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	<title>Maurizio Zuccari &#187; libro</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Orfani di genitori viventi</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 19:45:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come salvarsi dall’ombra in sé e da rapporti famigliari avvelenati nel libro di Alessandro Ivan Battista I libri non meritano tutti di essere letti. Gli uomini, invece, meritano tutti che gli si parli. Così il buon Togliatti, ai tempi andati. Parafrasandolo, potrebbe dirsi di questo libro: merita di essere letto, perché parla agli uomini. E alle donne, soprattutto, senza indulgere nel rovesciamento semantico del politicamente... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/orfani-di-genitori-viventi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/01/2423db85-c9ed-407a-b123-4db3916c1145.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10700" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/01/2423db85-c9ed-407a-b123-4db3916c1145-300x225.jpg" alt="2423db85-c9ed-407a-b123-4db3916c1145" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Come salvarsi dall’ombra in sé e da rapporti famigliari avvelenati nel libro di Alessandro Ivan Battista</strong><span id="more-10698"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">I libri non meritano tutti di essere letti. Gli uomini, invece, meritano tutti che gli si parli. Così il buon Togliatti, ai tempi andati. Parafrasandolo, potrebbe dirsi di questo libro: merita di essere letto, perché parla agli uomini. E alle donne, soprattutto, senza indulgere nel rovesciamento semantico del politicamente corretto. Fuor di citazioni d’antan, è un libro a dir poco illuminante, quello dato alle stampe per Aergentodorato da Alessandro Ivan Battista: Orfani di genitori viventi. Sottotitolo: visioni della psicologia del profondo (237 pagine, 23 euro). E già qui, nel paradosso del titolo venuto a mente in sogno e citato pure da sua santità Giovanni Paolo II, assicura Battista, vien fuori tutto il bello dell’opera. O meglio si proietta la sua ombra. Opera in qualche modo biografica, frutto di una lunga gestazione e riedizione coèva che parte dal vissuto umano e professionale dello psicoterapeuta. Flusso di coscienza più che saggio strutturato, per dirla come l’autore. Ma andiamo con ordine.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’ombra junghiana</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Punto di partenza del saggio o flusso che dir si voglia è quel gnothi seauton – conosci te stesso – posto sul frontespizio dell’oracolo di Delfi, dedicato ad Apollo. Posto che la frase per esteso si completava con: e conoscerai gli uomini ed entrerai in contato con gli dei, da qui muove l’opera. Dall’oscuro che è in noi, da disvelare anzitutto a noi stessi perché illumini, o meglio non rabbuj, oltre alla nostra, la vita altrui. A partire da chi ci è più vicino, figli e compagni. È l’ombra in noi, allumata da Jung e sulla sua falsariga, da conoscere per comprendere i lati più oscuri e non farci travolgere dalla nostra voragine interiore, che muove l’opera. Altro fil rouge è la sigizia puer/senex, l’oscillazione tra termini opposti ma complementari, di cui tener conto per una sana evoluzione del sé. Già qui si vede come l’opera sia pregna di termini tecnici e inusuali ma non pecca di tecnicismo. Si presta piuttosto a una lettura non banale ma al tempo fluida, come la coscienza che vuol smuovere.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il puer e il senex</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Il bambino che è in noi e la persona matura; il primo da non rimuovere e la seconda da conquistare per un sano dialogo con i nostri figli, per essergli vicini senza abbuffarli d’amore malsano o – ecco il punto – troppo distanti perché proiettati sempre verso altro, distolti da altri interessi e problemi, per stargli davvero accanto, comprenderli, aiutarli nel complicato gioco della vita. Ché questo è il compito genitoriale: accompagnarli nella crescita senza soffocarli o perderli per strada. Lasciarli andare, infine. Nocciolo della questione è comprendere come, anche alla luce dei tanti fatti cronaca, figli abbandonati o uccisi dai genitori, genitori soppressi o comunque vittime dei figli, sia possibile colmare il vuoto affettivo in cui tutti, chi più chi meno, ci dibattiamo. Insomma, il libro aiuta a capire come ci si possa occupare davvero dei propri figli, e non solo preoccuparsi per essi o, peggio, ignorarli per incapacità relazionale o affettiva. L’ombra che torna, da (ri)conoscere per non esserne dominati.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una via di scampo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non è un manualetto, una guida di cui l’autore, peraltro, invita a diffidare. Ché, come non esistono genitori perfetti, tantomeno qualcuno capace d’insegnarla, la perfezione. O anche solo una strada buona per tutte le scarpe. Il modo d’essere genitori valido per tutti. Però è un libro che fa chiarezza su molte nefandezze spacciate per verità. Su certa incultura nutrita di banalità, superficialità e violenza di cui è pregno il quotidiano vissuto, familistico e non. Dalla paura di crescere all’infantilismo di ritorno; dal ruolo del padre, che sembra aver perso ogni funzione, svuotato d’ogni autorevolezza, relegato ai margini e manco più buono per il bricolage domestico, all’importanza della madre, fondamentale ai fini dell’equilibrio psichico e dell’identità sessuale della prole, ognuno trova tra le righe di Orfani di genitori viventi un pensiero, una via di scampo per districarsi nel labirinto della vita, della relazione con l’altro e coi figli. Un libro illuminante, senza dubbio. Un libro che ti cambia la vita, per dirla come Stefanos Armakolas, intervenuto alla presentazione romana dell’opera, alla Galleria dei miracoli di via del Corso. Senza giungere a tanto, un libro da leggere, avrebbe detto Togliatti.</p>
<p><em>Sopra, un momento della presentazione romana del libro, da destra: Ida Venturi, Alessandro Ivan Battista, Lucilla Bonavita e Valentina Piscitelli, moderatrice dell’incontro patrocinato dall’Accademia Angelico Costantiniana alla Galleria dei miracoli di don Ercole Ceriani </em></p>
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		<title>Strega, noia e tragedia della borghesia</title>
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		<pubDate>Fri, 04 Jul 2025 13:57:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
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		<description><![CDATA[Vince non a sorpresa Bajani con L’anniversario, romanzetto esangue sul patriarcato che fu e la famiglia che c’è. Un premio specchio fedele del nulla letterario incapace di narrare la realtà Ci risiamo. Anche st’estate è arrivato il premio Strega a sollazzare il bel mondo letterario, facendolo sobbollire un po’ nel catino di Villa Giulia. E pure st’anno nessuna sorpresa davanti allo scontato vincitore: Andrea Bajani,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/strega-noia-e-tragedia-della-borghesia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/07/Foaok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10642" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/07/Foaok-300x200.jpeg" alt="Foaok" width="300" height="200" /></a></p>
<p><strong>Vince non a sorpresa Bajani con L’anniversario, romanzetto esangue sul patriarcato che fu e la famiglia che c’è. Un premio specchio fedele del nulla letterario incapace di narrare la realtà</strong><span id="more-10640"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ci risiamo. Anche st’estate è arrivato il premio Strega a sollazzare il bel mondo letterario, facendolo sobbollire un po’ nel catino di Villa Giulia. E pure st’anno nessuna sorpresa davanti allo scontato vincitore: Andrea Bajani, che s’è accosciato per gli scatti senza manco accennare allo stappo dell’ignobile bottiglione, come chiedevano a gran voce i paparazzi. Che a lui s’appioppasse la 79esima edizione del premio letterario più ambito dalle case editrici nostrane, quel che ne rimane, era cosa ovvia fin dalla serata di casa Bellonci, fin dal primo scrutinio dove lo scrittore romano, classe ‘75, ha subito staccato gli altri concorrenti della cinquina. Del resto il candidato Feltrinelli era oggettivamente il meno peggio del mazzo. Gli altri s’accodano ai suoi 194 voti: viavia Elisabetta Rasy, Perduto è questo mare (Rizzoli), con 133 voti; Nadia Terranova, Quello che so di te (Guanda), con 117 voti; Paolo Nori, Chiudo la porta e urlo (Mondadori), con 103 voti; Michele Ruol, Inventario di quel che resta dopo che la foresta brucia (Terra Rossa), con 99 voti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Vince Bajani con L’anniversario, dunque: esangue romanzetto – poco più di cento paginette – d’un figlio che tronca coi genitori e se ne compiace, allo scadere del decennio dove non s’è degnato manco d’una telefonata. La famiglia, che disgrazia. Il patriarcato, ancora e sempre il nemico pubblico numero uno – dopo l’autocrate di turno, s’intende – per certa intelligentsja che d’intelligenza ha solo l’eco in una stanza svuotata pure dai ricordi del tempo che fu. Ma tant’è, mazziare il maschio cattivo, padre padrone, fa sempre tendenza eppoi il pubblico dei lettori, quel che ne resta, ha nella stragrande maggioranza corpo di donna e progressista, la strizzata d’occhi è d’obbligo. Il palpeggiamento, guai.</p>
<p style="font-weight: 400;">La famiglia, dunque. La più grande tragedia del mondo dai tempi della caduta d’Atlantide, eppure ancora non s’è trovato di meglio – di peggio – per sfiancare la quotidianità dell’umanità. Di famiglia parla pure l’ultimo arrivato, Ruol, anestesista prestato alla letteratura, con una lunga sequela d’oggetti che legano una coppia al ricordo dei figli morti, Maggiore e Minore, a cui è negato pure il nome, oltre la vita. Sempre tragedia, sia pure al contrario. E sempre di saghe famigliari s’interroga la Terranova. Il resto è esercizio parabiografico, bell’interno al mondo letterario: i ricordi di Napoli e della relazione con lo scrittore Raffaele La Capria per Rasy; le rimembranze del poeta Baldini per Nori. Resta, per tutti, al di là dello stile e del mestiere, l’impressione d’una scrittura minore per non dire minimalista: esangue, appunto. Se la letteratura è lo specchio d’una società e lo Strega è lo specchio della civiltà letteraria italiana, dei suoi gusti e dei suoi miti &amp; riti da trasmettere al volgo, lo specchio rimanda fedele l’immagine di quel che è e di ciò che siamo. In un mondo al contrario, dove mille sarebbero i furori letterari coi quali discernere la contemporaneità, guerre e fole in cui vivacchiamo, ci si limita allo sbadiglio stanco, a rimasticare vecchie storie in cui manco più i protagonisti si ritrovano o credono. Mai un’alzata d’ingegno, un volare sopra rimasugli di grigiore quotidiano, un’illuminazione.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Meglio allora lasciare che la melma corrente marcisca i pilastri letterari, ne eroda i ponti, del resto non è più la letteratura a raccontare la realtà, come ammoniva il genio di Vassalli. Volgiamoci allora alla kermesse di contorno: lo sventolìo dei bej ventagli verdi distribuiti a uomini, donne e trallallà, a dare aria e colore alla serata. Il bel monologo di Anna Foglietta per il cinquantennale della morte di Pasolini. E qui il colpo di classe della regia che s’è concessa il lusso di mandare uno spezzone nel quale lo scrittore inveiva contro i premi e la fuffa letteraria, buona solo a compiacere la scemenza borghese. La bravura di Filippo Timi, nel recitare l’incipit dei finalisti. La fugace intervista con Anna Foa, fresca vincitrice del neopremio Strega per la saggistica: Il suicidio di Israele. Rade parole contro la macelleria in atto e la grande Sion. Buon ultimi, i deragliamenti di Pino Strabioli, improbabile conduttore col farfallino, orfano di Geppi Cucciari alla quale non è stato concesso il palco dello Strega per dire le sue menate, a differenza delle ultime edizioni, forse per la sua scarsa sintonia col governo in carica. Il ministro della Cultura Alessandro Giuli, ex giurato e grande assente alla serata, s’è lagnato di non avere manco ricevuto i libri dei concorrenti. Poco male, visto quel che passava la serata. Malatempora currunt, aspettando l’edizione numero ottanta. Definitivo rincoglionimento senile o vegliarda botta di vita, chissà.</span></p>
<p><em>Sopra: Bajani e Foa, vincitori dell’edizione Strega 2025 per la narrativa e la saggistica, rispettivamente crediti Musa, Fucilla, Ruscio, Mikhaiel/Taobuk</em></p>
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		<title>Roma senza carne né ossa</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jul 2022 09:03:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Edito da Skira Raffaello tra gli sterpi. Storia della lettera mai spedita del pittore urbinate a papa Leone X che ha cambiato l’idea di tutela dei beni artistici e architettonici, non solo nella città eterna Anche una lettera non spedita può lasciare il segno. Al punto che gli storici di chicche e d’anticaglie – come sono, al fondo, tutti gli storici – la chiamano “la... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/roma-senza-carne-ne-ossa/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/5.-Raffaello-Autoritratto-con-amico-1518-20.jpg"><img class="size-medium wp-image-10142" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/5.-Raffaello-Autoritratto-con-amico-1518-20-251x300.jpg" alt="Öèôðîâàÿ ðåïðîäóêöèÿ íàõîäèòñÿ â èíòåðíåò-ìóçåå gallerix.ru" width="251" height="300" /></a></p>
<p>Edito da Skira Raffaello tra gli sterpi. Storia della lettera mai spedita del pittore urbinate a papa Leone X che ha cambiato l’idea di tutela dei beni artistici e architettonici, non solo nella città eterna<span id="more-10134"></span></p>
<p>Anche una lettera non spedita può lasciare il segno. Al punto che gli storici di chicche e d’anticaglie – come sono, al fondo, tutti gli storici – la chiamano “la lettera”. Così, per antonomasia, dando scontato il resto. E il resto è la missiva, mai spedita epperò giunta (quasi) a segno, che Raffaello Sanzio scrisse, o meglio fece scrivere dal dotto amico Baldassarre Castiglione a Leone X, papa mediceo secondogenito di Lorenzo il Magnifico e tra i più affetti da nepotismo della storia. Di quella missiva, una e trina come la natura divina, Salvatore Settis e Giulia Ammannati – già direttore del Centro ricerche del Getty di Los Angeles e della Normale di Pisa l’uno, docente di paleografia l’altra – si sono dilungati a discernere i fatti e l’antefatti, stratificazione in bozze e sparse versioni, fino a trarne un saggio. Edito da Skira, <em>Raffaello tra gli sterpi</em> – 260 pagine, 28 euro – si legge e appassiona come un romanzo, nel più vasto romanzo dell’arte, ed è stato presentato alle Scuderie del Quirinale, a Roma, a un pubblico più vasto di quanto la canicola romana e l’interesse per un tema di nicchia lasci supporre. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/1-Raffaello-tra-gli-sterpi-cover.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10135" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/1-Raffaello-tra-gli-sterpi-cover-217x300.jpg" alt="1-raffaello-tra-gli-sterpi-cover" width="217" height="300" /></a></p>
<p>S’era al primo d’agosto 1514, quando papa Leone, fresco di bolla antiluterana, fa vergare al suo scrivano di corte, Pietro Bembo, una “breve” con sui s’affida la direzione della costruenda fabbrica di San Pietro a tre candidati, dopo la morte del Bramante: Giuliano da Sangallo, fra’ Iocundo architecto (al secolo Giovanni Giocondo, frate veronese e tra i più illustri esperti di antichità del tempo) e Raffaello, appunto. È quest’ultimo, ancorché meno ferrato degli altri in architettura e grazie alla morte dell’anziano frate di lì a poco, a gestire in toto la commessa. Con l’imperativo, sono parole del papa, di far presto, più presto che si può: le casse sono vuote e l’eresia luterana preme, già minaccia scisma e a dargli la stura è proprio quella fabbrica senza fondo. L’incarico è chiaro: per fare più in fretta si faccia calce d’ogni monumento, d’ogni marmo in quella immensa cava a cielo aperto che è Roma. Lui, e solo lui, dovrà appurare se qualcosa del pietrame andrà serbato o messo al macero. È dunque un compito distruttivo quello che il papa affida all’urbinate, non certo conservativo.</p>
<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/3.-Raffaello-Leone-X-tra-i-cardinali-Giulio-de’-Medici-e-Luigi-de’-Rossi-1512.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10140" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/3.-Raffaello-Leone-X-tra-i-cardinali-Giulio-de’-Medici-e-Luigi-de’-Rossi-1512-297x300.jpg" alt="3-raffaello-leone-x-tra-i-cardinali-giulio-de-medici-e-luigi-de-rossi-1512" width="297" height="300" /></a></p>
<p><em>Raffaello, Leone X tra i cardinali Giulio de’ Medici e Luigi de’ Rossi, 1512</em></p>
<p>Eppure, da questa lettera d’incarico prende le mosse una certa idea di conservazione delle stesse antichità romane, dei beni culturali in quanto tali, grazie a un mutamento concettuale e di prospettiva che Raffaello va mutuando a fronte di un impegno che lo vede quotidianamente testimone dello scempio che si va facendo dei resti della città antica. Ridotta, farà scrivere nella lettera, “senza ornamenti, quasi ossa d’un corpo senza carne”. Una sensibilità mutuata certo anche dai colloqui avuti col frate veronese. Raffaello, del resto, era uso trascinarsi tra gli sterpi – di qui il riferimento nel titolo – tra ruderi e grotte, come buona parte degli artisti coèvi, per rimirare l’opera degli antichi. L’uso delle grottesche, da lui introdotto, discende da qui. Matura così piano piano, nel pittore-architetto, l’idea d’una lettera al pontefice che lo convinca a salvare quel che resta dell’antica Roma, sottraendola ai guasti dei tagliapietre e d’ogni calcina, dalle grinfie della stessa curia. Anche in grazia della consegna papale, forse solo verbale, di mappare l’Urbe, oltre che di rimettere mano alla cattedrale del principe degli apostoli.</p>
<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/4.-Raffaello-Baldassarre-Castiglione-1513.jpg"><img class="size-medium wp-image-10139" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/4.-Raffaello-Baldassarre-Castiglione-1513-261x300.jpg" alt="RaphaÎl (dit), Sanzio Raffaello (1483-1520). Paris, musÈe du Louvre. INV611." width="261" height="300" /></a></p>
<p><em>Raffaello, Baldassarre Castiglione, 1513</em></p>
<p>Per perorare la causa s’affida alla mano, o meglio alla penna del Castiglione, suo dottissimo amico ed esperto di cortigianerie. Il volume racconta dunque i passaggi di questo complesso epistolario che si trascina nel biennio 1519-20 tra i due amici, fino alla prematura morte di Raffaello, nell’aprile di quell’anno. Facendosi, con ciò, affresco storico d’un tempo spazzato via, coi protagonisti, dal sacco di Roma di lì a pochi anni. La lettera, esposta per la prima volta in occasione della mostra al Quirinale nel cinquecentenario di Raffaello, lungamente rimaneggiata, non sarebbe mai giunta sul tavolo del pontefice – sopravvissuto di poco al suo protetto – e, finita negli archivi mantovani di famiglia dell’umanista, sarebbe riemersa e scomparsa, per affiorare di nuovo, come un fiume carsico, in tempi più recenti, divenendo uno dei caposaldi della salvaguardia dei beni pubblici e della tutela artistica. Della bellezza d’una città ridotta sempre più corpo senza manco l’ossa.</p>
<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/6-Giovanni-Riepenhausen-Raffaello-raccomanda-al-papa-Leone-X-la-conservazione-delle-antichità-romane-1833.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10136" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/6-Giovanni-Riepenhausen-Raffaello-raccomanda-al-papa-Leone-X-la-conservazione-delle-antichità-romane-1833-300x253.jpg" alt="6-giovanni-riepenhausen-raffaello-raccomanda-al-papa-leone-x-la-conservazione-delle-antichita-romane-1833" width="300" height="253" /></a></p>
<p><em>Giovanni Riepenhausen, Raffaello raccomanda al papa Leone X la conservazione delle antichità romane, 1833. Sopra: Raffaello, Autoritratto con amico, 1518-20; <em>Rovine e città, dettaglio dalla Madonna del diadema blu, 1511 (particolare della copertina)</em></em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Stregati da Desiati</title>
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		<pubDate>Fri, 08 Jul 2022 16:57:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dal look, più che dal libro. Il resto è noia. Einaudi vince lo Strega numero 76 con l&#8217;autore di Straniati, uno dei due candidati in lizza per la casa editrice. Alla Raimo i premi giovani e offPigliate un signore di mezz’età, vestito come un dandy coi saldi di fine siècle (l’ultimo o l’altro, fatevoi). Camiciola girocollo di bianca seta coi volant, completo a quadri stile “optical... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/stregati-da-desiati/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/mario-desiati-cop-1200x675.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10130" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/mario-desiati-cop-1200x675-300x169.jpg" alt="mario-desiati-cop-1200x675" width="300" height="169" /></a> <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/Desiati-libro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10131" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/07/Desiati-libro-300x300.jpg" alt="desiati-libro" width="300" height="300" /></a></p>
<p>Dal look, più che dal libro. Il resto è noia. Einaudi vince lo Strega numero 76 con l&#8217;autore di Straniati, uno dei due candidati in lizza per la casa editrice. Alla Raimo i premi giovani e off<span id="more-10128"></span>Pigliate un signore di mezz’età, vestito come un dandy coi saldi di fine siècle (l’ultimo o l’altro, fatevoi). Camiciola girocollo di bianca seta coi volant, completo a quadri stile “optical art”, fazzoletto arcobaleno al taschino. Collarino da gattino in calore al collo con tanto d’anellino, trucco sotto al parrucco e, vezzosissimo, un ventaglio rosa, a fiorelloni. Ché la serata è stata afosa e pure piovosa: un bell’acquazzone ha rischiato di mandare tutti al guazzo e tutto a scatafascio. Ecco, un tipo così, Mario Desiati, ha vinto lo Strega numero Settantasei. Come da previsioni, nientediché. Con gli altri a far da contorno a una pietanza briosa &amp; gustosa come un merluzzetto e verdurine lesse in frigo. Senza manco un filo d’olio.</p>
<p>Nell’ordine, dopo Spatriati giunto a quota 166 voti per l’Einaudi: Claudio Piersanti e Alessandra Carati, sul podio con, rispettivamente, Quel maledetto Vronskij (Rizzoli, 90), E poi saremo salvi (Mondadori, 83). E ancora: Veronica Raimo, Niente di vero (altro Einaudi, 62), già vincitrice delle sezioni giovani e off del premio; Marco Amerighi, Randagi (Bollati Boringhieri, un voto sotto); Fabio Bacà, Nova (Adelphi, 51); Veronica Galletta, Nina sull’argine (Minimum fax, 24). Ecco la scaletta d’arrivo della settina in cinquina. Sette come i nani, grazie agli arzigogoli e ai ripescaggi d’un premio un dì glorioso e sempre più squinternato, con buona pace del duo Bellonci &amp; Rimoaldi buonanime. Raffazzonato come la diretta di Raitre sotto ai piovaschi. Con l’Einaudi a far manbassa di premi e premiucci, pur mettendo ancora in lizza due candidati, l’un contro l’altro amati, a riprova d’uno smottamento interno e di senso sempre più irrefrenabile.</p>
<p>Dopo il pur valente Emanuele Trevi, vincitore della scorsa edizione con Due vite e presentatore dell’edizione appena conclusa, come da copione, sembrava che si fosse giunti al capolinea d’una certa narrativa ombelicale, oltre non si poteva andare. E invece s’è cominciato a scavare, giù a rompicollo. Il terreno è sempre quello, molliccio e vermiglioso: la famigliola borghese rotta &amp; sfatta; amori persi &amp; diversi. Vizi privati esposti come pubbliche virtù, tutto un triturame spacciato come novella letteratura. C’è un’aria muffa, stantìa, sugli scaffali: libri nuovi di zecca polverosi come nel bugigattolo d’un rigattiere. Di nuovo c’è l’accanimento sul cadavere, manco più una voce stecca nel coro, circola dissonante tra i salotti letterari qualisiano. Tutto politicamente e culturalmente corretto, stracotto, scontato. Come in politica. Nani si levano controsole, a far ombra. Non è tutta responsabilità del sacco autoriale, certo, i tempi sono questi, d’onesti mestieranti più proni al marketing di tendenza che alla sostanza letteraria, ma insomma.</p>
<p>Di Desiati che dire? Per lui parla il curriculum. Una fuga dalla Puglia profonda &amp; feconda, nascita a Locorotondo (1977) e infanzia a Martina Franca, esordi da poeta, frequentatore dei salotti capitolini giusti dove regnano impegno e alternativa – caporedattore a Nuovi Argomenti, editor Mondadori, direttore editoriale Fandango, per dire – a scorrere la lista dei titoli editi e degli editori c’è da rifarsi la vista e il trucco, come dopo una serata di pioggia. Così, ci si può far stregare dal suo look, persino e piacendo, più che dal resto e dalla storia d’adolescenti inquieti, del sesso come via di scampo e d’inciampo. Del libro ne riparleremo a suo tempo, per ora ci porti il vento.</p>
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		<title>L&#8217;oscura immagine della luce</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Jan 2021 15:45:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando uno come Massimiliano Parente dice che scrivi una cosa a mezzo fra Edgar Allan Poe – vale a dire l’alienazione Usa ai primordi – e Guido Morselli – la distopia italica della maturità – stai messo bene. Letterariamente parlando, s’intende: vuol di che d’alienati ne capisci e coi tempi che filano è una gran cosa. Così è per Adriano Angelini Sut, che per i... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/loscura-immagine-della-luce/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Quando uno come Massimiliano Parente dice che scrivi una cosa a mezzo fra Edgar Allan Poe – vale a dire l’alienazione Usa ai primordi – e Guido Morselli – la distopia italica della maturità – stai messo bene. Letterariamente parlando, s’intende: vuol di che d’alienati ne capisci e coi tempi che filano è una gran cosa. <span id="more-9953"></span>Così è per Adriano Angelini Sut, che per i tipi della Ensemble ha sfornato Imago lux (302 pagine, 14 euro, presentato in streaming dal sottoscritto e l’editore Matteo Chiavarone (<a href="https://www.facebook.com/watch/live/?v=410186760199890&amp;ref=watch_permalink" target="_blank">vedi qui</a>). Bella grafica, innovativa anche se un po’ caotica, come si conviene a una giovane e fresca casa editrice che intenda navigare nelle perigliose acque della narrativa italiana, tra squali incattiviti e balenotti spiaggiati. Una grafica vagamente inquietante, se vogliamo, speculum dell’inquietudine dell’autore, cui piede mai non riposa, e della storia narrata.</p>
<p>Siamo nella Roma a lui cara, in anni un po’ meno cari: tra il finire dei Sessanta e i primi Settanta. Dove matura, coi moti dell’animo e sociali, la liberazione delle coscienze e l’ideologismo militante. Una maturazione-liberazione mai portata a dama, arenata nella parte guasta dello scontro ideologico, nella lotta tra opposte fazioni. Una vecchia storia antica che il potere ha saputo cavalcare, domare, restituire imbrigliata al popolo massificato, tutt’altro che liberato. In questa storia, in quel tempo, prende corpo un potere che non è impegnato a rabbonire il borghese e tenere a bada il proletario: un potere molto poco terreno ma assai materiale, visto che domina la materia, questo mondo, da che mondo e mondo. Col placet d’un potere superiore che, ogni tanto, si concede di battere la fiacca e lascia fare.</p>
<p>In quella Roma ormai andata come quella dei quadretti di Roesler Franz, una ragazza di buona famiglia borghese entra in un bruttogiro, in una Comune di scervellati che dalle parti di Tarquinia è a stretto contatto col bassissimo, il principe delle tenebre. Qui la ragazza è risucchiata in un mondo ctonio dove non farà ritorno, se non sotto larvata presenza altra, nonostante gli sforzi e le ricerche della sorella Eva, protagonista della storia, che per cercarla giungerà fino in Provenza. L’Occitania un tempo terra di Catari e Albigesi, spazzati dalla crociata papale e dalle armi del re di Francia che così estese i suoi domini a Mezzodì. Terra d’eretici e dei fanatici che li sterminarono, dove la sempiterna lotta tra bene e male non ha conosciuto esclusione di colpi.</p>
<p>È qui che Eva giunge a seguito d’una soffiata per trovare Liliana che non è più tale, ma preda di una forza oscura che la sua mente razionale fatica ad accettare e capire. Sarà un incontro tragico quella tra le due sorelle, esiziale per l’una che ne muore, e per l’altra che muore nelle sue convinzioni, nella sua vita normale. A questo primo tempo segue un secondo, dove la protagonista ha modo di rifarsi una vita e una famiglia di là dall’oceano, a New York, poi un terzo. Il più contemporaneo, ambientato ancora a Roma, in piena pandemia. Dove Eva rivive l’incubo di cinquant’anni prima ai danni della nipote, e solo per un pelo stavolta potrà salvare almeno la ragazzina, se non altre giovani vittime del male dal suo imperio.</p>
<p>Angelini Sut nel corso degli anni si è dato a un eclettismo di generi e di scritture, spaziando dai fumi di Caronia alle passeggiate romane, dai romanzi storico-biografici di Mary Shelley e Jackye, al precedente L’ultimo singolo di Lucio Battisti, quasi finito nel calderone dello Strega. Generi diversi dove fa sempre capolino un tenue filo roso fatto d’intrigo e mistero, d’indicibile e invisibile. Stavolta lo scrittore romano squarcia il velo e confeziona una storia che davvero ha il piglio di Poe e Morselli, e non sarebbe affatto dispiaciuta allo sciroccato padre dell’horror made in Usa e al maestro bolognese delle allucinate storie di mondo altri, incastonati in questo. Qui l’orrore sale al massimo grado, al suo padre nell’Aldilà e padrone nell’Aldiqua, che gioca con le vite e le anime dei dannati in terra.</p>
<p>La prosa di Adriano è asciutta, elegiaca quanto basta, avvincente come si conviene al tema narrato. La sua tesi di fondo è che siamo nelle mani del maligno, più che d’altri, e solo una solida fede può impedire di finirci dentro anche se si ha la malavventura di gettare lo sguardo nell’abisso. Storia avvincente e, anche se mutuata da alcuni classici dell’horror di genere, come Rosemary baby, originale nel panorama coevo, soprattutto nella parte ambientata ai tempi d’una pandemia dove del male si respira ogni artificio, mentre la chiesa ufficiale deputata a combatterlo appare succube e silente. Storia non priva di chicche, come la suggestione della natura della luce oscura, l’essenza del male mutuata dall’antica divinità egizia di Apofi, il serpente notturno nemico di Ra, la scoperta d’una catacomba etrusca alle porte di Roma, realmente esistente anche se non dovrebbe esserci.</p>
<p>Nei, nessuno? Un paio. Tanta reiterata materia d’esorcismo non consente alla storia di decollare oltre un certo punto, l’appesantisce in passaggi forse troppo speculari. L’atteggiamento della protagonista, i suoi troppi e imbarazzati silenzi, specie in famiglia, le sue alzate d’ingegno, fanno mancare di veridicità certi punti della narrazione. Con un’avvertenza finale: se vi piace tuffarvi nell’horror anche se fuori dalla porta brancola un esercito di zombie in maschera, godetevi Imago lux. Ma se la pompa non vi regge, compratelo e mettetelo da parte, aspettate giorni meno funesti per misurarvi col maligno e la sua immagine di luce oscura.</p>
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		<title>Il Garibaldi tradito</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Aug 2020 16:01:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sfugge all’antivulgata risorgimentale filoborbonica ma pecca d’insufficienza di prove documentarie il saggio di Alfio Caruso sulla fine del regno delle Due Sicilie che riprende le memorie di don Buttà È un bel privilegio quello di frequentare la storia e saperla raccontare. Quello d’unire alla conoscenza dei fatti capacità narrativa e facilità di scrittura, senza che la materia, di per sé pesante, risulti indigesta. Sarà per... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-garibaldi-tradito/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2020/08/Alfio-Caruso-Garibaldi-corruzione-e-tradimento-copertina.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9875" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2020/08/Alfio-Caruso-Garibaldi-corruzione-e-tradimento-copertina-300x209.jpg" alt="alfio-caruso-garibaldi-corruzione-e-tradimento-copertina" width="300" height="209" /></a></p>
<p>Sfugge all’antivulgata risorgimentale filoborbonica ma pecca d’insufficienza di prove documentarie il saggio di Alfio Caruso sulla fine del regno delle Due Sicilie che riprende le memorie di don Buttà<span id="more-9873"></span></p>
<p>È un bel privilegio quello di frequentare la storia e saperla raccontare. Quello d’unire alla conoscenza dei fatti capacità narrativa e facilità di scrittura, senza che la materia, di per sé pesante, risulti indigesta. Sarà per questo che dalle nostre parti, a differenza di quel che accade nel mondo anglosassone, storici di mestiere che non facciano calare la palpebra alla terza riga o russare l’uditorio appena aprono bocca ce ne siano pochi. Come, di contro, giornalisti capaci d’una narrazione non di maniera, abili a calarsi nel vissuto dei tempi con la conoscenza verosimile (non veritiera) dei fatti. Paolo Monelli, Indro Montanelli, Arrigo Petacco e Claudio Fracassi, per fare nomi tra loro diversi, erano e sono di questa scuola. Alla schiera dei pochi s’unisce Alfio Caruso. Catanese, cinquant’anni, Caruso da un pezzo s’è messo a scandagliare la storia patria, mafia &amp; misteri, col piglio del romanziere qual è e dello storico di vaglia, con l’occhio del siciliano che la vede lunga. Al tema del Risorgimento ha già dedicato la storia degli altri Mille, quelli del papa re. Buon ultimo, il suo Garibaldi, corruzione e tradimento, edito da Neri Pozza.</p>
<p>Oltre trecento pagine che possono leggersi d’un fiato, da penna fine qual è il catanese. Una piccola summa di come andarono i fatti in una vicenda più nota che conosciuta, per dirla come il buon Manzoni, che una bibliografia sterminata non è ancora riuscita a sciogliere nei suoi nodi più controversi. La corruzione e il tradimento che, accompagnata alle indelebili gesta eroiche dei Mille non più Mille, come sottolinea Caruso, portò al crollo del Regno delle Due Sicilie, come recita il sottotitolo del saggio. Una pubblicazione, quindi, che s’incanala nel filone delle origini, volta a ricomporre i tasselli mancanti di una storia patria che ancora trasuda sangue. Di un’unità mancata e messa in discussione in toto, a centosessant’anni dall’unità dichiarata. Caruso, va detto subito, si destreggia e sfugge al trappolone dell’antivulgata risorgimentale, del bel regno delle Due Sicilie scrafazzato dai malvagi piemontesi, dai maneggi del perfido Cavour più che dalle eroiche camicie rosse di Garibaldi. Riesce a mantenersi sul filo, Caruso, ma è un filo che non porta da nessuna parte. E qui veniamo alle dolenti note del saggio.</p>
<p>Principiamo, per dirla alla siciliana, dall’inizio. Dalla copertina, e dal titolo. Sa di menata presentare l’impresa dei Mille con l’immagine tratta dalla battaglia di Mentana, assai posteriore, dove i garibaldini vennero presi a schioppettate dagli chassepot francesi. Sa di grossa menata voler accostare al nome di Garibaldi due parole, corruzione e tradimento, che garantisce il botto mediatico ma col suo nome c’entrano nulla. Lasciando balenare di voler così eviscerare, finalmente e una volta per tutte, le malefatte di Torino e la corruttela del regno di Napoli, eppoi non dare conto d’un documento, d’una prova che sia una. Saltando a pié pari pure l’affondamento del vapore su cui Ippolito Nievo aveva raccolta – ahilui – ogni scartoffia di quella spedizione, compresi certi conti che, con tutta probabilità, portarono all’affondamento del piroscafo Ercole da parte degli agenti di Cavour, a poche settimane dalla proclamazione del regno d’Italia e a pochi mesi dalla morte del gran conte. Uno dei primi, indicibili misteri italici. Così, rifarsi solo allo scartafaccio di padre Giuseppe Buttà – cappellano filoborbonico fino al midollo – poco noto ma non certo ignoto non è roba che porti lontano nel campo della ricerca, giusto delle supposizioni e delle rievocazioni. Eccoli, i limiti di un’opera che pure si legge d’un fiato. Salvo poi metterlo in un canto, sulla pila dell’altre, a far peso.</p>
<p>Resta l’affresco storico d’un tempo ormai ridotto a cenere, eroi e macchiette che disfecero un regno, quello di Franceschiello, troppo debole e marcio per reggere botta agli appetiti del cugino Vittorio, alle manovre del gran conte e alle capacità militari di Garibaldi. Che si misurarono davvero al Volturno, a cose quasi fatte ma non ancora decise, più che a Calatafimi, all’inizio di tutto. Ché l’unico tradito, alla fine, restò lui, disinteressato e massone, tornato a casa con lardo, lenticchie e un pugno di mosche, e qualche milione d’italiani in farsi. Resta una storia di lacrime e sangue, tutta da scrivere ancorché (in)compiuta.</p>
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		<title>Mussolini l&#8217;antifascista</title>
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		<pubDate>Fri, 05 Jul 2019 09:06:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come previsto e prevedibile, Mussolini ha vinto, anzi stravinto. Antonio Scurati ha sbancato il 73esimo premio Strega. Oltre cento voti di differenza con la seconda classificata – Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo – ripagano lo scrittore napoletano – ma milanese d’adozione – delle vittorie mancate nel 2009 e 2014, e sono un bel regalo per i cinquant’anni appena compiuti. Scurati ha stravinto meritatamente,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/mussolini-lantifascista/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/20190705_013329_5635177A.jpg"><img class="size-medium wp-image-9482" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/20190705_013329_5635177A-300x300.jpg" alt="Roma, 5 lug. (askanews) - Antonio Scurati ha vinto il Premio Strega 2019 con &quot;M. Il figlio del secolo&quot;, edito da Bompiani.  	Scurati ha ottenuto 228 voti contro i 127 andati a Benedetta Cibrario con &quot;Il rumore del mondo&quot; (Mondadori), i 91 a Marco Missiroli con &quot;Fedeltà&quot; (Einaudi), i 63 a Claudia Durastanti con &quot;La straniera&quot; (La nave di Teseo), e i 47 ottenuti da Nadia Terranova con &quot;Addio, fantasmi&quot; (Einaudi).  	&quot;Non credo avrei vinto lo Strega se non fossi arrivato secondo due volte - ha detto Scurati a ilLibraio.it subito dopo la vittoria - dedico questo libro ai nostri nonni, prima sedotti e poi allarmati dal fascismo. E poi ai nostri figli, con lauspicio che non tornino a vivere quei momenti. E in particolare a mia figlia&quot;." width="300" height="300" /></a></p>
<p>Come previsto e prevedibile, Mussolini ha vinto, anzi stravinto. Antonio Scurati ha sbancato il 73esimo premio Strega. <span id="more-9481"></span>Oltre cento voti di differenza con la seconda classificata – Benedetta Cibrario con Il rumore del mondo – ripagano lo scrittore napoletano – ma milanese d’adozione – delle vittorie mancate nel 2009 e 2014, e sono un bel regalo per i cinquant’anni appena compiuti. Scurati ha stravinto meritatamente, e dall’alto dei suoi 228 voti può quasi spernacchiare gli altri candidati e la malasorte, persino la cabala visto che ha sfanculato il detto: non c’è due senza tre. Scuro in volto – nomen, omen – manco avesse perso pure stavolta, per la terza volta, tradiva la tensione cumulata in un decennio di mancate vittorie, più che in una serata di trionfo. E quando il commentatore al ninfeo s’è lasciato andare all’infelice battuta: andiamo a contare per quanti voti stavolta ha perso, il vaffa mentale s’è sentito aleggiare, con le corna di leoniana memoria di rinforzo, prima d’essere affogato nel bottiglione dello Strega.</p>
<p>Scurati, quindi. Unica sorpresa della serata l’ottima Cibrario, che ha scavalcato Marco Missiroli sul podio. Le altre candidate alla finale, Claudia Durastanti e Nadia Terranova, a chiudere la cinquina e fare presenza, come detto. Non ha certo giovato, a Missiroli, la presenza di una seconda candidata Einaudi che ha scisso i voti dell’editore, alla faccia d’ogni buon senso e belle lettere.</p>
<p>Scurati, dunque. Bel volumone il suo M, pure questo s’è detto. Se dovesse portare a dama quanto promesso, alla fine della trilogia Il figlio del secolo avrebbe in corpo oltre duemila pagine. Un’enciclopedia (ri)fondativa dell’antifascismo, più che un romanzone. C’è pure un mezzo indice dei nomi, come ogni saggio che si rispetti, e non disperiamo che sia completo alla fine dell’opera.</p>
<p>Un romanzo-documentario, romanzo- saggio (rosaggio?) che riapre la stagione del grande romanzo storico all’italiana, come nelle corde dell’autore, forte di prove quali Il rumore sordo della battaglia e Una storia romantica, come pure del piazzamento della Cibrario, anch’essa con una bella storia risorgimentale. Romanzo storico dove d’inventato non c’è nulla e, anzi, proprio l’essere romanzo permette di traversare le mille pieghe della storia in ogni sfaccettatura. In questo la penna di Scurati è impagabile. La sua capacità di raccogliere, con la testimonianza, l’humus del tempo, notevole. Basti il passaggio finale, quello di un Mussolini solo e vincente sullo scranno di presidente del Consiglio, quando all’indomani dell’omicidio Matteotti mira quel che rimane del parlamentarismo che sta per essere spazzato via dal suo regime, a chiusura del primo volume.</p>
<p>“Guardali, ascoltali, non capiscono cosa stia accadendo. Né gli uni né gli altri. Non capiscono che cosa gli sto facendo. Continueranno a combattere, da una parte e dall’altra, senza sapere che abitano già una casa di morti. I nostri, i fascisti in camicia nera con i teschi ricamati in bianco, la abitano da sempre, gli altri, cresciuti per secoli nel rispetto dell’essenza umana, non la conoscono. Si aggirano a tentoni, tremanti, nella notte della pianura immensa, senza nemmeno potersi accodare all’istinto della lotta. Non capiscono, non capiscono…. Gattini ciechi avviluppati in un sacco. Mi sono giustificato dinanzi alla storia ma devo ammetterlo: è struggente la cecità della vita riguardo a se stessa. Alla fine si torna all’inizio. Nessuno voleva addossarsi la croce del potere. La prendo io”.</p>
<p>Il figlio del secolo è questo: un animale che fiuta il suo tempo ed è capace di dominarlo. Gran prosa innestata in un’abilità narrativa e ricostruttiva di primissimo livello. Un’opera se vogliamo monca a paragone dell’altre che pure ha stracciato ma che s’è beccata lo Strega, anomalia italiana come la presenza di due candidati dello stesso editore in finale. Resta, col plauso, un rimpianto e un augurio. Se anziché partire da Piazza San Sepolcro, nel ‘19, e finire a Montecitorio nel ‘24 – e poi viavia, fino alla fine dell’uomo e del regime – Scurati avesse scritto della fanciullezza e giovinezza, insomma di quanto più noto e leggendario che conosciuto sul fondatore del fascismo, il suo enciclopedico duce e i suoi lettori ne avrebbero guadagnato.</p>
<p>L’augurio, invece, è di evitare le secche dell’antifascismo. Che il suo figlio del secolo diventi bandiera di un rinnovato antifascismo, di maniera e d’opposto conformismo, a celare il nullismo presente. Primo perché di scrittori pseudo progressisti e politicamente adagiati sull’onda di piena del buonismo di genere – quella che cavalcano Grete e capitane Carole per intendersi – non se ne può più. Poi perché il tempo, questo tempo, e la democrazia sono già altro, e niente può deviare l’onda della storia quando si fa piena. Tantomeno un ottimo romanzo, o rosaggio che dir si voglia.</p>
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		<title>A Roma non barrisce l&#8217;elefante</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2019 16:13:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Maria Fabrocile]]></category>
		<category><![CDATA[Il segnale dell'elefante]]></category>
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		<description><![CDATA[Diciamolo subito: promette quel che dà, alla fine, Il segnale dell’elefante. Alla fine, ché per il resto è una (retro)storia romana del partito che seppe contendere agli assai più numerosi socialcomunisti la palma dell’antifascismo combattente. Nonostante i contributi di Aldo Garosci e soprattutto di Giovanni De Luna, nell’ottima storia del Pd&#8217;A dal 1942 al 1947, la vicenda della mancata insurrezione del Partito d’Azione a Roma... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/a-roma-non-barrisce-lelefante/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/02/fabrocile-copertina.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-9428" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/02/fabrocile-copertina-300x150.png" alt="fabrocile-copertina" width="300" height="150" /></a></p>
<p>Diciamolo subito: promette quel che dà, alla fine, Il segnale dell’elefante. Alla fine, ché per il resto è una (retro)storia romana del partito che seppe contendere agli assai più numerosi socialcomunisti la palma dell’antifascismo combattente. <span id="more-9427"></span>Nonostante i contributi di Aldo Garosci e soprattutto di Giovanni De Luna, nell’ottima storia del Pd&#8217;A dal 1942 al 1947, la vicenda della mancata insurrezione del Partito d’Azione a Roma “città aperta”, come recita il lungo sottotitolo dell’opera (Marlin, 282 pagine, 16,50 euro), è questo: il riempitivo d’un buco nero che la storiografia, anche militante, e la memorialistica, specie militante, mai ha colmato.</p>
<p>Il saggio di Francesco Maria Fabrocile (nella foto) presentato nella bella sede trasteverina della Casa della memoria a Roma colma questa lacuna sia pure – diciamo pure questo – in modo lacunoso. Non è un problema di merito, ché il giovane ricercatore di marca postazionista si mostra anzi storico di vaglia, capace di dipanare la notevole mole documentale di fonti tutte interne – questo il punto – siano memorie o faldoni del Cominpart, la commissione per i riconoscimenti delle benemerenze partigiane. Altro limite di metodo è l’aver puntato sulla titolazione accattivante per motivi editoriali, laddove il lavoro non è tanto sulla mancata insurrezione a cui quel nome in codice avrebbe dovuto dare la stura, quanto sulla storia del partito romano, di cui quell’evento chiave è la chiusa, non svelata compiutamente ma sottintesa.</p>
<p>Lasciamo alle parole dello stesso Garosci, trascritte dall’autore a p. 246, il giudizio complessivo sulla vicenda: “I più conservatori dei membri del Comitato di liberazione avevano in fondo le stesse idee dei badogliani; temevano l’insurrezione per ragioni a un tempo militari e politiche, erano i soli in contatto radio con gli alleati e non portarono a conoscenza della giunta militare i dati di cui erano forniti”.</p>
<p>Così il segnale dell’elefante, più che per la sua elefantiaca mole, non giunse ai militanti che quella domenica del 4 giugno ‘44 aspettavano il via libera insurrezionale che aprisse agli Alleati le porte di una Roma già aperta e occupata. È che per i liberatori la libertà andava regalata, non conquistata, e l’attendersi un barrito da loro era una contraddizione in termini prima ancora che politica e militare. Quel segnale, seppur dato, forse non sarebbe giunto ai militanti in attesa anche se il dirigente in contatto coi servizi d’intelligence della V armata non fosse stato Ugo la Malfa, politico della più bell’acqua, contrarissimo a ogni ipotesi insorgente, a fronte di quadri quali Emilio Lussu e Riccardo Bauer, più propensi a un’azione militare in grande stile ancorché non meno inconcludenti, alla prova dei fatti.</p>
<p>Contrasti interni a parte – che avrebbero portato Lussu a prendersi a schiaffi con lo stesso La Malfa – a fare da controparte a questi era Peter Tompkins, all’epoca poco più che ventenne, introdotto in ogni ambiente della Roma del tempo, forte delle sue conoscenze massoniche, già quadro dell’Oss, poi agente Cia. Esperto d’occultismo e misteri atlantici e soprattutto profondo conoscitore d’ogni snodo del ‘900 ben oltre la liberazione di Roma, dai fatti di Dallas a Moro.</p>
<p>Che a Roma vi fossero cinquemila uomini in armi, come raccontano gli ex dirigenti azionisti nei loro memoriali, o anche 1.200 armati pronti a scendere in piazza, secondo i ruolini del Cominpart, sono numeri da fantaguerriglia più che reali, vista la mole di arresti del marzo-aprile ‘44 che all’indomani di via Rasella decapitarono la resistenza romana, incapace di qualunque azione dopo la mazzata delle Fosse Ardeatine. Neppure gli assai più attivi e capaci comunisti avevano tali numeri o seppero fare di più. Svolta di Salerno e propensioni monarchiche togliattiane a parte verso quel re sciaboletta che barattò l’incolumità per se e i suoi buttando a mare non il fascismo ma l’intero paese e inibendo ogni resistenza militare a Roma. Salvo giocare d’anticipo per scampare ai malfidi tedeschi, scappando sotto l’occhio dei nazisti compiacenti, per mettersi al servizio degli Alleati.</p>
<p>Resta una domanda senza risposta. Perché il Pd’A, il solo capace d’affrontare a viso aperto il più potente esercito europeo del tempo al pari dei resistenti jugoslavi, l’unico che con Dante Livio Bianco abbia voluto combatterli come Tito, in barba ai russi, in battaglia manovrata – impresa neppure concepibile per il resto dell’arco resistenziale, dai comunisti ai badogliani – a Roma non volle e non seppe fare altro che tirare qualche colpo all’indirizzo dei nazifascisti in fuga. Pure privi del segnale convenuto e di un’azione di comando unitaria, sparuti gruppi d’azionisti scampati alle retate e all’ignavia scesero in piazza a sparacchiare e darsi da fare, mentre i carrarmati nordamericani già rombavano sulle consolari.</p>
<p>Resta una vulgata. Che l’azionismo fu, per dirla come Ferruccio Parri, fiore sul letamaio, unico e solo, punta avanzata della democrazia in Italia, schiacciata tra opposte chiese e dall’incipiente guerra fredda. Esempio di ciò che il paese avrebbe potuto essere e non è stato. Troppo avanti rispetto ai tempi che chiedevano adunate di massa e intellettuali militanti più che combattenti. Un “partito di fucili” forte sul campo ma debole nelle urne, e per questo soccombente. L’esperienza romana mostra piuttosto il contrario. Tempre d’uomini allineati ai tempi, figli di un’italietta minore e alla prova dei fatti divisa e inerte, approssimativa e inetta. Irrimediabilmente mediterranea più che aleatoriamente anglofila e moderna, come voleva la maggioranza dei quadri azionisti.</p>
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		<title>Battisti (e Roma) mon amour</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jun 2018 15:28:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Belle lettere]]></category>
		<category><![CDATA[Adriano Angelini Sut]]></category>
		<category><![CDATA[L'ultimo singolo]]></category>
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		<category><![CDATA[Lucio Battisti]]></category>
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		<description><![CDATA[Diciamolo subito: L’ultimo singolo di Lucio Battisti è un bel libro. E non vale per le opere letterarie quel che vale per l’arte, che a dirla bella non si fa all’opera un complimento. L’ultimo romanzo di Adriano Angelini Sut parte in sordina, finisce quasi col botto e nel malloppo di oltre 500 pagine c’è tanta roba. Pure troppa, a paragone di certa esangue narrativa contemporanea.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/battisti-e-roma-mon-amour/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9390" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/06/angelini-battisti-page-0011.jpg"><img class="size-medium wp-image-9390" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/06/angelini-battisti-page-0011-300x216.jpg" alt="Particolare della copertina del libro. Sopra, il profilo tratto dall'album Emozioni" width="300" height="216" /></a><p class="wp-caption-text">Particolare della copertina del libro. Sopra, il profilo tratto dall&#8217;album Emozioni</p></div>
<p>Diciamolo subito: L’ultimo singolo di Lucio Battisti è un bel libro. E non vale per le opere letterarie quel che vale per l’arte, che a dirla bella non si fa all’opera un complimento. <span id="more-9388"></span>L’ultimo romanzo di Adriano Angelini Sut parte in sordina, finisce quasi col botto e nel malloppo di oltre 500 pagine c’è tanta roba. Pure troppa, a paragone di certa esangue narrativa contemporanea. Edito da Gaffi, il libro ha rischiato di finire nella dozzina del premio Strega e l’avrebbe meritato, persino, come un radioso futuro di vendite, se non galleggiasse in un semioscuro presente. Ma va bene così, non si scrive che per sé e per i posteri, per dirla come Camon.</p>
<p>Battisti Lucio, nato in quel di Poggio Bustone che l’Italietta era ancora fascista e del fascista si portò sempre le stimmate addosso – poi diremo una parola su questo – è il fil rouge della narrazione. Al punto che il profilo effigiato sull’album Emozioni compare sulla copertina del libro. Le sue canzoni, la sua vita, i sogni sognati da chi ha attraversato il suo tempo l&#8217;attraversano. E il suo tempo, le sue canzoni, dall’Apparenza alla Sposa occidentale, si fa uno e trino nel romanzo.</p>
<p>La musica, quella di Battisti e del tempo in cui esplose, assai meno intimista e disimpegnata di quanto volessero gli anni della contestazione globale, fa da fondale alla storia, si fa storia. La storia di Natale, figlio d’immigrati abruzzesi sbarcato nella capitale innamorato del cantautore, al punto da farsi compositore e dj e cercare nel venerato maestro una sponda, finché morte non sopraggiunge. La storia di Romano, punta avanzata del neofascismo capitolino, ottima borghesia e ideali a suo modo nobili, ma al servizio d’oscuri poteri. E la storia di Saul, esponente dell’ebraismo romano tiepido verso la sua stessa fede, gran lavoratore, il più a norma dei tre. Le loro storie s’intrecciano sullo sfondo della Roma del secondo Novecento, quella tragica e violenta, puzzona e trafficona, vitale a paragone dell’oggi ma dove la sua grande bellezza è già smarrita.</p>
<p>Al di là dell’intreccio biografico, è l’Urbe ex caput mundi la protagonista del romanzo. Un atto d’amore e d’odio viscerale, allo stesso tempo, come dichiarato dall’autore nei ringraziamenti, che trasuda dalla prima all’ultima pagina e offre il destro a definizioni azzeccate. Tipo: “Questa città stupenda – si legge a pagina 435 – che ti punisce per il fatto di aver osato godere della sua bellezza, sfinendoti di bassezze, trabocchetti, volgarità e ignominie quotidiano”. Sacrosanto, ma potrebbe estendersi alla realtà dell’intero paese, di cui Roma è marcia capoccia. Capitale corrotta nazione infetta, recitava un’inchiesta che ha fatto storia quando il giornalismo non era solo un cumulo di facebookerie.</p>
<p>La musica, la politica, l’ebraismo, Roma. Questa la tela e lo sfondo dove s’agitano i personaggi, in un romanzo corale che non accusa battute d’arresto ma scorre che è un piacere, a dispetto della mole e di qualche refuso, in una concatenazione d’eventi marcati dagli anni, dai ‘50 a ieri. Con la musica in sottofondo, s’è detto. Poi c&#8217;è un doppiofondo, quasi un sottotesto. L’intravedersi d’una realtà parallela che muove, consapevolmente o meno, i personaggi in quegli anni di trame e poteri neanche tanto oscuri che ancora modellano l’oggi. Infine una realtà ancora più oscura, indicibile. Fantasmatiche presenze nel quotidiano, affannato trantran. È qui, in questa tessitura triplice come le sue parti che L’ultimo singolo supera i precedenti e spicca il volo. Forse non si leva quanto potrebbe ma sale abbastanza, al punto da lasciar vedere la maturazione dell’autore che dopo la buona prova di Jackie sembra aver trovato una rotta da seguire. Senza curarsi troppo delle nuvole, ché dietro c’è sempre il sole, o una qualche stella che la indica. Senz’attrupparsi a bandiere losche e figuri a perdere.</p>
<p>Un’ultima parola su Battisti, sul suo fascismo reale o presunto. Ai tempi pochi avevano dubbi che finanziasse l’estrema destra e finanche frequentasse i campi eversivi che allignavano dalle sue parti, nell’alta Sabina. Poggio Bustone, per inciso, fu teatro d&#8217;uno dei maggiori scontri della resistenza nella dimenticata prima repubblica partigiana nata all’indomani della caduta del fascismo. Che i suoi testi, notevolmente criptici e più attenti ai travagli intimi che sociali, si prestassero alla bisogna è fuor di dubbio. Pirandello e Totò, per dire due mostri sacri, portavano la cimice fascista all’occhiello ma non erano meno geni per questo. Si adeguarono ai tempi, senza velleità resistenziali che potessero nuocere a fama e carriera. Erano fascistibili, più che fascisti. Proprio come il nostro e tanta genìa coèva.</p>
<p>A che pro, dunque, insistere sull’orientamento d’un genio musicale, quasi a voler cercare tardive assoluzioni ora che i tempi sono andati oltre e la fascistibilità è divenuta un marchio di qualità, al pari dell’omosessualità? Altro tema che, peraltro, nel romanzo è soavemente accennato. Meglio sarebbe stato, forse, sfrucugliare sul silenzio degli ultimi anni e la morte del cantautore che iniziò a strimpellare la chitarra in un appartamento al numero 35 di piazzale Prenestino, sull’ossessiva volontà della vedova di tenersi lontani dai riflettori, come per gran parte della vita, al punto di traslarne la salma. Ma questa è un’altra storia. Magari lo spunto per una nuova storia. Intanto godetevi questa.</p>
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		<title>Petrov, l&#8217;uomo che ci salvò dall&#8217;apocalisse</title>
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		<pubDate>Tue, 26 Sep 2017 11:04:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Luomo-che-fermò-lapocalisse.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9182" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Luomo-che-fermò-lapocalisse-195x300.jpg" alt="Layout 1" width="195" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Stanislaw-jewgrafowitsch-petrow-2016.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9183" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Stanislaw-jewgrafowitsch-petrow-2016-274x300.jpg" alt="stanislaw-jewgrafowitsch-petrow-2016" width="274" height="300" /></a></p>
<p>Dove eravate il 26 settembre 1983? Che facevate dopo la mezzanotte, alle 00.14 per l’esattezza? Magari stavate al cinema, a un dopocena tra amici, o vi davate da fare. Oppure, semplicemente, dormivate. Ovunque foste, quella notte poteva essere l’ultima della vostra vita e non lo sapevate. <span id="more-9181"></span>Non l’avete mai saputo. Finché tanti anni dopo qualcuno ha parlato, raccontando cos’era successo quella notte di 34 anni fa. Questa storia ha dell’incredibile, e nonostante la grancassa scatenata dal circo mediatico che l’ha riscoperta in anni recenti, è ignota ai più. Ma andiamo con ordine.</p>
<p>Il mondo nell’‘83 conosceva un colpo di coda della guerra fredda, al suo apice nei decenni precedenti. Al Cremlino uno degli ultimi oligarchi prima del crollo ed ex agente segreto, Juri Andropov, profondamente malato, era convinto che l’America stesse per provarci sul serio, voleva cancellare l’Unione Sovietica dalla faccia della terra. Dall’altra parte del globo un attorucolo divenuto presidente, Ronald Reagan, faceva di tutto perché ci credesse. Giunto alla Casa Bianca, aveva dichiarato che l’Urss era l’impero del male e andava combattuto con ogni mezzo, varando uno scudo spaziale per proteggersi dai suoi missili che faceva il verso alla saga di Guerre stellari. Un po’ come il grande bluff fra Trump e Kim di questi giorni. Un gioco pericoloso che poteva far precipitare da un momento all’altro il mondo nel massacro, in una guerra globale totale tra due emisferi, con l’Europa in mezzo. Esattamente come oggi.</p>
<p>Provocazioni e scontri reali non erano mancati. Quello stesso settembre, il primo del mese, i sovietici avevano abbattuto un jet sudcoreano con 269 civili a bordo, tra cui un noto congressman antisovietico, nel corso di una battaglia nei cieli di Sakhalin tra jet russi e Usa mai raccontata e che nulla ha da invidiare al precedente di Ustica.</p>
<p>Insomma, il mondo della guerra fredda era per l’ennesima volta sull’orlo della guerra calda, con l’orologio della storia regolato sui tempi dell’apocalisse che stava per esplodere. Un gruppo di scienziati aveva pure calcolato i tempi su un apposito cucù: all’apocalisse mancavano (e mancano) pochi minuti. Se non ci fu, e quella fu una notte come tante per ognuno di noi, fu per caso e per un uomo che ci mise la mano fermando le lancette del disastro. Quell’uomo si chiamava Stanislav Evgrafovič Petrov ed è morto in un casermone alla periferia di Mosca, malato, in povertà e nel (quasi) anonimato in cui è vissuto. Misconosciuto al mondo che ha salvato, malgrado il circo mediatico si fosse impadronito negli ultimi tempi della sua storia e della sua vita, annichilita da quella notte cruciale.</p>
<p>Petrov era un tenente colonnello alla guida di un’unità militare composta da 140 specialisti deputata a monitorare, dalla sala comando di un sistema di sorveglianza spaziale definito Oko – occhio, in russo arcaico – ogni mossa balistica della superpotenza avversaria. Un ufficiale come tanti, educato nel culto dell’Urss e nell’odio verso l’Occidente capitalista, ma anche un analista, uno abituato a far di conto e pensare con la propria testa. Quella notte dové sostituire un collega malato e assunse il comando del bunker di Serpukhov, presso Mosca. Tutto filava liscio, finché pochi minuti dopo la mezzanotte il sistema segnalò il lancio di un missile nucleare dalla base di Malmstron, nel Montana (la stessa protagonista, nel ‘67, di uno dei casi più eclatanti nella storia dell’ufologia). Un missile, un altro, fino a cinque. Panico. Petrov avrebbe dovuto far verificare rapidamente il funzionamento del sistema e informare immediatamente i superiori gerarchici, via via fino al capo del Cremlino, malato. Se davvero era in corso un attacco missilistico nucleare da parte degli Usa, i russi avrebbero dovuto contrattaccare e avevano pochi minuti per farlo, prima del “first strike” che avrebbe azzerato ogni difesa e possibilità di reazione. Petrov non avvisò nessuno, rimase sulla sua poltroncina a far fare verificare su verifiche, mentre da terra non venivano conferme. Come un Oblomov qualsiasi non fece nulla, fidando in un errore del sistema. Evitò d’innescare un processo che poteva portare qualcuno, più in alto di lui, a premere quel bottone rosso che avrebbe segnato la storia dell’umanità. Invece fu l’uomo che fermò l’apocalisse, anche se mal gliene incolse.</p>
<p>Redarguito per non aver fatto il proprio dovere, pensionato anticipatamente e dimenticato in patria. Misconosciuto altrove, nonostante la ribalta mediatica e l’aver ricevuto qualche premio internazionale dopo la caduta del muro. Dalla sua storia Kevin Costner – di cui Petrov era ammiratore – ha tratto un lungometraggio nel 2011, The red button (Il bottone rosso). Un documentario su di lui, The man who saved the world (L’uomo che salvò il mondo), ha vinto il Woodstock prize all’omonimo festival nel 2014. Buon ultimo, Roberto Giacobbo, vicedirettore di Rai 2 e conduttore di Voyager, ha scritto L’uomo che fermò l’apocalisse (Rai Eri, 238 pagine). Nel suo stile piano e narrativo, Giacobbo ricostruisce la vicenda che poteva far scatenare la Terza guerra mondiale, ancora alla portata di tutti. Abortita sul nascere da un eroe per caso che avrebbe meritato il Nobel per la pace, se non fosse morto proprio nei giorni dell’uscita del libro, solo e in miseria in un bilocale alle porte di Mosca.</p>
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