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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Obama</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>2017, guerra alla Russia</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2016 10:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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<p>La sagoma scura del carrarmato campeggia sulla copertina rossa, tra le fumate delle granate, bianche come il titolo: 2017, war with Russia. Sugli scaffali delle librerie londinesi, dov’è appena uscito, fa un bell’effetto, con quei caratteri grandi e un po’ retrò, stile anni ‘70. <span id="more-8990"></span>Chi l’ha scritto non è affatto un vecchio nostalgico, uno scrittore di fantaguerre o un veggente guerrafondaio. Assai peggio. L’autore è sir Alexander Richard David Shirreff, generale degli ussari reali e vicecomandante della Nato in Europa (Sace) fino a un paio d’anni fa, dopo aver attraversato tutte le guerre recenti per conto di sua maestà britannica, dalla prima all’ultima nel Golfo, passando per il Kosovo. Un “senior military command” – un ufficiale superiore, uso agli alti comandi e agli stati maggiori – che, fresco di pensione, oltre a ricoprire il ruolo di colonnello onorario all’università di Oxford e consulente nel direttivo di Genderforce (un’associazione non profit che si prefigge di combattere le violenze sessuali e di genere nelle zone di conflitto), ammonisce il suo paese e l’Europa sulla guerra più che prossima, imminente. Addirittura nel maggio 2017, esattamente tra un anno, assicura sir Shirreff con militaresca precisione: quando Putin invaderà i paesi Baltici e aprirà un corridoio in Ucraina per annettersi definitivamente la Crimea. Ergo, occorre fare in fretta per prevenire la catastrofe, magari con una bella guerra preventiva al mai domo orso eurasiatico.</p>
<p>La prova generale s’è appena conclusa con due imponenti manovre che hanno coinvolto i paesi Baltici: Baltops, nel Mar Nero, e Anakonda (il nome, un programma), dove venerdì truppe e carrarmati hanno attraversato la breccia di Suwałki, il corridoio di 65 chilometri tra Kaliningrad e la Bielorussia. Ventre molle della Nato, secondo la propaganda del Pentagono, in caso d’invasione russa delle tre repubbliche baltiche. All’esercitazione, tra le più importanti dal dopoguerra, con contingenti di 24 paesi Nato ed ex sovietici schierati contro Mosca, compresa la Georgia e l’Ucraina, hanno partecipato oltre 30mila unità, in gran parte polacche e statunitensi, 3mila mezzi tra blindati e corazzati, un centinaio di aerei e una decina di navi. I russi, da parte loro, hanno incrementato di tre divisioni la loro forza lungo la frontiera occidentale dove corre la nuova cortina di ferro (vedi cartina Limes sotto) e avviato i lavori nella nuova gigantesca base di Klintsy, a una cinquantina di chilometri dal confine ucraino, divertendosi a sorvolare a distanza ravvicinata le navi dell’Alleanza Atlantica durante le manovre marittime.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8993" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro-300x200.jpg" alt="nuova_cortina_ferro" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Ora, sarebbe una bel wargame se la compassata regina Elisabetta, nel suo rituale discorso a Westminster di metà maggio, non avesse sussurrato ai valletti che la rivestivano di mantella e corona: «Sta arrivando una tempesta, la Gran Bretagna non ne ha mai viste di eguali. La seconda guerra mondiale sembrerà una buca sulla strada in confronto a questa. Ho il dovere di informare i miei sudditi». Pare che l’augusta monarca, nel suo fuori onda subito stoppato dalla Bbc, si riferisse al Brexit, a cui è più che favorevole, ma altri assicurano trattarsi del vaticinio del suo ex generale. Più mediaticamente, è intervenuto il misurato conduttore di Rai storia, Massimo Bernardini, in una puntata dedicata al ritorno della guerra fredda. E qui, visto che tre fatti non fanno un caso ma una prova, scatta uno scampanìo d’allarme.</p>
<p>Ché la guerra fredda sia tornata nelle sue forme più virulente è sotto l’occhio di tutti, visto l’andazzo delle guerre in corso in Siria e in Ucraina e il dispiegamento della barriera missilistica antirussa in Romania e Polonia, freschi acquisti della Nato e in prima fila nell’accodarsi ai desiderata di Washington contro la Russia. Ché alla guerra calda si giunga non più attraverso lo scontro ideologico tra l’Occidente e l’ex Unione Sovietica, ma nell’ambito della moderna dottrina Wolfowitz – ossia l’affossamento di qualsiasi ipotesi di potere bipolare o multipolare ostile all’unica superpotenza globale – in uso al Pentagono dai tempi del crollo dell&#8217;Urss è più che un’ipotesi di nemesi storica.</p>
<p>Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare, cantava Battiato. Che i tempi siano cambiati e, più della maglia, ci sia bisogno d’una corazza è all’evidenza nell’Europa dell’Est proprio con la decisione di dare corpo allo scudo missilistico – nome in codice Shield – che riporta l’orologio della storia indietro di trent’anni, nel pieno della guerra fredda con l’Unione Sovietica. È appena divenuta operativa una delle due basi da cui partiranno gli intercettori in grado di abbattere ogni missile in volo da oriente, quella di Deveselu, in Romania, a meno di 200 chilometri a sudovest di Bucarest. Contemporaneamente, sono partiti i lavori nell’altra sede – da ultimare nel 2018 – che chiuderà la tenaglia antimissilistica dalla base polacca di Redzikowo, presso Kaliningrad, l’ultima enclave russa in Europa.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8994" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato-300x214.jpg" alt="nato" width="300" height="214" /></a></p>
<p>Ideato alla metà degli anni ‘90, in risposta alla minaccia nucleare iraniana, il sistema di difesa Aegis Ashore, costato 800 milioni di dollari, è destinato in teoria a proteggere l’Europa da missili provenienti dal Medio Oriente. Ora che quella minaccia è scemata, grazie agli accordi con Teheran, non si vede a che serva lo scudo. A Mosca, però, hanno le idee chiare. «Qui non si tratta dell’Iran, ma dell’arsenale nucleare della Russia, ne siamo sicuri non al 100% ma al 1000%», dichiara l’ammiraglio Vladimir Komoyedov, presidente della commissione difesa della Duma. «La Nato non vuole un confronto con la Russia né mira a una nuova guerra fredda», replica il segretario della Nato, Jens Stoltenberg. «Il dispiegamento di un sistema di difesa anti missile pone una minaccia alla Russia – ribatte il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov – stiamo già adottando misure di sicurezza». E c’è chi, tra i consiglieri di Putin, ventila l’uscita dal trattato Start per la riduzione delle armi strategiche, o il rafforzamento di analoghe armi a difesa della federazione.</p>
<p>Al di là di quanto la Russia possa tollerare una simile spina nel fianco, lo scudo è la riprova non solo della spaccatura in seno all’Alleanza, con Francia, Germania e Italia a far da passacarte alle direttive angloamericane rafforzate dalle fobie antirusse dei membri dell’Est europeo, quanto della sua miopia. «Sarebbe ora che la Nato pensasse seriamente a irrobustire le sue capacità per battere il terrorismo anziché far credere al mondo che il nemico sia la Russia», sottolinea l’ex capo di stato maggiore Leonardo Tricarico. Difficilmente da Roma o da Washington gli daranno ascolto. Alla Casa Bianca, tanto per dire del climax, Obama s’è visto recapitare una letterina firmata da una cinquantina di diplomatici che lo invitano a bombardare senza complimenti Assad per farlo sloggiare, e tanto peggio per i suoi amici russi. Un consiglio che jena Hillary è prona ad accogliere. Non resta che sperare in Trump, che dichiara di voler gettare nel cestino della carta straccia la dottrina in voga al Pentagono dai tempi di Bush e di considerare Putin un galantuomo. Affidarsi a un pazzo per salvarsi da una follia. Quanto a Renzi, nel suo recente incontro con il presidente russo, all’indomani delle nuove sanzioni approvate dall’Ue fino al prossimo giugno, tra un tweet e un selfie ha ribadito ai russi che chi parla di nuova guerra fredda è fuori dal tempo e dalla storia. Rimettiamoci la maglia. Anzi, l&#8217;armatura.</p>
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		<title>Obama, la primavera cubana</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Mar 2016 19:00:19 +0000</pubDate>
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<p>La primavera a Cuba è sbocciata sulle ali dell’Air force one in volo sull’Avana. <span id="more-8854"></span>Sulle vecchie automobili degli anni ‘50, risalenti a prima dell’embargo, ferme sulle strade coi cubani nasi all’insù, per la gioia dei fotografi, a vedere a vedere Barack Obama atterrare. Primo presidente statunitense a farlo, dopo sessant’anni di guerra calda e fredda fra il paese caraibico che osò importare il comunismo in America e la superpotenza che ha fatto di tutto, o quasi, per impedirlo. L’unico presidente Usa a visitare l’isola era stato Calvin Coolidge, a bordo di una corazzata, la Texas, e già questo la diceva lunga sulle ragioni di quella visita.</p>
<p>Era il 1928 e ad accoglierlo non c’erano balli di piazza, magliette e bandiere a stelle &amp; strisce a sventolare sui palazzi, accanto a quella cubana con gli stessi colori e una sola stella, ma corazzieri a cavallo e una sfilza di pagliette chiare, la buona borghesia in affari col potente vicino. Quando Coolidge caracollava in tuba, un po’ impacciato fianco a Machado, dittatore che aveva fatto tabula rasa d’ogni dissidenza sull’isola ma sopravvisse un pugno d’anni a quella visita, Fidel Castro aveva poco più d’un anno e nulla ricorda. Come forse poco ricorderà ora, mummificato nel suo residence dopo essere sopravvissuto a dozzine di attentati dei vari agenti all’Avana, da parte degli Usa tornati amici. Yankee non più home, ma wellcome.</p>
<p>Se il lider maximo è il grande assente all’atterraggio dell’aereo presidenziale, più vistosa ancora è l’assenza del fratello Raul ai piedi della scaletta, sostituito dal ministro degli Esteri cubano. Una sgarberìa che, oltre a scatenare l’ironia di Trump via twitter, e le ire dei candidati repubblicani che contavano sul bacino dei voti dei fuorusciti cubani, i già trombati Rubio e Cruz, la dice lunga sulla distanza tra i due vicini e sui mutati rapporti di forza tra i due paesi. Almeno in apparenza. Più ancora la dice lunga l’Obama saltellante sotto larghi ombrelli neri tra le pozzanghere di plaza Colon, nella pioggia dell’infida primavera cubana, moglie e figlie a fianco, indistinguibili dalle belle figliole del luogo. Un’immagine iconica dello storico evento.</p>
<p>La visita, benedetta dal Vaticano e benvista da chiunque non abbia nostalgie d’antan in patria, nell’isola e nel mondo, oltre ad aperture diplomatiche e strette di mano ai dissidenti non darà molto, a breve. Nessuna tolleranza politica fuori dal consentito, per il regime cubano, anche se l’orologio della storia è suonato e farà cadere il castello castrista a suon di dollari, non più di bombe. Nessuna fine dell’embargo e restituzione di Guantanamo, per ora il congresso manco si sogna di votarle. Così il bel gesto di Obama rischia di restare tale, e i capitali Usa di cui l’isola ha bisogno chiusi nel cassetto delle belle speranze. Eppure la primavera è arrivata, a Cuba, anche se porta pioggia e domani, forse, tempesta.</p>
<p>Perché la grande isola, il partito unico alla guida del paese che seppe portare a dama la prima rivoluzione in quello che già ai primi dell’‘800 un tal James Monroe, quinto presidente Usa, ribattezzò il cortile di casa nella sua dottrina, rischia d’essere stritolato dalle carezze di Obama assai più che dagli schiaffi e dal muso duro dei suoi predecessori. Sulla platea mediatica, un meditabondo Raul mostrava d’avere chiara la minaccia, a fronte d’un sorridente Obama. Un ottuagenario e un cinquantenne, la strana coppia del Caribe. Il castrismo, come pressoché tutte le élite rivoluzionarie, non si è mostrato capace di rinnovarsi, se non per via del fratello oscuro e minore del lider che ha avuto la ventura di stringere la mano al nuovo soft power Usa. Velluto troppo sottile per non mostrare il guanto che cela.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/GettyImages-516866934.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8857" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/GettyImages-516866934-300x165.jpg" alt="TOPSHOT-CUBA-US-OBAMA-CASTRO" width="300" height="165" /></a></p>
<p>La rivoluzione cubana, orgogliosissima d’essere sopravvissuta a un aborto d’invasione che ebbe la sua parte nel decidere il destino di John Kennedy, oltre che all’embargo più lungo della storia e al tracollo del grande protettore, l’Urss, per sopravvivere dovrà inocularsi nelle vene sclerotiche dosi massicce del virus che il nemico di ieri spargerà a piene mani, il denaro. La logica del profitto e la voglia di consumo verso i quali i cubani non possiedono alcun antidoto, tranne la storia recente. Ma la storia tutto è fuorché maestra di vita. Non salva dal futuro. E questo nessuno può imbrigliarlo, tantomeno un partito sempre meno capace d’essere padre e padrone. Giorno verrà in cui il socialismo caraibico sarà forse solo un ricordo, con le sue lusinghe e le sue storture, e questo giorno è iniziato ieri. Il nuovo giorno decantato da Obama. Speriamo solo che, se e quando sarà, non sia il sangue a scorrere, ma solo bollicine di cocacola.</p>
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		<title>L&#8217;ora di Tunisi</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2016 19:13:05 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8847" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18-300x169.jpg" alt="707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18" width="300" height="169" /></a></p>
<p>È tornata una calma apparente a Ben Gardane, dopo un giorno di fuoco e una notte di coprifuoco che hanno lasciato più di cinquanta morti sul terreno. La quiete dopo la tempesta, anche se la bufera è di là da venire, in Tunisia. Col confine libico a un passo, indifeso da una barriera di filo spinato e sabbia. <span id="more-8844"></span>Ben Gardane (o Guerdane, alla francese), 80mila abitanti e 15mila dromedari, a più di 500 chilometri dalla capitale, Tunisi, e meno della metà da Tripoli, era nota fino a ieri per il festival dei dromedari, appunto, che si tiene a giugno. Unico monumento degno di nota, una bizzarra rotonda a blocchetti con quattro colonnacce dei tempi di Treboniano Gallo che nella vicina Gerba – l’omerica isola dei Lotofagi – venne fatto imperatore e un lanternone rosso con la mezzaluna e la stella su fondo bianco in cima. L’emblema della bandiera nazionale che le raccogliticce forze di sicurezza sventolavano dopo aver ripreso il controllo della città ai jiadhisti che l’hanno attaccata. In quella che è a un tempo la prima puntata offensiva dell’Isis in Tunisia e il tentativo di estendere il conflitto oltre il confine libico. O, come ha detto il premier tunisino Habib Essid, di creare un emirato jiadhista nell’area di confine, modello califfato in Siria. Anche per questo il capo dello stato Beij Caid Essebsi, già prima del summit al palazzo presidenziale di Cartagine, ordinava di “sterminare come ratti” gli attaccanti, senza requie. E i suoi gli hanno dato retta, postando sui social le foto della riconquistata città contesa. Niente d’ufficiale, visto che il governo ha invitato i media a tenersi alla larga dalla città sfuggita, per ora, alla longa manus del califfato in terra d’Africa. Bilancio ufficiale degli scontri, secondo l’emittente qatariota Al jazeera: 55 morti, di cui 36 terroristi (altri 7 sarebbero stati catturati) e 19 tra governativi e civili, compresa una bambina di 12 anni. Oltre alla chiusura del resort internazionale di Djierba, a scopo precauzionale.</p>
<p>Morti e precauzioni a parte, il raid tunisino non casca dal pero. Quello che i metereologi delle primavere arabe definiscono il solo esperimento di successo uscito da quella stagione, è in realtà una polveriera a tempo in cui l’Isis cerca il varco per accendere la miccia. Complice la crisi economica e le frustrazioni postrivoluzionarie, la Tunisia è il primo paese esportatore di jihadisti nei vari fronti aperti dal Califfato: Iraq, Siria e Libia. Qui, nel ginepraio libico dove l’Italia sta bellamente infilandosi, tra le 150 fazioni dei tre governi l’un contro l’altro armati, operano circa 1.500 degli oltre 5.000 giovani tunisini in armi sotto le insegne nere del califfo. Non è un caso che già la scorsa settimana un raid delle forze di sicurezza libiche ha ucciso un manipolo di sedicenti terroristi nella stessa città, in un’operazione costata la vita anche a un civile e a un ufficiale di polizia. Proprio nei campi libici si sono addestrati gli attentatori al museo del Bardo di Tunisi e sulla spiaggia di Sousse, l’anno scorso. E tunisini erano Noureddine Chouchane, obiettivo del raid Usa a Sabratha del 19 febbraio che ha innescato la vicenda degli ostaggi italiani, come la maggior parte degli uccisi del blitz che proveniva proprio da Ben Gardane, a una trentina di chilometri appena. Nuovo fronte di guerra di una guerra infinita dove si è consumata la prima battaglia.</p>
<p>Ma le prove generali dell’espansione jihadista nel Maghreb meritano una ulteriore riflessione. Basta sfogliare il Foglio – scusate il gioco di parole – per capire che l’evento si presta a un’altra lettura. A mostrare come il focolaio libico sia prossimo a incendiare l’intero Nordafrica, quindi si faccia in fretta a rimettere piede in Libia. Nell’edizione dell’8 marzo si dà conto di come il bombardamento Usa su Sabratha abbia in realtà sventato un imminente attacco oltre confine, come ammesso da un jihadista lì catturato, la cui confessione è stata debitamente messa online alla vigilia dell’attacco nella città tunisina. Questo è avvenuto comunque, ma senza la forza d’urto delle minacciate autobombe e battaglioni suicidi. Più modestamente, «I combattenti hanno bussato alle porte delle case annunciando: “Siamo lo Stato islamico”, in qualche caso hanno chiesto acqua, sono andati alla casa del capo dell’ufficio antiterrorismo e l’hanno ucciso», recita il Foglio. Che puntualizza: «Questo assalto non aveva come traguardo finale la conquista della città, ma era inteso come una dimostrazione di forza».</p>
<p>Una dimostrazione condotta da una sessantina di elementi, due terzi dei quali catturati e uccisi, provenienti da unità d’elite (il sedicente battaglione al Battar, nome d’una delle spade del Profeta, secondo la tradizione ebraica, e già qui…) che bussano a chiedere acqua, come migranti scampati al deserto. Fenomenale. Quel che conta è che sia stato un fallimento completo, grazie ai bravi bombardieri a stelle e strisce, si compiace il Foglio. Ma il meglio è nel seguente capoverso, che merita d’essere ripreso per intero: «L’attacco di Ben Guerdane è un esempio di come può funzionare l’intervento internazionale in Libia. Lo Stato islamico usa il paese come piattaforma di lancio per operazioni anche all’esterno e attende nelle sue basi di essere abbastanza forte. Gli attori esterni, in questo caso l’America, impiegano aerei e intelligence per interrompere questa fase di guerra latente. Le operazioni a terra sono lasciate alle forze locali, Sabratha e militari tunisini, perché conoscono il terreno e il paesaggio umano, e anche perché la loro presenza non eccita la propaganda jihadista come invece fanno i grandi numeri di soldati occidentali».</p>
<p>Più chiaro di così. Renzi la smetta coi suoi tentennamenti e dia fiato alle trombe, come chiede, buon ultimo, l’ambasciatore Usa a Roma, John Phillips. Spiace solo che il giornale di Ferrara, solitamente beninformato sui retrobottega d’America grazie ai trascorsi del suo direttore, dimentichi di spiegare cosa farebbero in Libia i cinquemila italiani sollecitati da Obama, se a bombardare ci pensano loro. A meno di non scambiare il corpo di spedizione italico nell’inferno libico – reso tale grazie ai maneggi dell’amministrazione Obama, in primis della signora Clinton che ora corre per la presidenza – per sacrificabili ascari italioti semper fidelis. Ma questa è un’altra tappa della guerra infinita. Purtroppo prossima.</p>
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		<title>Renzi cambia verso</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2015 09:24:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/09/145428323-c03fc209-f0e1-4b1f-a9c4-973a22498f7b.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8526" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/09/145428323-c03fc209-f0e1-4b1f-a9c4-973a22498f7b-285x300.jpg" alt="Renzifb" width="285" height="300" /></a></p>
<p>Sarà perché se l&#8217;Italia ha da cambia&#8217; verso va rigirata pure la bandiera. O perché hanno ragione quelli di Libero, sottosotto il premier è rosso. Fatto sta che nell&#8217;immancabile facebokkata post candidatura agli Us open di tennis, Renzi festeggia con le due finaliste italiane ai lati e il tricolore a rovescio.<span id="more-8525"></span></p>
<p>Resta grappato alla banda verde il presidente del Coni, l&#8217;algido Malagò – sì, quello della falsa laurea in economia alla Sapienza – col quale si precipiterà alle finali tutte italiche di New York, previo disimpegno dei precedenti impegni. E che nessun schiamazzi, siamai si manchi una sì ghiotta occasione di dare lustro all&#8217;Italia che ce la fa. Pure col tricolore al contrario.</p>
<p>Intanto, un altro gran mediatico fa sapere che lui sarà il primo presidente Usa della storia a non alloggiare al Waldorf Astoria, quando sarà a New York per l&#8217;assemblea generale dell&#8217;Onu, a fine mese. «È cinese», spiega Obama. Meglio, molto meglio il Lotte, meno noto ma in salde mani sudcoreane. Meno lusso, ma nessun rischio di trovarsi cimicioni in camera, visti i rapporti non proprio idilliaci tra Washington e Pechino.</p>
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