Mari amari Belle lettere

Convitati

I convitati di pietra vincono l’ottantesima edizione del premio Strega. Dove va la letteratura

Diciamolo subito: a Michele Mari preferisco l’altro, il meno noto e più giovane, non partecipante e manco parente Alessandro Mari, autore del monumentale Troppo umana speranza e poco altro. Poi, vuoi per l’età, prossima alla mia, che lo tiene al riparo dalla minchionerìa coèva, vuoi per l’attacco all’icona di Santa Murgia, patrona dell’intellighentsia progressista e transengenderina, che la demenza artificiale e generale vuole portatrice di un’eredità intellettuale enorme e un seguito affettivo vastissimo; vuoi, buon ultimo, perché il romanzo con cui ha vinto lo Strega non è niente male, pure Michele ha il suo perché. Eppoi I convitati di pietra (Einaudi, 168 pagine) – da non confondere con l’omonimo, uscito in contemporanea, di Giuseppe Arena, bel saggio che tratta tutt’altra storia, i retroscena della Secessione americana, e non ha vinto niente – l’ha scritto in meno d’un mese, il che ne fa quasi un novello e tardivo Simenon nostrano.

L’uomo che non sapeva sorridere

Milanese di buona famiglia, a settant’anni suonati Mari è entrato nell’empireo dei baciati dallo Strega portandosi a casa il bottiglione e l’ottantesima edizione del premio, doppiata con l’altro riservato ai giovani. Svolta, tanto per dare un po’ di lustro al coro, nel bel mezzo del Campidoglio, salotto buono della romanità. Fedele al personaggio, manco stavolta l’uomo che non sapeva sorridere ha spiccicato una mezza risata al posto del ghigno che l’accompagna, assieme a moglie e figli. Tutta colpa dell’intransigenza paterna e della natura introversa del nostro. Non si scampa alle colpe dei padri, poveretti, salvo il ricorso al potere taumaturgico della scrittura, ahinoi. La storia, dunque.

Chi perde l’amico trova un tesoro

C’è una classe d’un liceo milanese, lo stesso dove ha studiato Mari negli anni Settanta, che un po’ per celia e un po’ perché così fan molti, decide di ritrovarsi ogni 22 luglio a cena, finché morte non li separi. L’insulsa cena di classe, reiterata fuori tempo massimo, piglia pepe da una scommessa: ognuno mette un po’ di soldi e, alla fine della fiera, il terzetto che campa più a lungo vince tutto e divide una piccola fortuna. Chi perde l’amico trova un tesoro, dunque. Solo che tanto amici non si resta già in classe, figurarsi nel corso della vita oltre i giorni di scuola. Di qui peripezie e sorprese che danno sugo alla storia. Una riflessione sulle illusioni della giovinezza e la loro fine, la perdita di tutto e di sé in vecchiaja, col miraggio della fortuna a portata di mano ma che sempre sfugge, come sabbia tra le dita.

Aspettando la fine della bonaccia o la tempesta

Quanto al resto dei candidati, al quartetto alle sue spalle, che dire. L’impressione è che al di là del premiato non ci sia molto da dire. Neanche stavolta lo Strega scampa alla morta gora in cui lentamente inesorabilmente amaramente sprofonda. Non è tanto il cliché delle storie e dei personaggi – l’immancabile femminino, la storia omoerotica, stavolta ponderoso impasto socratico in bilico tra storia e filosofia, la malattia eviscerata, la vicenda ombelicale e autobiografica messa sotto ai riflettori – che ritornano, né la consuetudine di portare in cinquina un editore, ancora Einaudi, con libri diversi. Quanto il circolo che pare privo d’attrattiva, buono a reiterare uno spettacolo per addetti ai lavori e poco altro. Resta l’impressione che i tempi in cui la letteratura sapeva raccontare il mondo, anticiparlo o inventarne di nuovi s’allontanano sempre più a filo d’orizzonte. E sul barcone, a riva, uno stanco presente col trucco sempre più liquefatto sugli autori di giro. Eh sì che di belle e tragiche e cogenti universali storie, e d’autori, ve ne sono in giro capaci di cantare fuori dal coro e non limitarsi al bel copiato, all’idiotismo del politicamente corretto. Ma tant’è, sono procellosi i mari in cui ci è dato navigare. Mari amari, senza sorrisi. Meglio restare sotto coperta, aspettando che finisca la bonaccia, arrivi la tempesta. O una stella a indicare la rotta.


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