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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Grillo</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>L’insonnia della ragione ammazza il Grillo</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Mar 2019 19:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Povero Grillo. E poveri noi. L’avevamo lasciato tant’anni fa, una bella sera, nella brutta copia italiana di Versailles. Nella reggia di Caserta, quando questa non era ancora un pisciatojo dismesso e una cultivar d’ortiche e d&#8217;altri erbaggi. Serata niente male, un futuro dilà da venire, per lui e per noi. L’abbiamo ritrovato in giro per i teatri d’Italia, in uno spettacolo chiamato Insomnia – ultime... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/linsonnia-della-ragione-ammazza-il-grillo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/03/Francisco_José_de_Goya_y_Lucientes_-_The_sleep_of_reason_produces_monsters_No._43_from_Los_Caprichos_-_Google_Art_Project.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9435" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/03/Francisco_José_de_Goya_y_Lucientes_-_The_sleep_of_reason_produces_monsters_No._43_from_Los_Caprichos_-_Google_Art_Project-198x300.jpg" alt="francisco_jose_de_goya_y_lucientes_-_the_sleep_of_reason_produces_monsters_no-_43_from_los_caprichos_-_google_art_project" width="198" height="300" /></a></p>
<p>Povero Grillo. E poveri noi. L’avevamo lasciato tant’anni fa, una bella sera, nella brutta copia italiana di Versailles. Nella reggia di Caserta, quando questa non era ancora un pisciatojo dismesso e una cultivar d’ortiche e d&#8217;altri erbaggi. <span id="more-9434"></span>Serata niente male, un futuro dilà da venire, per lui e per noi. L’abbiamo ritrovato in giro per i teatri d’Italia, in uno spettacolo chiamato Insomnia – ultime tappe a San Marino e al Politeama di Genova – a fare il verso all’insonnia della ragione che genera mostri, parafrasando Goya. Svolazzanti non sull’artista ma sulle genti italiote, in primis. E sul futuro, alle nostre spalle.</p>
<p>Grillo, dicevamo. La sua tournée casca come l’asino dove vuole il detto, nell’ora di massimo travaglio nel malassorto team gialloverde, sotto botta e sul punto di rottura. Ai travagli della creatura da lui fondata, a questo rimestar d’antico più che doglie di tempi nuovi, avrebbe declamato il poeta, il fondatore non è estraneo, né corrèo. A malapena coinvolto. Va dato atto a Grillo d’essere stato il Deus ex machina d’un movimento che rappresenta la gran novità nella scienza politica d’inizio millennio. Dell&#8217;Italia fucina politica a livello globale, come già il Cavaliere nel ventennio a cui ha dato il nome e la Buonanima del fascismo, il ventennio doc del Novecento. A differenza però di questi e di quello, e a prescindere dal senso politico, d’opposto segno, il Gran commediante non è stato messo fuori gioco da una trama inglese al termine d’una guerra mondiale, né da un complotto europeista favorito dalla magistratura, e a dispetto di questa e nostro ancora tra i cabasisi, per dirla come un noto commissario.</p>
<p>No. Grillo, come i suoi (poco) illustri predecessori, ha fondato un movimento che incarna il weltanschauung, lo spirito del tempo. Il rifiuto delle elite dominanti che hanno trascinato il mondo nel baratro su cui balla e della loro (in)cultura. Della cultura tout court. Ha creato dal niente un partito virtuale di milioni d’esseri reali, di quel popolo che vede in ogni cosiddetto competente un corresponsabile dello sfascio e un complice dell’esistente. L’ha portato al governo dell&#8217;urbe e del paese, mentre tutti gli altri stavano lì a scappare col malloppo o a frignare, gli stavano addosso coi loro giornali e titoli di giornali, avrebbe detto Vittorini. Per quel che valgono. Per la prima volta in Italia al potere è andato il popolo. La gente. Non la gens berlusconiana né le masse trainate dalle mosche cocchiere, non il peplum pariolino o le folle mediatiche affabulate dalla piccola Greta ma proprio la gente: non di destra né di sinistra, qualunquista, incazzata e passabilmente onesta. Salvo scoprirsi – Roma docet – un banda d&#8217;onesti.</p>
<p>Grillo gli ha dato voce, corpo e speranza eppoi s’è dato, come si dice nella capitale e fece Diocleziano, a lasciare agli eredi un sistema più esiziale che perfetto. È tornato a fare il suo mestiere, Grillo. Il giullare, il guitto (in senso nobile e serio), dopo essere stato l’arruffapopolo che scuote il Palazzo. Più lungimirante di Masaniello, non s’è fatto travolgere dalla piazza dopo averla evocata, né dai demoni del potere. Anzi, dei suoi demoni può persino ridere e far sorridere.</p>
<p>Di tanta ventura, insomma, Insomnia riporta l’eco. Di travagli e fallimenti, enunciati senza toppe e poche scuse. Di sonni perduti e sogni al lumicino è intriso lo spettacolo. Ma troppa è la rabbia perché le risate strappate al pubblico non siano amare, le battute scontate, la messinscena trita e stanca. Non c’è gusto né freschezza nell’italietta messa in berlina dal comico. Non c’è slancio nell’attore che ha reificato la sua vita in opera, in tragicommedia, per uscire di scena reificando in scena la vita reale. A recitare la parte del padre nobile e distante. Protetto dalla polizia fuor di teatro.</p>
<p>Anche il miglior Pirandello si sarebbe perso in tanta messinscena, Grillo no. Recita a soggetto, lui, sempre la stessa parte, che calchi il palco d’un teatro o la vita virtualreale. Perde pezzi e battute, sbava contumelie e inzeppa lo spettacolo d’ospitate soporifere ma può permetterselo. Il pubblico applaude lo stesso alla commedia della vita e alla sua, anche se è un riso di maniera, come ai matrimoni, più amaro del film di De Santis. Eppoi, infine, se governare è l’arte di far credere, come diceva Machiavelli, i Grillini governano al meglio, in attesa che Salvini e l’accolita dei rancorosi che si prepara ne faccia strame. Babau d’ectoplasma permeato da ben altre forze oscure. Povero Grillo (mica tanto, però), e poveri noi. Neanche ci seppellirà una risata, ma un tristo &amp; destro vecchiume, spacciato per nuovo e serissimo.</p>
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		<title>E uscimmo a riveder le stelle</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2016 18:26:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/xMappa-Municipi-elezioni-2016.jpg.pagespeed.ic_.aOLDznFCb5.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8986" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/xMappa-Municipi-elezioni-2016.jpg.pagespeed.ic_.aOLDznFCb5-297x300.jpg" alt="xMappa-Municipi-elezioni-2016.jpg.pagespeed.ic.aOLDznFCb5" width="297" height="300" /></a></p>
<p>Il colpo d’occhio sulla mappa elettorale capitolina è impressionante. Roma si tinge di giallo, una macchia enorme. Resta al centro solo una corolla pieddina, cerchio attorniato da una marea gialla montante.<span id="more-8984"></span> L’onda lunga del grillismo ha imbarcato protesta e voglia di nuovo, spazzando via il povero Giachetti e le sue misere speranze di rivincita. Sconfitta tutta mia, s’è affrettato a dire da buon radicalrenzino. Ma pure lui, prono a legare l’asina dove vuole che ragli il padrone, sa bene che non è vero. Chi vede le stelle più di tutti è proprio Renzi. Sa che per lui l’ora è suonata, e ben più grave poteva essere il bilancio se Milano non avesse fatto breccia, concedendo una risicata vittoria a Sala. Il tracollo Pd è generale e Torino ne è il paradigma, nonostante rade Maginot sperse qua e là lungo lo Stivale (Bologna, Varese, Cagliari). Al punto che per il padre padrone di un partito che non c’è più si profila il redde rationem del referendum d’autunno. Cioè, la fine del renzismo. Del partito a immagine e somiglianza del premier. Del partito unico della nazione come solo orizzonte praticabile. Un’ipotesi non più gestibile dal rottamatore in via di rottamazione, anche se resta all’orizzonte della storia. All’altro ex signore e padrone della politica italiana per un ventennio, poveretto, non resta che augurare pronta guarigione e serena vecchiaia.</p>
<p>I pentastellati hanno beneficiato dell’harakiri della sinistra e delle divisioni della destra, ma questo non basta a spiegare le ragioni del successo. Il terzo polo è nato e non è che l’inizio, la fine della seconda Repubblica e del bipolarismo è un fatto non più eludibile. Su di loro pende la spada di Damocle della riuscita, la missione quasi impossibile di restituire a Roma e al paese la dignità d’un futuro possibile. Una scommessa tutta da perdere. Dalla capitale a Torino, a Carbonia, quanti si sono affidati ai grillini per fare tabula rasa e ripartire non potranno che ricevere lacrime e sangue. Senza che gli autori del repulisti annunciato possano aspettarsi premi elettorali di sorta. Un ceto politico immaturo e protestatario, veicolato da intelligenze oscure e blob in deficit di democrazia, com’è stato dipinto finora il movimento, dovrà essere pronto al grande balzo, a governare davvero, per ora nella capitale, domani si vedrà. La bistrattata gente gli ha dato fiducia, e quanto a democrazia interna e malgoverno, nessuno (a sinistra e tantomeno a destra) può dare loro lezioni, a meno di non coprirsi di malafede e ridicolo.</p>
<p>I Cinquestelle, al momento, restano una speranza più che una certezza. Raggi di sole nel deserto della sinistra. I frammenti di questa si mostrano incapaci di un’analisi politica coerente e compiuta. Sempre più distanti dalla gente, si baloccano in una visione distopica della realtà politica e sociale del Belpaese. Un esempio: credere che un movimento di milioni di elettori che si avvia a divenire forza politica primaria e dirigente del paese possa essere eterodiretto da una manina occulta e virtuale, vuol dire azzerare ogni residua intelligenza e compiacersi della propria irrilevanza, aver dimenticato l’abc gramsciano d’una politica che sa rendersi egemone. Manca un’analisi concreta delle proprie inadeguatezze e di quanto ha reso il grillismo un movimento forse populista, certo popolare. Quel popolo a cui la sedicente sinistra ha volto le spalle – infatti resiste solo arroccata ai Parioli e nei salotti buoni – o dimenticato per darsi a battaglie distanti anni luce dall’abc del sociale: casa, lavoro, diritti primari e non appalto d’una minoranza pseudo progressista. Dai Cinquestelle al governo di Roma e d’altrove non c’è forse da attendersi molto, tranne che facciano tabula rasa dell’esistente e affossino la follia delle Olimpiadi e della cementificazione fine a sé stessa, come il nuovo stadio della capitale. Ma oggi uscimmo a riveder le stelle, come diceva il poeta, anche se la natural burella, per dirla ancora col sommo, resta oscura e tutt’altro che finita.</p>
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		<title>Il guru non c&#8217;è più, il nuovo resta</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Apr 2016 09:29:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Gianroberto Casaleggio se n’è andato per un ictus, ieri a Milano, nella città in cui era venuto al mondo il 14 agosto di 61 anni fa, e i più sono venuti giù dal pero alla notizia. Qualcuno, anzi, ci ha pure buttato lì una battuta mica tanto: ma chi gli ha sparato? L’inventore dei 5 Stelle se n’è andato per suo conto, invece, vittima del... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-guru-non-ce-piu-il-nuovo-resta/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8866" style="width: 274px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/154318483-122fd8ff-6486-47d9-b985-0f9513bee790.jpg"><img class="size-medium wp-image-8866" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/154318483-122fd8ff-6486-47d9-b985-0f9513bee790-264x300.jpg" alt="La vignetta di Vauro. Sopra: Casaleggio" width="264" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">La vignetta di Vauro. Sopra: Casaleggio</p></div>
<p>Gianroberto Casaleggio se n’è andato per un ictus, ieri a Milano, nella città in cui era venuto al mondo il 14 agosto di 61 anni fa, e i più sono venuti giù dal pero alla notizia. <span id="more-8865"></span>Qualcuno, anzi, ci ha pure buttato lì una battuta mica tanto: ma chi gli ha sparato? L’inventore dei 5 Stelle se n’è andato per suo conto, invece, vittima del male che già lo aveva costretto a operarsi due anni fa. Ciao Gianroberto, hai lottato fino all’ultimo, ha scritto sul suo blog l’amico Beppe Grillo, cofondatore del movimento 5 Stelle in quel del teatro Smeraldo di Milano, il 4 ottobre 2009, su cui ricade per intero l’eredità etica e politica del guru scomparso. La sua eminenza grigia, l’uomo delle tenebre e del mistero, secondo la narrazione ufficiale, che immaginava un mondo post mediale retto dalla rete ma che dai suoi uffici di via Moroni, a due passi dalla Scala, tirava le fila del movimento e dettava regole e discorsi al camaleontico leader di piazza. Lui, che tutto era fuorché animale da palco e nei rari momenti in cui era costretto a salirci – sui ponteggi a San Giovanni alle ultime amministrative romane, o in basco verde quando saltò giù dal barchino per dar manforte all’amico Beppe nelle ultime bracciate all’attraversata dello Stretto di Messina, per esempio – gli tremavano voce e gambe. Strambo e anomalo fin nel vestire, in black look da pirata globale. Con quel papocchio di capelli bigi sotto al coppolino, look da scapiglione ma in giacca e cravatta da perbenista. Quasi a voler fisicamente mostrare in quel trait d’union il suo vissuto, dalla scapigliatura sessantottesca alla managerialità olivettiana. Quel non essere né di destra né di sinistra, coerentemente allo spirito dei tempi, ma attento all’unica divisione permanente, quella fra chi sta sopra e chi sotto. Fra chi sta fuori e chi dentro la rete. Una separazione che pretendeva ribaltare grazie al web, appunto, vagheggiando una sorta di Grande fratello telematico che avrebbe portato democrazia diretta e giustizia in tutte le case.</p>
<p>All’abbrivio del nuovo governo mondiale aveva pure dato una data, con pizzico d’umana vanità: il 2054, centenario della sua nascita. Quando una terza guerra mondiale tra Oriente e Occidente avrebbe dato il là a una nuova era dello spirito dove tutto, o quasi, di ciò che è noto, a partire dai media ai partiti tradizionali, sarà relegato nelle chincagliere del passato e sugli svincoli delle tangenziali si metteranno alla gogna i corrotti, durante gli esodi dei weekend. Un visonario che amava pascersi di Camelot e net, inviso alla sinistra ancora più che alla destra e perciò irriso, da Crozza a Vauro. Che a poche ore dalla morte pubblica l’infelice vignetta di Grillo accasciato a terra come un Pinocchio di legno, venuto meno il burattinaio. Se questo sarà, se il movimento che in un pugno d’anni è divenuto partito forte di milioni di voti – a rischio d&#8217;essere maggioranza ancorché paria della politica nostrana e di consensi che nessun abatino fiorentino o Cavaliere nero in caduta libera possono più nemmeno sognare – non sopravviverà al suo cofondatore, quella grillina sarà davvero una rivoluzione mancata e la morte di Casaleggio una jattura, non solo per la sua creatura.</p>
<p>Per intanto Grillo, dopo aver tentato la marcia indietro rispetto al movimento, dovrà tornare a rimboccarsi le maniche, affidando al direttorio più di quanto finora concesso, forse pure in termini di democrazia interna e non solo online, come pervicacemente pensava il maestro scomparso, in previsione di quel salto di qualità che porterà i pentastellati a governare o a perire. Ma Vauro, fedele cantore di piazza degli umori d’una sinistra che non c’è più, ha almeno il merito d’essere coerente a sé stesso e all’immagine della sinistra che più non è ma ostinatamente si autorappresenta, mentre tanti, coerentemente al dettato che non vuole si parli male del morto, sono lì a tessere le lodi dell’ombroso che se n’è andato. Grande uomo di cultura, narra con verità l’ex repubblichino e premio Nobel Dario Fo. Grande, grandissimo politico, l’omaggiano i tanti che lo sbeffavano e insultavano fino a ieri, dal presidente in ombra Mattarella giù giù per li rami, per dirla come il poeta. All’uopo piace ricordare alcune massime che il guru – ché tale Casaleggio era non solo per i suoi, in senso letterale – amava dispensare.</p>
<p>«La democrazia diretta, resa possibile dalla rete, non è relativa soltanto alle consultazioni popolari, ma a una nuova centralità del cittadino nella società. Le organizzazioni politiche e sociali attuali saranno destrutturate, alcune scompariranno. La democrazia rappresentativa, per delega, perderà significato. È una rivoluzione prima culturale che tecnologica». E un’altra, che casca bene alla vigilia del referendum sulle trivelle: «Non bisogna aspettare che finisca il petrolio: l’età della pietra non è finita perché sono finite le pietre». E infine: «Il sapere è il mezzo che ti permette di misurare le cose, i fatti, le situazioni, la logica in una dimensione altra. È questa l’intelligenza». L’intelligenza del sapere, o delle cose, a misura dei tempi ma fuori dai tempi. Precursore o visionario, eminenza grigia o fiancheggiatore, populista o progressista, questo credeva e chiedeva, al fondo, uno dei maggiori interpreti del nuovo che se n’è andato. Tra gli artefici dei cambiamenti politici in atto non certo solo nel nostro paese, ma di cui il Belpaese è spesso all’avanguardia. Dell’antipolitica che si fa politica, dalla (contro)rivoluzione in camicia nera di Mussolini a quella in doppiopetto di Berlusconi, alla web democracy di Casaleggio, mutatis mutandis. Piaccia o disgusti.</p>
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		<title>Cinque stelle, due leader</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Dec 2015 19:44:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8740" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/12/118710-md-1.jpg"><img class="size-medium wp-image-8740" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/12/118710-md-1-300x200.jpg" alt="Beppe Grillo. Sopra: Di Battista e Di Maio" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Beppe Grillo. Sopra: Di Battista e Di Maio</p></div>
<p>Hanno avuto l’occhio fino gli imprenditori che, nel maggio napoletano di un anno fa, gli hanno affibbiato la pecetta di politico dell’anno. Ora che Luigi Di Maio è ufficialmente al centro della pentastella del M5S, Beppe Grillo potrà – chissà – lasciare a lui e ad altri stellone e timone della nave corsara messa in mare nel 2009. <span id="more-8739"></span>Il sondaggio dei cinquestelle che ha spodestato l’ex capocomico genovese dall’essere nomen omen del movimento, relegandolo in terza posizione, dietro ai bei volti del napoletano Di Maio e del romano Di Battista, parla chiaro.</p>
<p>Per i grillini il volto nuovo che li porterà fuori dalle secche della protesta fine a sé stessa e alla conquista del palazzo d’inverno è quello, impomatato e compassato, del vicepresidente della Camera. L’opposto del capo, vulcanico e sbraitante, per non dire dell’altro socio fondatore, capelluto e canuto. È presto per dire se la coppia Di Maio-Di Battista – i due già scootereggiano insieme nel centro di Roma, per la gioia dei fan – possa o voglia spodestare il duopolio della premiata ditta Grillo &amp; Casaleggio, ma il dado è tratto, avrebbe detto un tal Cesare.</p>
<p>Il sondaggio interno conforta e rafforza la volontà dei fondatori d’uscire dal cono di luce per offrire ai cavalli di razza del movimento (Di&amp;Di, appunto), l’opportunità di correre – non certo a briglia sciolta – in vista del gran balzo alle prossime politiche. La decisione di Grillo d’abbassare la soglia della propria visibilità mediatica, costituire un direttorio e togliere il nome dal logo del M5S, pur mantenendo proprietà e presidenza, è funzionale alla crescita di una nuova leadership, nella logica del padre che dà al figlio le chiavi della macchina nuova e prega che non gliela sfasci sul primo paracarri.</p>
<p>Nell’arco di cinque anni, che per un movimento politico possono essere un’inezia come un’eternità, i pentastellati hanno avuto la forza di alloggiarsi in parlamento con un pattuglione di 150 tra deputati e senatori, al saldo degli espulsi. I sondaggi lo danno oltre il 27%, un pelo sotto al Pd. A Roma e Napoli potrebbe vincere proprio grazie al duo Di&amp;Di che si guarda bene dal candidare – accampando inderogabili regole – per non azzoppare i cavalli vincenti prima della gara vera, alle politiche del 2018. A Roma come altrove, la paura di cadere è più forte della voglia di volare, ma il M5S muta pelle e può sopravvivere al padre anche se lo divorerà.</p>
<p>Ma non si tratta tanto di scalzare la coppia Beppe &amp; Gianroberto, il guru e l&#8217;eminenza, dall&#8217;essere figure guida e chiave dell&#8217;ennesimo miracolo politico italiano, cosa che nessuno dei 5S si sogna manco alla lontana, quanto di passare attraverso prove che al paragone la cruna dell&#8217;ago è per il cammello una passeggiata di salute. Passaggi dove ai nuovi leader non basterà reificare la controdemocrazia tematizzata da Pierre Ronsevallon, cioè fungere da guardiani della democrazia insufflandole dosi massicce di clic perché risorga dalle sue finzioni, ma sarà necessario strutturarsi in una qualche forma partito e radicarsi sul territorio come forza di (buon)governo e non di mera opposizione.</p>
<p>Un compito e un destino – la costruzione delle elite e il passaggio dalla contestazione alla gestione della cosa pubblica – contro cui sono naufragati progetti storici di ben altro spessore ideologico, nel Belpaese. En passant, i pentastelle dovranno mostrare che non sono gli acchiappanuvole incompetenti di cui ciancia chi il paese l&#8217;ha affossato davvero e alza steccati bipartisan per tema d&#8217;essere scalzato dal nuovo che avanza. E dovranno dimostrare nei fatti che non sono i qualunquisti parafascisti di cui cianciano tante teste fine tra le macerie della sinistra e nei salotti buoni. Ben sapendo che alla bisogna tutti faranno muro, e non basterà loro la maggioranza dei voti o l&#8217;essere puri e duri per risuolare lo Stivale.</p>
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