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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Vulci</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Nel vento di Velch</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jul 2020 08:09:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inaugurata In terra di Vulci, scultura contemporanea dentro e fuori le mura. Una rassegna itinerante con la partecipazione di nove artisti: ormai un classico della Maremma laziale, fino al 13 settembre C’è sempre un rischio a mettere una pezza nuova su un vecchio vestito: che si laceri tutto. Così è nell’arte, come nel cucito. Metti un’opera contemporanea in un sito antico, un classico in una... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/nel-vento-di-velch/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Inaugurata In terra di Vulci, scultura contemporanea dentro e fuori le mura. Una rassegna itinerante con la partecipazione di nove artisti: ormai un classico della Maremma laziale, fino al 13 settembre<span id="more-9851"></span></p>
<p>C’è sempre un rischio a mettere una pezza nuova su un vecchio vestito: che si laceri tutto. Così è nell’arte, come nel cucito. Metti un’opera contemporanea in un sito antico, un classico in una chiesa moderna. Il pericolo è che si scolli l’insieme, venga giù il vetusto col recente, appaia posticcio. All’azzardo si sottrae un evento divenuto un classico dell’estate nella Maremma laziale. In terra di Vulci, scultura contemporanea dentro e fuori le mura, ormai alla quarta edizione, inaugurata a fine luglio in tre luoghi diversi, è una rassegna itinerante che vede quest’anno la partecipazione di nove artisti. Tra essi, Mara van Wees che ne ha ideato il progetto espositivo, curato da Francesca Perti.</p>
<p>Il borgo moderno di Pescia romana, il cuore medievale di Montalto di Castro e soprattutto il parco archeologico di Vulci sono i luoghi dove le opere dei nove non danno sentore d’addobbi posticci, ma integrano spazio e tempo andati di segni e sensibilità coeve. Gli esiti possono essere in alcuni casi velleitari o incerti, seppur concettualmente validi – vedi gli Ospiti di Paul Wiedmer o il Guerriero di Massimo De Giovanni – ma il senso generale è più di compiutezza che d’inespresso, d’integrazione che non d’estraneazione.</p>
<p>Questo è tanto più vero nel cuore dell’evento, quella Velch dei Rasna che i romani, dominatori e distruttori, ribattezzarono Vulci. È nei resti della domus del criptoportico, fondale di per sé suggestivo, dove il dialogo tra tempo, storia e linguaggi del contemporaneo si fa più serrato. Nelle stanze a cielo aperto, delimitate dai muretti, dove si staglia la Cupola di Tommaso Cascella, allignano le Impronte d’ossa di Eva Gerd, le geometriche figure di Mara van Wees con Cosma, i Coccodrilli di latta che fanno il verso a quelli plastici di Paolo Buggiani. Neopresenze simbiotiche nell’orizzonte ferroso del Moebius di Carmine Leta e nei versi di Pasquale Altieri, che avrebbero potuto benissimo essere declamati da un antico cantore Rasna. Declamate il suo Poema al tramonto, nel vento di Velch, magari dopo aver fatto il bagno nel fondale scenico e sacro del laghetto del Pellicone, norme anti Covid permettendo, e sentirete la presenza del passato fissarsi nel presente, tra l’antico e l’oggi sopprimersi ogni cesura.</p>
<p>Il che, al fondo, è nello spirito della rassegna, come scrive la curatrice: «Tutto il territorio interessato dalla mostra è un museo a cielo aperto della cultura etrusca, quindi ci troviamo di fronte a un dialogo tra natura, civiltà antica e arte contemporanea: un’opera esce dal “museo” per dialogare con un altro “museo” diffuso sul territorio». Fino al 13 settembre, info <a href="http://vulci.it/parco-di-vulci" target="_blank">vulci.it/parco-di-vulci</a>; <a href="https://visitmontaltodicastro.it/" target="_blank">https://visitmontaltodicastro.it</a>.</p>
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		<title>Il codice Vulci, un tuffo tra passato e presente</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Sep 2017 13:56:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_9150" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Il-lago-del-Pellicone-presso-Vulci1.jpg"><img class="wp-image-9150 size-medium" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2017/09/Il-lago-del-Pellicone-presso-Vulci1-300x225.jpg" alt="Il laghetto del Pellicone, presso Vulci" width="300" height="225" /></a><p class="wp-caption-text">Il laghetto del Pellicone, presso Vulci. Sopra, Luigi Belli, Ex voto, 2017</p></div>
<p>Siete al mare, e vi fate un tuffo in piscina. Con Il codice Vulci funziona pressappoco così. Ve ne state immersi nel passato e, allo stesso tempo, vi tuffate nella contemporaneità. <span id="more-9149"></span>Dieci artisti, ognuno con una doppia presenza, divisi tra Vulci e Canino, nel viterbese. Venti opere in tutto, in mostra negli spazi quattrocenteschi dell’ex convento di San Francesco, in paese, e nella domus romana del criptoportico, in uno dei siti archeologici più indagati e che più hanno restituito – la tomba François, tanto per dire – dell’antica Etruria. E ancora capace di dare il senso del tempo che fu, d’una civiltà plurimillenaria e per certi versi tuttora oscura.</p>
<p>Anche per chi non abbia troppa dimestichezza coi Tirreni, con la storia di questa monumentale città conquistata dai romani sul finire del II secolo avanti Cristo, può sentirne il mistero. Basta stare sul pianoro dove s’ergevano le possenti mura ridotte a brani stepposi, mirare il magnifico portale a cuspide della porta nord, inutile vanto d’ingegneria militare etrusca. Sentire il soffio del vento sulla spianata, le note della storia che rimandano echi potenti, urla e fruscii.</p>
<p>E lì, calati nel criptoportico a due passi dal simulacro del dio Mitra venerato dai padroni di casa, i conquistatori, dove pare ancora di vedere accovacciati antichi ospiti nei loro riti misterici, ci si aggira tra i manufatti di un’arte coèva che – caso raro – non cozza con l’antico che la racchiude. Sarà che le ceramiche esposte dai dieci artisti, chi più chi meno, mostrano davvero la forza poetica e simbolica che sottendono. O forse la permeabilità del luogo alle suggestioni, alle vibrazioni di onde emotive trascendenti il visibile, chissà.</p>
<p>Fatto sta che già all’ingresso l’uovo pendulo in un cerchio di ferro di Paolo Torella, con la sua doppia simbologia di vita che si conclude e di rinascita, apre a un mondo altro, ancora vibrante nei frammenti ceramici su lamelle della sua seconda opera. Eppoi, viavia, l’alfabeto di segni fantastici inscritti in un ovale di Antonio Grieco, l’Ex voto d’ossa e teschi di Luigi Belli in smalto multicolore su lastra nera, a fondale d’un corridoio, come a dire qua è la fine, ma sia vivace.</p>
<p>L’uovo, ancora, principio generatore che tutto conchiude si ritrova nelle opere di Jasmine Pignatelli e Mirna Manni, nel colpo d’occhio dei vasi di Riccardo Monachesi dov’erano gli orrea. Uova, croci. Ecco, se si vuole, un limite concettuale, una lieve forzatura nel dialogo imbastito da Gianna Besson, curatrice della doppia esposizione, è in questo cercato rapporto tra cultura etrusca e cristiana che alla prima sottrasse la memoria scritta, distruggendo quei libri Sibillini depositari d’ogni antico sapere, vero patrimonio dell’umanità perduto per sempre.</p>
<p>Ma la storia è data in farsesca tragedia, pure se a volte torna in forma di tragica farsa, e a bando d’ogni malinconia basta calcare le pietre dell’aguzzo ponte della Badia svettante sul Fiora, là dove posarono il piede gli Etruschi che l’edificarono. Bagnarsi alle placide acque del laghetto del Pellicone, fondale prediletto di vari film tra cui Non ci resta che piangere, dove Benigni e Troisi iniziarono alla Scopa il genio di Leonardo da Vinci, per riconciliare in un solo tuffo passato e presente. Fino al 10 settembre, info <a href="http://vulci.it/parco-di-vulci" target="_blank">vulci.it/parco-di-vulci</a>.</p>
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