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	<title>Maurizio Zuccari &#187; letteratura</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Mari amari</title>
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		<pubDate>Sat, 11 Jul 2026 09:48:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[I convitati di pietra]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[I convitati di pietra vincono l’ottantesima edizione del premio Strega. Dove va la letteratura Diciamolo subito: a Michele Mari preferisco l’altro, il meno noto e più giovane, non partecipante e manco parente Alessandro Mari, autore del monumentale Troppo umana speranza e poco altro. Poi, vuoi per l’età, prossima alla mia, che lo tiene al riparo dalla minchionerìa coèva, vuoi per l’attacco all’icona di Santa Murgia,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/mari-amari/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/07/Convitati.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10775" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/07/Convitati-189x300.jpg" alt="Convitati" width="189" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I convitati di pietra vincono l’ottantesima edizione del premio Strega. Dove va la letteratura</strong><span id="more-10773"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Diciamolo subito: a Michele Mari preferisco l’altro, il meno noto e più giovane, non partecipante e manco parente Alessandro Mari, autore del monumentale Troppo umana speranza e poco altro. Poi, vuoi per l’età, prossima alla mia, che lo tiene al riparo dalla minchionerìa coèva, vuoi per l’attacco all’icona di Santa Murgia, patrona dell’intellighentsia progressista e transengenderina, che la demenza artificiale e generale vuole portatrice di un’eredità intellettuale enorme e un seguito affettivo vastissimo; vuoi, buon ultimo, perché il romanzo con cui ha vinto lo Strega non è niente male, pure Michele ha il suo perché. Eppoi I convitati di pietra (Einaudi, 168 pagine) – da non confondere con l’omonimo, uscito in contemporanea, di Giuseppe Arena, bel saggio che tratta tutt’altra storia, i retroscena della Secessione americana, e non ha vinto niente – l’ha scritto in meno d’un mese, il che ne fa quasi un novello e tardivo Simenon nostrano.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’uomo che non sapeva sorridere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Milanese di buona famiglia, a settant’anni suonati Mari è entrato nell’empireo dei baciati dallo Strega portandosi a casa il bottiglione e l’ottantesima edizione del premio, doppiata con l’altro riservato ai giovani. Svolta, tanto per dare un po’ di lustro al coro, nel bel mezzo del Campidoglio, salotto buono della romanità. Fedele al personaggio, manco stavolta l’uomo che non sapeva sorridere ha spiccicato una mezza risata al posto del ghigno che l’accompagna, assieme a moglie e figli. Tutta colpa dell’intransigenza paterna e della natura introversa del nostro. Non si scampa alle colpe dei padri, poveretti, salvo il ricorso al potere taumaturgico della scrittura, ahinoi. La storia, dunque.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Chi perde l’amico trova un tesoro</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">C’è una classe d’un liceo milanese, lo stesso dove ha studiato Mari negli anni Settanta, che un po’ per celia e un po’ perché così fan molti, decide di ritrovarsi ogni 22 luglio a cena, finché morte non li separi. L’insulsa cena di classe, reiterata fuori tempo massimo, piglia pepe da una scommessa: ognuno mette un po’ di soldi e, alla fine della fiera, il terzetto che campa più a lungo vince tutto e divide una piccola fortuna. Chi perde l’amico trova un tesoro, dunque. Solo che tanto amici non si resta già in classe, figurarsi nel corso della vita oltre i giorni di scuola. Di qui peripezie e sorprese che danno sugo alla storia. Una riflessione sulle illusioni della giovinezza e la loro fine, la perdita di tutto e di sé in vecchiaja, col miraggio della fortuna a portata di mano ma che sempre sfugge, come sabbia tra le dita.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;"><strong>Aspettando la fine della bonaccia o la tempesta</strong></span></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Quanto al resto dei candidati, al quartetto alle sue spalle, che dire. L’impressione è che al di là del premiato non ci sia molto da dire. Neanche stavolta lo Strega scampa alla morta gora in cui lentamente inesorabilmente amaramente sprofonda. Non è tanto il cliché delle storie e dei personaggi – l’immancabile femminino, la storia omoerotica, stavolta ponderoso impasto socratico in bilico tra storia e filosofia, la malattia eviscerata, la vicenda ombelicale e autobiografica messa sotto ai riflettori – che ritornano, né la consuetudine di portare in cinquina un editore, ancora Einaudi, con libri diversi. Quanto il circolo che pare privo d’attrattiva, buono a reiterare uno spettacolo per addetti ai lavori e poco altro. Resta l’impressione che i tempi in cui la letteratura sapeva raccontare il mondo, anticiparlo o inventarne di nuovi s’allontanano sempre più a filo d’orizzonte. E sul barcone, a riva, uno stanco presente col trucco sempre più liquefatto sugli autori di giro. Eh sì che di belle e tragiche e cogenti universali storie, e d’autori, ve ne sono in giro capaci di cantare fuori dal coro e non limitarsi al bel copiato, all’idiotismo del politicamente corretto. Ma tant’è, sono procellosi i mari in cui ci è dato navigare. Mari amari, senza sorrisi. Meglio restare sotto coperta, aspettando che finisca la bonaccia, arrivi la tempesta. O una stella a indicare la rotta.</span></p>
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		<title>Strega, noia e tragedia della borghesia</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 13:57:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Bajani]]></category>
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		<description><![CDATA[Vince non a sorpresa Bajani con L’anniversario, romanzetto esangue sul patriarcato che fu e la famiglia che c’è. Un premio specchio fedele del nulla letterario incapace di narrare la realtà Ci risiamo. Anche st’estate è arrivato il premio Strega a sollazzare il bel mondo letterario, facendolo sobbollire un po’ nel catino di Villa Giulia. E pure st’anno nessuna sorpresa davanti allo scontato vincitore: Andrea Bajani,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/strega-noia-e-tragedia-della-borghesia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/07/Foaok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10642" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/07/Foaok-300x200.jpeg" alt="Foaok" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Vince non a sorpresa Bajani con L’anniversario, romanzetto esangue sul patriarcato che fu e la famiglia che c’è. Un premio specchio fedele del nulla letterario incapace di narrare la realtà</strong><span id="more-10640"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ci risiamo. Anche st’estate è arrivato il premio Strega a sollazzare il bel mondo letterario, facendolo sobbollire un po’ nel catino di Villa Giulia. E pure st’anno nessuna sorpresa davanti allo scontato vincitore: Andrea Bajani, che s’è accosciato per gli scatti senza manco accennare allo stappo dell’ignobile bottiglione, come chiedevano a gran voce i paparazzi. Che a lui s’appioppasse la 79esima edizione del premio letterario più ambito dalle case editrici nostrane, quel che ne rimane, era cosa ovvia fin dalla serata di casa Bellonci, fin dal primo scrutinio dove lo scrittore romano, classe ‘75, ha subito staccato gli altri concorrenti della cinquina. Del resto il candidato Feltrinelli era oggettivamente il meno peggio del mazzo. Gli altri s’accodano ai suoi 194 voti: viavia Elisabetta Rasy, Perduto è questo mare (Rizzoli), con 133 voti; Nadia Terranova, Quello che so di te (Guanda), con 117 voti; Paolo Nori, Chiudo la porta e urlo (Mondadori), con 103 voti; Michele Ruol, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (Terra Rossa), con 99 voti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Vince Bajani con L’anniversario, dunque: esangue romanzetto – poco più di cento paginette – d’un figlio che tronca coi genitori e se ne compiace, allo scadere del decennio dove non s’è degnato manco d’una telefonata. La famiglia, che disgrazia. Il patriarcato, ancora e sempre il nemico pubblico numero uno – dopo l’autocrate di turno, s’intende – per certa intelligentsja che d’intelligenza ha solo l’eco in una stanza svuotata pure dai ricordi del tempo che fu. Ma tant’è, mazziare il maschio cattivo, padre padrone, fa sempre tendenza eppoi il pubblico dei lettori, quel che ne resta, ha nella stragrande maggioranza corpo di donna e progressista, la strizzata d’occhi è d’obbligo. Il palpeggiamento, guai.</p>
<p style="font-weight: 400;">La famiglia, dunque. La più grande tragedia del mondo dai tempi della caduta d’Atlantide, eppure ancora non s’è trovato di meglio – di peggio – per sfiancare la quotidianità dell’umanità. Di famiglia parla pure l’ultimo arrivato, Ruol, anestesista prestato alla letteratura, con una lunga sequela d’oggetti che legano una coppia al ricordo dei figli morti, Maggiore e Minore, a cui è negato pure il nome, oltre la vita. Sempre tragedia, sia pure al contrario. E sempre di saghe famigliari s’interroga la Terranova. Il resto è esercizio parabiografico, bell’interno al mondo letterario: i ricordi di Napoli e della relazione con lo scrittore Raffaele La Capria per Rasy; le rimembranze del poeta Baldini per Nori. Resta, per tutti, al di là dello stile e del mestiere, l’impressione d’una scrittura minore per non dire minimalista: esangue, appunto. Se la letteratura è lo specchio d’una società e lo Strega è lo specchio della civiltà letteraria italiana, dei suoi gusti e dei suoi miti &amp; riti da trasmettere al volgo, lo specchio rimanda fedele l’immagine di quel che è e di ciò che siamo. In un mondo al contrario, dove mille sarebbero i furori letterari coi quali discernere la contemporaneità, guerre e fole in cui vivacchiamo, ci si limita allo sbadiglio stanco, a rimasticare vecchie storie in cui manco più i protagonisti si ritrovano o credono. Mai un’alzata d’ingegno, un volare sopra rimasugli di grigiore quotidiano, un’illuminazione.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Meglio allora lasciare che la melma corrente marcisca i pilastri letterari, ne eroda i ponti, del resto non è più la letteratura a raccontare la realtà, come ammoniva il genio di Vassalli. Volgiamoci allora alla kermesse di contorno: lo sventolìo dei bej ventagli verdi distribuiti a uomini, donne e trallallà, a dare aria e colore alla serata. Il bel monologo di Anna Foglietta per il cinquantennale della morte di Pasolini. E qui il colpo di classe della regia che s’è concessa il lusso di mandare uno spezzone nel quale lo scrittore inveiva contro i premi e la fuffa letteraria, buona solo a compiacere la scemenza borghese. La bravura di Filippo Timi, nel recitare l’incipit dei finalisti. La fugace intervista con Anna Foa, fresca vincitrice del neopremio Strega per la saggistica: Il suicidio di Israele. Rade parole contro la macelleria in atto e la grande Sion. Buon ultimi, i deragliamenti di Pino Strabioli, improbabile conduttore col farfallino, orfano di Geppi Cucciari alla quale non è stato concesso il palco dello Strega per dire le sue menate, a differenza delle ultime edizioni, forse per la sua scarsa sintonia col governo in carica. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, ex giurato e grande assente alla serata, s’è lagnato di non avere manco ricevuto i libri dei concorrenti. Poco male, visto quel che passava la serata. Malatempora currunt, aspettando l’edizione numero ottanta. Definitivo rincoglionimento senile o vegliarda botta di vita, chissà.</span></p>
<p><em>Sopra: Bajani e Foa, vincitori dell’edizione Strega 2025 per la narrativa e la saggistica, rispettivamente crediti Musa, Fucilla, Ruscio, Mikhaiel/Taobuk</em></p>
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		<title>Sulla pietra Adamsberg non risorge</title>
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		<pubDate>Sat, 07 Sep 2024 15:59:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo sei anni torna il commissario di Fred Vargas con un dolmen e una storia ambientata in Bretagna, scombinata come poche Sei anni son tanti. Una vita, quasi, soprattutto in letteratura. Uno s’aspetta che dopo tant’anni si ritrovi per le mani un capolavoro, o perlomeno quello che di un autore s’è amato, gli è mancato. Così, quando una come Fred Vargas torna sugli scaffali, sei... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/sulla-pietra-adamsberg-non-risorge/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Dopo sei anni torna il commissario di Fred Vargas con un dolmen e una storia ambientata in Bretagna, scombinata come poche</strong><br />
<span id="more-10521"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Sei anni son tanti. Una vita, quasi, soprattutto in letteratura. Uno s’aspetta che dopo tant’anni si ritrovi per le mani un capolavoro, o perlomeno quello che di un autore s’è amato, gli è mancato. Così, quando una come Fred Vargas torna sugli scaffali, sei anni dopo, con l’ultimo nato della saga Adamsberg, uno corre ad acchiapparselo per leggerselo e goderselo tutto. E invece. Sulla pietra, l’ultimo romanzo dedicato al commissario parigino acchiappanuvoli, è un concentrato di difetti dei precedenti, con meno pregi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Vediamoli, a principiare dal titolo: Sur la dalle, in edizione originale. Sulla pietra, appunto. O meglio, sulla pietra tombale. La pietra, anzi il pietrone in questione che campeggia sulla copertina dell’edizione italiana Einaudi (non nell’originale Flemmarion) è un dolmen. Per l’esattezza il dolmen di Poulnabrone, presso Galway, nella contea di Clare, non distante dalle scogliere di Moher. Bellissimo ed evocativo lo scatto in chiaroscuro di Maurizio Rellini, però con tanta abbondanza di dolmen francesi – circa 4.500 quelli censiti – e in Bretagna in particolare, dov’è ambientata la storia (la stessa parola, dolmen, si vuole d’origine bretone), bisognava sceglierne uno fotografato dallo specialista umbro nell’Irlanda centro occidentale? Ma non è questo il punto. E neppure che il dolmen rivesta nella vicenda un ruolo tutto sommato marginale. Mero luogo fisico in cui le intuizioni poliziesche vengono a galla, dal substrato emotivo e tombale. Ché questo erano i lastroni: monumenti funebri e spazi sacralizzati: ossatura di tumuli funerari dell’età della pietra, scarnificati in bellavista per noi contemporanei. Ma entriamo nella tomba, nel vivo della pietra.</p>
<p style="font-weight: 400;">Altra presenza marginale è quella dello zoppo del castello di Comburgo (Combourg, in francese) o meglio del paesello di Louviec, dov’è ambientata la vicenda. Più che marginale, visto che la fantasmatica presenza si svela fin da subito, rivelandosi un mistero da burla. E un personaggio da operetta il discendente di Chateaubriand, gloria locale. L’acume, il genio letterario di Vargas si nutre di due caposaldi. O piedritti, per restare in tema di dolmen. Il primo è la forza letteraria dello svagato commissario, capo dell’Anticrimine parigina, originario dei Pirenei e, va da sé, poliziotto sui generis. Il secondo è dato dai suoi sanguinolenti casi intrisi di personaggi espunti da un immaginario orrorifico, mutuato da leggende locali e spesso ambientati nell’oscura provincia, come in quest’ultimo giallo. La materia storica è ben padroneggiata, tracima in filigrana nella corposità delle storie. Ma la ridondanza risulta dispersiva, come in questo caso, mentre l’arte, anche letteraria, vuole piuttosto scarnificazione; la ricercatezza narrativa, pur presente, paga lo scotto ai limiti intrinseci della traduzione, e la congerie di personaggi che circonda il protagonista paga dazio alla fissità dei ruoli, appiattendoli anche nel mutare di sentimenti e atteggiamenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Togli questi caratteri e resta un commissario mezzo superuomo, spalleggiato da una tenentona tutta superdonna, ancorché totalmente asessuata (se è concesso il distinguo sessista in tempi fluidi come i nostri). Resta una storia che è un inguacchio, un regolamento di conti di bande, locali e parigine, che più stonato non si può. L’americanizzazione di un personaggio francese, vien da dire. L’impressione è che sei anni di gestazione abbiano scombinato un bel po’ la storia, fatta di spezzoni che se ne vanno per conto loro e l’autrice fatica a tenere assieme. E veniamo al punto. Vargas, al secolo Frédérique Audouin-Rouzeau, è una celebrità: scrittrice preparatissima, battagliera anche nella vita, come nel caso della sua campagna pro Cesare Battisti, a cui è stata assai legata. Tra le sue tante dichiarazioni, una resta nel cuore. Recita pressappoco così: la banalità del male è assoluta, le mie storie dovrebbero esserlo, ma non lo sono. Non amo il realismo ma il reale. Ecco, forse ci sarebbe bisogno di storie più realistiche perché il loro fascino non ne risenta, deprivandole completamente di senso come nell’ultima. Ché Sulla pietra Adamsberg non risorge.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Sopra: la copertina di Sulla pietra (Einaudi, 464 pagine), particolare</em></p>
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		<title>Buona la quinta</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jul 2024 08:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[letteratura]]></category>
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		<description><![CDATA[Donatella Di Pietrantonio vince il premio Strega 2024. Storie di donne sull’orlo d’una crisi d’identità Daje e daje pure le cipolle diventano aje, recita un motto d’area centroappenninica. Ci aveva già provato fin dagli esordi, nel 2009, e l’anno dopo non era andata oltre la dozzina. Nel 2017 con l’Arminuta, e dovette accontentarsi del Campiello e di farne un film. Ancora nel 2021, con Borgo Sud,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/buona-la-quinta/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/07/9788806255787_0_424_0_75.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10456" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/07/9788806255787_0_424_0_75-189x300.jpg" alt="9788806255787_0_424_0_75" width="189" height="300" /></a></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Donatella Di Pietrantonio vince il premio Strega 2024. Storie di donne sull’orlo d’una crisi d’identità</strong><span id="more-10455"></span> Daje e daje pure le cipolle diventano aje, recita un motto d’area centroappenninica. Ci aveva già provato fin dagli esordi, nel 2009, e l’anno dopo non era andata oltre la dozzina. Nel 2017 con l’Arminuta, e dovette accontentarsi del Campiello e di farne un film. Ancora nel 2021, con Borgo Sud, non superò la cinquina. C’è riuscita ieri con L’età fragile. Donatella Di Pietrantonio è, manco a sorpresa, la vincitrice del settantottesimo premio Strega, bissando la vittoria all’edizione giovani. L’odontotecnica dell’infanzia, elegantissima nel suo tailleur rosanero messole addosso dallo stilista Etro, s’era già scritta il discorsetto, in vista della volata finale e prima d’attaccarsi al boccione dello Strega, lei che di suo è astemia. “Userò la mia voce scritta e orale in difesa dei diritti delle donne, che oggi non sono più così scontati”, ammonisce la scrittrice abruzzese barcollando dal palco, per l’emozione e il retrogusto del liquore più esiziale mai nato da alchimista etilico.</p>
<p style="font-weight: 400;">Donne: conculcate nei loro diritti, osteggiate, vilipese. Donne: fragilissime ma molto più forti d’un qualunque omaccione che le maltratti, o peggio le uccida, con termine che la neolingua ribattezza come femminicidio, sono al centro delle sue storie. Sempre donne, come nelle opere precedenti, sono protagoniste dell’Età fragile: madre e figlia ai tempi della pandemia, cucite a un filo di cronaca nera dell’altro ieri che sembra un secolo. Ché gli uomini fanno orpello, per chi a una certa deve ancora fare i conti coi guasti causati dalla figura del padre patriarca e candidamente l’ammette, ovunque ne parli, da Benevento al palco dello Strega Off, al Monk di Roma, come sul parterre di Villa Giulia. Vero è che nessuno scrive fuor di sé, dal proprio vissuto, ma non s’esce da certa scrittura – non chiamiamola letteratura, per carità d’intelletto e di patria – ombelicale e di genere. Vero è che il pubblico dei residuali lettori è in magna parte femminile, e ai paganti della balconata l’applauso va strappato.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un applauso verace va tributato alla concordia del gruppo: pareva un’allegra comitiva di vecchi amici più che competitori in gara al più ambito premio letterario, cosa più unica che rara nella sestina finalista allo Strega. Sestina e non cinquina perché, come d’uopo quando non c’è un piccolo (medio?) editore in batteria, la fisarmonica s’allunga. Così, buon ultimo, s’infila nella cinquina Tommaso Giartosio, redattore di Nuovi Argomenti, e ultimo resta con Autobiogrammatica, poderoso testo di linguistica famigliare. Quinto Paolo Di Paolo con Romanzo senza umani, viaggio in una storia dove le emozioni fanno capoccella in una glaciazione della natura e dell’umanità. Quarta Raffaella Romagnolo con Aggiustare l’universo, storia di memoria nel primo anno di scuola dopo la fine della guerra mondiale. Eppoi Chiara Valeria, portavoce dell’inidentità di genere, con Chi dice e chi tace, ancora donne in quel di Scauri, paese natìo dell’autrice. Infine Dario Voltolini con la memoria del padre, malato terminale, in Invernale, a un soffio dalla vittoria. Con lo sguardo in copertina della pecorella sacrificale – icona dell’umanità belante e dolente – che ha suscitato qualche perplessità persino nella sponsor d’eccellenza del libriccino, nientemeno che Gretina Tintin Thunberg.</p>
<p style="font-weight: 400;">La famiglia come filo conduttore della sestina, dunque. Ancora lei, fantasmatica mostruosità da annichilire; le donne come dimensione dell’esistenza, di genere apparentemente forte ma in realtà in fortissima crisi d’identità, al pari del maschio, al tempo dell’umanità transumante &amp; gaudente che si getta nel baratro del transumano e del nulla, di cui una scrittura ancellare non riesce più a trovare la strada per farsi letteratura. Ma tant’è, da tempo andiamo sostenendo che la letteratura – figurarsi la scrittura – non è più in grado di raccontare compiutamente l’oggi, come altre forme di narrazione, e non sarà l’ultimo Strega a cambiare la rotta. Quando si serve sempre la stessa zuppa è difficile stupire il cliente, anche se alla fine l’ostinazione paga e il pubblico plaude. Dai e dai, le cipolle diventano agli, ma la pietanza ha lo stesso sapore.</p>
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		<title>Capolinea Bisanzio</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Nov 2023 22:02:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Presentato a Roma dall’Accademia Angelica Costantiniana il bando letterario “L’incontro tra Oriente e Occidente”. Per una cultura ponte fra i due mondi L’Oriente è sempre un altrove, scriveva Paolo Rumiz. E di quest’Oriente – con la o maiuscola, a significare un’idea geopolitica, non un punto geografico – Bisanzio è il capolinea. Ché il triestino vede l’Oriente a Lubiana, lo sloveno ex asburgico nella pusta ungherese,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/capolinea-bisanzio/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2023/11/platea-fronte.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10289" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2023/11/platea-fronte-300x200.jpg" alt="platea-fronte" width="300" height="200" /></a> <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2023/11/platea-retro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10290" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2023/11/platea-retro-300x200.jpg" alt="platea-retro" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;">Presentato a Roma dall’Accademia Angelica Costantiniana il bando letterario “L’incontro tra Oriente e Occidente”. Per una cultura ponte fra i due mondi<span id="more-10288"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">L’Oriente è sempre un altrove, scriveva Paolo Rumiz. E di quest’Oriente – con la o maiuscola, a significare un’idea geopolitica, non un punto geografico – Bisanzio è il capolinea. Ché il triestino vede l’Oriente a Lubiana, lo sloveno ex asburgico nella pusta ungherese, il vaccaro boemo nel ruteno, questi nel turco, e via orientaleggiando. Ma anche arrivati in cima ai minareti della moschea blu, dove lo sguardo spazia di là dal Bosforo, c’è un altro Oriente. L’Oriente è sempre un po’ più in là, ben lo sapevano viaggiatori e mercanti che lo percorrevano sulla millenaria via della seta, a dorso di cammello. Bisanzio, dunque. L’antica Byzàntion greca fondata dai coloni di Megara un secolo dopo Roma. La Nova Roma rifondata da Costantino nel terzo decennio del terzo secolo dopo Cristo, per ribadire la centralità della città pontica nel nuovo disegno imperiale che escludeva la vecchia Roma da ogni primazìa. La Costantinopoli sopravvissuta a Roma, quando questa cadde per mano d’Odoacre col placet dell’imperatore d’Oriente Zenone. Quella che con Giustiniano volle riconquistare l’Italia, e l’Occidente perduto, con una ventennale guerra fratricida. La Costantinopoli bramata e occupata dall’Occidente nella quarta crociata, in cui Venezia sottrasse i tetrarchi che ornano la facciata di San Marco. La Costantinopoli caduta in mano ai turchi nel 1453 – data d’abbrivio dell’età moderna, accanto alla riscoperta dell’America – da cui esuli dotti dettero la stura all’umanesimo fiorentino e alla rinascenza occidentale. Istanbul magistralmente narrata dal nobel Pamuk, infine. Bisanzio è un altrove vicino e rinato.</p>
<p style="font-weight: 400;">Alla rinascita di Bisanzio, ai suoi valori, guarda l’Accademia Angelico Costantiniana retta da Alessio Ferrari Angelo Comneno, duca di Tessaglia e d’Epiro, che si fregia del titolo dell’ultimo discendente dell’impero d’Oriente – la stessa nobiltà per cui Totò fece carte false – e vuol farsi ponte tra questo e l’Occidente. Un ponte ideale, come solo l’arte e la letteratura possono fare, più e meglio di piloni di ferro e cemento. E proprio “L’incontro tra Oriente e Occidente” è il tema del bando presentato il 24 novembre dalla fondazione in occasione dell’inaugurazione del nuovo anno accademico, nella sede del Pio sodalizio dei Piceni nel complesso di San Salvatore in Lauro, con la premiazione dei neoaccademici arricchita da una bella relazione di Paolo Giulierini, già direttore del Mann di Napoli. Il concorso letterario, intitolato a Stefania Angela Comneno di Tessaglia in collaborazione con l’editore Argento Dorato di Ferrara, premia due opere, di saggistica e narrativa, sul tema in questione. Gli elaborati devono giungere all’editore entro il primo aprile e la giuria selezionerà i vincitori il 24 settembre. Info su <a href="http://www.accademiaangelicocostantiniana.org/">www.accademiaangelicocostantiniana.org</a>; https://argentodorato.it.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ed è una sensazione anomala per il mero cronista e giurato, qual è il sottoscritto, che pure ha molto visto e girato, trovarsi tra tanto parterre: altezze imperiali e ambasciatori della real casa, contrammiragli e viscontesse, archimandriti e grand’ufficiali, postulatori delle cause dei santi e chirurghi robotici, etruscologi e bizantinisti, patrocinatori in cassazione e prefetti a riposo. Un tuffo nella storia, uno di quei anditi dove la relatività einsteiniana ha fatto breccia e dal pertugio esce il soffio dei secoli. Ma non c’è nulla di folcloristico nel voler segnare a dito, ancora oggi, i nodi intrecciati della storia e tentare, se non di scioglierli, almeno di raccapezzarcisi. A voler unire quel che solo insieme può dare frutto, non inaridirsi in reciproche diversità. Bagnare le sponde del Mediterraneo col miele della conoscenza, anziché col sangue delle differenze e degli antagonismi. In questo l’accademia guarda avanti, oltre le sponde d’un mare non più nostrum ma che reitera, da secoli, l’ennesimo bagno di sangue; oltre l’Oriente e l’Africa. Costruendo un ponte di cultura, da Roma al capolinea Bisanzio.</span></p>
<p><em>Sopra: foto Fazio Gardini</em></p>
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		<title>Ritorno a Ischia</title>
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		<pubDate>Tue, 25 Apr 2023 09:41:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nessun uomo è un’isola, poetava John Donne ai primi del ‘600. Una frase che piaceva tanto a Hemingway da metterla in esergo al suo Per chi suona la campana. Siamo tutti sulla stessa barca, per dirla semplice. Nessun uomo è un’isola, ma ci sono isole come uomini. Certe non le fila nessuno, cert’altre nascono con la camiciola. Certune son scogli derelitti emersi a chiara fama,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/ritorno-a-ischia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2023/04/e5a1e036-3eb7-4d69-8166-0e6f03584664.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10202" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2023/04/e5a1e036-3eb7-4d69-8166-0e6f03584664-225x300.jpg" alt="e5a1e036-3eb7-4d69-8166-0e6f03584664" width="225" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;">Nessun uomo è un’isola, poetava John Donne ai primi del ‘600. Una frase che piaceva tanto a Hemingway da metterla in esergo al suo Per chi suona la campana. Siamo tutti sulla stessa barca, per dirla semplice.<span id="more-10194"></span> Nessun uomo è un’isola, ma ci sono isole come uomini. Certe non le fila nessuno, cert’altre nascono con la camiciola. Certune son scogli derelitti emersi a chiara fama, d’altre tutti ne parlano e nessuno le piglia. Vedi Ischia. Tra Capo Miseno e Punta Campanella, tra il golfo di Napoli e quello di Gaeta, se ne sta l’isola grande, a paragone dell’altre. Giganteggia tra i due golfi col pinnacolo dell’Epomèo impennacchiato di nuvoli, volubili quanto una femmina partenopèa. Tra i primi approdi dei coloni greci sulle coste italiche, che a Pitecusa piantarono la vite e l’olivo quando Roma non era che povere capanne di frasche. Già contesa tra Cumani e Tirreni, tra Sanniti e Siracusani che vi costruirono il nucleo della rocca aragonese a picco sul mare, per poi scapparsene, come molti, per i guasti e le bizze dei flutti. Narra il geografo Strabone, rimescolando le carte come spesso gli capitava, che sotto l’isola giaceva il mostruoso Tifone, ivi sepolto nella lotta finale con Zeus, e ogni volta che il mostro si divincolava nell’inutile tentativo di liberarsi erano maremoti e soffioni bollenti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma Tifone se ne sta là, sotto la Sicilia, e ogni volta che l’Etna sbuffa fa sentire il suo grido di dolore per essere stato sconfitto dal padre degli dèi, sfuggito alla prigionìa cui era stato costretto dopo essere stato battuto dal gigante, che con le sue dita serpose toccava Oriente e Occidente. Pitecusa non è così immensa, non è la Trinacria, ma è grande al pari dell’altre isole del golfo. Eppure Capri e Procida hanno avuto i loro genius loci letterari. Le lettere da Capri di Mario Soldati, premio Strega del ‘54, sono un capolavoro assoluto della letteratura italiana. L’isola di Arturo di Elsa Morante non è da meno.  Persino il Circeo ha il suo cantore, con le peregrinazioni d’Odisseo. Ischia niente, a eccezione del giallo omonimo di Gianni Mura, modesto tributo del giornalista sportivo scomparso pochi anni fa. Eppure l’isola è stata traversata da gente del calibro di Pasolini e Capote, forse alla ricerca d’altri piaceri rispetto a quelli letterari; dal segaligno Ibsen – che i pescatori chiamavano ‘o fantasma, per le sue solitarie passeggiate all’alba – ad Auden, per non dire d’Ariosto e Boccaccio. Niente, il nulla letterario.</p>
<p style="font-weight: 400;">E sì che l’isola si presta, così vasta e misterica. Non la puoi girare a piedi, Ischia, ma devi girarla a piedi. Solo così puoi arrivare negli spersi loci, all’incanto di luoghi quasi miracolosamente ignorati dal turismo di massa. Cogliere l’animus degl’isolani che sotto la scorza del benessere arrivato sui traghetti nell’ultimo cinquantennio celano l’astuzia del marinaio omerico, l’arguzia di Pulcinella, l’anima verace del pezzente millenario. Bellissima l’isola e la sua gente, a tratti vera per chi la sappia e voglia cogliere nella sua essenza, dislavata dall’acque e dall’incuria, dalle slavine e dagli abusi che qui, più che altrove, sono la regola spacciata per obbligo. Ma l’isola resiste. Ai crolli e al tempo, alla sua natura e a quella degli uomini. Alle orde neobarbariche che diuturnamente l’invadono e al suo stesso fato. Tornare sull’isola, tre lustri dopo, è una conferma e una (ri)scoperta.</p>
<p style="font-weight: 400;">A piedi bisogna girarla, l’isola. Scendere ai Maronti e a Sorgeto, fare centinaja di scalini passo passo e sperare in uno strapuntino libero da nordamericani e nordici per bruciarsi le terga a mare, tra i bollori e l’onde. Bearsi d’ignoti bianchi calanchi come di lucenti marine. Traversare luoghi da sogno quando la folla è scemata e solo la bruma v’accompagna, gatti ben pasciuti vi guatano sornioni passare. Girare in barchetta, andar per terme, certamente. Magari in quelle che si vogliono romane ed erano già pozze etrusche. Ma salite al gran monte, sfiancatevi sui suoi pendii senza tema di ruzzolare a valle come il fungo di roccia che s’erge dall’acque di Lacco Ameno.</p>
<p style="font-weight: 400;">È lì, sulla cima dell’Epomèo dove svernano arditi trattori, su balze che pure le capre disdegnano, che sta l’anima d’Ischia, il suo centro. Dove le pietre d’acqua raccontano una storia ignota ai più, aliena al cancan del bagnasciuga, alle viuzze intasate di traffico. Là, dove leggenda vuole vi sia, come sotto la piramide di Cheope e in Tibet, una porta d’Agartha, il regno di tenebra e fuoco che traversa le viscere della terra, che l’Ischia profonda e misteriosa sta. Ma noi, ora, contentiamoci di far scorrere un po’ di biancolella in vena, gustando l’ottimo coniglio. Abbeveriamoci alla coppa di Nestore, primigenia epigrafe greca d’Occidente, piccolo tesoro custodito nella villa-museo che Visconti voleva fare albergo. Sorridiamo all’isola e ai suoi misteri. Giorno verrà che Ischia avrà il suo cantore.</p>

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		<title>Mussolini l&#8217;antifascista</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jul 2019 09:06:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come previsto e prevedibile, Mussolini ha vinto, anzi stravinto. Antonio Scurati ha sbancato il 73esimo premio Strega. Oltre cento voti di differenza con la seconda classificata – Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo – ripagano lo scrittore napoletano – ma milanese d’adozione – delle vittorie mancate nel 2009 e 2014, e sono un bel regalo per i cinquant’anni appena compiuti. Scurati ha stravinto meritatamente,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/mussolini-lantifascista/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/20190705_013329_5635177A.jpg"><img class="size-medium wp-image-9482" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/20190705_013329_5635177A-300x300.jpg" alt="Roma, 5 lug. (askanews) - Antonio Scurati ha vinto il Premio Strega 2019 con &quot;M. Il figlio del secolo&quot;, edito da Bompiani.  	Scurati ha ottenuto 228 voti contro i 127 andati a Benedetta Cibrario con &quot;Il rumore del mondo&quot; (Mondadori), i 91 a Marco Missiroli con &quot;Fedeltà&quot; (Einaudi), i 63 a Claudia Durastanti con &quot;La straniera&quot; (La nave di Teseo), e i 47 ottenuti da Nadia Terranova con &quot;Addio, fantasmi&quot; (Einaudi).  	&quot;Non credo avrei vinto lo Strega se non fossi arrivato secondo due volte - ha detto Scurati a ilLibraio.it subito dopo la vittoria - dedico questo libro ai nostri nonni, prima sedotti e poi allarmati dal fascismo. E poi ai nostri figli, con lauspicio che non tornino a vivere quei momenti. E in particolare a mia figlia&quot;." width="300" height="300" /></a></p>
<p>Come previsto e prevedibile, Mussolini ha vinto, anzi stravinto. Antonio Scurati ha sbancato il 73esimo premio Strega. <span id="more-9481"></span>Oltre cento voti di differenza con la seconda classificata – Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo – ripagano lo scrittore napoletano – ma milanese d’adozione – delle vittorie mancate nel 2009 e 2014, e sono un bel regalo per i cinquant’anni appena compiuti. Scurati ha stravinto meritatamente, e dall’alto dei suoi 228 voti può quasi spernacchiare gli altri candidati e la malasorte, persino la cabala visto che ha sfanculato il detto: non c’è due senza tre. Scuro in volto – nomen, omen – manco avesse perso pure stavolta, per la terza volta, tradiva la tensione cumulata in un decennio di mancate vittorie, più che in una serata di trionfo. E quando il commentatore al ninfeo s’è lasciato andare all’infelice battuta: andiamo a contare per quanti voti stavolta ha perso, il vaffa mentale s’è sentito aleggiare, con le corna di leoniana memoria di rinforzo, prima d’essere affogato nel bottiglione dello Strega.</p>
<p>Scurati, quindi. Unica sorpresa della serata l’ottima Cibrario, che ha scavalcato Marco Missiroli sul podio. Le altre candidate alla finale, Claudia Durastanti e Nadia Terranova, a chiudere la cinquina e fare presenza, come detto. Non ha certo giovato, a Missiroli, la presenza di una seconda candidata Einaudi che ha scisso i voti dell’editore, alla faccia d’ogni buon senso e belle lettere.</p>
<p>Scurati, dunque. Bel volumone il suo M, pure questo s’è detto. Se dovesse portare a dama quanto promesso, alla fine della trilogia Il figlio del secolo avrebbe in corpo oltre duemila pagine. Un’enciclopedia (ri)fondativa dell’antifascismo, più che un romanzone. C’è pure un mezzo indice dei nomi, come ogni saggio che si rispetti, e non disperiamo che sia completo alla fine dell’opera.</p>
<p>Un romanzo-documentario, romanzo- saggio (rosaggio?) che riapre la stagione del grande romanzo storico all’italiana, come nelle corde dell’autore, forte di prove quali Il rumore sordo della battaglia e Una storia romantica, come pure del piazzamento della Cibrario, anch’essa con una bella storia risorgimentale. Romanzo storico dove d’inventato non c’è nulla e, anzi, proprio l’essere romanzo permette di traversare le mille pieghe della storia in ogni sfaccettatura. In questo la penna di Scurati è impagabile. La sua capacità di raccogliere, con la testimonianza, l’humus del tempo, notevole. Basti il passaggio finale, quello di un Mussolini solo e vincente sullo scranno di presidente del Consiglio, quando all’indomani dell’omicidio Matteotti mira quel che rimane del parlamentarismo che sta per essere spazzato via dal suo regime, a chiusura del primo volume.</p>
<p>“Guardali, ascoltali, non capiscono cosa stia accadendo. Né gli uni né gli altri. Non capiscono che cosa gli sto facendo. Continueranno a combattere, da una parte e dall’altra, senza sapere che abitano già una casa di morti. I nostri, i fascisti in camicia nera con i teschi ricamati in bianco, la abitano da sempre, gli altri, cresciuti per secoli nel rispetto dell’essenza umana, non la conoscono. Si aggirano a tentoni, tremanti, nella notte della pianura immensa, senza nemmeno potersi accodare all’istinto della lotta. Non capiscono, non capiscono…. Gattini ciechi avviluppati in un sacco. Mi sono giustificato dinanzi alla storia ma devo ammetterlo: è struggente la cecità della vita riguardo a se stessa. Alla fine si torna all’inizio. Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io”.</p>
<p>Il figlio del secolo è questo: un animale che fiuta il suo tempo ed è capace di dominarlo. Gran prosa innestata in un’abilità narrativa e ricostruttiva di primissimo livello. Un’opera se vogliamo monca a paragone dell’altre che pure ha stracciato ma che s’è beccata lo Strega, anomalia italiana come la presenza di due candidati dello stesso editore in finale. Resta, col plauso, un rimpianto e un augurio. Se anziché partire da Piazza San Sepolcro, nel ‘19, e finire a Montecitorio nel ‘24 – e poi viavia, fino alla fine dell’uomo e del regime – Scurati avesse scritto della fanciullezza e giovinezza, insomma di quanto più noto e leggendario che conosciuto sul fondatore del fascismo, il suo enciclopedico duce e i suoi lettori ne avrebbero guadagnato.</p>
<p>L’augurio, invece, è di evitare le secche dell’antifascismo. Che il suo figlio del secolo diventi bandiera di un rinnovato antifascismo, di maniera e d’opposto conformismo, a celare il nullismo presente. Primo perché di scrittori pseudo progressisti e politicamente adagiati sull’onda di piena del buonismo di genere – quella che cavalcano Grete e capitane Carole per intendersi – non se ne può più. Poi perché il tempo, questo tempo, e la democrazia sono già altro, e niente può deviare l’onda della storia quando si fa piena. Tantomeno un ottimo romanzo, o rosaggio che dir si voglia.</p>
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		<title>Philip Roth, una morte da giganti</title>
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		<pubDate>Wed, 23 May 2018 15:15:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Neanche s’è freddata la salma di Philip Roth e già è partito il peana: è morto un gigante della letteratura privato del Nobel. Ai giurati svedesi, peraltro fuori gioco dopo i fattacci che hanno stoppato il premio nel salotto buono della letteratura mondiale, devono fischiare le orecchie. Ma privato da chi, poi? Eppoi Roth ha fatto incetta di premi letterari e non, dal Pulitzer ottenuto... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/philip-roth-una-morte-da-giganti/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9371" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><img class="size-medium wp-image-9371" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/philip-roth-300x200.jpg" alt="Sopra: Philip Roth secondo Andy Friedman sul New Yorker" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Sopra: Philip Roth secondo Andy Friedman sul New Yorker</p></div>
<p>Neanche s’è freddata la salma di Philip Roth e già è partito il peana: è morto un gigante della letteratura privato del Nobel. <span id="more-9370"></span>Ai giurati svedesi, peraltro fuori gioco dopo i fattacci che hanno stoppato il premio nel salotto buono della letteratura mondiale, devono fischiare le orecchie. Ma privato da chi, poi? Eppoi Roth ha fatto incetta di premi letterari e non, dal Pulitzer ottenuto nel ‘98 con Pastorale americana, tra i suoi più noti. Un farfuglio di vita (nord)americana, sesso e spiritualità ebraica che ne ha fatto, se non un gigante come vuole la vulgata mainstream, certo un pezzo da novanta delle narrativa statunitense contemporanea di marca ebraica.</p>
<p>Ma Roth, pur essendo ammesso a riti e miti della sua gente, s’è sempre sentito un americano e punto. E l’America tracima dalla sua produzione letteraria in tutte le sue introversioni, con l’occhio del bianco di buona società che può farsi beffe del paese politicamente corretto che l’ha iconizzato e bacchettato allo stesso modo, come dell’altro contro cui polemizzava, personificato da Trump. Da lui definito «un ignorante spaccone, abietto, vendicativo e probabilmente un po&#8217; demente». Oltre che, ovviamente, «folle». Ma quell’America lì Roth la odiava, puramente, e ne era caldamente ricambiato con egual malanimo.</p>
<p>Checché se ne pensi della sua produzione, gigantesca o soporifera, nelle 24 opere all’attivo, oltre a svariati saggi e racconti tutti da antologizzare, da Addio, Columbus (della fine degli anni ‘50, tradotto in Italia nel ‘60) all’ultimo Nemesi, del 2010, Roth ha attraversato mezzo secolo di letteratura, non solo statunitense, spesso servendosi dell’alter ego Zuckerman, con le stimmate del successo che l’ha arriso dai tempi del Lamento di Portnoy. Era il ’69, l’epoca della contestazione globale, ma un tale che si masturbava sul lettino dello psicanalista faceva ancora scandalo. Una vita d’ipocrisie, la vita che dà e toglie senso a cavallo di fatti e finzioni, è il filo rosso di Roth. Un filo dai molti nodi e un finale senza botto.</p>
<p>Separato da due mogli – dalle quali era dipinto in maniera tutt’altro che benevolo, e a cui aveva replicato alla sua maniera dalle pagine di Quando lei era buona e Ho sposato un comunista – qualche problemuccio d’esaurimento nervoso alle spalle e di salute dovuta all’età, Roth aveva deciso, alla soglia degli ottant’anni, di non scrivere più. Con coerenza encomiabile, s’era detto che non gl’interessava più, tutto quello che aveva da dire l’aveva già detto e del resto poco gl’importava. S’era ritirato nella casa di campagna nel Connecticut, abbandonando il lussuoso appartamento nell’upper west side di New York. La morte l’ha colto qui, a 85 anni.</p>
<p>Coi suoi famigliari è stato irremovibile: alla mia morte bruciate tutto, alla faccia d’inediti e di Andrew Wylie, il suo potentissimo agente letterario detto “lo sciacallo”. Il modo migliore di rispettare i lettori, e soprattutto sé stesso, per chi aveva deciso di gettare la penna alle ortiche liberandosi da tutto e da tutti, vivendo in splendida solitudine senza più quell’ansia di narrare storie che l’aveva salvato da sé stesso ma verso cui non provava più niente, al pari del resto. «Raccontare storie era tutto per me, ma non è più il centro pulsante della mia vita – ha confessato in una delle ultime interviste – non avrei mai immaginato che potesse succedermi. Ma non avrei nemmeno immaginato tante delle cose che stanno accadendo». Una fine, davvero, da giganti silenziosi.</p>
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		<title>Il Nobel è finito. Il romanzo della borghesia pure</title>
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		<pubDate>Wed, 09 May 2018 11:37:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per la seconda volta dal 1901 (la prima fu nel ‘35) il Nobel per la letteratura quest’anno non viene assegnato, senza bisogno d’una guerra o d’un cataclisma. Lo sarà l’anno venturo, fa sapere l’Accademia di Svezia, assieme a quello del 2019. E peggio per chi, come Haruki Murakami, Philip Roth o Margaret Atwood, ma soprattutto il keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position, già ci... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-nobel-e-finito-il-romanzo-della-borghesia-pure/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9353" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/James-Ngugi.jpg"><img class="size-medium wp-image-9353" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/James-Ngugi-300x169.jpg" alt="Lo scrittore e poeta keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position al Nobel per la letteratura 2018. Sopra: L'Accademia di Svezia annuncia la cancellazione del premio" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Lo scrittore e poeta keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position al Nobel per la letteratura 2018. Sopra: L&#8217;Accademia di Svezia annuncia la cancellazione del premio</p></div>
<p>Per la seconda volta dal 1901 (la prima fu nel ‘35) il Nobel per la letteratura quest’anno non viene assegnato, senza bisogno d’una guerra o d’un cataclisma. <span id="more-9352"></span>Lo sarà l’anno venturo, fa sapere l’Accademia di Svezia, assieme a quello del 2019. E peggio per chi, come Haruki Murakami, Philip Roth o Margaret Atwood, ma soprattutto il keniota Ngugi wa Thiong’o, in pole position, già ci aveva fatto la bocca. Meno Dacia Maraini e Claudio Magris, tra i candidati italiani non certo favoriti.</p>
<p>Che in Svezia, punta avanzata del sessismo alla rovescia, dove una strizzata d’occhi è considerata avance e tacciata di becero maschilismo, il Nobel non potesse sottrarsi all&#8217;onda lunga del #metoo, è un fatto. Per qualche palpatina – pare anche agli augusti lombi della principessa Vittoria – il marito d’una delle giurate, Jean Claude Arnauld, fotografo francese d&#8217;una certa fama e bruttezza, s’è visto costretto a chiudere il suo Forum, caposaldo della ricchissima vita culturale di Stoccolma, e a lasciare l’organizzazione del premio.</p>
<div id="attachment_9355" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/La-giurata-Katarina-Frostenson-con-il-amarito-Jean-Claude-Arnault-ap.jpg"><img class="size-medium wp-image-9355" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/05/La-giurata-Katarina-Frostenson-con-il-amarito-Jean-Claude-Arnault-ap-300x169.jpg" alt="La giurata Katarina Frostenson con il marito Jean Claude Arnault " width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">La giurata Katarina Frostenson con il marito Jean Claude Arnault</p></div>
<p>La Svezia dunque paga pegno alla foga riformista e, sull’onda delle molestie sessuali, 8 giurati su 18 danno forfait. Essendo 12 il minimo richiesto al funzionamento, il danno è fatto. S’impone una ventata di novità anche nelle atmosfere soffuse &amp; ottuse del salotto buono per eccellenza della letteratura mondiale. Come già lo Strega, l’ultimo caposaldo letterario del XX secolo cede alla spinta riformista del XXI. Sua maestà Carlo XVI Gustavo sancisce la possibilità per i giurati di non esserlo più a vita, modificando uno statuto intonso dal 1786. Quando ancora erano di là da venire e tuonare i cannoni alla Bastiglia e l’ambaradan della modernità. Il Nobel, dunque, giunge al capolinea e molti – vedi, buon ultime, le tesi di Tim Parks sul Nyt riprese sul Fatto e sul Sole – vorrebbero che non uscisse più dall’officina, tanto ormai perde pezzi come un autobus dell’Atac. Meglio mandarlo al rogo, appunto come un bus Atac, privo com’è di peso e di senso.</p>
<p>La questione non è tanto lo scandalo, censurabile ma superabile, che magari cela altre e più venali marachelle. Né la congruità di un pugno di letterati svedesi nel giudicare di letteratura italiana o colombiana. E neppure l’urgenza di riformare un premio assegnato a mode culturali e menestrelli pur di ravvivare, ma nel cui Pantheon figurano conclamati maestri della letteratura mondiale. Basta dare una scorsa a un elenco lungo 117 anni. Dietro la spinta abolizionista e la verve riformista s’agitano questioni più complesse, epocali. In primis il ruolo della letteratura e della borghesia che l’ha inventata nella contemporaneità. Strumento eccelso di narrazione del mondo negli ultimi due secoli, il romanzo – specie nei suoi canoni occidentali – è andato via via perdendo potere e prestigio, coerentemente con la perdita di questi da parte della classe dominante, alle corde con l’impoverimento e la perdita d’identità sociale dei ceti medi che la rappresentano.</p>
<p>Non più strumento di rappresentazione di sé e del mondo (del mondo borghese, ché quello popolare ha una sua letteratura ma non è in auge né tantomeno premiata nei salotti borghesi) la forma romanzo ha esaurito il suo compito sociale, storico, cedendo il passo ad altre forme. Più di massa che popolari, al massimo pop, con l’occhio a un mercato in perenne debito d’ossigeno, specie da noi. Il cinema, la televisione, internet e via visionando. La letteratura non racconta più il mondo, confidava uno sconsolato Sebastiano Vassalli negli ultimi suoi tempi. Che questa letteratura si voglia seppellire senza neppure un degno funerale, non è che la presa d’atto della fine di un’epoca, del fallimento della sua classe guida. Sostituita dai pochissimi ai quali il capitale terminale – il capitalismo nella sua fase terminale qual è l’attuale, con la finanzia di rapina che sostituisce l’attività produttiva e i ceti medi impoveriti espunti dai mercati in crisi – concede ogni residuale ricchezza ma non la bellezza d’un romanzo, di cui non sa che fare né ha tempo di leggere e voglia di capire. Se tornasse, Dostoevskij non vedrebbe demoni, ma sorci verdi.</p>
<p>Anche se l’Accademia di Svezia recupererà i pezzi persi sostituendo i giurati dimissionari con altri bei nomi, non per questo la letteratura recupererà il tempo perduto. Ché tramontare è questo, diceva ancora il buon Vassalli: “Chiudere i conti e non avere resto. Non ci sono passati da salvare, basta lasciarsi andare. Tramontare”. Il tramonto della borghesia, ergo della sua letteratura, è un fatto, e all’orizzonte non c’è utopia salvifica o tecnologica che tenga. Solo un trastullo di lusso che, forse, riaprirà i battenti.</p>
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		<title>Ishiguro, Nobel alla memoria che manca</title>
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		<pubDate>Thu, 16 Nov 2017 17:39:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Non se l’aspettava, né l’aspettavano i blog del totonobel o i bookmaker inglesi che manco l’avevano in lista. Eppure Kazuo Ishiguro, Ish per gli amici, un bel regalo per il 63esimo compleanno l’ha avuto, con il Nobel per la letteratura a dispetto di sé e degli ignavi. E, da buon giapponese, sulla panchetta stile Ikea nel retrogiardino del villino londinese ha puntualizzato che sarebbe stato... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/ishiguro-nobel-alla-memoria-che-manca/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/Antony-Hopkins-in-Quel-che-resta-del-giorno.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9230" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/11/Antony-Hopkins-in-Quel-che-resta-del-giorno-300x225.jpg" alt="antony-hopkins-in-quel-che-resta-del-giorno" width="300" height="225" /></a></p>
<p>Non se l’aspettava, né l’aspettavano i blog del totonobel o i bookmaker inglesi che manco l’avevano in lista. Eppure Kazuo Ishiguro, Ish per gli amici, un bel regalo per il 63esimo compleanno l’ha avuto, con il Nobel per la letteratura a dispetto di sé e degli ignavi. <span id="more-9228"></span>E, da buon giapponese, sulla panchetta stile Ikea nel retrogiardino del villino londinese ha puntualizzato che sarebbe stato meglio saperlo in privato, non dalla Bbc. Dopo i cedimenti al politicamente corretto e le cadute sui menestrelli pop delle ultime edizioni, con Ishiguro l’Accademia di Svezia torna al passato, alla parola se non alla letteratura.</p>
<p>Non sono più i tempi d’Anatole France, che il Nobel se lo guadagnò ottantenne nel 1921, alla vigilia della morte, con opere messe all’indice dalla Chiesa e che oggi si direbbero antisemite. Il dimenticato autore della Rivolta degli angeli, omaggiato in vita ma obliato post mortem, l’ottenne per “grazia, nobiltà di stile e temperamento gallico”. Né sono i tempi di José Saramago che l’ebbe quasi vent’anni fa, pur’esso in avanzata età. Pure lui coi suoi problemi con la Chiesa e gli ebrei, ma le sue parabole immaginifiche e ironiche, anzi tragironiche, ne han fatto “il maestro, uno degli ultimi titani di un genere letterario in via di estinzione”, per dirla come Harold Bloom che lo reputava, a ragione, un genio. Con buona pace all&#8217;anima sua (loro) quelli erano tempi in cui la letteratura ancora pretendeva disvelare il mondo, indicare una via d’uscita dalle sue secche.</p>
<p>Ishiguro ha vinto scoperchiando l’abisso su cui balliamo – come sottolineato dalla giuria di Stoccolma – messo su carta la disconessione interiore e col mondo dietro l’usuale trantran. La sua (nostra) illogicità, senza scampo né ritorno. Senza clamori né pretese. E non c’è niente di pretenzioso in lui, tranquillo figlio del Sol levante di mezza età emigrato a sei anni da Nagasaki, città della bomba, e maritato con una scozzese. Un cittadino del mondo antieroico quanto basta per farne, se non un maestro, un testimone del nostro tempo. Che indaghi l’oblio del sé in Quel che resta del giorno – il suo libro più noto, magistralmente interpretato sul grande schermo da Anthony Hopkins nel &#8217;93 – o della società nel monumentale Gli inconsolabili; che scorra i nodi della memoria e della storia in un passato di nebbie o in un futuro d’orrori, come nel futuribile mondo dei cloni di Non lasciarmi, Ish non offre nessuna ricetta, non c’è via di scampo.</p>
<p>Vedi il Gigante sepolto, l’ultima opera del 2015, saga alla Tolkien dove soavi dialoghi da cerimonia del tè, britannica o nipponica poco importa, mal si conciliano coi draghi e gli orchi che popolano la Britannia del V secolo, agli albori del Cristianesimo. Ecco, forse la memoria è una bestia mostruosa che non è bene andare a stuzzicare o risvegliare, pena la fine d’ogni illusione, residuale umanità. E il naufragar c’è dolce in questo Nobel.</p>
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