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	<title>Maurizio Zuccari &#187; referendum</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>La riforma dell’ingiustizia</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Mar 2026 11:34:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sì &#38; no. Le ragioni per non essere complici di certa politica al referendum sulla magistratura Diciamolo subito: non mi sarei occupato del tema se un tal avvocato non mi ci avesse tirato per i capelli (che non ho). Non direttamente, ma propugnando le ragioni del sì. E siccome dell’amico in questione ho sincera stima e non dubito della sua integrità intellettuale, tantomeno morale, va... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-riforma-dellingiustizia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Sì &amp; no. Le ragioni per non essere complici di certa politica al referendum sulla magistratura</strong><span id="more-10722"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Diciamolo subito: non mi sarei occupato del tema se un tal avvocato non mi ci avesse tirato per i capelli (che non ho). Non direttamente, ma propugnando le ragioni del sì. E siccome dell’amico in questione ho sincera stima e non dubito della sua integrità intellettuale, tantomeno morale, va da sé che mi tocca scrivere dell’imminente referendum sulla giustizia. Diciamolo prima: non ne avrei scritto per una semplice, duplice ragione. Perché reputo che una questione eminentemente tecnica come quella posta dal referendum del 22 e 23 marzo non si possa risolvere affidandosi alle ragioni del sì e del no ma piuttosto ai tecnici, appunto, esperti di diritto et similia, anziché al volgo. E perché sono restìo a modifiche della Costituzione, che nonostante limiti e acciacchi porta piuttosto bene i suoi ottant’anni e passa, e se i costituenti han deciso in un senso meglio non mettere a soqquadro casa. Ma tant’è, i giuristi sono in questo caso equiparabili a medici e meccanici: ognuno dice la sua, il conto sale e la macchina non cammina. Per capirci qualcosa, fuori dal coro, m’accompagno a esperti del settore. I primi, ancorché trapassati, corifèi del sì d&#8217;opposte sponde.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Due corifei del sì</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Era l’immediato primo dopoguerra quando l’avvocato Giacomo Matteotti, non sospetto di simpatie fasciste, scrisse sulla necessità di separare le carriere nella magistratura tra giudicante e requirente, per garantirne autonomia e trasparenza. Erano gli anni ‘70 quando un ex repubblichino, fascistissimo e privo di titoli di studio, ma poeta a tempo perso e intrallazzone al punto d’avere l’Italia praticamente in mano per un decennio, Licio Gelli, fece scrivere sul suo Piano di rinascita democratica, meglio noto come P2, Propaganda due, la necessità di separare le carriere dei magistrati e duplicarne gli organi di controllo per ridurne l’indipendenza, sottomettendola all’autorità dell’esecutivo. Il testo della riforma della magistratura a firma Carlo Nordio è un copincolla di quello scritto allora dal notabile democristiano Francesco Cosentino.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tre ragioni del no</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non sbroglia la matassa l’accompagnarsi a due eminenti giuristi &amp; garantisti, Giuliano Vassalli e Piero Calamandrei, attivi nella Resistenza da socialista l’uno e azionista l’altro, fautori delle ragioni del sì e del no, rispettivamente, con le medesime motivazioni. Passiamo in quest’ultimo campo per sfogliare l’ultimo numero de Lavialibera, bel bimestrale illustrato a cura dell’omonima associazione antimafie e del Gruppo Abele, interamente dedicato al tema della giustizia riformata. Nell’editoriale a cura del direttore, don Luigi Ciotti, può leggersi: “Non fermiamoci ai tecnicismi. Non spaventiamoci di fronte alla fatica di comprendere e decidere. Perché in gioco non ci sono formule astratte, c’è un delicato assetto istituzionale che costituisce la spina dorsale della nostra democrazia”. Giusto. Poi leggo, nell’editoriale della direttrice Elena Ciccarello, le tre ragioni “non tecniche ma politiche” da tenere a mente per il voto: la riforma non migliora affatto la giustizia; è animata da spirito punitivo nei confronti della magistratura disallineata col governo; dà alla maggioranza un assegno in bianco nel momento in cui si serra il nodo del premierato. Più che giusto. Anche se le motivazioni addotte a riprova della bontà di certe decisioni dei magistrati a salvaguardia dei diritti dei cittadini, poche pagine avanti, dalla santità del fine vita all’adozione per coppie dello stesso sesso, all’accoglienza agli stranieri tout court e via includendo &amp; sfarfallando fanno nutrire dubbi su tanta bontà. La questione, però, è un’altra. Fuori da ogni questione di merito o tecnica: tutta politica.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una questione politica</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È politica la decisione di riproporre una riforma della giustizia svicolando da modifiche costituzionali per le quali il governo non avrebbe la maggioranza necessaria in parlamento, col ricorso a un referendum confermativo per il quale non occorre quorum ma che lo stesso governo potrebbe tranquillamente ignorare anche in caso di vittoria del no. È anche politica la strumentalizzazione di una vicenda privata e dolorosa come quella della famiglia del bosco per denunciare le presunte malefatte di certa magistratura. Non è solamente politica la volontà di vari esponenti del governo e della maggioranza di votare sì per scampare ai propri guai giudiziari, con improvvide dichiarazioni. Proprio come i due compari, Bibi e Big Don, che hanno incendiato il Medio Oriente e con esso il mondo anche per non finire ai ceppi. È totalmente politica la volontà di questo governo di maldestri – in senso letterale – servi del potere globale di ridurre ogni dissenso al lumicino. Per questo, per non spegnere anche gli ultimi cerini, è bene dire no. Anche se in buona fede e con buone ragioni, agli amici del sì dico meglio un no chiaro che complici di certa politica. L’Italietta ammanta di politica, di destra e sinistra che più non sono, pure quello che si mette nel piatto, ma dalle mie parti si dice che dove non c’è guadagno la remissione è certa. La giustizia giusta è un pleonasmo: meglio così che peggio.</p>
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		<title>La festa del monatto</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2020 07:44:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eh sì, lo ammetto, non ce l’ho fatta. Ridurre il numero dei parlamentari, come già nel programma della P2. Oppure lasciare il circo com’è, secondo i desiderata d’ogni antisovranista e di Renzi. Non ce l’ho fatta a scegliere e, complice un coccolone, sono rimasto a letto, lasciando ai paladini della democrazia l’ardua scelta nella prima consultazione elettorale in guanti e maschera. Il bello della farsa... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-festa-del-monatto/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Eh sì, lo ammetto, non ce l’ho fatta. Ridurre il numero dei parlamentari, come già nel programma della P2. Oppure lasciare il circo com’è, secondo i desiderata d’ogni antisovranista e di Renzi. <span id="more-9884"></span>Non ce l’ho fatta a scegliere e, complice un coccolone, sono rimasto a letto, lasciando ai paladini della democrazia l’ardua scelta nella prima consultazione elettorale in guanti e maschera. Il bello della farsa democratica è questo: vincono tutti, e un premio di consolazione non si nega a nessuno. Esulta Zingaretti che trattiene coi denti Emilia e Toscana e tiene 5 regioni su 20. Esultano i Cinquestelle, tracollati ovunque sotto la soglia del 10% ma forti del successo referendario che li porta alla tomba. Esulta Conte che può spacciarsi per ritrovato messia del Centrosinistra e leader di vaglia anziché voltagabbana doc. Esulta il Centrodestra per aver conquistato le Marche e pure la Lega per aver occupato la Val d’Aosta, anche se Salvini è dato come il grande sconfitto di questa tornata elettorale.</p>
<p>Salvini. L’orrida bestia, come pacatamente l’orpella un Gad Lerner perennemente sull’orlo d’una crisi di nervi. Perfetta incarnazione di quanta sia la ferocia dei nemici dell’odio. Il fasciosalvini, come vuole la vulgata cretinista del centrosinistra, ha perso, vade retro Satanasso e la torma populista. Non gongolino troppo. Salvini potrà ancora stravincere se questo paese tornerà a quelle elezioni che mancano da lustri, nonostante abbia ampiamente mostrato d’essere lo scemo del villaggio più che un leader di spicco. Poverinoi, se dovesse tornare a guidare il carrozzone, e peggio quegli altri.</p>
<p>Restano le riforme, si dirà. Campacavallo. Prima che vedano la luce, Renzi – l’unico che non esulta, ridotto al lumicino com’è – avrà modo di svuotare parecchi drink al circolo Bilderberg. Inutile dire, a questo punto, che destra e sinistra, variamente allocate al centro, siano mere finzioni: chiunque governi ha e avrà quattro spicci in tasca e le mani legate da arguti tecnocrati. Che la democrazia ai tempi del capitale terminale globale è mera farsa, divertissement questo sì populista che neanche più salva la forma. Ci siamo divertiti alla festa del monatto, ché tale è stata la mascherata in schede, guanti e bavarole, ora la crisi lascerà qualche briciola sotto ai tavoli ai paladini della democrazia. Meno male che sono rimasto a letto.</p>
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		<title>Un futuro da fossili</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jan 2016 15:48:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/01/112446181-78447f87-8b0b-41e4-8662-38917d409907.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8781" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/01/112446181-78447f87-8b0b-41e4-8662-38917d409907-300x101.jpg" alt="" width="300" height="101" /></a></p>
<p>C’è pure un sito, Trivadvisor, che sulla falsariga del più noto portale di viaggi &amp; ristoro ironizza sulla bellezza d’avere trivelle a vista sui panorami (ancora) mozzafiato d’Italia. <span id="more-8780"></span></p>
<p>Saranno state le oltre 20mila sottoscrizioni sul portale di Greenpeace, o le 60mila firme raccolte dai Verdi su Change.org, la piattaforma di petizioni online. Insomma, le pressioni dei No Triv a far sì che la Corte costituzionale abbia accolto almeno uno dei sei quesiti referendari – quello sulla durata delle perforazioni – proposti dalla decina di regioni che chiedono lo stop alle trivellazioni. Ma le prospezioni al largo delle nostre coste si faranno, al di là della durata e in barba alla volontà di enti locali, associazioni e atenei. Oltre 200 soggetti che sotto la sigla No Triv da anni combattono contro «una vergogna e una follia», per dirla come Michele Emiliano, presidente della regione Puglia. Ex magistrato d&#8217;area Pd, capintesta nella battaglia contro il premier del suo partito per un via libera nel decreto Sblocca Italia che oltre ai rischi ambientali non tiene conto delle ripercussioni per l’industria ittica e il turismo.</p>
<p>Parole, le sue, a cui fanno eco quelle del presidente del Consiglio regionale della Basilicata,  Piero Lacorazza, anche lui in quota Pd, che parla di «importante passo avanti» e «vittoria degli enti locali» a difesa della costituzione. Sullo stesso lato della barricata il presidente leghista del Veneto, Luca Zaia, dichiara che «i cittadini potranno dire no a una sciagura». Uno schieramento e una vittoria costituzionale bipartisan, quindi, fronte ai quali l&#8217;ad Eni (che sulle piattaforme petrolifere ha più di un interesse in ballo), Claudio Descalzi, intervistato sul tema da Lucia Annunziata (a libro paga Eni per diversi anni sulla rivista Oil) ribatte: «Non capisco i No Triv. Il gas è il fiume del futuro. Sono tutti contenti quando si trova il gas in Egitto, per portarlo in Italia. Ma se lo troviamo a casa nostra, non si è contenti».</p>
<p>Della strategicità del petrolio di casa nostra è evidentemente convinto il governo, che dopo aver puntato sull&#8217;oro nero nostrano nel piano energetico nazionale corre ai ripari preparando l&#8217;ennesima revisione al decreto Sblocca Italia per disinnescare l&#8217;unico referendum approvato dalla Consulta, con l&#8217;intento di evitare il ricorso alle urne in primavera, assieme alle amministrative. Di contro, diversi consigli regionali si preparano a presentare alla Corte costituzionale un conflitto d&#8217;attribuzione con lo stato per due dei referendum bocciati, già lunedì 25: sul piano aree delle attività estrattive e sulla durata dei titoli, con l&#8217;obiettivo di eliminare le proroghe, su cui i governi regionali vogliono avere voce in capitolo. Vada come vada, la battaglia referendaria sull&#8217;unico quesito possibile è appena all&#8217;inizio e il quorum è tutt&#8217;altro che a portata di mano.</p>
<p>Il referendum andrebbe a impedire alle concessioni presenti e future entro le 12 miglia marine dalla costa di durare sine die, fino a esaurimento degli eventuali giacimenti, stabilendo invece un tempo massimo di sfruttamento. Referendum o no, oltre le 12 miglia (una ventina di chilometri) e in terraferma tutto resta com&#8217;è e la corsa all&#8217;oro nero italiano un sogno (o un incubo) invariato. En passant, può essere utile ricordare che la querelle nasce nel 2010. Quando, sull&#8217;onda dell&#8217;emozione per l&#8217;esplosione della piattaforma Deepwater Horizon della Bp nel Golfo del Messico, l’allora ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo vieta le attività petrolifere lungo la fascia costiera, portando il limite di sfruttamento da 5 miglia (poco meno di 10 chilometri) a 12 (oltre una ventina). Ma due anni dopo il ministro allo Sviluppo economico, Corrado Passera, condona tutto e sblocca le autorizzazioni concesse fino a quell&#8217;anno con il decreto detto appunto Sblocca Italia, convertito in legge nel 2014.</p>
<p>Più del 20% del Mediterraneo è in concessione all&#8217;industria dei combustibili fossili. Entro il 2030 la produzione di gas offshore dovrebbe essere quintuplicata, soprattutto nell&#8217;area orientale del bacino. Così, dal progetto Ombrina, al largo dei trabucchi di San Vito, in Abruzzo – dove la giunta, sfilandosi, si è rimangiata la volontà del consiglio – alle Tremiti, è tutto un pullulare di zone da perforare &amp; trivellare. Anche con tecniche invasive quali l’air gun o il fracking (onde d’aria o d’acqua sparate a pressione nel sottosuolo). Un fiorire di concessioni a compagnie per lo più estere – Global Med, Petroceltic, Schlumberger – a prezzi stracciati. Un paio di migliaia di euro l’anno per un venticinquennio che il sindaco delle Tremiti, Antonio Fentini, accoglie caustico: «Se servono a risanare il bilancio dello stato, ben vengano».</p>
<p>Oltre al dono natalizio ai petrolieri di 400 chilometri quadri vista Tremiti, le autorizzazioni del Mise, il ministero dello Sviluppo economico, ne concedono altri 8.800, da Pantelleria al Golfo di Taranto. Nel complesso, in Italia i permessi di ricerca per idrocarburi sono oltre un centinaio e riguardano un’area di 36.462 chilometri quadrati, in gran parte sulla terraferma. Come Campania e Lombardia messe assieme, sottolineano gli ambientalisti. Che denunciano come questo non debba essere un paese per fossili dalla vista corta e dalla vita inquinata, ma un Belpaese dove puntare su energie rinnovabili, per salvare il salvabile e in nome di uno sviluppo alternativo, reale e possibile. Difficile dargli torto.</p>
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