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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Italia</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>I fratelli coltelli di Nostra Signora dei Meloni</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Sep 2022 13:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[  Come un partito di quattro gatti neri è diventato maggioranza nel Belpaese e cosa succederà adesso Andavo riascoltando, sulla via della farsa elettorale, la lunga intro – oltre 10 minuti – di Upon reflection, pietra miliare del jazz dei tardi anni Settanta, di John Surman: Edges of illusion, Margini d’illusione. Titolo appropriato al momento politico, specie la quarta traccia: Beyond a shadow, Oltre un’ombra.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/i-fratelli-coltelli-di-nostra-signora-dei-meloni/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/09/images.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-10159" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/09/images.jpg" alt="images" width="192" height="192" /></a> <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/09/100035565-8f415a53-a3a6-4de6-99b8-699a4cb25f2c.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10160" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/09/100035565-8f415a53-a3a6-4de6-99b8-699a4cb25f2c-300x169.jpg" alt="100035565-8f415a53-a3a6-4de6-99b8-699a4cb25f2c" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Come un partito di quattro gatti neri è diventato maggioranza nel Belpaese e cosa succederà adesso <span id="more-10158"></span>Andavo riascoltando, sulla via della farsa elettorale, la lunga intro – oltre 10 minuti – di Upon reflection, pietra miliare del jazz dei tardi anni Settanta, di John Surman: Edges of illusion, Margini d’illusione. Titolo appropriato al momento politico, specie la quarta traccia: Beyond a shadow, Oltre un’ombra. Attraversiamola, st’ombra.</p>
<p>Le elezioni di fine settembre hanno consegnato un quadro per molti tratti inedito nella lunga e tribolata storia repubblicana. Il Belpaese s’è svegliato compattamente a destra. Una novità mai vista, dai tempi delle oceaniche adunate per la proclamazione dell’impero, sotto al balcone di piazza Venezia. Dopo Forza Italia e i Cinquestelle, il consenso ottenuto dai Fratelli d&#8217;Italia rappresenta il terzo grande fermento di massa contemporaneo, di protesta e per un cambio di passo alla guida del paese. Roma all’alba del lunedì postelettorale pareva una città appesa, sospesa. Apparentemente deserta, a dispetto del dì lavorativo. Com’attendesse l’orda dei nuovi conquistatori liberatori. Quasi che gli uni non si capacitassero d’essere stati mazziati così malamente, gli altri d’aver vinto così clamorosamente. Ma che davero, parevano chiedersi muti a destra e manca, roteando tanto d’occhi? E gente insospetta a rivendicare la paternità dell’idea e del voto, altri a minacciar bagagli, temere sfracelli. Tra tutti, a far gazzarra i gazzettieri, ma è l’arte loro. E già i prezzi dei fez e dell’orbaci schizzavano su Amazon, il paese tutto si grappava ai meloni messi in mostra dalla Meloni. A dar mostra di che pasta è fatta, due bocce così, mica come certe enfantesse prodigio della sedicente sinistra che promettevano visioni orgiastiche eppoi nisba. Ma traversiamo l’ombra.</p>
<p>Diversamente dal solito, stavolta i sondaggi hanno colto in pieno l’esito elettorale. Un partito di quattro gatti neri, fino all’altro ieri d’un qualche rilievo soltanto romano e al più laziale, è divenuta in forza dello sdoganamento elettorale la prima forza del paese, stracciando concorrenti e oppositori. Un partito che si richiama esplicitamente alla destra fascista, e tra le sue file raccoglie nostalgici del Ventennio e neodestri, manco troppo ripuliti nel frattempo, torna al governo rinnegando i tempi che furono ma inneggiandoli, sottosotto. Di contro, una postsinistra già filosovietica eppoi antirussa, maggioritaria nei salotti televisivi e nei residuali circoli culturali dello Stivale, mantiene una salda maggioranza a Capalbio e dintorni. I Pentastellati, pur dimezzati, non sono squagliati in grazia dei fregolismi d’un ex presidente del Consiglio che li ha adottati facendone cosa sua e, orripilano salottieri e capalbisti, in forza dello scambistico reddito di cittadinanza al sud. Ma il loro peso è nullo, consensi congelati come quarti di pollo in frigo. I resti sono stracci, manco buoni a lucidare le scarpe altrui. Anche se l’inguacchio elettorale messo in piedi da Renzi e dal Pd, allora ciccia e pappa, ha permesso a molti di tradurre la trombata elettorale in copiosi seggi parlamentari. Ma torniamo nell’ombra.</p>
<p>Nella vulgata postelettorale la spiegazione di tanta grazia meloniana è che essa, la Melona, sarebbe stata l’unica a non accodarsi alla corte di Draghi, mantenendosi salda all’opposizione. Ergo, va da sé, se il paese tutto l’ha premiata, concedendole una bulgara maggioranza contro la più vasta ammucchiata governativa del dopoguerra, vuol dire che il competentissimo servitore del capitale globale terminale non era poi questo gran salvatore della patria, piuttosto l’affossatore. Lo sdoganarsi definitivo dei nipotini del duce, divenuti schiacciante maggioranza governativa, paventa negli sconfitti il ritorno d’un regime capace di rinverdire fasti e guasti del Ventennio. Alberga, nei cuori di tanti sinceri democratici rivestiti d’antifascismo a festa, il timore d’un regime che possa, per esempio, stroncare ogni velleità protestataria, privarsi d’ogni voce di dissenso e persino di dubbio, rinchiudere così facendo urbi e orbi in casa o mandarli in giro in maschera, e dietro pavento d’un terrore virtuale conculcare ogni libertà reale. Costringere a una guerra suicida nel nome della libertà e del logo del dollaro. Togliere lavoro e speranze, decuplicare le bollette e stracciare i consumi, ridurre un paese già eccellenza industriale al precariato generale. Ridurci, insomma, alla canna del gas, e per fortuna il gas ci è stato tagliato. Una simile dittatura sarebbe una jattura, siamai. L’ex sinistra potrebbe persino ringalluzzirsi tornando in piazza a sventolare le belle bandiere fucsia, affidarsi magari all’esercito dei paria di riserva fatti affluire a josa, per combattere l’arcinemico.</p>
<p>La stessa vulgata vuole che la miracolata dalle urne ora cambi le cose. La si vorrebbe, lei e la sua corte dei miracoli, salvatrice della bistrattata patria, sovrana e di popolo (en passant, l’unica formazione d’una qualche alterità politica, abortita nelle urne ancor prima di nascere). Tranquilli.</p>
<p>Nostra Signora dei Miracoli, o dei Meloni, ha dato da tempo a Washington tutte le raccomandazioni del caso, firmando più d&#8217;una cambiale in bianco. S’è già prostata al ghetto, come d’uopo. Ha promesso a Zelenskij ogni aiuto da parte delle italiche schiere. Neppure serviva il monito della baronessa Ursula a stare attenta, sennò una strizzata ai meloni avrebbe fatto capire a lei, a teste calde e acchiappanuvoli chi comanda, dove tira il vento di Bruxelles. Tranquilli, tutti, Anche la Melona passerà senza colpo ferire, come passa la democrazia ridotta a farsa, reificatasi in un totalitarismo effettuale, funzionale alla lotta a sangue contro l’umanità in generale, non più classi in particolare. Se ceti medi e popolari non capiranno d’essere merce a saldo sul bancone della macelleria sociale e non uniranno i propri sforzi in un progetto politico che possa, quantomeno, ritardare la loro uscita di scena dal mondo a rovescio, e preferiranno baloccarsi con destra e sinistra, buoni e brutti, il loro futuro è segnato, il bagno di sangue presente proseguirà fino alla loro estinzione. Senza Meloni o fratelli coltelli a salvarli. Senza marcescenti sinistri. Upon reflection chiude con Constellation, un richiamo alle stelle. Per ora siamo nelle stalle.</p>
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		<title>Klimt l&#8217;italiano</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Nov 2021 09:59:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Klimt e l’Italia, doppio appuntamento a Roma e Piacenza con l’artista viennese che più di altri seppe incarnare lo spirito del suo tempo e perì di Spagnola con la fine dell’impero asburgico Magico Klimt. Ogni volta che ci posi lo sguardo, che lo sfiori con mano, t’abbaglia. E non è solo per i suoi quadri musivi, per lo splendore degli ori di Ravenna e Bisanzio... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/klimt-litaliano/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/11/1-Giuditta-e-Oloferne-1901.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10059" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/11/1-Giuditta-e-Oloferne-1901-300x169.jpg" alt="1-giuditta-e-oloferne-1901" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Klimt e l’Italia, doppio appuntamento a Roma e Piacenza con l’artista viennese che più di altri seppe incarnare lo spirito del suo tempo e perì di Spagnola con la fine dell’impero asburgico<span id="more-10058"></span></p>
<p>Magico Klimt. Ogni volta che ci posi lo sguardo, che lo sfiori con mano, t’abbaglia. E non è solo per i suoi quadri musivi, per lo splendore degli ori di Ravenna e Bisanzio trasposti su tela. No. È altro, uno spirito che trascende l’opera, il suo, lo spirito del tempo. Quello che restituiscono i grandi pannelli dove scorrono le vedute della Vienna dei primi del ‘900, all’ingresso. È un’infatuazione, quella dell’Italia per l’artista viennese, che dura da trenta lustri. Analoga a quella che il caposcuola dell’art nouveau e della secessione dall’accademia provò per il Belpaese, finché la guerra mondiale o, come si sarebbe detto, la quarta guerra d’indipendenza contro l’impero austroungarico, non tenne lontano il pittore di Baumgarten dal bel suol d’amore. Ma l’innamoramento di Klimt già era oltre, spinto dal perpetuo moto dell’animo che lo portava a essere in un qualche altrove, sul terreno dell’arte come delle relazioni amorose, mentre da viaggiatore vero rimetteva presto “i suoi quattro stracci” in valigia per tornare pantofolajo a studio. Klimt, la secessione e l’Italia, a cura di Franz Smola, Maria Vittoria Marini Clarelli e Sandra Tretter dà conto di tutto questo, in modo eccellente.</p>
<p>Intanto l’esposizione. Palazzo Braschi a Roma non è il palazzo della Secessione o il Belvedere a Vienna e corso Vittorio non è la Friedrichstrasse, ma ci sta. Poi le opere. Una volta tanto il nome non fa da specchietto per le allodole, la paccottiglia di contorno non prevale sul protagonista. No, qui di Klimt c’è molto, specie disegni e bozzetti – notevole lo schizzo del 1903, la coppia con lei incinta che tutto lascia trasparire fuorché la Speranza del titolo. Ma è proprio di Gustav il gioco degli eccessi. Notevoli, anche, i quadri di Ernst e le cesellature di Georg, due della copiosa famiglia d’artisti, ben sette tra fratelli e sorelle. Notevoli, soprattutto, la prima versione della Giuditta che tiene in mano la testa mozza d’Oloferne e s’offre al visitatore fin sulla locandina e la copertina del catalogo, col suo baluginìo d’intarsi preziosi; il tardo Ritratto di signora trafugato alla galleria Oddi di Piacenza e recuperato dopo un ventennio; la Signora in nero del ‘94, non meno fascinosa, del periodo realista. Ed è a Piacenza che s’aprirà la seconda tappa sul Klimt d’Italia, con la visione di un artista intimo e privato a differenza di quello pubblico in mostra a Roma.</p>
<p>E torniamo all’esposizione romana. Notevoli, ancora, le riproduzioni delle pannellature esposte alla Secessione in occasione dell’omaggio a Beethoven. E qui, davanti alle conturbanti muse e alle mostruosità gorillesche dell’expo’ del 1902 che la mostra giunge all’acme e sull’onda emotiva della Nona del gran compositore vien voglia d’abbracciare la bella giapponese di passaggio cogli occhi mandorlati, sgranati e smarriti, come fosse una delle muse klimtiane. Le modelle che a lui si concedevano senza risparmio, sotto l’occhio neppur troppo malevolo di Emilie Flöge, musa e compagna. Mitico Klimt. Non tanto per la sua arte, la capacità di sfornare capolavori e marmocchi a raffica – ben sei i figli riconosciuti ufficialmente, assai più le donne reclamanti la sua paternità post mortem. Quanto per la capacità d’incarnare la weltanschauung viennese più e meglio d’altri. Quella centralità dell’arte mitteleuropea nel panorama della Belle epoque cui la Grande guerra mise fine, con la dissoluzione degli imperi centrali e del bel mondo. Paradigmatica della fine di un’epoca è la vicenda personale dell’artista, la sua stessa fine. Stroncato dall’epidemia di Spagnola all’inizio di quel 1918 che avrebbe visto il tracollo dell’impero asburgico e del suo mondo, liberty e bohémien. Vittima di una pandemia nata sui campi di battaglia come effetto collaterale dell’uso massiccio dei gas venefici, tra i grandi effetti nefasti del maggior sterminio di massa d’ogni tempo: ben 50 milioni di morti su una popolazione mondiale di 200. I fasti e le bizzarrie di Klimt, lo spirito di un’epoca d’oro frantumata nelle trincee della guerra mondiale finivano così, in un letto d’ospedale, spazzato da un male figlio del suo tempo, prodromo d’altre follie e pandemie coève.</p>
<p>Progetto Klimt, Roma, Palazzo Braschi, fino al 27 marzo 2022; Piacenza, Galleria d’arte moderna Ricci Oddi, dal 5 aprile. Info <a href="http://www.museodiroma.it">www.museodiroma.it</a></p>
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		<title>Football come back to Rome</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2021 10:48:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Mancini che pare in preda a una colica dopo una festa. Chiellini che ghigna com’avesse una paresi. Entrambi a reggere la coppa baciata dal sole, nell’alba dorata di Fiumicino. Mi piace vederla così la vittoria degli Azzurri. Strameritata, ai rigori. Immagine di rito che la dice lunga, più di tant’altre di questa finale d’Europeo. Più degli allucinanti balletti in mascherella, nera e multicolor, del prefinale;... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/football-come-back-to-rome/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Mancini che pare in preda a una colica dopo una festa. Chiellini che ghigna com’avesse una paresi. Entrambi a reggere la coppa baciata dal sole, nell’alba dorata di Fiumicino. Mi piace vederla così la vittoria degli Azzurri. Strameritata, ai rigori. <span id="more-10041"></span>Immagine di rito che la dice lunga, più di tant’altre di questa finale d’Europeo. Più degli allucinanti balletti in mascherella, nera e multicolor, del prefinale; più del sincopato negretto – fulgida imago dell’Europa trasnazionale preda del politically correct – chissà perché smascherato, che regge la coppa infiocchettata di tricolore col passo solenne del necroforo.</p>
<p>Mitici inglesi. L’Italietta l’ha mazzolati in casa loro, in quel di Wimbledon dove s’è scatenata la caccia all’italiano da parte di certi pagliacci che sputano sull’Europa, briachi e altezzosi come se il mondo fosse ancora roba loro, mentre sta scappando di mano pure ai cugini d’oltreoceano. Fischiano l’inno altrui e danno lezioni di bonton all’ora del tè, tra un tuffo di Sterling e un rutto. L’Italia ha vinto, mettendo all’angolo i figli spuri dell&#8217;Inghilterra e la loro quinta colonna tra le file italiche, lo smobilitato Immobile.</p>
<p>S’è ricacciato in gola al principe e alla masnada nobiliare fuori luogo e tempo massimo il sorriso ebete, alla plebaglia cialtrona urla e fischi. Peccato che la tivù di reame non abbia regalato in mondovisione l’augusto volto della regina al momento del trapasso, neanche la caccia all’incursore solitario e i visi truci dei regi sconfitti. La repubblica ha battuto la monarchia, come nella primavera di tant’anni fa. L&#8217;indomito Bonucci offre consigli culinari agl&#8217;isolani: magnate pastasciutta, ancora. Che gusto. Che bellezza.</p>
<p>In certi momenti e con certa gentaglia vien voglia d’essere nazionalisti. Gettare le stampelle di Spinazzola al vento – al nemico? – come il povero Toti. Sventolare il tricolore come sulle ridotte di Giarabub e le dune di Beda Fomm, a vendicar le batoste della perfida Albione. Meglio applaudire e godersela, alla faccia del calcio come colonna portante dell’ideologia capitalistica e spettacolo oppiaceo per antonomasia. Poi basta, la fregola nazionalista dura il tempo d’una nottata, la sbornia passa e la retorica di regime torna ai temi sobri della crisi d’astinenza pandemica. Intanto godiamocela. Viva l’Italia. Football come back to Rome.</p>
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		<title>Tota Italia, sotto il segno d’Augusto</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2021 07:06:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Grande riapertura delle Scuderie del Quirinale con la nascita della nazione italica. Rari capolavori raccontano l’Italia romanizzata, alla faccia del paese reale e di popolazioni tuttora ignorate Lo sguardo è vivido, anche se nell’orbite vuote le cornee sono assenti da un pezzo. La testa si volge di scatto, verso qualcuno o qualcosa, pare sul punto di aprire le labbra enfiate dai colpi, ma si trattiene.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/tota-italia-sotto-il-segno-daugusto/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Grande riapertura delle Scuderie del Quirinale con la nascita della nazione italica. Rari capolavori raccontano l’Italia romanizzata, alla faccia del paese reale e di popolazioni tuttora ignorate<span id="more-10016"></span></p>
<p>Lo sguardo è vivido, anche se nell’orbite vuote le cornee sono assenti da un pezzo. La testa si volge di scatto, verso qualcuno o qualcosa, pare sul punto di aprire le labbra enfiate dai colpi, ma si trattiene. Bernoccoli e sbucciature, schizzi di sangue reso col rame sul corpo possente, a riposo dopo l’ennesimo combattimento. Non poteva esserci immagine più appropriata del pugile che apre il catalogo e la mostra Tota Italia alle Scuderie del Quirinale. Vuoi perché il bronzo del IV secolo avanti Cristo che commosse Rodolfo Lanciani al tempo del suo ritrovamento, nel 1885, fu trovato proprio qui, alle pendici del colle, celato con cura da chi voleva salvarne memoria e bellezza. Vuoi perché, suonato e rintronato, forse pure un po’ sordo d’orecchi come denunciano i lobi a broccolo, l’atleta scolpito da Lisippo o forse Apollonio è come l’Italia. Battuta ma non doma. O almeno così vogliono i curatori, il direttore del museo nazionale romano Stépane Verger e Massimo Osanna, promosso dal ministro Franceschini direttore generale dei musei dopo aver rivitalizzato Pompei. E proprio dai musei archeologici sparsi nel Belpaese proviene il corpus in mostra: circa 400 pezzi tra i quali rari capolavori, in parte perduti e recuperati. Come la coppia di grifoni che divora una cerva, ancora del IV secolo: sostegno da tavola di un nobile dauno – o forse sabellico – da Ascoli Satriano, dove Pirro ottenne la sua malfida vittoria sui romani, già al Getty museum di Malibu.</p>
<p>Cimeli arcinoti come il corredo nuziale della cista Ficoroni o l’altare funebre delle menadi danzanti, e meno noti come la stele del guerriero sannita che torna dalla battaglia o il magnifico corredo tombale di due guerrieri melfitani. E ancora, gli ori provenienti dalla necropoli gallica di Montefortino d’Arcevia; i frammenti delle tavole iguvine, pietra miliare di lingua e culti arcaici; il fegato di Piacenza ad uso dell’aruspicina etrusca. Una pletora di capolavori della civiltà italica e poi romana, squinternati nelle sale delle scuderie pittate di un anodino grigio a dare risalto ai reperti, attraverso un percorso in dieci tappe che rievoca i momenti salienti della prima Italia, nell’ottica della romanizzazione della penisola celebrata da Augusto. Dai riti funebri ai culti, dalle lingue ai traffici e al lusso, dalle guerre all’organizzazione della conquista, è il racconto della nascita di una nazione che dal IV secolo giunge all’età imperiale, celebrativo come sarebbe piaciuto al figlioccio adottivo di Cesare.</p>
<p>L’Augusto che pacificò l’Italia ridotta a macerie dopo le guerre civili e sociali. Il pacificatore dell’urbe e dell’orbe che regnò da imperatore e dio senza dirlo né darlo a vedere, memore della fine del patrigno. Che celebrò sé stesso restituendo a una città nata da un’enclave di ladri, assassini e ruffiani nobili natali e dignità imperiale, grazie al mito troiano rinvigorito da Virgilio e alle trovate dei cerimonieri di corte. Il distruttore della repubblica, più ancora del dittatore Cesare, che seppe spacciarsi per restauratore delle virtù della repubblica, da lui ridotta a nome senza corpo né forma, nelle parole di Svetonio.</p>
<p>E proprio dal giuramento di fedeltà che “Tota Italia” fece al nuovo padrone che seppe fare tabula rasa del suo passato e di quello dell’urbe, come d’ogni nemico – compreso il figlioletto di Cesare, Cesarione, amato dal rivale Antonio – parte l’idea della nazione in farsi. Quel giuramento fittizio che Ottaviano, da vecchio, non mancò di ricordare nelle sue memorie. Non ci sono più italici, solo romani, gli faceva eco il greco Strabone. Eccolo, il trave nell’occhio d’una mostra pur notevole che l’Augusto avrebbe amato, al pari di sé. Forse l’aver messo tanta carne al fuoco in occasione del 160esimo dell’unità, del 150esimo di Roma capitale e del 75esimo della repubblica non poteva esimere l’evento dal tono celebrativo, a tratti enfatico. Ma forse sarebbe stata più adatta ai tempi, al paese reale, un po’ più di dialettica, a fronte di tanta ricchezza d’arredi &amp; corredi. Meno enfasi a rappezzare il cupio dissolvi coèvo. L’esito è comunque entusiasmante, l’esposizione da non perdere.</p>
<p>Poi, a voler cercare qualche altra pagliuzza e travicello nell’occhio, è ora che la ricerca archeologica vada oltre le menate della diversità etrusca o della moda celtica. Restituisca dignità e unità ai popoli della penisola, a partire dalla comune lingua scritta della koinè italica, fuori dalla “pax augusta”. E, magari, possa ridare a popolazioni italiche ancora ignorate l’importanza a cui il dato archeologico le sottrae. Il carro sabino da parata del principe d’Ereto, recuperato al Ny Carlsberg Glyptotek museum di Copenaghen ed esposto protempore a palazzo Dosi, a Rieti, a cura della Fondazione Varrone, non avrebbe sfigurato col trapezoforo d’Ascoli, per dirne una, e avrebbe reificato il senso di un’altra Italia, ignota ai più. Quella che si perse a Sentino e non si ritrovò a Corfinio, sempre feracemente antiromana. Forse più vera, certo non meno reale dell’altra cassata, più che nata, sotto il segno di Roma e d’Augusto che si celebra al Quirinale. Fino al 25 luglio, info <a href="http://scuderiequirinale.it" target="_blank">scuderiequirinale.it</a>.</p>
<p><em>Galleria fotografica a cura di Nicoletta </em><i>Zanella</i></p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Altare-di-Marte-foto-Zanella.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10020" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Altare-di-Marte-foto-Zanella-270x300.jpg" alt="altare-di-marte-foto-zanella" width="270" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Cista-Ficoroni-foto-Zanella.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10021" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Cista-Ficoroni-foto-Zanella-215x300.jpg" alt="cista-ficoroni-foto-zanella" width="215" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Fegato-di-Piacenza-foto-Zanella.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10022" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Fegato-di-Piacenza-foto-Zanella-300x227.jpg" alt="fegato-di-piacenza-foto-zanella" width="300" height="227" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Ori-della-necropoli-gallica-di-Montefortino-foto-Zanella.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10023" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Ori-della-necropoli-gallica-di-Montefortino-foto-Zanella-300x225.jpg" alt="ori-della-necropoli-gallica-di-montefortino-foto-zanella" width="300" height="225" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Pugile-a-riposo-foto-Zanella.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10024" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Pugile-a-riposo-foto-Zanella-227x300.jpg" alt="pugile-a-riposo-foto-zanella" width="227" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Trapezoforo-da-Satriano-dAscoli-foto-Zanella.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10025" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Trapezoforo-da-Satriano-dAscoli-foto-Zanella-300x225.jpg" alt="trapezoforo-da-satriano-dascoli-foto-zanella" width="300" height="225" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Altare-delle-menadi-danzanti-foto-Zanella.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10026" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2021/05/Altare-delle-menadi-danzanti-foto-Zanella-300x212.jpg" alt="altare-delle-menadi-danzanti-foto-zanella" width="300" height="212" /></a></p>
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		<title>La vita appesa</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2020 12:11:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie in forma di prose]]></category>
		<category><![CDATA[appesa]]></category>
		<category><![CDATA[domenica]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[virus]]></category>
		<category><![CDATA[vita]]></category>

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		<description><![CDATA[Appesi al ballatojo / non si può stare / appesi in fila / sì, ma a distanza / &#160; Appesi al cane / si rischia la multa appesi al tram / l’arresto in corsa / &#160; Battesimi e nozze / non s’hanno da fare / neanche al feretro / ti puoi appoggiare / &#160; Appesi al grancirco / non si può mancare / e pure al... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-vita-appesa/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Appesi al ballatojo /</p>
<p>non si può stare /</p>
<p>appesi in fila /</p>
<p>sì, ma a distanza /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Appesi al cane /</p>
<p>si rischia la multa</p>
<p>appesi al tram /</p>
<p>l’arresto in corsa /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Battesimi e nozze /</p>
<p>non s’hanno da fare /</p>
<p>neanche al feretro /</p>
<p>ti puoi appoggiare /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Appesi al grancirco /</p>
<p>non si può mancare /</p>
<p>e pure al balcone /</p>
<p>così canti e ti passa /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non è mica falsa /</p>
<p>la vita appesa /</p>
<p>la vita sospesa /</p>
<p>niente da fare /</p>
<p>magari, da solo, pregare /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Anzi, è niente male /</p>
<p>una vita normale /</p>
<p>dove c&#8217;è l’essenziale /</p>
<p>e pure uozàp, la ciatt /</p>
<p>non dare di matt /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Pur senza lavoro e decoro /</p>
<p>siam tutti fratelli, accetta il salasso /</p>
<p>rispetta le regole, il nuovo ordine /</p>
<p>eppoi contra virus ragione non vale /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Non stare a pensare /</p>
<p>devi solo aspettare /</p>
<p>dai, trema e spera /</p>
<p>che già viene la sera /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Così tutti stanno /</p>
<p>col cerino in mano /</p>
<p>ché prima o dopo /</p>
<p>ogni notte finisce /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E arriva il giorno /</p>
<p>s’aprono le porte /</p>
<p>ognun si rialza /</p>
<p>entra lo spiffero<span id="more-9760"></span></p>
<p><em>Sopra: L&#8217;Italia appesa, @fioregiallo</em></p>
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		<title>Italiani brava gente. E pure un po&#8217; fessi</title>
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		<pubDate>Thu, 21 Nov 2019 12:17:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
		<category><![CDATA[feriti]]></category>
		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Nassiriya]]></category>
		<category><![CDATA[Nato]]></category>
		<category><![CDATA[Onu]]></category>
		<category><![CDATA[padre Zanotelli]]></category>

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		<description><![CDATA[Il ferimento di cinque militari del contingente italiano in Iraq, a 16 anni dall’attentato di Nassiriya costato la vita a 19 tra soldati e civili, oltre a riaprire una ferita nel giorno della strage solleva qualche interrogativo. Tolto ogni dubbio circa il reale ruolo combattente delle unità speciali nostrane – altro che forze di “tutoring” ai locali – come rivela l&#8217;intervista di Fausto Biloslavo all&#8217;ufficiale... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/italiani-brava-gente-e-pure-un-po-fessi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Il ferimento di cinque militari del contingente italiano in Iraq, a 16 anni dall’attentato di Nassiriya costato la vita a 19 tra soldati e civili, oltre a riaprire una ferita nel giorno della strage solleva qualche interrogativo. <span id="more-9615"></span>Tolto ogni dubbio circa il reale ruolo combattente delle unità speciali nostrane – altro che forze di “tutoring” ai locali – come rivela l&#8217;intervista di Fausto Biloslavo all&#8217;ufficiale curdo al comando della spedizione dove i cinque sono stati feriti, con due peshmerga, il primo quesito è di natura contingente. Se i nostri incursori siano lì per aiutare i curdi, abbandonati dall’Europa e in primis dagli Usa, a resistere al terrorismo islamico importato e foraggiato dagli stessi Usa e dai suoi alleati occidentali e mediorientali, o piuttosto a contrastare il ripristino della sovranità di Baghdad, come di Kabul o di Damasco, in aree petrolifere che mai più si vogliono sotto l’egida dei rispettivi governi centrali. Cavalcare le linee di faglia etnica in zone di guerra è assai pericoloso.</p>
<p>Più controversa è la questione generale. Che ci facciamo noi italiani in Iraq, Afghanistan, Libano, Libia, Kosovo eccetera? Sono 45 le missioni cosiddette di pace, o altrimenti dette, in cui è impegnato l’esercito italiano, rinnovate dal Parlamento per il 2020. Dispiegano oltre 7.000 soldati, grossomodo una divisione del vecchio regio esercito in tempo di guerra e un decimo dell’esercito della Repubblica in tempo di pace. Solo la missione in Iraq costa all’erario circa 170 milioni di euro l’anno. Si tratta di missioni Nato fuori da ogni autorizzazione Onu e in palese spregio allo stesso statuto dell’Alleanza Atlantica – trattato difensivo sullo scacchiere europeo – che Londra e Washington hanno reso espressione di proiezione mondiale della loro volontà di potenza, mentre Parigi e Berlino vanno di fatto affossando.</p>
<p>Anziché farsi domande e trarsi d’impaccio, il ceto politico italiota polemizza con padre Zanotelli, reo d’aver detto che i caduti di Nassiriya non sono martiri di pace, ma morti per il petrolio. Magari padre, magari. Quei morti, e altri che verranno, sono stati ingojati nel buco nero di missioni Nato senza senso né costrutto, a solo nostro danno. Fuori da ogni logica militare e razionale. Fuori dai confini dell&#8217;Alleanza e dalle risoluzioni Onu. Fuori da ogni convenienza economica e persino da ogni mandato parlamentare, come quell&#8217;intervista, beatamente ignorata dal gran circo mediatico, ha dimostrato. Italiani brava gente, diceva un tempo la vulgata. E pure un po’ fessacchiotti.</p>
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		<title>Oggi accadrà. Come finirà la farsa elettorale</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Mar 2018 10:13:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belpaese]]></category>
		<category><![CDATA[4 marzo]]></category>
		<category><![CDATA[elezioni]]></category>
		<category><![CDATA[Italia]]></category>
		<category><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></category>
		<category><![CDATA[voto]]></category>

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		<description><![CDATA[Della serie ve l’avevo detto, dimmi come chiudi e ti dirò come va. Cominciamo dai primi della classe, quelli che si dicono buoni ma segnati da tutti tra i cattivi sulla lavagna. I Cinquestelle hanno riempito Piazza del Popolo per reclamare la presa del Palazzaccio, la vittoria della loro rivoluzione di febbraio con l’usuale sicumera di chi è nel giusto, sempre, sola eredità della sinistra... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/oggi-accadra-come-finira-la-farsa-elettorale/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9290" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/5S-a-piazza-del-Popolo-.jpg"><img class="size-medium wp-image-9290" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/5S-a-piazza-del-Popolo--300x225.jpg" alt="Il comizio finale dei 5S a Piazza del Popolo. Sopra: Totò in Gli onorevoli " width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Comizio finale dei 5S a Piazza del Popolo. Sopra: Totò in Gli onorevoli</p></div>
<p>Della serie ve l’avevo detto, dimmi come chiudi e ti dirò come va. Cominciamo dai primi della classe, quelli che si dicono buoni ma segnati da tutti tra i cattivi sulla lavagna. <span id="more-9289"></span>I Cinquestelle hanno riempito Piazza del Popolo per reclamare la presa del Palazzaccio, la vittoria della loro rivoluzione di febbraio con l’usuale sicumera di chi è nel giusto, sempre, sola eredità della sinistra doc. Mai vista una manifestazione di piazza con l’entrata – così c’era scritto sui cartelli in piazza, entrata come alle fiere, ai saldi della politica – protetta da un cordone di sicurezza, col popolo pentastellato a zigozagare a serpentina nel traffico romano, inclemente più del tempo.</p>
<p>Poche spanne più in là dei Cinquestelle, vincitori reali a dispetto di tutto e di tutti, i vincitori immorali. I bandieroni con le tartarughe corazzate di Casa Pound sventolavano davanti al Pantheon per la gioja di adepti e turisti, a far numero. Con essi e i quattro stracci neri di Fiore il veterofascismo s’è compiutamente sdoganato. Con piena soddisfazione del sistema e dei media che l’hanno allumato a dovere, e buona pace di chi s’è incaponito a scornarsi con loro o negarsi al circo mediatico. Nel centrodestra, dopo la manifestazione congiunta hanno chiuso ognuno per suo conto. Ognun per sé e Tajani per tutti, Salvini permettendo. Il giovin monarchico già corifèo del Cavaliere, trombato da Veltroni alle comunali capitoline. Il nulla per tutte le stagioni ripescato in quel di Strasburgo dal duce d’Arcore, immarcescibile ma non eleggibile.</p>
<p>Quegli altri neppure hanno il coraggio di mostrarsi in piazza. Si son ritirati al chiuso d’un teatrino, come Renzi col suo partito personale, il PdR, nella ridotta fiorentina. O i transfughi da quel corpaccino immoto, ridotto alla soglia del 20%, espianti dal paese reale come il male da cui hanno preso il nome, Leu. Diminutivo della Leucemia che ha colto la sinistra di potere. Quel male incurabile frutto di personalismi e demenza, giovanile e senile, che fa vedere la lucciola al posto della lanterna del treno della storia che la travolge. Come il Pci, che tra i rari pregi aveva il chiodo fisso dell’unità, abbia subito una tale mutazione genetica da divenire PdR, Partito di Renzi, cioè partito personale di un ex premier che l’ha portato al dissesto dopo averlo trasformato in neodiccì, e di quattro stracci residuali senza peso né senno, è materia che nessuno scienziato della politica ha capito e narrato. Forse solo complottisti e dietrologi sanno spiegare.</p>
<p>Nel carrozzone dei sinistri già al governo, al chiusissimo dei loro strapuntini hanno chiuso le listarelle delle animelle morte, le donnine scese in campo per grazia ricevuta dall’ex premier. L’ex ministra dell&#8217;insanità di cui porta male pure dire il nome, Nostra signora dei vaccini, e la Bonino che Wikipedia definisce “una delle figure più importanti del radicalismo liberale”. La più trombata dagli italiani ma tanto amata dai salottini buoni radicalchic, come dai poteri forti e dal carrozzone mediatico. Pervicacemente attaccata a una poltrona qualesia (ricordate quando venne eletta alla Camera tra le file della Lega, in forza a Forza Italia? Era la XII legislatura, mica secoli fa). Che l’abatino pieddino spotteggi in bicicletta e Salvini si dia al grattavoto col Vincisalvini è mero colore, nel teatrino della politica. E dopo aver fatto il giro di piazza, veniamo ai numeri.</p>
<p>Salvo sorprese oggi vedremo i 5S al primo posto col 30% dei voti, un buon terzo dell’elettorato votante. Segue il PdR, già miracolato se toccherà il 20%. Qualche punto sotto i nostalgici del Cavaliere, seguiti da presso (superati, quasi) dai redivivi leghisti. Fratellastri d’Italia se la sfanga di poco oltre il 5%. Per gli altri sono briciole, senza resti e vuoti a perdere. Non c’è trippa per gatti e per nessuno (tantomeno idee e anime men che morte), come recita Pirozzi nel suo spot elettorale per la regione Lazio. L’ex sindaco d’Amatrice che a tutti s’è dato, con sano spirito democratico, e nessuno ha pigliato, come la Sora Camilla della canzone. Se madamina il catalogo è questo, per dirla come Leporello servitore di Don Giovanni, è d’uopo che il faccino pulito di Di Maio – Dio ci salvi dagli incompetenti e ancor più dai competenti che hanno ridotto il paese allo stato larvale in cui si trova – salga al Colle per vedersi accollare la prima mano dall’algido Mattarella. Salvo colpi di scena e monco d’appoggi, dovrà passarla al partito della coalizione dominante, al Centrodestra.</p>
<p>Ma neppure questo avrà i numeri necessari, per non dire facce spendibili e men che abusate. Ergo la soluzione è in cantiere da mesi. Un bel Gentiloni bis che metta d’accordo tutti, destri &amp; sinistri, grandi e piccini. Altre soluzioni sono possibili, tipo governo tecnico del Draghi uber alles, ma il Groko all’italiana – chiamatelo inciucio, pateracchio, governissimo per amor di patria, come volete – è servito. Dopo averla apparecchiata, si potrà gustare la farsa elettorale, o meglio democratica. Che nulla ha da invidiare a quella umanitaria e all’altra calcistica, la più seguita dal pubblico italiota. Le tre farse del Belpaese contemporaneo. Alla prossima il menù. Intanto godetevi questi, stasera è il meglio che abbiamo avrebbe detto De André.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/Traffico-illecito.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9292" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/Traffico-illecito-300x169.jpg" alt="traffico-illecito" width="300" height="169" /></a></p>
<p>ps. Tutto come previsto, o quasi, con la Lega un po&#8217; sopra le aspettative. Sarà l&#8217;asse dei populisti, come auspica Steve Bannon, già consigliori di Trump, col duce d&#8217;Arcore ad assemblare i pezzi, o l&#8217;ora del Gentiloni mannaro, nonostante il tracollo del PdR e dei leucemisti? E Renzi, dopo aver fatto tabula rasa di quel ch&#8217;era il Pci, si farà da parte per lasciare il nulla ai suoi eredi? Non perdete la prossima puntata della farsa.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;Italia in Libia, l&#8217;attesa è finita</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Apr 2016 14:39:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’attesa è finita per una nuova avventura dell’Italia in Libia. Dopo mesi di tira e molla sembra suonata l’ora x per il contingente italiano che dovrà dare una mano per la messa in sicurezza del paese, come tutti fuorché i diretti interessati vogliono. La pezza d’appoggio che l’Onu chiedeva per intervenire è giunta dal premier Fayez al-Serraj, a capo del governo di Tripoli raffazzonato grazie... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/litalia-in-libia-lattesa-e-finita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/Libia-niovembre-20151.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-8900" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/04/Libia-niovembre-20151-300x263.png" alt="Libia-niovembre-20151" width="300" height="263" /></a></p>
<p>L’attesa è finita per una nuova avventura dell’Italia in Libia. Dopo mesi di tira e molla sembra suonata l’ora x per il contingente italiano che dovrà dare una mano per la messa in sicurezza del paese, come tutti fuorché i diretti interessati vogliono. <span id="more-8899"></span>La pezza d’appoggio che l’Onu chiedeva per intervenire è giunta dal premier Fayez al-Serraj, a capo del governo di Tripoli raffazzonato grazie al pressing dell’Onu stessa con esponenti tribali non certo di spicco del dopo Gheddafi. Ora i governi occidentali si dicono pronti a fare la propria parte per proteggere pozzi e impianti dalle mire dell’Isis. E, ovviamente, l’Italia dovrà intervenire militarmente sulla quarta sponda per la terza volta nella sua storia recente, anche se ancora traccheggia sul come e quanto, se con poche centinaia d’uomini o più, e se gli Amx di stanza a Trapani dovranno bombardare o limitarsi a sorvolare Tripoli bel suol d’amore. Ma non è questa l’incertezza maggiore per l’Italia nel nuovo fronte che va aprendosi in concomitanza alla spedizione a Mosul, per fare fronte comune all’onnipresente baubau del califfato dietro insistenza Usa.</p>
<p>Il guazzabuglio libico è, se possibile, più complesso del ginepraio iracheno. Dei quattro governi che si contendono il paese sprofondato nella guerra civile alla caduta di Gheddafi, nel 2011, quello di Tripoli è il solo avallato dall’Onu, finora a chiacchiere. L’altro, a Tobruk, gode del sostegno dell’Egitto di Al Sisi e degli Emirati, che armano la mano e le colonne mobili del generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk, impegnato a ripulire Bengasi dalle milizie di Al Qaeda e dei Fratelli musulmani, e pronto a far marciare i blindati appena ricevuti in barba all’embargo su Sirte, in mano all’Isis. Coadiuvato nell’operazione da Francia e Gran Bretagna coi loro commando e caccia. Allora, l’appello di Tripoli a fare presto, con l’Italia volenterosamente gettata dagli alleati in prima linea tra le fazioni pur di non farle perdere un treno su cui farebbe bene a non salire, è un gioco delle parti volto a fare del nostro paese il solito vaso di coccio tra svariati di ferro. Preso tra i veti incrociati delle milizie e gli estremisti islamici che minacciano di portare la guerra a Roma, la volontà di Obama-Hillary di sfilarsi dal caos libico da loro innescato e le doppiezze degli alleati occidentali.</p>
<p>Già da un anno l’ambasciatore Usa a Roma John Philips chiede per conto della casa Bianca l’invio di 5.000 uomini per fare fronte allo scellerato interventismo e successivo disimpegno – il mio errore più grande, ha ribadito anche di recente il presidente nero – del suo principale alla Casa Bianca. Un contingente poi ridimensionato a un migliaio di uomini, e ora attestato attorno alle poche centinaia. Forse appena una compagnia, necessaria a garantire la protezione della base tripolina e la scorta ai funzionari dell’Onu, inclusi il rappresentante delle Nazioni Unite Martin Kobler e il suo consigliere militare, il generale degli alpini Paolo Serra, che dovranno curare i rapporti con il governo di Al Serraj. Il punto è, numeri a parte, che il governo riconosciuto dalla comunità internazionale controlla nominalmente una fetta risibile del paese, di fatto alcuni palazzi governativi a Tripoli, e l’intervento manu militari dell’Italia, sotto mandato Onu, dovrà in primo luogo renderne possibile l’effettivo insediamento e la sopravvivenza.</p>
<p>Un esecutivo simile non ha né i mezzi né la volontà di combattere gli estremisti, e la generica richiesta d’aiuto ai paesi europei e africani al vertice di Hannover cela, oltre alla propria impotenza, la preoccupazione che il governo concorrente di Tobruk possa avvantaggiarsi troppo nella corsa al petrolio libico. Renzi finora non ha ceduto a chi lo tirava per la giacchetta in questo gioco a perdere – e questo è uno dei suoi rari meriti in politica estera – ribadendo anche in questa occasione che la priorità per l’Italia è la difesa dei pozzi petroliferi dell’Eni, nella parte occidentale del paese, senza volersi lasciar coinvolgere nella lotta per i giacimenti di Brega, Ras Lanuf e Sidra, a oriente, ma l’attesa è finita e sulla quarta sponda tornerà presto o tardi a sventolare un tricolore da sforacchiare. A Bengasi già lo bruciano in strada. È un buon inizio.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>L&#8217;ora di Tunisi</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2016 19:13:05 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8847" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18-300x169.jpg" alt="707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18" width="300" height="169" /></a></p>
<p>È tornata una calma apparente a Ben Gardane, dopo un giorno di fuoco e una notte di coprifuoco che hanno lasciato più di cinquanta morti sul terreno. La quiete dopo la tempesta, anche se la bufera è di là da venire, in Tunisia. Col confine libico a un passo, indifeso da una barriera di filo spinato e sabbia. <span id="more-8844"></span>Ben Gardane (o Guerdane, alla francese), 80mila abitanti e 15mila dromedari, a più di 500 chilometri dalla capitale, Tunisi, e meno della metà da Tripoli, era nota fino a ieri per il festival dei dromedari, appunto, che si tiene a giugno. Unico monumento degno di nota, una bizzarra rotonda a blocchetti con quattro colonnacce dei tempi di Treboniano Gallo che nella vicina Gerba – l’omerica isola dei Lotofagi – venne fatto imperatore e un lanternone rosso con la mezzaluna e la stella su fondo bianco in cima. L’emblema della bandiera nazionale che le raccogliticce forze di sicurezza sventolavano dopo aver ripreso il controllo della città ai jiadhisti che l’hanno attaccata. In quella che è a un tempo la prima puntata offensiva dell’Isis in Tunisia e il tentativo di estendere il conflitto oltre il confine libico. O, come ha detto il premier tunisino Habib Essid, di creare un emirato jiadhista nell’area di confine, modello califfato in Siria. Anche per questo il capo dello stato Beij Caid Essebsi, già prima del summit al palazzo presidenziale di Cartagine, ordinava di “sterminare come ratti” gli attaccanti, senza requie. E i suoi gli hanno dato retta, postando sui social le foto della riconquistata città contesa. Niente d’ufficiale, visto che il governo ha invitato i media a tenersi alla larga dalla città sfuggita, per ora, alla longa manus del califfato in terra d’Africa. Bilancio ufficiale degli scontri, secondo l’emittente qatariota Al jazeera: 55 morti, di cui 36 terroristi (altri 7 sarebbero stati catturati) e 19 tra governativi e civili, compresa una bambina di 12 anni. Oltre alla chiusura del resort internazionale di Djierba, a scopo precauzionale.</p>
<p>Morti e precauzioni a parte, il raid tunisino non casca dal pero. Quello che i metereologi delle primavere arabe definiscono il solo esperimento di successo uscito da quella stagione, è in realtà una polveriera a tempo in cui l’Isis cerca il varco per accendere la miccia. Complice la crisi economica e le frustrazioni postrivoluzionarie, la Tunisia è il primo paese esportatore di jihadisti nei vari fronti aperti dal Califfato: Iraq, Siria e Libia. Qui, nel ginepraio libico dove l’Italia sta bellamente infilandosi, tra le 150 fazioni dei tre governi l’un contro l’altro armati, operano circa 1.500 degli oltre 5.000 giovani tunisini in armi sotto le insegne nere del califfo. Non è un caso che già la scorsa settimana un raid delle forze di sicurezza libiche ha ucciso un manipolo di sedicenti terroristi nella stessa città, in un’operazione costata la vita anche a un civile e a un ufficiale di polizia. Proprio nei campi libici si sono addestrati gli attentatori al museo del Bardo di Tunisi e sulla spiaggia di Sousse, l’anno scorso. E tunisini erano Noureddine Chouchane, obiettivo del raid Usa a Sabratha del 19 febbraio che ha innescato la vicenda degli ostaggi italiani, come la maggior parte degli uccisi del blitz che proveniva proprio da Ben Gardane, a una trentina di chilometri appena. Nuovo fronte di guerra di una guerra infinita dove si è consumata la prima battaglia.</p>
<p>Ma le prove generali dell’espansione jihadista nel Maghreb meritano una ulteriore riflessione. Basta sfogliare il Foglio – scusate il gioco di parole – per capire che l’evento si presta a un’altra lettura. A mostrare come il focolaio libico sia prossimo a incendiare l’intero Nordafrica, quindi si faccia in fretta a rimettere piede in Libia. Nell’edizione dell’8 marzo si dà conto di come il bombardamento Usa su Sabratha abbia in realtà sventato un imminente attacco oltre confine, come ammesso da un jihadista lì catturato, la cui confessione è stata debitamente messa online alla vigilia dell’attacco nella città tunisina. Questo è avvenuto comunque, ma senza la forza d’urto delle minacciate autobombe e battaglioni suicidi. Più modestamente, «I combattenti hanno bussato alle porte delle case annunciando: “Siamo lo Stato islamico”, in qualche caso hanno chiesto acqua, sono andati alla casa del capo dell’ufficio antiterrorismo e l’hanno ucciso», recita il Foglio. Che puntualizza: «Questo assalto non aveva come traguardo finale la conquista della città, ma era inteso come una dimostrazione di forza».</p>
<p>Una dimostrazione condotta da una sessantina di elementi, due terzi dei quali catturati e uccisi, provenienti da unità d’elite (il sedicente battaglione al Battar, nome d’una delle spade del Profeta, secondo la tradizione ebraica, e già qui…) che bussano a chiedere acqua, come migranti scampati al deserto. Fenomenale. Quel che conta è che sia stato un fallimento completo, grazie ai bravi bombardieri a stelle e strisce, si compiace il Foglio. Ma il meglio è nel seguente capoverso, che merita d’essere ripreso per intero: «L’attacco di Ben Guerdane è un esempio di come può funzionare l’intervento internazionale in Libia. Lo Stato islamico usa il paese come piattaforma di lancio per operazioni anche all’esterno e attende nelle sue basi di essere abbastanza forte. Gli attori esterni, in questo caso l’America, impiegano aerei e intelligence per interrompere questa fase di guerra latente. Le operazioni a terra sono lasciate alle forze locali, Sabratha e militari tunisini, perché conoscono il terreno e il paesaggio umano, e anche perché la loro presenza non eccita la propaganda jihadista come invece fanno i grandi numeri di soldati occidentali».</p>
<p>Più chiaro di così. Renzi la smetta coi suoi tentennamenti e dia fiato alle trombe, come chiede, buon ultimo, l’ambasciatore Usa a Roma, John Phillips. Spiace solo che il giornale di Ferrara, solitamente beninformato sui retrobottega d’America grazie ai trascorsi del suo direttore, dimentichi di spiegare cosa farebbero in Libia i cinquemila italiani sollecitati da Obama, se a bombardare ci pensano loro. A meno di non scambiare il corpo di spedizione italico nell’inferno libico – reso tale grazie ai maneggi dell’amministrazione Obama, in primis della signora Clinton che ora corre per la presidenza – per sacrificabili ascari italioti semper fidelis. Ma questa è un’altra tappa della guerra infinita. Purtroppo prossima.</p>
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		<title>Babbo Natale, santo laico</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Dec 2015 17:30:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Cosa vogliono gli italiani sotto l’albero? A girare tra gli abeti della nazione, quelli che affollano piazze e centri commerciali dell’ex Belpaese, quello che si svela è lo specchio dei desideri di un paese ricco di macerie prime, per dirla come Stefano Bucchi. Pigliamo ad esempio uno dei luoghi abetati dello Stivale. La stazione Tiburtina, crocicchio dell’Italia che parte o riparte, fate voi, e intanto... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/babbo-natale-santo-laico/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/12/DSC00493.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8752" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/12/DSC00493-225x300.jpg" alt="DSC00493" width="225" height="300" /></a></p>
<p>Cosa vogliono gli italiani sotto l’albero? A girare tra gli abeti della nazione, quelli che affollano piazze e centri commerciali dell’ex Belpaese, quello che si svela è lo specchio dei desideri di un paese ricco di macerie prime, per dirla come Stefano Bucchi. <span id="more-8751"></span>Pigliamo ad esempio uno dei luoghi abetati dello Stivale. La stazione Tiburtina, crocicchio dell’Italia che parte o riparte, fate voi, e intanto stagna tra consumi flosci e poca voglia di ridere. Tra vetrine che calano le saracinesche prima d’aprirle e impianti sbullonati senza aspettare l’inaugurazione della prima pietra. Al piano nobile della futuribile stazione pensata come via d’accesso alla Roma giubilare per chi viene da nord – ma un po’ da ognidove – e già demodé come un quadro astratto, un bell’abete di giusta grandezza e sobrio addobbo omaggia il viaggiatore coi suoi desiderata appesi tra rami e lucori.</p>
<p>C’è chi lo usa come posta del cuore, supplicando Babbo Natale d’incontrare l’amico gay-friendly tenero e carino, max 35enne, con tanto di mail. C’è chi anela un lavoro qualesia e chi la luce in fondo al tunnel per la squadra del cuore. C’è chi si raccomanda per un intervento alla figlia di tre anni e chi chiede, semplicemente: stop the war, please. Insomma, i cartoncini appesi tra gli aghi di pino plastico sono un campionario di sogni e bisogni assai distanti dall’inciviltà dei consumi. Simile alle antiche favisse dove i ploranti calavano offerte agli dei pagani, agli ex voto dei santi cristiani, ai reliquari dei beati martiri. Così, il vecchio dalla barba bianca è assurto nell’immaginario italico a santo neppure tanto laico da cui ricevere grazie. Un esito inimmaginabile per il vecchiardo in verde inventato dalla Cocacola, trasformato dai creativi in rosso vegliardo. Icona dell’opulenza e del benessere occidentale a cui rivolgersi, fin dalla tenera infanzia, per l’inutile orpello e il costoso gingillo.</p>
<p>Scriveva Adriana Zarri su un quotidiano della sinistra antagonista ai primi di questo secolo, ma più di un’era geologica fa: “Ogni festività ha la propria barbarie linguistica. Grazie all’egemonia nordica della lingua, dei costumi, dell’economia anglosassone, ci siamo abituati anche noi mediterranei a Babbo Natale che, prima ancora che blasfemo, dovrebbe essere ridicolo all’orecchio di un cristiano: e se a qualcuno venisse in mente di inventare mamma Pasqua? Abbiamo fatto l’orecchio anche a pasquetta. Vi farebbe impressione se si dicesse natalino o nataletto per il 26 dicembre?”. E ancora non si pagava dazio all’orrido Halloween.</p>
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