente capito Teheran e Pyongyang, prossimi obiettivi dichiarati degli Usa nella ritrovata veste di cane da guardia del mondo libero. Putin, messo sotto scacco dalla mossa di Trump, come dalla bomba alla metro di San Pietroburgo mentre era in visita alla città, potrà fare ben poco. Neanche la voce troppo grossa, per aiutare Assad. Che la Russia abbia il controllo dei cieli e il regime di Damasco stesse vincendo la guerra civile conta poco, adesso. Grazie agli Usa si applicherà anche in Siria quel piano Kivunim che per Tel Aviv è la panacea d’ogni problema mediorientale. Un paese non più uno ma trino, come già l’Irak dove ognuno ha la sua fetta, con buona pace di Assad e della lotta al terrore globale di marca occidentale.</p>
<p>Il voltafaccia di Trump giunge all’indomani della cacciata di Steve Bannon dal Consiglio di sicurezza nazionale, come prima di lui di Mike Flynn, e rivela il peso che il cognato Jared Kushner e il generale Herbert Mc Master, e con loro la lobby ebraica e militarista, hanno acquisito alla Casa Bianca. Con loro, il riequilibrio di Trump alla tradizionale politica di potenza Usa, indipendentemente dal colore di chi occupa le stanze del potere a Washington, è un fatto. Serviva il casus belli, ed è stato trovato. Con gli stessi schiamazzi e le insulsaggini del 2013 – quando il bombardamento di Damasco e la cacciata di Assad parevano cosa fatta – e, dieci anni prima, del 2003, quando si attaccò Saddam per la seconda volta con la scusa dei gas.</p>
<p>Anche stavolta il mitico gas nervino, usato sul crocevia della guerra in corso che è Idlib – dove sono sotto botta i miliziani già qaedisti e il fior fiore delle milizie islamiche che l’Occidente combatte a parole come terroristi ma arma e finanzia – finanche sull’ospedale dove si curavano i feriti. Col corollario di civili gasati e bambini morti che hanno provocato lo sdegno internazionale, la pronta condanna dell’Onu bocciata da quel mostro di malignità di Putin e la subitanea risposta del suo ex amico, come si conviene a un decisionista qual è il presidente Usa, evidentemente scioccato da tanta abietta crudeltà da parte del regime siriano, al pari del mondo. Le stesse bugie di sempre, urlate ai quattro venti da media compiacenti o, peggio, ignavi. Pochi si chiedono come Assad avrebbe potuto bombardare col gas, visto che i suoi arsenali sono sotto controllo Onu dal 2013, appunto, né si capisce perché avrebbe dovuto farlo adesso, suicidandosi politicamente, con la vittoria a un passo e la sua permanenza a Damasco scontata. Quanto alla solita troupe televisiva casualmente presente all’ospedale di Idlib, ai dati e alle scene strazianti fornite da Ong stipendiate dai servizi occidentali in funzione anti regime, sono particolari troppo evidenti perché qualche giornalista o funzionario Onu, Mogherini in testa, se ne curi. Lasciamoli ai complottisti e pigliamo per oro colato il resto.</p>
<p>Il gas a Idlib non è sceso dal cielo, ma messo da chi aveva tutto l’interesse a farci piovere le bombe del regime sopra, e a provocare una reazione e un mutamento del conflitto in corso prima di qualunque inchiesta che mostrasse, come già sei anni fa, la manina dei servizi segreti di Ankara nel fornirlo ai sedicenti ribelli democratici siriani. In tutto questo frastuono, in questo vociare insulso dove Assad torna a recitare il ruolo del cattivo per antonomasia e Trump quella dello sceriffo del mondo libero, anche a campioni di democrazia come Erdogan e Netanyahu è consentito dare lezioni di moralità e puntare l’indice su mostri sanguinari quali Putin e Assad. Non certo galantuomini, ma in prima fila a combattere al fronte d&#8217;una guerra per la supremazia mondiale nata e alimentata dal cuore nero dell&#8217;Occidente, con lo spauracchio ieri del comunismo, oggi del radicalismo islamico. Lo stesso canovaccio di sempre, lo stesso ballare sul filo d’una guerra infinita che si credeva quantomeno interrotto. Quando Damasco sarà ridotta in macerie la fine del mondo sarà vicina, vaticinava il profeta Isaia un bel po’ di secoli prima di Cristo. Nell’Armageddon siriaco, nel cozzo finale tra due visioni del mondo, i missili di Trump non faranno versare al sesto angelo la sua coppa ma sono un segnale importante, la fine è più vicina. L’apocalisse forse comincia oggi, e noi ci siamo sbagliati.</p>
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		<title>La Siria al voto, la pace al palo</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Apr 2016 13:29:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La Siria è andata al voto per la seconda volta dall’inizio della guerra civile, ma non se ne parla. Quasi cinque milioni di persone hanno votato, sui quasi nove di aventi diritto, in 10 delle 14 province del paese in guerra da cinque anni, eppure la notizia è passata sotto silenzio. Sarà perché il partito unico del presidente Bashar Assad ha stravinto, conquistando 200 seggi... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-siria-al-voto-la-pace-al-palo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/05/122727025-550a2146-639e-4601-85f9-c2bbbf64b2ca.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8906" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/05/122727025-550a2146-639e-4601-85f9-c2bbbf64b2ca-300x123.jpg" alt="122727025-550a2146-639e-4601-85f9-c2bbbf64b2ca" width="300" height="123" /></a></p>
<p>La Siria è andata al voto per la seconda volta dall’inizio della guerra civile, ma non se ne parla. Quasi cinque milioni di persone hanno votato, sui quasi nove di aventi diritto, in 10 delle 14 province del paese in guerra da cinque anni, eppure la notizia è passata sotto silenzio. <span id="more-8905"></span>Sarà perché il partito unico del presidente Bashar Assad ha stravinto, conquistando 200 seggi su 250, ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con la democrazia. Quella veicolata sulle ali dei bombardieri o manipolata nelle piazze da Gene Sharp, teorico della primavera araba mai sbocciata a Damasco. Perciò l’Onu fa spallucce, non riconoscendo il voto di metà aprile che ha riconsegnato al partito Baath la maggioranza assoluta del parlamento, riconfermando il presidente siriano sul suo scranno. Una vergogna organizzata da un regime oppressivo, strilla il ministro degli Esteri francese. Una passerella, mica la guerra senza quartiere al califfato promessa dalla Francia, con esiti più risibili dei bombardamenti Usa. Che, mentre i colloqui di pace a Ginevra sono interrotti e la tregua è una burla, non hanno perso tempo ad armare i ribelli di Aleppo – via turchi e sauditi – coi nuovi missili antiaerei portatili che hanno buttato giù qualche aereo russo, e armi proibite usate contro i curdi a nord, compresi proietti a iprite.</p>
<p>Dopo la riconquista di Palmira e la fine dell’assedio di Aleppo, la Milano siriana, polo industriale saccheggiato dalle forze speciali di Erdogan, pareva questione di giorni. In poche settimane l’esercito di Assad avrebbe potuto occupare Raqqa, spazzando via miliziani e capetti del califfato sotto botta e in fuga, e di questo in Siria si sarebbero perse le tracce, entro l’estate. Russi e iraniani hanno addirittura proposto ad americani e francesi di dare assieme la spallata finale sulla capitale dell’Isis, così da fare fifty-fifty e non rimetterci la faccia. E invece La capitale del califfato che con le sue bombe mette a ferro e fuoco ben oltre le sabbie siriane, il cuore dell’Europa, continua a essere il baubau dell’Occidente e gli estremisti islamici sono alla controffensiva a due passi da Latakia, mentre Aleppo resta sotto le bombe delle opposte fazioni, la pace è al palo e la tregua è una farsa. Singolare strabismo quella della Casa Bianca, per non dire dell’Onu. Che misconosce l’esito di elezioni più o meno libere in una guerra armata, neanche troppo sotto banco, dagli alleati sedicenti nemici del terrorismo ma suoi sponsor. A dare la linea è intervenuto Netanyahu, deus ex machina del conflitto sirico, in un consiglio dei ministri tenuto nel Golan. Di là dal confine non cambierà nulla rispetto alla situazione attuale, una Siria spezzatino, come già l’Iraq, l’Afghanistan e la Libia, a patto che si riconosca la sovranità israeliana sulle alture siriane occupate dal ‘67. Come dire, pari e patta signori, la guerra continui.</p>
<p>Un vecchio, intramontato adagio recita: dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io. Deve aver pensato questo Assad, ascoltando il premier israeliano mentre riarrotolava sul tavolo i piani dei suoi generali per il rush finale contro lo stato islamico, alla notizia che la Nato si prepara a intervenire sul campo per dare la spallata finale all’Isis in Siria. In pochi mesi è accaduto l’impensabile, nel crocevia della guerra infinita in Medio Oriente. A settembre, appena pochi mesi fa, prima dell’intervento russo il presidente siriano era alle corde, dopo cinque anni di guerra civile seguita a una mancata primavera araba. Poi i russi hanno iniziato a fare la guerra davvero ai tagliagole del califfato e di Al Nusra, sparecchiando i traffici turchi e sauditi con l’Isis.</p>
<p>Sulle macerie di Palmira appena riconquista, e con Aleppo prossima a una liberazione che tarda a venire, nuovi scenari si aprono sul fronte siriano e i burattinai della guerra si vedono costretti a correre ai ripari. Palmira è libera, grazie alle milizie hezbollah e iraniane che l’hanno riconquistata per conto di Assad, con l’ausilio dei reparti speciali russi, gli spetsnaz. Sulle ali dell’entusiasmo, le forze del ricompattato esercito siriano studiano l’offensiva finale contro Deir Ezzor e Raqqa. Di contro, l’invincibile armata del novello Saladino è sulla difensiva, in rotta mentre i suoi mercenari coi tatuaggi della Us Navy e la stella di David in bella vista si squagliano e tutti, dalla Cia all’Ondus – l’osservatorio per i diritti umani in Siria portavoce dei ribelli antigovernativi, sul libro paga dei servizi di Londra – sottolineano come l’Isis sia alle corde e occorra fare presto per dargli la spallata finale. Prima che non ci sia più niente da buttare giù e la creatura mediatica che terrorizza il mondo, partorita fuori dalle madrasse, si squagli come neve al sole. Già a metà febbraio, a Bruxelles gli stati maggiori Nato discettavano su come mettere congiuntamente &amp; finalmente piede in Siria. Poi a Bruxelles sono scoppiate le bombe, e l’evento catalizzatore ha spinto persino il Belgio a mettere a disposizione i suoi sei bombardieri per l’Alleanza che dovrà schiacciare una buona volta la testa al serpente che morde l’Occidente. Il Pentagono tuona: l’Isis ha perso il 40% dei territori, si faccia presto. Bassad trema. Dagli amici dei suoi nemici lo guardi Dio, quale esso sia e quale sia l’esito delle urne.</p>
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		<title>Partita a scacchi con l&#8217;Apocalisse</title>
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		<pubDate>Sun, 20 Dec 2015 18:22:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/12/erdogan.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8747" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/12/erdogan-300x223.jpg" alt="erdogan" width="300" height="223" /></a></p>
<p>A raccontarla meglio sono le vignette. Quella di Patrick Chappatte, illustratore francese di base a Genova, dove un tank turco infila il cannone sotto la sabbia, a suggere petrolio, mentre Kobane brucia. O l’altra dove un Erdogan mascherato da ladro promette aiuti ai siriani mentre fa bottino dei loro beni. <span id="more-8745"></span>L’occasione per l’ultima messa in berlina del premier turco è data dalla documentata denuncia a Strasburgo e all’Aja fatta da Farés el-Chehabi, presidente della camera di commercio siriana, sulle razzie nell’ex polo industriale di Aleppo, smantellato e portato oltre confine turco dall’Is grazie ai padroni di casa.</p>
<p>Così, dopo il petrolio si scopre che anche quel che resta del disastrato patrimonio industriale siriano prende pezzo a pezzo la via di Ankara per essere svenduto con la connivenza dei famigli del premier turco e l’apporto delle mafie locali, ma l’Ue resta sorda e muta. Anzi, dopo i tre miliardi di euro graziosamente elargiti alla Turchia perché spranghi ai profughi siriani le porte d’Europa, la Bers (Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo) ha acquistato il 10% della Borsa di Istanbul, avviando un vasto programma di aiuti all’economia di regime.</p>
<p>Mentre l’Europa che conta punta sempre più sul nuovo Solimano, alla faccia di denunce e vignette e della ventilata lotta al Califfato che ha nella Turchia uno degli sponsor più inattaccabili, la Siria resta teatro della partita a scacchi tra Ankara e Mosca. Dopo l’abbattimento del Sukhoi russo, Erdogan ha ottenuto quella no-fly zone richiesta da anni, ma nel nord della Siria non volano più i suoi aerei, e neppure quelli della coalizione anti Isis a guida occidentale, dopo lo schieramento dei missili S-400 russi. E mentre continuano le schermaglie tra i due paesi (nell’Egeo un peschereccio turco è stato allontanato a cannonate), la Russia sperimenta nuove armi, dai missili balistici lanciati dai sottomarini nel Mar Caspio ai bombardieri Su-34. Da parte sua, Ankara muove i corazzati da Ninive a Mosul – con le proteste del governo iracheno – rilanciando in Kurdistan la partita in stallo nel Turkmenistan. Ma il tempo è dalla sua. L’impegno russo, rivelano al Rusi, un pensatoio dell’Intelligence britannica, stimato da Mosca in poco più di un miliardo di dollari per il 2016, sfora già i 3 miliardi. Un salasso che Putin non può permettersi, specie se l’Europa continuerà a mettersi di traverso. Mettendo testa e cannoni sotto la sabbia, come nella vignetta di Chappatte.</p>
<p>O meglio, mettendoli dalla parte sbagliata. Mentre i missili di Tel Aviv schiantavano a Damasco la vita di Samir Quntar (l’infame terrorista druso, come titolano i media israeliani, indicato tra i capintesta del terrorismo internazionale dal Dipartimento di stato Usa solo due mesi fa), la Nato autorizzava l’invio di navi e aerei dell’alleanza per proteggere dalle minacce russe la Turchia, neopaladina d’Occidente in terra di Siria. I media di casa nostra, va da sé, piuttosto che approfondire i retroscena dell’ennesimo raid “chirurgico” israeliano o fare luce sull’ingresso ufficiale del braccio armato dell’Ue nella guerra in Siria, si baloccano sulle prospettive di pace emerse al consiglio di sicurezza dell’Onu, con un netto capovolgimento narrativo. O sugli orrori del regime di Assad, confezionati a bella posta dalle organizzazioni umanitarie a senso unico stipendiate da governi &amp; servizi amanti del diritto internazionale. Vedi alla voce Osservatorio siriano per i diritti umani o Human rights watch del sunnita Rami Abdel Rahman, a libro paga del Mi6, i servizi inglesi, che dalla sua casa di Coventry le spara grosse per tutti, fuorché per tv e giornali che ne riprendono pedissequamente le montature.</p>
<p>Facezie, davanti al miraggio di un Sunnistan a guida Is (Us) da cui avere petrolio ai saldi, col placet delle petromonarchie del Golfo e l’asse militare israelo-turco (che formalmente milita sui lati opposti della barricata) a fare il lavoro sporchissimo sul terreno – quello sporco lo fanno mercenari e miliziani di varie tendenze – con Ue e Usa pronti a dar loro manforte contro i propri interessi. In questo stravolgimento della narrazione, Mosca è il controcanto che fa la voce grossa, minacciando finanche l’uso dell’arma nucleare per far capire a tutti che sulla partita siriana andrà fino in fondo, ben sapendo che non potrà farlo, mentre Ankara se ne strafrega delle minacce russe e delle prove provate nel sostenere l’Is-Us, spalleggiata dall’Occidente unito solo nel combattere Putin. Poche volte si sono viste, nella storia, due coalizioni combattere formalmente dalla stessa parte ma l’una contro l’altra armate e intente a darsi battaglia sullo stesso terreno, in nome di un comune nemico. Un&#8217;Apocalisse che conta assai più di quattro cavalieri.</p>
<p>Ora, i cultori dell’Apocalisse ricorderanno come nella versione islamica l’Armageddon cristiano – luogo della battaglia finale tra bene e male – sia collocato a Dabiq, una cittadina alle proprio alle porte della deindustrializzata Aleppo. E Dabiq è, non a caso, la testata della patinatissima rivista dell’Is (Us) che vanta le glorie del Califfato e le sue conquiste. Quella, tanto per capirci, che mise in copertina la bandiera nera della Jihad allocata in piazza San Pietro. Se lo scontro finale è cominciato, nessuno in Europa pare essersene accorto. Vignettisti a parte.</p>
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