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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Teatro</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>L’Angelo e la luna</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 16:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna il festival di danza, musica, teatro e arte circense negli spazi di Castel Sant’Angelo Come si resiste alla calura estiva? Una bibita fresca, un bel gelato. Un tuffo in piscina o al mare, certo. Eppoi, tanto per uscire dalla portata del condizionatore o dal brodo di coltura domestico, un bello spettacolo serale, di quelli che rinfrancano &#38; rinfrescano lo spirito a bagnomaria. A Roma, nei... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/langelo-e-la-luna/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Torna il festival di danza, musica, teatro e arte circense negli spazi di Castel Sant’Angelo</strong><span id="more-10785"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Come si resiste alla calura estiva? Una bibita fresca, un bel gelato. Un tuffo in piscina o al mare, certo. Eppoi, tanto per uscire dalla portata del condizionatore o dal brodo di coltura domestico, un bello spettacolo serale, di quelli che rinfrancano &amp; rinfrescano lo spirito a bagnomaria. A Roma, nei meandri di castel Sant’Angelo, niente di meglio dell’Angelo e la luna per scampare all’afa capitolina, anche se nei cortili della vecchia mole adriana questa si fa sentire. Il festival di circo contemporaneo, danza, musica e teatro, alla sua terza edizione, propone da luglio a ottobre quindici spettacoli (quaranta repliche) di artisti nazionali e internazionali che animeranno gli spazi del castello: dalla corte di Alessandro VI alla sala Paolina, dal bastione San Matteo alla sala Apollo, dal cortile dell’Angelo alla terrazza panoramica.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da luglio a ottobre ce n’è per tutti, grandi e piccini, come suol dirsi. Dopo il via alle danze – letteralmente – dei Baba Yaga, band mitteleuropea con base a Vienna che si rifà all’archetipo della strega slava, con Grenzenlos – Senza confini – sarabanda musicale e loro disco d’esordio del 2024, è andata in scena L’anima del mondo. L’anima mundi dell’imperatore poeta, Adriano, che forse aleggia ancora nella mole del suo cenotafio, rievocata dalla voce di Marco Cavalcoli e dalle musiche di Lorenzo Tomio. Poi la fiaba moderna dell’altro duo Dimitri-Manenti, per la regia di Elisa Canessa: Cuor di coniglio. Uno spettacolo dedicato alle paure e ai sogni infranti e ricomposti dell’infanzia, scombiccherato e un po’ puzzone come si conviene ai giovanissimi. Il 23 luglio è la volta di Segni, spettacolo di danza degli Excursus.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppoi tanti altri, dal Castello degli angeli ostinati, a cavallo tra la fine di luglio e i primi d’agosto, racconto circense itinerante negli spazi più suggestivi del castello, palcoscenico dello spettacolo già premiato dal Mic, al doppio appuntamento teatrale di Antonio Rezza a fine settembre, per finire ai primi d’ottobre con la rievocazione di Francesco, angelo degli ultimi, sulla figura del santo poverello, di e con Massimo Verdastro e Dario Guidi. Qui Info, prenotazioni e biglietti su <a href="https://bit.ly/ticketingcoopculture" target="_blank">https://bit.ly/ticketingcoopculture</a></p>
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		<title>Il ritorno di Vinicio Namaziano</title>
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		<pubDate>Mon, 19 Aug 2024 17:17:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si conclude a Taormina il tour estivo di Capossela. Tra antichi e nuovi crolli, il De reditu tiene banco al teatro di Ostia Il Colosseo è distante, ma l’abbrivio non poteva essere che lì. Si sconquassi al Colosseo eccetera, con tube e tamburi a dare il segno del fato, possente, in questo luogo segnato dalla storia e dal tempo. Poi è il vialibera alle cantate... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-ritorno-di-vinicio-namaziano/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/08/Vinicio-Ostia.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10500" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/08/Vinicio-Ostia-300x225.jpg" alt="Vinicio Ostia" width="300" height="225" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Si conclude a Taormina il tour estivo di Capossela. Tra antichi e nuovi crolli, il De reditu tiene banco al teatro di Ostia</strong><span id="more-10498"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Il Colosseo è distante, ma l’abbrivio non poteva essere che lì. Si sconquassi al Colosseo eccetera, con tube e tamburi a dare il segno del fato, possente, in questo luogo segnato dalla storia e dal tempo. Poi è il vialibera alle cantate note e meno, dalle ultime Canzoni urgenti ai classiconi strappabudella di Camere a sud, di cui ricorre il trentennale. È una seconda volta il concerto di Capossela al teatro romano di Ostia antica, più che un ritorno una vendetta. C’era stato qualche intoppo, nel 2006, anche se l’anno si era concluso alla stragrande, al Pincio. Complice un rosso potente e traditore, l’Anghelu ruju, che coi suoi 18 gradi è difficile da tenere a bada, soprattutto d’estate e a stomaco vuoto, e la propensione vampiresca per la buona cantina da parte di Vinicio, la serata aveva preso una piega da osteria. Stavolta no, è tutto andato liscio, giù come un buon bicchiere di vino a innaffiare il lauto pasto, per restare nella metafora vinesca.</p>
<p style="font-weight: 400;">A condurre per mano gli spettatori, assiepati sulle vecchie pietre del teatro romano, assieme a Vinicio un cantore d’eccellenza, anfitrione e testimone della Roma che fu. Rutilio Namaziano, altro esperto di ritorni. È il De reditu suo, il suo ritorno, a scandire i tempi nell’afa della serata estiva, a menare le danze tra antichi crolli e nuove macerie. Sono le parole della sua opera, perduta e ritrovata nel monastero di Bobbio al tempo in cui Colombo solcava il gran mare oceano, ad accompagnare piroette e maschere di Vinicio. A plasmare il parallelo tra la fine di quell’Occidente, di quel mondo e questo. Nel ritorno alla natìa Gallia, qualche anno dopo il gran sacco di Alarico, il nobile gallo romanizzato che aveva trovato in Roma più che una seconda patria un ideale di vita, si faceva cantore di un impero al tramonto. E, idealmente, di un impossibile ritorno ai fasti del passato, per una civiltà tracollata sotto ai colpi dei barbari, oltre che per le proprie contraddizioni.</p>
<p style="font-weight: 400;">Inevitabile il parallelo tra quel tempo e questo, andato come quello, ormai allo svuotamento dei posacenere più che alla frutta. La fine della civiltà occidentale, coi suoi furori e orrori, ma anche con le sue conquiste e bellezze, è sotto gli occhi di tutti, i barbari sono bel oltre le porte e tutto appare perduto, come al tempo di Namaziano, ma nessuno pare averne consapevolezza o volervi porre riparo, nel mondo nuovo delle verità a rovescio.</p>
<p style="font-weight: 400;">E allora che se ne canti, si canti il crollo con le magnifiche arti sceniche e sonore di Vinicio, il tasto batta dove lingua duole e parole cantino lo sfacelo coèvo, come parole cantarono la fine della Roma d’Occidente – ché quella d’Oriente ben oltre durò, anche in grazia d’aver assestato la mazzata finale alla primigenia – al volgere del suo destino. Grazie Vinicio, per ricordarci ancora quanto siamo folli e mortali, magnifici e ignobili. Il tuo ritorno, stavolta, ci è assai gradito. Ultima tappa del tour di Vinicio a Taormina, il 23 agosto, da un teatro romano all’altro greco, poi a fine novembre si fa vela per Londra e Barcellona. Info su <a href="http://viniciocapossela.it">viniciocapossela.it</a>.</p>
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		<title>Il malgusto ai tempi del consumo</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Apr 2024 13:17:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Food porn, oltre la satira del cibo spazzatura: Andrea Martella torna in scena con Hangar Duchamp e un’opera prima All’inizio son onde sonore umane. Vermucoli spiaggiati sul palco a dimenarsi attoniti, evekante in calzamaglia nera sguscianti tra il pubblico, serpeggianti sul sedilame grigio, come le pareti della sala. Su tutti e su tutte, immoto, uno chef seduto su una sorta di trono, in mise nera da... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-malgusto-ai-tempi-del-consumo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Food porn, oltre la satira del cibo spazzatura: Andrea Martella torna in scena con Hangar Duchamp e un’opera prima</strong><span id="more-10403"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">All’inizio son onde sonore umane. Vermucoli spiaggiati sul palco a dimenarsi attoniti, evekante in calzamaglia nera sguscianti tra il pubblico, serpeggianti sul sedilame grigio, come le pareti della sala. Su tutti e su tutte, immoto, uno chef seduto su una sorta di trono, in mise nera da sacerdote del malgusto, com’è tendenza in certi locali di molta presunzione e poco costrutto. Di spalle, una scaffalatura da supermarket onirico. Oltre al padrecuoco, Walter Montevidoni, altra presenza maschile in scena Vlad Silter, sorta di Nosferatu che s’appalesa tra una coppia d’ancelle e tre sorelle (Vania Lai, Giorgia Coppi, Simona Mazzanti). E nel bujore vanno, schegge d’una sarabanda a tratti diabolica. Parole a caso, in libertà, buttate là come i rumori amplificati del cibo masticato, deglutito dileggiato. Come nella migliore tradizione dadaista ci s’affida alla semantica degli oggetti, al linguaggio non verbale, per affrontare il tema del cibo, della famiglia, della vita stessa. Questo è Food porn, prima che sulle scene si spenga il cerino, per mano del bel Nosferatu, e cali il sipario.</p>
<p style="font-weight: 400;">Scordatevi il Banchetto di primavera servito sul corpo d’una donna nuda, messo in scena da Meret Oppenheim negli anni Trenta e reiterato sul finire dei Cinquanta. Scordatevi il Nyotaimori, la pratica fetish nipponica, in gran voga in certi ristoranti d’oltreoceano anni fa, dove si mangia cibo giapponese sul corpo d’una modella ignuda. Nel suo ultimo lavoro con Hangar Duchamp, Andrea Martella e il curatore dei testi, Marco Cecili, si tengono alla larga dal sesso e vanno oltre la satira sul cibo spazzatura: il sottotesto sul disagio del cibo si alimenta del tema sull’esistenza, sull’essere in una società dei consumi che tutto sbriciola e divora, ingloba e massifica in un blog onnivoro.</p>
<p style="font-weight: 400;">È, nei fatti, un’opera prima quella andata in scena al Teatro Off della capitale. Finora eravamo una cover band, dice il regista, ora suoniamo una musica nostra. La banda c’è, la musica pure. C’è qualche accordo da perfezionare, inevitabile quando si lascia la mano dei padri, o dei nonni – Tzara, il sempiterno Duchamp – per camminare sulle proprie gambe. La strada è lunga e impervia, ma Andrea la martella di buon passo e di cuore, con un gruppo conscio delle proprie forze e delle debolezze in campo, delle difficoltà che si hanno quando si va su una via nuova, a tenzone con le novità.</p>
<p style="font-weight: 400;">Col dovuto rispetto e il bisogno di metabolizzare il nuovo, dunque, ecco quel che di notevole, perfettibile, inutile ci è parso vedere. Quel che ci pare funzioni assai e stia al passo con l’arte di un teatro che vuol dirsi contemporaneo è la compresenza scenica, la mescola all’abbrivio e oltre tra attori e pubblico. Il vigore scenico, espresso dagli interpreti e da una regia fisica e onirica al tempo stesso, come ormai sembra essere il marchio di fabbrica di Martella che martella.</p>
<p style="font-weight: 400;">Di perfettibile c’è la spinta verso una giojosa scanzonatura dadaista, e un luogo fisicamente capace di mettere in valore l’idea. Osare di più, forse è necessario se si vuole rinvigorire il messaggio dadaista, nei fatti. L’ottima Vania non è Meret, non diciamo debba smutandarsi faccia al pubblico, ma più d’una sbirciatina sotto le gonne e d’un ceffone si può. Poi il grigiore anodino delle pareti della sala, contenitore neutro d’arte contemporanea, non è il massimo. Un’atmosfera decadente, retrò, un ambiente postindustriale pur immerso nel bujo avrebbero garantito ben altra efficacia. Ma ognuno fa la guerra sul terreno e i soldati che si hanno, parafrasando un certo gobbo, e sta bene così.</p>
<p style="font-weight: 400;">D’inutile, infine, c’è la voglia di mettere tanta carne al fuoco, suonando corde assai coève, epperciò scontate, stonate. La critica alle relazioni familiari, all’autorità del padre, è fin troppo di moda e di comodo per essere innovativa. Osare di più significa anche andare oltre le mode imposte dal tempo che si vive. Non basta il nonsense, non si superano le imposture d’un tempo confuso con la confusione, serve chiarezza d’intenti e di lingua. Ma il dado è tratto, Cesare è in marcia con la sua truppa. Non sappiamo se Roma gli aprirà le porte, ma buona la prima.</p>

<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/il-malgusto-ai-tempi-del-consumo/locandina/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/04/Locandina-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="locandina" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/il-malgusto-ai-tempi-del-consumo/locandina2/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/04/Locandina2-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="locandina2" /></a>
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<p style="font-weight: 400;"><em>Foto di scena e in galleria Manuela Giusto, in hp dell&#8217;autore</em></p>
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		<title>L’insonnia della ragione ammazza il Grillo</title>
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		<pubDate>Thu, 14 Mar 2019 19:19:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Povero Grillo. E poveri noi. L’avevamo lasciato tant’anni fa, una bella sera, nella brutta copia italiana di Versailles. Nella reggia di Caserta, quando questa non era ancora un pisciatojo dismesso e una cultivar d’ortiche e d&#8217;altri erbaggi. Serata niente male, un futuro dilà da venire, per lui e per noi. L’abbiamo ritrovato in giro per i teatri d’Italia, in uno spettacolo chiamato Insomnia – ultime... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/linsonnia-della-ragione-ammazza-il-grillo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/03/Francisco_José_de_Goya_y_Lucientes_-_The_sleep_of_reason_produces_monsters_No._43_from_Los_Caprichos_-_Google_Art_Project.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9435" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/03/Francisco_José_de_Goya_y_Lucientes_-_The_sleep_of_reason_produces_monsters_No._43_from_Los_Caprichos_-_Google_Art_Project-198x300.jpg" alt="francisco_jose_de_goya_y_lucientes_-_the_sleep_of_reason_produces_monsters_no-_43_from_los_caprichos_-_google_art_project" width="198" height="300" /></a></p>
<p>Povero Grillo. E poveri noi. L’avevamo lasciato tant’anni fa, una bella sera, nella brutta copia italiana di Versailles. Nella reggia di Caserta, quando questa non era ancora un pisciatojo dismesso e una cultivar d’ortiche e d&#8217;altri erbaggi. <span id="more-9434"></span>Serata niente male, un futuro dilà da venire, per lui e per noi. L’abbiamo ritrovato in giro per i teatri d’Italia, in uno spettacolo chiamato Insomnia – ultime tappe a San Marino e al Politeama di Genova – a fare il verso all’insonnia della ragione che genera mostri, parafrasando Goya. Svolazzanti non sull’artista ma sulle genti italiote, in primis. E sul futuro, alle nostre spalle.</p>
<p>Grillo, dicevamo. La sua tournée casca come l’asino dove vuole il detto, nell’ora di massimo travaglio nel malassorto team gialloverde, sotto botta e sul punto di rottura. Ai travagli della creatura da lui fondata, a questo rimestar d’antico più che doglie di tempi nuovi, avrebbe declamato il poeta, il fondatore non è estraneo, né corrèo. A malapena coinvolto. Va dato atto a Grillo d’essere stato il Deus ex machina d’un movimento che rappresenta la gran novità nella scienza politica d’inizio millennio. Dell&#8217;Italia fucina politica a livello globale, come già il Cavaliere nel ventennio a cui ha dato il nome e la Buonanima del fascismo, il ventennio doc del Novecento. A differenza però di questi e di quello, e a prescindere dal senso politico, d’opposto segno, il Gran commediante non è stato messo fuori gioco da una trama inglese al termine d’una guerra mondiale, né da un complotto europeista favorito dalla magistratura, e a dispetto di questa e nostro ancora tra i cabasisi, per dirla come un noto commissario.</p>
<p>No. Grillo, come i suoi (poco) illustri predecessori, ha fondato un movimento che incarna il weltanschauung, lo spirito del tempo. Il rifiuto delle elite dominanti che hanno trascinato il mondo nel baratro su cui balla e della loro (in)cultura. Della cultura tout court. Ha creato dal niente un partito virtuale di milioni d’esseri reali, di quel popolo che vede in ogni cosiddetto competente un corresponsabile dello sfascio e un complice dell’esistente. L’ha portato al governo dell&#8217;urbe e del paese, mentre tutti gli altri stavano lì a scappare col malloppo o a frignare, gli stavano addosso coi loro giornali e titoli di giornali, avrebbe detto Vittorini. Per quel che valgono. Per la prima volta in Italia al potere è andato il popolo. La gente. Non la gens berlusconiana né le masse trainate dalle mosche cocchiere, non il peplum pariolino o le folle mediatiche affabulate dalla piccola Greta ma proprio la gente: non di destra né di sinistra, qualunquista, incazzata e passabilmente onesta. Salvo scoprirsi – Roma docet – un banda d&#8217;onesti.</p>
<p>Grillo gli ha dato voce, corpo e speranza eppoi s’è dato, come si dice nella capitale e fece Diocleziano, a lasciare agli eredi un sistema più esiziale che perfetto. È tornato a fare il suo mestiere, Grillo. Il giullare, il guitto (in senso nobile e serio), dopo essere stato l’arruffapopolo che scuote il Palazzo. Più lungimirante di Masaniello, non s’è fatto travolgere dalla piazza dopo averla evocata, né dai demoni del potere. Anzi, dei suoi demoni può persino ridere e far sorridere.</p>
<p>Di tanta ventura, insomma, Insomnia riporta l’eco. Di travagli e fallimenti, enunciati senza toppe e poche scuse. Di sonni perduti e sogni al lumicino è intriso lo spettacolo. Ma troppa è la rabbia perché le risate strappate al pubblico non siano amare, le battute scontate, la messinscena trita e stanca. Non c’è gusto né freschezza nell’italietta messa in berlina dal comico. Non c’è slancio nell’attore che ha reificato la sua vita in opera, in tragicommedia, per uscire di scena reificando in scena la vita reale. A recitare la parte del padre nobile e distante. Protetto dalla polizia fuor di teatro.</p>
<p>Anche il miglior Pirandello si sarebbe perso in tanta messinscena, Grillo no. Recita a soggetto, lui, sempre la stessa parte, che calchi il palco d’un teatro o la vita virtualreale. Perde pezzi e battute, sbava contumelie e inzeppa lo spettacolo d’ospitate soporifere ma può permetterselo. Il pubblico applaude lo stesso alla commedia della vita e alla sua, anche se è un riso di maniera, come ai matrimoni, più amaro del film di De Santis. Eppoi, infine, se governare è l’arte di far credere, come diceva Machiavelli, i Grillini governano al meglio, in attesa che Salvini e l’accolita dei rancorosi che si prepara ne faccia strame. Babau d’ectoplasma permeato da ben altre forze oscure. Povero Grillo (mica tanto, però), e poveri noi. Neanche ci seppellirà una risata, ma un tristo &amp; destro vecchiume, spacciato per nuovo e serissimo.</p>
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		<title>Ref 18, oltre le frontiere d&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Aug 2018 07:58:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’aveva iniziato lui l’hanno scorso, è ripartito da lui anche quest’anno. Da Palamede, eroe degli Achei trasposto sulla piana reatina, rimosso dalle macerie di Troia per tornare a quelle di Amatrice. L’eroe cancellato da Omero nell’Odissea e raccontato da Euripide, narrato come alter ego positivo di Ulisse, è stato al centro dello spettacolo portato in scena da Alessandro Baricco a Cittareale e Amatrice, come già... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/ref-18-oltre-le-frontiere-deuropa/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/08/Baricco-ad-Amatrice-foto-Romaeuropa-festival.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9397" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/08/Baricco-ad-Amatrice-foto-Romaeuropa-festival-300x199.jpg" alt="baricco-ad-amatrice-foto-romaeuropa-festival" width="300" height="199" /></a></p>
<p>L’aveva iniziato lui l’hanno scorso, è ripartito da lui anche quest’anno. Da Palamede, eroe degli Achei trasposto sulla piana reatina, rimosso dalle macerie di Troia per tornare a quelle di Amatrice. <span id="more-9396"></span>L’eroe cancellato da Omero nell’Odissea e raccontato da Euripide, narrato come alter ego positivo di Ulisse, è stato al centro dello spettacolo portato in scena da Alessandro Baricco a Cittareale e Amatrice, come già nella passata edizione ai Fori. Prima di lui, a portare il Romaeuropa festival nelle aree colpite dal sisma del 2016 è arrivata la compagnia Il posto, con le danze aeree sulle gru montate sui camion ad Accumoli, e Ascanio Celestini con La ballata dei senzatetto, sempre ad Amatrice. Un trittico di spettacoli, parte del progetto “120 motivi in più per tornare nelle valli reatine”, che anticipa e preannuncia le faville del festival promosso dal Mibact e dalla regione Lazio, a cura dell’omonima fondazione, ormai un classico di fine estate.</p>
<p>Numeri grossi, anche stavolta. Oltre alle zone colpite del cratere sismico laziale, 27 sono i luoghi del festival sparsi nella capitale, da Villa Medici al Maxxi, dall’ex mattatoio a palazzo Barberini, biblioteche e teatri, e quasi 170 gli spettacoli, tra cui 40 prime, senza contare mostre, installazioni, convegni. Più di 60 compagnie provenienti da 24 paesi e 300 artisti impegnati in una kermesse che si è ritagliata ruolo e spazio negli anni, unica nel suo genere nel mettere assieme vari generi: danza, teatro e visioni. Non a caso il direttore artistico Fabrizio Grifasi nel presentare l’edizione del Ref 2018, dal titolo Between worlds, ha parlato di «festival mondo che intercetta e convoglia pensieri e progetti». Un mondo, quello d’oggi, dove muri, recinti e barriere si moltiplicano da Melilla a Ventimiglia, da Gaza al Messico, reiterando quello crollato in quel di Berlino quasi trent’anni fa. Un evento senza confini, dunque, per un mondo che si vuole senza frontiere.</p>
<p>Ad aprire i cancelli di questa edizione del Ref, il 19 settembre, è Kirina, un viaggio tra Africa e Occidente all’insegna del movimento e della commistione d’immagini e immaginari della Faso dance theatre del coreografo Sergè-Aime Coulibaly, musicata da Rokia Traorè, icona della world music. Gran finale in musica anche il 25 novembre all’Auditorium, all’insegna di suoni, storie e visioni del festival. In mezzo, tanta roba e soprattutto tanta musica, oltre al teatro, da John Adams a Cristina Zavalloni, dal libanese Omar rajeh a Zad Moultaka, dalla cinese Wen Hui al giapponese Rioji Ikeda, dalla franco vietnamita Caroline Guiela Nguyen al nostro Mimmo Cuticchio, mastro puparo e d’opera fina. Loro e tantissimi altri, tutti insieme per un mondo senza barriere e senza spegnere il cervello. Tutta la programmazione del Ref 18 su <a href="http://Romaeuropa.net" target="_blank">Romaeuropa.net</a>.</p>
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		<title>Capossela, un inverno d&#8217;ombre e di luce</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Dec 2017 12:11:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’inizio è col cappellaccio piumato e le fascine della Bestia nel grano, con le timbriche di Scorza di mulo, la fine è con la pianola e la struggente mestizia di Ovunque proteggi. In mezzo ci stanno due ore e mezza d’ombre e spaventi, nebbie e riflessi, burla e patimenti. Non è un concerto, non sono canzoni ma racconti in musica quelli che Vinicio Capossela propina... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/capossela-un-inverno-dombre-e-di-luce/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9242" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/12/Vinicio-Capossela-Ombre-nellinverno-foto-Chico-De-Luigi-2.jpg"><img class="size-medium wp-image-9242" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/12/Vinicio-Capossela-Ombre-nellinverno-foto-Chico-De-Luigi-2-300x200.jpg" alt="Ombre nell'inverno tour, foto Chico De Luigi" width="300" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Ombre nell&#8217;inverno tour, foto Chico De Luigi</p></div>
<p>L’inizio è col cappellaccio piumato e le fascine della Bestia nel grano, con le timbriche di Scorza di mulo, la fine è con la pianola e la struggente mestizia di Ovunque proteggi. <span id="more-9241"></span>In mezzo ci stanno due ore e mezza d’ombre e spaventi, nebbie e riflessi, burla e patimenti. Non è un concerto, non sono canzoni ma racconti in musica quelli che Vinicio Capossela propina al suo popolo, agli sgoccioli del tour nei teatri italiani. Ombre nell’inverno dopo la tappa all’auditorium romano di via della Conciliazione chiude a Bologna e Bergamo. Un ultimo giro di tricche e ballacche iniziato nell’estate 2016 con i concerti di Polvere, altra faccia del tour e del doppio cd dello scorso anno, Canzoni della cupa, all’abbrivio di tutto.</p>
<p>Polvere, ombra. Luce di campi assolati, di sole e sudore, e tenebra di caput mundi e fine d’anno. «Strettoia dove passano tutti i fantasmi, gli spettri e le ombre generate dal fuoco del racconto. La stagione delle fiabe ma anche quella delle grandi solitudini, del gelo e dei fiammiferi», dice Vinicio. Le creature della penombra e del mito ci sono tutte in questo spettacolo di giocoleria verbale e musicale a base d’ombre similcinesi e suoni arcaici, in questi racconti in musica che ripropongono l’immaginifico bestiario caposseliano, i suoi personaggi mai domi. Tutte le creature della Cupa s’inverano e dibattono qui, ché se è vero che non vogliono cure esse chiedono vita.</p>
<p>La chiedono il fastidioso Maranchino, il piccolo Mazzamauriello e la Cupa, altrettanto piccola ma demoniaca e pesantissima per chi s’incaponisce a portarla, la Malombra che pure schiaccia il petto e il Pumminale, il maiale mannaro dalle troppe voglie al chiaro di luna, carne di porco cristiano per le perfide Masciare, come i povericristi che s’imbattono in esse. E la chiedono tutte l’altre, uscite non dall’ombra dei fossi e da un tempo di stenti più stentati di questo, ma dalla rutilante vena del cantore di Hannover nell’arco della sua quasi trentennale calcata di palco. Pianoforti non scampati all’oblìo né al desìo, marajà e marinai, polpi malati d’amore e solitudine, sirenette e naufraghi.</p>
<p>È una lotta, una ballata contro il mal di vivere quella che Vinicio porta in teatro e si porta appresso da sei lustri, quasi, con cui dà sfogo ai suoi mali e alle paure di tutti. E tutti l’accolgono, quasi fosse profeta che conduce a nuovi mondi, non bastante questo ai dimenticati figli. C’è n’è per tutti gli spaventi, per tutte le età, tra i suoi: vegliardi che battono il tempo e poppanti che s’appisolano in collo ai genitori. Questo è il suo pubblico, ed è un altro dei miracoli di questo Fregoli con la passione dei cappelli che trova il tempo, in chiusa di spettacolo, di trasmutarsi in Santo Nicola. Il santo dei poverelli che scalda gli adepti al fuoco del racconto e dei cerini gettati in un bidone di latta, sdegnoso del Santa Claus consumista e accompagnato da esseri cornuti e pelosi, archetipi mostruosi cari alle culture popolari.</p>
<p>In questa sarabanda d’ombre, di suoni e immaginifici spaventi è l’epico che comanda. Il richiamo a un mondo lontano che più non è né presumibilmente mai più verrà. «Le cose per essere vere devono partire da lontano», confida alla penna di Antonio Gnoli l’artista tornato ai ritmi della paterna Irpinia. «Se vuoi comunicare la perfezione devi stare alla larga da un sacco di cose. Devi essere distante da tutto». Molto distante da ciò che fa tendenza nell’oggi e molto vicino alle cose, al sale della terra e del mondo ctonio che va scavando e scarnificando da un pezzo. Ben oltre gli esordi dell’Una e trentacinque circa, disco del ‘90 che gli fece vincere il premio Tenco. Incaparbito più che mai nel disvelare e portare alla luce, anche nel prossimo lavoro sul bestiario medievale, le radici nascoste del mondo come sola ancora di salvezza del divenire. L’epica del sotterraneo contro gli abbagli dell’oggi. «È epico tutto quello che viene sottratto alla disattenzione, alla banalità, alla frustrazione. E non devi essere necessariamente un eroe per provare a vivere tutto questo». Basta essere Capossela. Un artista unico, in tempi dove la memoria manca e l’epica falla.</p>
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		<title>Parade, quel dorato Picasso d&#8217;Italia</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Sep 2017 13:24:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è un mondo di povericristi che nel fango si scannano senza capire neppure perché, a milioni. E ce n’è un altro, dove di quel fango non giungono che schizzi, di quelle morti echi lontane, tra un sorbetto e una chiacchiera, una pennellata e uno sbadiglio. A questo mondo dorato appartenevano Jean Cocteau – benché al fronte come barelliere – e Pablo Picasso, emigrante di lusso... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/parade-quel-dorato-picasso-ditalia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Picasso-Parade.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9178" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Picasso-Parade-300x162.jpg" alt="picasso-parade" width="300" height="162" /></a></p>
<p>C’è un mondo di povericristi che nel fango si scannano senza capire neppure perché, a milioni. E ce n’è un altro, dove di quel fango non giungono che schizzi, di quelle morti echi lontane, tra un sorbetto e una chiacchiera, una pennellata e uno sbadiglio. <span id="more-9177"></span>A questo mondo dorato appartenevano Jean Cocteau – benché al fronte come barelliere – e Pablo Picasso, emigrante di lusso a Parigi, quando il primo coinvolse il secondo nel progetto di Parade, nel 1915. Un “balletto realistico” in un atto o, meglio, “la più grande battaglia della guerra”, per dirla come lo stesso Cocteau. Nelle sue parole da invasato riecheggiano i conflitti tra rive gauche e rive droite della Senna, tra l’avanguardia che voleva far uscire dai caffè di Montparnasse e l’arte borghese invisa ai bohémiens, più che quelli sui campi di battaglia.</p>
<p>Parade, cooptati quel genio della musica sperimentale di Erik Satie e Léonide Massine, buon amico di Picasso, come scenografo, prese corpo nel Belpaese. Dopo il fiasco della prima italiana vide la luce il 18 maggio 1917 al teatro Châtelet di Parigi, nell’ambito dei Balletti russi di Sergej Djagilev, impresario teatrale e sodale del gruppo. Non fu propriamente un successo, i cannoni tedeschi tuonavano alla distanza, a Ypres il gas faceva strage dei fantaccini francesi, sull’Isonzo si consumava la carneficina della decima offensiva contro gli austriaci, inutile come le altre. In sala il magro pubblico si scazzottò davanti a un’opera surreale che pareva irridere tali tragedie.</p>
<p>In più, lo spettacolo pensato da Cocteau era stato talmente stravolto da risultare irriconoscibile all’autore, e se non ne morì di crepacuore come Boris Vian fu perché possedeva una tempra più forte. Ma il seme gettato allora germinò, fino a rendere lo strambo balletto di Parade un caposaldo dell’avanguardia modernista che di lì a poco sarebbe esplosa e divenuta dominante (un recente saggio edito da Onereededizioni di Carmen Petrocelli, Parade di Erik Satie, ne narra la storia). E il suo sipario, l’opera più grande dipinta da Picasso coi suoi 10 metri per 17, sopravvissuta a guerre e passamani, un’icona della nuova arte.</p>
<p>A un secolo da allora, benché decontestualizzato, rimirare quel telone fa ancora il suo effetto, nell’immensa sala dalle volte pittate da Pietro da Cortona, a palazzo Barberini, tra i Caravaggi e i Cagnacci e dozzine d’altri capolavori nei pressi. È lui, il telo di Parade, l’epicentro dell’esposizione aperta al Quirinale nell’ambito della mostra Picasso, tra cubismo e classicismo, 1915-2015. Dieci anni in cui l’artista andaluso – non catalano come riporta il comunicato – dà corpo a opere rimarchevoli. Tra donne grassocce e barbute, preboteriane, e paesani italiani ritratti come nativi americani, nelle sale del Quirinale e nel massiccio catalogo Skira c’è tutto per farsi un’idea dello spettacolo e del grand tour picassiano in Italia, come negli intenti dichiarati. Bozzetti e scartafacci, costumi, corrispondenze – l’esile scrittura liberty di Satie è in sé un’opera d’arte – e foto che restituiscono il sapore di anni dorati per chi ne fu protagonista privilegiato, a fronte dei massacri di un’epoca. C’è pure il video del balletto realizzato novant’anni dopo, 17 minuti di soporifera curiosità.</p>
<p>Soprattutto, ci sono opere minori del maestro spagnolo che più di chiunque permeò di sé l’arte del ‘900, ma rappresentative di un ciclo storico, con alcuni capolavori. Basti citare Due donne che corrono sulla spiaggia (La corsa), piccolo ma immortale dipinto del 1922 scelto come emblema della mostra. Il magnifico, ancorché incompiuto, ritratto del figlio Paulo vestito da Arlecchino, del ‘24. O I tre ballerini, grande tela dell’anno successivo dove s’affaccia il cubismo e dove i critici hanno letto tutto fuorché il senso palese – le giravolte amorose dell’artista, satireggiante – che chiude l’esposizione al piano nobile. Ma sono oltre cento le opere esposte, ce n’è per tutti e non è il solito Picasso. Fino al 21 gennaio, info <a href="http://www.scuderiequirinale.it" target="_blank">www.scuderiequirinale.it</a>.</p>
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		<title>Romaeuropa fest, per capire dove siamo</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Sep 2017 08:13:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rieccolo. Puntuale come una sagra d’autunno, ma ben più ricco di suggestioni e contaminazioni, torna il Romaeuropa Festival. I cento giorni d’una rassegna tra le più eclettiche e cosmopolite d’Italia prendono il via oggi con una serie di eventi nei luoghi della cultura capitolina. Fino al 2 dicembre circa 80 progetti e 60 spettacoli, senza contare le mostre, di cui sette prime, frutto dell’impegno di un... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/romaeuropa-fest-per-capire-dove-siamo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9173" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><img class="size-medium wp-image-9173" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Fer_Lelazzo-Natoli-e-Ruggeri-Les-adieux-300x147.jpg" alt="Un fotogramma da Les adieux, di Ferlazzo e Ruggeri. Sopra: Madre, di Azzurra De Gregorio" width="300" height="147" /></a><p class="wp-caption-text">Un fotogramma da Les adieux, di Ferlazzo e Ruggeri. Sopra: Madre, di Azzurra De Gregorio</p></div>
<p>Rieccolo. Puntuale come una sagra d’autunno, ma ben più ricco di suggestioni e contaminazioni, torna il Romaeuropa Festival. <span id="more-9171"></span>I cento giorni d’una rassegna tra le più eclettiche e cosmopolite d’Italia prendono il via oggi con una serie di eventi nei luoghi della cultura capitolina. Fino al 2 dicembre circa 80 progetti e 60 spettacoli, senza contare le mostre, di cui sette prime, frutto dell’impegno di un pattuglione di 300 artisti provenienti da 32 paesi, lo stesso numero di questa edizione del Ref 17.</p>
<p>Ce n’è per tutti i gusti e le tasche. Da Sasha Waltz a Dada Masilo che aprono – letteralmente – le danze, nei teatri Argentina e India, a Sidi Larbi Cherkaoui e Jan Fabre che le proseguono. Eppoi viavia con mostri sacri del teatro di narrazione quali Ascanio Celestini e Marco Paolini, con mostri scenici tout court come Alessandro Baricco e Roberto Herlitzka, in un potpourri d’arte e teatro, musica e danza. All’insegna dei linguaggi più contemporanei e disparati ma con un comune denominatore che spicca sul castello di carte del logo biancogiallo, fin nel titolo di Ref 17: Where are we now? Dove siamo, ma soprattutto Quo vadis, dove stiamo andando. «Solo gli artisti possono offrire risposte alla contemporaneità – dice Fabrizio Grifasi, direttore della fondazione Romaeuropa – come racconta lo spot Rai per questa 32esima edizione (<a href="http://www.youtube.com/watch?v=vEdp7VVN7g4" target="_blank">www.youtube.com/watch?v=vEdp7VVN7g4</a>). Le loro opere compongono una mappa del presente, fragile come il castello di carte della nostra immagine di quest’anno, ma non per questo meno ambiziosa, oltre le categorizzazioni estetiche».</p>
<p>Opere che si collocano nello spirito del nostro tempo, lo attraversano ma lo plasmano, pure, con quella capacità che ha l’arte – quando non è mera fuffa o passatismo – d’anticipare il futuro, disvelandone i grandi temi più che offrendo risposte. Così, l’anteprima nazionale della coreografa tedesca Sasha Waltz, che torna con Kreatur all’Argentina (dal 20 al 23), offre una dimensione catartica all’oggi in preda a drammi e fobie, forte degli abiti – vere e proprie sculture – realizzati da Iris van Herpen e delle luci curate da Urs Schonebaum. Non meno forte è l’impianto di Nachlass, altra prima nazionale – all’India dal 21 al 23 – dei Rimini Protokoll (Stefan Kaegi e Dominic Huber), dove tema dominante è la morte, con otto persone reali a raccontare il loro trapasso, e ricordare che dopo ogni morte la vita continua, in qualche modo.</p>
<p>Ma ogni artista andrebbe citato, ogni performance registrata per comporre il puzzle di voci in grado di capirci qualcosa sulle carte di questo nostro castello, prima che il vento le spazzi via.</p>
<p>A capocchia di spillo, come una manciata di semi gettati su un campo fresco d’aratro, si possono citare Azzurra De Gregorio con Madre e Giuliano Scarpinato con Se non sporca il mio pavimento, un melò ispirato a un recente fattaccio di nera (entrambi al Macro ai primi d’ottobre). Kroll Roger, opera di Szymanowski diretta da Pappano, in forma di concerto e proiezioni video dei Masbedo, che inaugura la stagione sinfonica all’Accademia di Santa Cecilia. L’immaginifica Allegoria sacra del quartetto di videoartisti russi Aes+f e Kizart, la videoarte per bambini (entrambi dal 7-10 al 7-1-18 al Palaexpo). Baricco è al Macro, con Nicola Tescari e Dario Voltolini, per il nuovo spettacolo Pacific Palisades (12-22 ottobre), Celestini al teatro Vittoria con Pueblo (dal 17 al 29), ancora una prima. Come pure Geek Bagatelles di Bernard Cavanna, che rielabora la IX di Beethoven con le musiche dell’Orchestra sinfonica abruzzese e del coro di smartphones degli studenti del liceo Gullace Talotta di Roma, all’Auditorium il 13 ottobre. Lisa Ferlazzo Natoli e Gianluca Ruggeri ricostruiscono un percorso multimediale attorno alla Rivoluzione d’Ottobre in Les Adieux!, a fine mese al Macro.</p>
<p>A novembre è la volta di Paolini all’Auditorium con #Antropocene. Di Herlitzka sempre con l’Orchestra d’Abruzzo al Vittoria per l’ultima parte del lavoro a cui ha dedicato una vita, il De rerum natura di Lucrezio tradotto in terzine dantesche. E di Julien Gosselin al Vascello con Le particelle elementari di Michel Houellebecq. Si chiude, il 2 dicembre, con Massimo Bergamasco e il performer Stelarc che imbastiscono al Palaexpo due chiacchiere sul presente che trova difficile darsi un futuro. Info e programma dettagliati su <a href="https://romaeuropa.net" target="_blank">romaeuropa.net</a>.</p>
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		<title>Teatro Argot, il volo continua</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Nov 2015 11:41:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’è un razzo del tutto simile a Lillo – quello dei voli pindarici della primissima infanzia – che sale in un cielo turchese, un bel 30 pittato sulla carlinga e una vampata dal motore che a rigirarla può essere la vampa d’un accendino, fiamma testimone d’ardore e continuità. E una scritta, sotto, che molto dice e ancor più promette: il folle volo continua. Eccola la grafica del... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/teatro-argot-il-volo-continua/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8664" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/11/Stefano-Benni.jpg"><img class="size-medium wp-image-8664" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/11/Stefano-Benni-300x207.jpg" alt="Stefano Benni" width="300" height="207" /></a><p class="wp-caption-text">Stefano Benni</p></div>
<p>C’è un razzo del tutto simile a Lillo – quello dei voli pindarici della primissima infanzia – che sale in un cielo turchese, un bel 30 pittato sulla carlinga e una vampata dal motore che a rigirarla può essere la vampa d’un accendino, fiamma testimone d’ardore e continuità. E una scritta, sotto, che molto dice e ancor più promette: il folle volo continua. <span id="more-8663"></span>Eccola la grafica del programma dell’<a href="http://www.teatroargotstudio.com" target="_blank">Argot</a>. Trent’anni d’attività teatrale rievocati nel ciclo Epifanie in uno dei luoghi più ignorati, sventurati e fascinosi della teatreria romana. Quello di Villa Torlonia, voluto nel 1841 da Alessandro Torlonia, il prosciugatore del Fucino, per la fresca sposa Teresa Colonna che mai ne godé, mentalmente inferma, e completato dopo un trentennio. Trent’anni, ancora. Non è facile metterli in cartellone, raccontarli come fa la mostra appena conclusa – e se l’avete persa peggio per voi – allestita da Manuela Giusto, il presente della fotografia di scena della sala capitolina, sulla scia di Delogu e Tommaso Le Pera che l’hanno preceduta nel ritrarre scene e retroscene dell’Argot. Un percorso che ha reso l’idea di quanta acqua e belle firme siano passate dietro le quinte e sul palco di quest’arena che, nel suo piccolo, ha fatto la storia del teatro, non solo romano. Un razzo lanciato nel 1984 da Maurizio Panici con Marco Delogu e Sergio Colabona, ora raccolto dal figlio Tiziano, direttore artistico con Francesco Frangipane. E di quanto “folle”, e lunga, sia ancora la voglia di volare in questo piccolo spazio trasteverino dove transitano ogni anno circa diecimila appassionati della sesta arte. Un cammin di vita, parafrasando il sommo poeta, che ha fatto di questo luogo di ricerca una realtà stabile nel panorama romano.</p>
<p>La stagione al via vede una decina di spettacoli alternarsi sul palco del teatro, a far da volano alle nuove leve autoriali all’insegna dell’innovazione, com’è nel suo spirito. Dieci spettacoli di “lunga tenitura”, per altrettanti mesi, per metà autoproduzioni – un’altra caratteristica dell’Argot, dove le due strutture produzioni e studio tornano a fondersi – e in gran parte inediti. Tra questi il testo d’apertura del 2015, Effimera di Stefano Benni, con la giovane farfalla Dacia D’Acunto a sbattere le sue ali nel mondo, seguito da Nove di Edoardo Erba, dal 10 al 29 novembre, al suo debutto al festival di Todi e mai rappresentato. Dove, diretti da Mauro Avogadro, Massimiliano Franciosa e Claudia Crisafio raccontano in nove spezzoni, microcommedie di poche battute l’una, la surrealtà della vita non solo di coppia.</p>
<p>A dicembre tre autoproduzioni si alternano sul palco: Albania casa mia del giovane autore albanese Aleksandros Memetaj e la regia di Giampiero Rappa, e Mi lascio, di e con Giovanna Mori e la regia del fondatore, Maurizio Panici. Di Tiziano è invece la regia di un classico natalizio, il Canto di Natale di Charles Dickens, al suo quinto anno ma per la prima volta a Roma, adatto a ogni età e per questo presentato anche in matinée e pomeridiane. Il ciclo invernale prosegue con la residenza creativa Prego, poi Angeli di Filippo Gili che ne firma anche la regia, e Nessun luogo è lontano, scritto e diretto ancora da Rappa con Valentina Cenni, Totò Onnis, Giuseppe Tantillo e le musiche di Francesco Bollani. A seguire un omaggio a Carmelo Bene con l’Amleto rivisto da Stefania De Santis, mentre Cechov è protagonista con due spettacoli, Tre sorelle e Zio Vanja, con Gili regista. Chiude la stagione, a maggio, Elena Arvigo con Donna non rieducabile, di Stefano Massimi, “memorandum teatrale” ispirato ai reportage di Anna Politkovskaja, la giornalista newyorkese assassinata nella Russia di Putin quasi dieci anni fa.</p>
<p>Ma non è tutto. Oltre alla cinquantina di gruppi sulle scene in dieci mesi, la stagione vede il festival Shakespeare re-loaded, in aprile, per la celebrazione del quarto centenario della morte del bardo, laboratori di scrittura e musicali e ancora un paio di rassegne. La scena sensibile, curata da Serena Grandicelli sul panorama femminile, e Dominio pubblico officine, dedicata ai giovani, nata dall’omonimo progetto con il teatro dell’Orologio, altra realtà di spicco nel panorama teatrale della capitale. Una città stanca e corrotta, eternamente potente e immobile che fa da scenario all’eterna commedia poco divina e troppo umana, per dirla come i direttori artistici dell’Argot, che da un trentennio ne è uno dei luoghi di messinscena più rappresentativi.</p>
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		<title>L&#8217;orologio batte 500 colpi</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Sep 2015 19:10:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Presentata sotto la pioggia la stagione del teatro romano. Tanta roba, all&#8217;insegna del “Cambiamento reale&#8221; e della contemporaneità &#160; Se vale per i teatri quel che si dice per le spose, la stagione dell’Orologio sarà fortunatissima. Sotto un acquazzone impenitente, il teatro romano ha presentato il programma per la stagione al via. Tanta roba, per dirla come il presidente della Sampdoria Massimo Ferrero, roba forte.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/lorologio-batte-500-colpi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Presentata sotto la pioggia la stagione del teatro romano. Tanta roba, all&#8217;insegna del “Cambiamento reale&#8221; e della contemporaneità<span id="more-8559"></span></p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/09/IMG_0387.jpg"><img class="  wp-image-8563 aligncenter" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/09/IMG_0387.jpg" alt="IMG_0387" width="449" height="271" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Se vale per i teatri quel che si dice per le spose, la stagione dell’Orologio sarà fortunatissima. Sotto un acquazzone impenitente, il teatro romano ha presentato il programma per la stagione al via. Tanta roba, per dirla come il presidente della Sampdoria Massimo Ferrero, roba forte. Una cinquantina di spettacoli in cartellone nelle tre sale, dieci volte tante alzate di sipario, più di trenta compagnie con oltre 230 artisti impegnati, una quindicina di prime nazionali, una “manita” di percorsi monografici, residenze e spettacoli pensati ad hoc per i più giovani. Con questi numeri la stagione diretta da Fabio Caselli, in arte Morgan, si preannuncia degna d’uno stabile e tra le più interessanti del panorama artistico, non solo capitolino. Giacchina verde intrisa d’acqua e baffo bagnato, è lui stesso – sì, quello della campagna abbonamenti “da perderci la testa”, col boia dell’Is (meglio, Us) che tanto ha scandalizzato la buona stamperia – a spiegare il senso delle proposte, all’insegna di un “cambiamento reale” che è il motivo guida della nuova stagione. «L’offerta sarà vastissima», dichiara il longilineo direttore artistico, «tutta volta verso un teatro che racconti storie, mai autoreferenziale, un teatro d’arte popolare contemporaneo che cerca fortemente il suo riconoscimento nel pubblico».</p>
<p>Tanta roba, dunque. Forte. Si comincia il 6 ottobre con una roba fortissima, Invidiatemi come io ho invidiato voi, dramma dell’infanzia abusata tratto da un fatto di cronaca. Una riflessione sull’umanità prodotta da Proxima res, come pure Fuorigioco, con la storia che si ripete come partita esistenziale, dopo una prima volta vissuta come tragedia e una seconda come farsa. A cavallo tra ottobre e novembre è la volta di Emigranti, opera di Slawomir Mrozek, portata in scena dal duo Giancarlo Fares e Marco Blanchi e le scenografie di Alessandro Calizza, con due migranti chiusi in una cantina a raccontarsi la vita l’ultimo dell’anno, mentre sopra di loro la città straniera è in festa. E ancora, a metà novembre, uno spettacolo per adulti sulla condizione femminile: due atti unici dello psichiatra veronese Vittorino Andreoli, La bambola e La putana. Carnage, il dio del massacro, di Yasmina Reza, portato sugli schermi da Roman Polanski, è in scena dall’8 al 20 dicembre. Ancora una prima nazionale, tra gennaio e febbraio, per L’ora accanto che apre la Trilogia di mezzanotte di Filippo Gili e Francesco Frangipane. W l’amor-te di Giuseppe Roselli, con le foto di Manuela Giusto – fotografa ufficiale del teatro – e Love bombing di Giuseppe Miale di Mauro, dove si racconta di un mondo ormai nelle mani del califfato, sono i pezzi forti di marzo. Padre figlio e sotto spirito, tre vite in crisi ai margini della crisi, è un’altra prima nazionale in cartellone ad aprile, per la regia di Mauro Santopietro. Ma la roba è davvero tanta e l’unico modo per non perdere pezzi è tenere d’occhio il cartellone, sul sito <a href="http://www.teatroorologio.com" target="_blank">www.teatroorologio.com</a>.</p>
<p>L’anno scorso sono stati 40mila gli spettatori che, sera dopo sera, si sono seduti in una delle salette del teatro romano a due passi dall’omonima piazza dell’Orologio, in un centro storico tanto bello quanto problematico. Una piazza che la scorsa stagione ha visto una sorta di matrimonio tra attori e spettatori, in un happening che quest’anno è stato pensato come ora del tè all’aperto, con gli attori a girovagare tra i tavoli, tra critici e spettatori, a raccontare in anticipo le loro pièce. Una performance bagnata dalla pioggia e, se i detti non son fole, dalla fortuna. Ché se questa premia gli audaci, nessuno ha più coraggio di chi porta avanti, con pochi mezzi e molta passione, la quotidiana lotta di fare un teatro contemporaneo di livello e d’avanguardia, in un panorama come l’attuale. E che il cambiamento sia con voi.</p>

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