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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Le parole sono pietre</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Drive out, fuori dalla civiltà</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 16:08:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Frammenti di un discorso politico nel parcheggio di un McDonald’s sul Gra, aspettando l’ora di cena L’altra sera ho assistito alla fine di una civiltà. Irrimediabile, irreversibile. La fine della civiltà umana. Non solo occidentale: umana tout court. Mi è sfilata innanzi con naturalezza trasparenza indifferenza, come tutte le morte cose che giungono alla fine senza neppure degna sepoltura. Talmente palmare da doverla raccontare. Ero... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/drive-out-fuori-dalla-civilta/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Frammenti di un discorso politico nel parcheggio di un McDonald’s sul Gra, aspettando l’ora di cena</strong> <span id="more-10759"></span>L’altra sera ho assistito alla fine di una civiltà. Irrimediabile, irreversibile. La fine della civiltà umana. Non solo occidentale: umana tout court. Mi è sfilata innanzi con naturalezza trasparenza indifferenza, come tutte le morte cose che giungono alla fine senza neppure degna sepoltura. Talmente palmare da doverla raccontare. Ero in attesa d’un amico per cena, un dì feriale, nel parcheggio d’un MacDonald ai margini d’una consolare, sul Gra, fianco a un ristorante di pesce chissà perché allignato lì, con vista sul traffico del raccordo anulare, nell’ora del rientro dal lavoro. Tardo pomeriggio, quando la calura accenna appena a dare tregua. In attesa dell’amico, dal parcheggio del casolare d’una vecchia tenuta agraria, divenuto ricettacolo d’antichità più o meno fasulle col tracollo della civiltà contadina, frequentato in giovinezza e il cui ricordo dava all’attesa un vago senso di nostalgia, poi trasformato in punto ristoro Mac nell’ultimo ventennio, assistevo all’ininterrotta sfilata di macchine.  Sosta al punto uno, ordina il cibo. Punto due, ritira la merce. Punto tre, pagala. Non era l’ora dei pasti, non nei nostri lidi mediterranei, ma la fila era senza soluzione di continuità. Anche all’interno del locale c’era già chi mangiava, benché il sole fosse ancora alto e l’ora della merenda, o dell’aperitivo come usa dirsi, più che di cena.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Alla sfilata c’erano tutti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Alla sfilata ce n’era per tutti i gusti: dalla giovane coppia ai nonni coi nipotini, dall’operaio a fine giornata alla ragazzotta in tenuta da palestra, dai padri ai figli, dai vecchi ai giovani. E le macchine erano per tutte le tasche, fuoriserie e furgoni, nuove ibride e vecchie glorie. Tutti in fila a ordinare, ritirare, pagare e via. La vecchia Skoda, dietro la siepe dove s’era in attesa, pareva godersi la sfilata e stupire pur’essa. La gran parte delle macchine sfilava via ma c’era chi, più coraggioso frettoloso o affamato, s’infilava nel parcheggio a sbranare il suo McBurger, finestrini alzati e aria condizionata accesa, senza degnare d’uno sguardo i vicini in sosta, senza manco togliersi il cappelletto o spegnere il cellulare. Tutti o quasi con l’immancabile cappellino da baseball, il tatuaggio in bellavista, la scarpa ginnica di marca rigorosamente slacciata, le brache calate fin sotto le chiappe i più giovani e attenti alla moda. Tutti diversi eppure uguali, uomini donne e altro, giovani e non più tali, immigrati di terza generazione o borgatari doc, lo stesso sguardo vacuo e indifferente che diresti vuoto e innocente se non fosse traversato da lampi di perdizione, stessi abiti postura parole.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Amerikani sempre avanti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Era il 1955 quando tal Ray Kroc, uno che col nome così poteva fare il personaggio dei fumetti e invece era un rappresentante di frullatori, ebbe la geniale idea di fare del punto ristoro aperto in California prima della guerra da due fratelli d’origini scozzesi un brand, o meglio marca, mondiale. L’icona del panino mordi e fuggi. Nello stesso anno il vecchio Walt inaugurava il primo parco a tema della Disney, e bastano questi due eventi a dire quanto fossero avanti l’amerikani rispetto a tutti e ai sovietici, impelagati nella destalinizzazione. Ma già da un ventennio un altro genio d’Amerika aveva tirato su, con un telo tra due macchine, il primo drive in della storia. S’era nel ‘33, i nazisti stavano prendendo il potere in Germania e l’Europa correva il rischio di marciare a un altro passo rispetto alle Stars &amp; Stripes forever di Philip Sousa, e invece. Vale per i nazi quanto sopra pei russi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La vittoria vera dei vincitori</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Povero Belpaese nostro, amerikanizzato nel profondo, dove a ottant’anni suonati dalla fine della guerra in cui credevamo di fregare gente di tal fatta, e poi d’averla vinta, sol perché finita dalla parte di chi l’ha vinta, siamo ancora al servizio dei vincitori. Hai voglia a pagare rate, il mutuo ai liberatori non s’estingue mai. Liberarsi dai liberatori, e dall’Europa intera ai loro piedi, sarebbe l’imperativo categorico, per dirla come Kant, di qualunque governo attento agli interessi del paese e del continente, altro che la pantomima dell’alternanza destra sinistra, buona per il pubblico alla balconata. La vittoria vera dei vincitori angloamericani è stata questa: aver mandato i cervelli all’ammasso più e meglio di quanto avrebbero fatto quegli altri ai quali strizza l’occhiolino bello la serva Melona, e reso il pensiero un reato di leso conformismo, per citare l’illuminante saggio di Paolo Crepet. Fino a mandarli in pappa del tutto con la demenza artificiale, in attesa della mazzata robotica finale. E noi come stronzi rimanemmo a guardare, come recita il capolavoro di Pif.</p>
<p><strong>L’Illinois di casa nostra</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma torniamo a noi, in attesa nel parcheggio del McDonald’s. All’impasto d’idiotismo amerikano e grullismo spacciato per furberìa italica che siamo diventati. Finalmente l’amico arriva e si va a cena. In un posto in aperta campagna, in Sabina, dove tutto è come una volta, ai tavoli con la tovaglia a quadrettoni sotto la veranda le portate s’accompagnano a un vinello casareccio e un bell’odorino di stallatico, le volpi fanno la serenata ai polli da presso e le ranocchie cantano dal fosso. Pure la cameriera ucraina è la stessa di trent’anni fa, assai più agée. Solo il conto è diverso, una piotta secca in due. Torniamo, storditi ma sereni, al parcheggio del McDonald’s a notte fonda. Una ridda di ragazzotti in moto e giacche di pelle stanno in attesa nel parking car, come fossimo in Illinois sessant’anni fa. La gente fa ressa alla cassa, dove per un ventino sbrani il tuo panino e ti danno pure una bella bibita colorata. La prossima volta restiamo a cena qua. Ché siamo fuori dalla civiltà, ma a pocoprezzo.</span></p>
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		<title>Il compleanno dei morti</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 10:48:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Corriere festeggia 150 anni, Repubblica 50. Presente e futuro di un giornalismo che non c’è più Cinquant’anni sono una bella età, figurarsi 150. Centocinquanta sono gli anni del Corrierone sulla breccia, un terzo quelli di Repubblica. Un bell’anniversario, duplice e tondo, che nelle due città di riferimento vede una panoplìa d’eventi festeggiare degnamente le due maggiori testate nazionali. A Milano s’è scomodata la Scala... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-compleanno-dei-morti/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/03/Adsok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10716" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/03/Adsok-179x300.jpeg" alt="Adsok" width="179" height="300" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/03/Corriereok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10717" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/03/Corriereok-228x300.jpeg" alt="Corriereok" width="228" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il Corriere festeggia 150 anni, Repubblica 50. Presente e futuro di un giornalismo che non c’è più</strong><span id="more-10715"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Cinquant’anni sono una bella età, figurarsi 150. Centocinquanta sono gli anni del Corrierone sulla breccia, un terzo quelli di Repubblica. Un bell’anniversario, duplice e tondo, che nelle due città di riferimento vede una panoplìa d’eventi festeggiare degnamente le due maggiori testate nazionali. A Milano s’è scomodata la Scala per le celebrazioni di rito, a Roma una bella <a href="https://www.rainews.it/video/2026/01/50-anni-di-repubblica-mostra-tra-celebrazioni-e-proteste-macerollo-a06c9e3b-f0dc-4381-8f50-28c5ba624075.html" target="_blank">mostra al Mattatojo</a> rievoca gli anni del giornale fondato e retto da Scalfari per un ventennio. Fatto più unico che raro nel panorama giornalistico, non solo italiano. A rivederla, la prima pagina di quest’ultima, colonne piombate che manco la Pravda, viene un misto di mestizia e d’orrore. Eppure quella grafica, la formula del tabloid, al tempo era una novità non da poco. A rileggerli, quei titoli su Moro e Berlinguer, si ha un sorriso che sa di paresi. A passeggiarci, tra le cupe pannellature rossonere dell’ex scannatojo romano, in tema e in tinta col luogo, si è presi da una sorta d’angoscia per quel che è stato e più non è. Mai più sarà, nonostante i proclami di rito e di reviviscenza del panorama giornalistico (inter)nazionale. Ha un bel dire Luciano Fontana, attuale direttore del Corriere, che «solo chi utilizza il passato non come una vetrina ma come una leva per progettare il futuro ha lo sguardo giusto». Hanno un bel cantarsi la mezza messa i soloni della comunicazione. Anche gli occhi più foderati di prosciutto, come spesso accade per convenienza e autoinganno a quelli dei giornalisti d’ogni parrocchia, troppo occupati a guardarsi l’ombelico per vedere ciò che accade attorno a loro; anche gli orbi che volgono lo sguardo per non vedere ciò che è hanno sotto gli occhi, la dura realtà.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I dati Ads oggi, ma è già domani</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">I dati appena resi noti da Ads sulla diffusione dei quotidiani parlano chiaro, ma non abbastanza. Sono velati d’ottimismo, tarati come sono sull’oggi mentre è già domani. Stando ai numeri – vedi sopra – Repubblica è calata sotto le centomila copie di venduto, il Corriere veleggia poco sopra. Con le copie digitali si arriva un po’ più su, ma con quelle neanche puoi incartarci le verdure al mercato, per non parlare d’altri meno nobili scopi, per quel che valgono. Degli altri meglio non parlare, un tracollo continuo, un rosso esangue. Il fatto è uno e uno solo. Il giornalismo cartaceo è finito e l’altro, televisivo, radiofonico, online eccetera non se la passa niente bene. Tra qualche anno – tempo che schiattino gli ottuagenari e chiudano l’ultime edicole – i giornali saranno un ricordo. Neanche carta straccia. Pezzi da museo come le linotype. Sopravviveranno, forse, poche grandi testate e qualche prodotto di nicchia, per un pubblico specialistico, ma la loro funzione residuale, larvale, non potrà risollevarsi. Checché ne dicano i sedicenti esperti che puntano sulla deficienza artificiale per l’auspicata rinascita. Confondendo pii desideri per fatti – come al tempo della fola che la free press avrebbe guarito il malato terminale – e continuando così a gettare benzina sul rogo del morto. Colpa della tecnologia che fa strame d’ogni passato? Del fato? Colpa d’Alfredo? Colpa, o meglio responsabilità, di nessuno e di tutti quanti in questo mestiere hanno creduto e han vissuto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Fogli e figli migliori</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Quando nacque il Corriere, ai primi di marzo del 1876, con trentamila lire di tre soci meneghini, l’ideatore e fondatore, il napoletano Eugenio Torelli Viollier, scrisse nel suo primo editoriale: “Se c’è una cosa che abbiamo in odio è il giornale a tesi”. Quindi, spazio alla libertà di giudizio, nel momento del trapasso dalla destra alla sinistra storica. Vent’anni dopo il nuovo direttore, Domenico Oliva, lamentava che Bava Beccaris fosse stato troppo morbido a prendere a cannonate la folla provocando centinaia tra morti e feriti. Quando nacque Repubblica, nel gennaio 1976, il fondatore e ideatore Eugenio Scalfari (nato a Civitavecchia ma d’origini calabresi), scrisse: “Questo giornale è un poco diverso dagli altri. Anziché ostentare un’illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’avere operato una scelta di campo”. Cioè di buttarsi a sinistra, togliendo spazio e idee ai progressisti in funzione antisovietica – come già vent’anni prima con l’Espresso ­– grazie anche al mancorrente e al placet d’oltre Oceano, decretando così la morte di un’altra gloria del giornalismo nostrano, Paese Sera. Erano gli anni dell’apertura al centrosinistra e della carta morotea che Scalfari, da ex deputato socialista, volle giocarsi. Tant’anni dopo, nel suo ultimo editoriale, “il morso velenoso del serpente russo” sulla guerra in Ucraina, il vecchio liberale non rinnegava le sue idee radicalmente antirusse. Il suo giornale, voce di libertà oggi in vendita, sarebbe divenuto organo ufficiale del Pud, il Partito unico dominante. Sempre in prima fila nello spacciare verità di comodo e conformismo di tendenza per obiettività di giudizio. Illeggibile, come (quasi) tutti. E se questi sono stati i fogli e i figli migliori, figurarsi gli altri, quelli che manco sanno quello che scrivono e per chi lo fanno.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’età dell’oro è trapassata</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Così, non ci si può lagnare più di tanto se sui muri appare da tempo una scritta: giornalista terrorista. Se nessuno che abbia meno di vent’anni (ma anche assai di più) abbia mai sfogliato un giornale e se a scuola ti guardano come un alieno se solo ci provi a raccontare com’è fatto. La sua funzione, ormai residuale e larvale, è stata fin dalla nascita quella d’indottrinare le masse più che d’informarle, secondo i desiderata dei gruppi di potere di riferimento e con rarissime eccezioni. Oggi che la loro età dell’oro – il secolo appena trascorso – è trapassata, sono roba buona per addetti ai lavori e anziani ai giardinetti. Quanto ai giovani, neanche quel che passa la rete o la tivù vedono, figurarsi un pezzo di carta straccia. Altro che insegnare loro a leggere con incredulità i giornali, come ammoniva Bertrand Russell. È già una scommessa fargli staccare l’occhi dal cellulare e il cervello dall’algoritmo che li devasta. Sia festa, dunque, per il doppio anniversario. È il compleanno dei morti.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Sopra: i dati Ads rielaborati da Prima comunicazione online e il francobollo commemorativo del Corsera</em></p>
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		<title>Primo giorno di scuola</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Sep 2024 07:41:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riflessioni di un genitore assente e un osservatore fuori tempo sull’ingresso alle medie  Oggi è stato il primo giorno di scuola. Non il primo in assoluto, ma il primo della prima media. Del mio primo giorno di medie non ricordo nulla, e delle medie in particolare non ho buoni ricordi, botte e minacce, ma nessuno allora parlava di bullismo. La prima cotta per una ragazzina della... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/primo-giorno-di-scuola/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Riflessioni di un genitore assente e un osservatore fuori tempo sull’ingresso alle medie </strong><span id="more-10531"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Oggi è stato il primo giorno di scuola. Non il primo in assoluto, ma il primo della prima media. Del mio primo giorno di medie non ricordo nulla, e delle medie in particolare non ho buoni ricordi, botte e minacce, ma nessuno allora parlava di bullismo. La prima cotta per una ragazzina della mia classe, poi un’altra. Non ricordo nulla in particolare, se non che a scuola andavo bene ma non certo volentieri. I miei figli invece, aspettavano il primo giorno di scuola con gioja, la sola emozione positiva e la più importante, non vedevano l’ora. Incomprensibile. Non che mi dispiaccia, tutt’altro, ma è fuori dalla mia portata, dal mio vissuto. Fino all’università, anzi all’occupazione dell’università, per me la scuola è stata solo una rottura. Ma non è di me che si parla.</p>
<p style="font-weight: 400;">Come tutti i bravi genitori, assenti per buona parte della giornata o altrove anche se presenti, mi sono intruppato anch’io all’accompagno. La scuola media è a due passi dal cuore del quartiere, un po’ discosta da un ultimo grumo di case. Non è ancora periferia ma non è più centro, in linea d’aria dista poco più d’un chilometro dal Colosseo, ma pare d’essere in una qualunque borgata. Un pezzo di nulla nel niente d’intorno, se si escludono centri commerciali e negozi. Però c’è una gran piazza, dove la gente per forza di cose passa o sosta, e questo ne fa un pezzo di paese nel mezzo della città; lo rende se non unico, quantomeno raro.</p>
<p style="font-weight: 400;">Lì, aggrumato al cancello d’ingresso assieme a dozzine d’altri, osservavo. La cancellata scrostata, a separare il mondo dilà, ancora irreale, dalla realtà del mondo. La targa della scuola, dedicata a un noto pedagogista, relegato nel dimenticatojo della passamaneria di sinistra. Il camion del pronto intervento gas, venuto a verificare una fresca manomissione alla centralina. Metà del plesso è occupato da abusivi, tra cui amici, conoscenti. Le loro cose, bucati appesi e giochi di bimbi, s’intravedono dalla rete di separazione, provvisoria da decenni. Dalle finestre aperte, ex aule trasformate in cucinini e salottini. Ovunque erbacce, alberi cresciuti a dismisura, ex aiuole che da anni non conoscono cure o potatura. Fantasmi di natura dirompente tra le crepe dei muri e il selciato dismesso, reclamante vita.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tutto lasciava intravedere un senso di tristezza, d’abbandono che cozzava con l’allegria caciarona dei ragazzini, il vociare dei genitori che si rincontravano, alcuni per la prima volta, dopo le vacanze. Poi dal cancello aperto la folla è vomitata dentro, madri e famigli frammisti ai figli, travolgendo quasi i più timidi o ritardatari. Alcune, se avessero potuto, li avrebbero seguiti fin nelle aule, scelto i posti, sistemate le loro cose sui banchi, c’è da giurarci. Oltre l’ingresso, sospesi davanti all’atrio, mentre si levavano i nomi dei componenti le classi, osservavo. Le pezzature dei muri scrostati, l’asta della bandiera italiana troncata di netto, quella europea a brandelli, i resti avvoltolati su sé stessi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un bambinetto, semischiacciato da uno zaino enorme, traballava sotto al peso, discosto da tutti, sconsolatissimo, mentre il padre, un omone, gli sussurrava qualcosa, chino su di lui. Mestamente, spinto dalle raccomandazioni paterne, s’è accodato agli altri cercando di scavalcare la selva di gambe e braccia che si agitavano, mani plaudenti la sfilza di cognomi e nomi – rigorosamente in quest’ordine – dell’ultima classe che si andava formando, e scatti di telefonini. Quel bimbetto, così fragile e dall’aria sconsolata, mi pareva l’unico essere dotato di buon senso, ancorato al reale, in quel momento. L’avrei abbracciato.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dentro, le piogge del giorno prima avevano lasciato una sorta di piscina in cortile. Sulle vetrate, da dove s’intravedeva la pozza, un cartello con un disegno e una scritta fintamente infantile: fogna. Mi sono avvicinato, ho letto meglio: sogna. Ah, ecco. Quando ti deciderai a portare con te gli occhiali… Cartelloni colorati inzeppati di corbellerie buoniste, frutto dell’opera congiunta di docenti e discenti di buonissima volontà e scarsi mezzi, tappezzavano i corridoj. Dai banchi dell’aula magna, scarabocchiati come si conviene, la preside ha tenuto il concione, spalleggiata da un paio di professori non impegnati nell’accoglienza agli alunni. La puntualità, il decoro, raccomandava. L’educazione e il senso critico che la scuola fornisce ai ragazzi, là dove la famiglia non riesce né osa. Poi la parolina magica: l’inclusione, o meglio (peggio, semioticamente parlando) l’inclusività. Il Verbo del mondo nuovo, icona della civiltà occidentale al suo tramonto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Se avessi avuto voglia di critica, come pure il vocabolo suppone, o semplicemente voglia, avrei chiesto alla preside, compunta nel suo ruolo, di spiegare il senso delle sue parole in quel contesto, il significato di quel termine in questo mondo che maschera le peggiori assurdità come verità. E da’ alle parole il contrario del loro senso. Ma sarebbe stato chiedere troppo anche a me stesso, e fuori luogo. Così ho scacciato l’idea che una mezza ala di quel cacciabombardiere con cui andiamo a battagliare in nome della libertà, pagato ai nordamericani, avrebbe rimesso a nuovo l’intero complesso. Magari ridato pure una casa vera agli abusivi. Ho scacciato il ricordo d’una scuola in un villaggetto russo, tant’anni fa, con le bimbette – il fluido gender non aveva ancora inebriato l’Occidente, tantomeno l’Oriente – che regalavano mazzetti di fiori raccolti per strada alle maestre. Ma lì c’era l’odioso socialismo realizzato. Ho rimosso il ricordo di un’altra scuola d’un borgo tirolese dove i bambini stavano in religioso silenzio pure a ricreazione. Ma lì la parola comunità non era vuota, lo stato non era solo oppressione. Ho pensato che almeno qui non c’era una serpe che aveva morso una bidella, come al Portuense, o cinghiali in cortile. Non sono riuscito ad applaudire, a condividere la gioja del momento, ma ho sorriso come chi vagamente acconsente, d’accordo. Poi mi sono accodato all’uscita, come tutti. Fuori brillava il sole.</p>
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		<title>I tre schiaffi del papa</title>
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		<pubDate>Mon, 11 Mar 2024 15:35:49 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La resa di Kiev, le due canaglie e l’ideologia gender. Le parole sante di papa Bergoglio  Quando le cose vanno male bisogna avere il coraggio d’alzare bandiera bianca. Di negoziare la resa. Meriterebbe un’appendice sull’Arte della resa di Holger Afflerbach la dichiarazione rilasciata alla tv svizzera con cui papa Bergoglio ha spiazzato un po’ tutti. Mentre da Est a Ovest, da Tusk a Macron, da... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/i-tre-schiaffi-del-papa/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>La resa di Kiev, le due canaglie e l’ideologia gender. Le parole sante di papa Bergoglio  </strong><span id="more-10352"></span>Quando le cose vanno male bisogna avere il coraggio d’alzare bandiera bianca. Di negoziare la resa. Meriterebbe un’appendice sull’Arte della resa di Holger Afflerbach la dichiarazione rilasciata alla tv svizzera con cui papa Bergoglio ha spiazzato un po’ tutti. Mentre da Est a Ovest, da Tusk a Macron, da Ursula a Giorgia tutti/e fanno scudo a Putin e ribadiscono la chiamata alle armi nella crociata contro il russo invasore, il papa ha incredibilmente spezzato la grande narrazione che imperversa di qua e di là l’Atlantico. A un certo punto bisogna saper fare la pace e negoziare col nemico, senza vergognarsi d’ammettere la sconfitta, dice, altrimenti le cose andranno peggio.</p>
<p style="font-weight: 400;">Certo, le cose vanno maluccio, per Zelensky e i suoi sodali. Sul terreno, l’Ucraina perde pezzi ed è ovunque in ritirata. Neanche sul fronte interno le cose vanno meglio. Esiliato a Londra il generale Zaluzhny, comandante in capo dell’esercito di Kiev, quale capro espiatorio della fallita controffensiva durata sei mesi, ma in realtà pericoloso rivale dello stesso premier. Zelensky, che i sondaggi danno per perdente in caso di elezioni, rinviate sine die, il capo carismatico della resistenza ucraina ha più accoliti e pubblico a Sanremo e da Vespa che in casa. A livello globale, la sarabanda di sanzioni che avrebbero dovuto spezzare le reni all’invasore non ha scalfito la Russia, ma costretto i poveri europei ad accedere a un mutuo prima d’accendere i fornelli. L’unico che se la ride è il nonno d’America, ma sempre più malfermo sulle gambe com’è non si godrà i frutti della vittoria.</p>
<p style="font-weight: 400;">Non sono però considerazioni tattiche o d’opportunità politica quelle che hanno spinto Bergoglio a invocare la resa, con parole subito rigettate da Kiev – non si tratta col novello Hitler – e accolte a Mosca – noi pronti, purché l’Occidente cessi le sue ambizioni. Sembra piuttosto un’uscita di buon senso, come spesso capita a chi è un po’ là con l’età. Immediato, o quasi, lo scatenarsi della canèa mediatica, per una volta disallineata col santo padre e critica verso le sue parole. Non è un caso che, dopo una manciata di minuti, la sala stampa del Vaticano s’è vista costretta a una noterella di distinguo e rintuzzamenti. Ma tant’è. Il sasso era finito in piccionaja e le bianche colombe della pace hanno tentato di spiccare il volo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tanto più che il papa non s’è limitato a consigliare la resa davanti al malfido cosacco, ma ha detto la sua pure sul genocidio in atto a Gaza, puntando l’indice sui due criminali in campo, tanto Hamas quanto Netanyahu, di cui quel movimento è frutto. Padre e figlio della stessa rabbia e lucida follia. Ma l’intemerata del papa ha superato ogni limite quando, sempre a braccio, s’è scagliato contro un “must” del Pud, il Pensiero unico globale, e caposaldo del mondo nuovo al contrario: la fascinazione del genderismo. L’ideologia gender non è una bella cosa per niente, si freni lo sfacelo della transumanza disumanizzante. E qui l’imbarazzo è divenuto gelo, col gotha ebraico-massonico-progressista – diremmo plutocratico, se la parola non evocasse mesti ricordi – e la maramaglia arcobalena coi loro portavoce globali a chiedersi come frenare la voce del vegliardo pontefice, “dal sen fuggita”.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ciliegina sulla torta di tanto parlar da papa il consiglio di lettura, già espresso in altre occasioni: Il padrone del mondo di Bob Benson, figlio dell’arcivescovo di Canterbury, tra i caposaldi della letteratura distopica d’inizio Novecento. Lì è già scritto tutto, come andrà a finire, ammonisce il pontefice. Speriamo che almeno il bombardamento anglotedesco della cattedra di Pietro sia risparmiato, a lui e noi. Che dire, santità. Parole sante, anche se adesso toccherà ai piccoli uomini, ai servi di casta &amp; cappa riparare umanamente lo sbrego mediatico, i tre schiaffi del papa ai portatori di stendardo sulla via crucis dell’Occidente.</p>
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		<title>Barbablù (Lollo dixit)</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Apr 2021 06:34:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Papà, chi è Barbablù? Un tale che ha ucciso tante donne Come? Col pugnale E non le poteva pistolettare?]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Papà, chi è Barbablù?</strong></p>
<p>Un tale che ha ucciso tante donne</p>
<p><strong>Come?</strong></p>
<p>Col pugnale</p>
<p><strong>E non le poteva pistolettare?</strong></p>
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		<title>Dicerie dell&#8217;untore</title>
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		<pubDate>Sat, 30 Jan 2021 13:37:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nell’ultima fase della sua vita, uno dei tormentoni preferiti da mio padre era: siamo nati per soffrire e ci siamo riusciti. Coerente al lascito paterno, ho cominciato l’anno meglio di quanto abbia finito il precedente. Se con l’infarto l’avevo scampata, ci ho riprovato col coronavirus. E, per non farmi mancare niente, qualche complicazione polmonare e ricovero d’urgenza. Sempre allo stesso ospedale, il Vannini, dove persino... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/dicerie-delluntore/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Nell’ultima fase della sua vita, uno dei tormentoni preferiti da mio padre era: siamo nati per soffrire e ci siamo riusciti. Coerente al lascito paterno, ho cominciato l’anno meglio di quanto abbia finito il precedente. Se con l’infarto l’avevo scampata, ci ho riprovato col coronavirus. <span id="more-9949"></span>E, per non farmi mancare niente, qualche complicazione polmonare e ricovero d’urgenza. Sempre allo stesso ospedale, il Vannini, dove persino le infermiere scafandrate sono simpatiche e il sottoscritto un cliente fidelizzato, uno del giro. Ho ritrovato pure il padre confessore polacco, ormai un amico.</p>
<p>Tutto inizia con certi dolorini scamuffi, poi il primo tampone, quello utile come un calcio alle palle. Ché dopo averlo fatto alla modica cifra di venti euro ti dicono che sei positivo ma non conta, devi farti l’altro, quello buono. Allora via al drive test mattutino, nel vecchio impianto di carni sulla Palmiro Togliatti. Un serpentone di macchine dall’alba, a sinistra quelli che vanno a farsi tamponare, a destra quelli che smerciano carnaglia, dopo il tramonto apre la macelleria transgender. Già in questa terra di nessuno, tra addetti in palandrana che gironzolano tra le macchine in coda a distribuire moduli rigorosamente cartacei da compilare a penna – dopo una marea di registrazioni e controregistrazioni online per avere la visita – ti rendi conto che entri in un mondo altro. Lunare. Dove i tempi si storcono, dilatano, e tu sei tra color che stan sospesi, come diceva il poeta.</p>
<p>Poi, prima ancora d’avere il responso, l’illuminazione della verità, il ricovero. I valori sballano, siamo in sofferenza polmonare, l’ambulanza col cordone sanitario. L’operatore che ti guarda e dice: macché, i suoi valori sono sbagliati, se non lo fossero io starei parlando con un fantasma. Benedette macchinette che ti trasformano in ectoplasma anzitempo. Nel calderone del pronto soccorso Covid, tra infornate di poveri vecchi dall’aria smarrita, incapaci di digitare al cellulare, abbandonati a sé stessi, imbozzolati nelle coperte di carta termica come tanti migranti. Tante caramellone giallo oro ripiene di sofferenza. Una torma d’addetti in tenuta lunare a darsi d’attorno, ognuno con la sua sensibilità: chi bestemmia e chi prega, e chi semplicemente fa il suo, a testabassa. Poi la dottoressa giovane e carina che nel cuore della notte ti spiega come e perché non sei più un fantasma. Poi l’anziano primario, un ometto che potrebbe essere il cugino buono di Babbo Natale e deve aver superato da due lustri l’età pensionabile, che con tutta la gentilezza del mondo ti spiega come e perché fai sempre a tempo a tornare fantasma.</p>
<p>Inizia una settimana di passione, come se finora avessimo scherzato. Almeno qui puoi stare senza museruola, in libertà. Pure l’ossigeno ti levano, ché stai una bellezza e andiamo a risparmio. Ché questo s’è capito, del virus: è su misura, a ognuno come gli pare. C’è chi s’è fatto dieci giorni di febbre da cavallo e s’è presa una polmonite coi fiocchi, chi non accusa un dolorino. C’è chi ci lascia la pelle e chi non becca manco un raffreddore. Tutti sotto botta, però. Fortuna viene il vaccino a livellare tutto, chi ha avuto e dato, in una sorta di pandemismo egualitario.</p>
<p>Intanto il pensiero va. Non al fantasma in te – che francamente, sor marchese, quando è l’ora… – ma a tutti quelli che hai potuto mettere nella peste senza volerlo, tantomeno saperlo. I contagiati in pectore. Per loro soffri, non per te, per i tuoi cari soprattutto. Per la santa donna che si danna a mandare avanti la baracca da sola, per i figli al 41bis. E ti viene da ridere quando ti dicono ma dove, ma come. Ecché volete. Solo nell’ultimo mese sarò uscito un’infinità di volte: 4-5. A farmi una birretta in piazza, persino. Pure di notte. Niente di più facile che il virus m’abbia seguito, poi si sia infilato sotto al letto per colpire nel bujo e nel sonno, come gli si addice. Ma queste sono dicerie d’untore, indegne a paragone di quelle del povero Bufalino. Stiamo ai fatti, e godiamoci quel che c’è. Stasera, lesso e coronavirus.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Sopra: il drive covid al centro carni della Palmiro Togliatti</em></p>
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		<title>La tregua è finita</title>
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		<pubDate>Fri, 16 Oct 2020 08:32:15 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Serve una nuova resistenza, al di fuori di categorie superate, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. Frammenti di un discorso letterario e politico a margine dell’ennesimo decreto Conte sul Covid. Negli ultimi tempi, prima del suicidio, Primo Levi era ossessionato da un’idea. La tregua, ripeteva, prima o poi finirà, sta finendo. Non erano tregua, per lui, i lunghi mesi di peregrinazioni dal lager... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-tregua-e-finita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Serve una nuova resistenza, al di fuori di categorie superate, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. Frammenti di un discorso letterario e politico a margine dell’ennesimo decreto Conte sul Covid.<span id="more-9896"></span> Negli ultimi tempi, prima del suicidio, Primo Levi era ossessionato da un’idea. La tregua, ripeteva, prima o poi finirà, sta finendo. Non erano tregua, per lui, i lunghi mesi di peregrinazioni dal lager nazista a Torino, passando per l’Est europeo. Tantomeno l’anno passato nel terzo campo di sterminio di Auschwitz, il nazifascismo considerato tragica parentesi nella storia del mondo, ma la vittoria su questo e la precaria pace raggiunta nel dopoguerra. Tregua destinata prima o poi a finire con l’affacciarsi d’un altro, e più pernicioso, tipo di fascismo. Un totalitarismo che avrebbe potuto fare a meno di randellate e camere a gas.</p>
<p>Le parole di Levi sono nell’aria, in questi giorni, trascinate dal particolato meglio del Covid. Le respiriamo, sono nella nostra testa. Sono dentro il cuore nero, o fucsia, o arcobaleno dell’Occidente. E, come sempre, l’Italia che tanto ha dato alla scienza politica dello scorso secolo, da Mussolini a Berlusconi, a Grillo, è all’avanguardia anche nel XXI. Piglia l’ennesimo decreto Conte, questo avvocaticchio catapultato per grazia divina e volontà dei poteri forti, più che della nazione, a capo del governo, e qui rimasto in virtù del più grande ribaltone della storia politica del Belpaese. Piglia la sua mascherata generale, brillantemente anticipata – persino superata, nel caso del Lazio e della Campania – da uno schieramento trasversale che va da Zingaretti alla scomparsa Santelli, passando per De Luca. Cioè dalla postsinistra alla neodestra, fino al governatore campano che solo uno sviscerato amante della commedia dell’arte all’italiana può allocare tra le file del centrosinistra. Vale a dire l’intero arco costituzionale, o quel che si definisce tale.</p>
<p>Diciamolo subito: fascismo e comunismo, schematicamente ridotti a destra e sinistra, sono categorie politiche superate che assumono la stessa valenza storica della contrapposizione tra Guelfi e Ghibellini, Goti e Bizantini. Non tanto e non solo perché ogni reale differenza tra gli schieramenti – la realtà fattuale, avrebbe detto il buon Machiavelli – s’è sciolta e confusa nel pensiero unico dominante, il conformismo acritico di cui la peste del politicamente corretto è il sintomo più evidente del male, come lo era l’ideologia ai tempi del politicamente impegnato. Quanto perché, nemesi della storia, il nuovo totalitarismo oggi si veste d’antifascismo.</p>
<p>Abbandonato non dico ogni pensiero critico, ma ogni pulsione logica, l’homo covidicus, già antifascista militante benché privo dei rudimenti della dialettica marxista, sempre nel giusto ancorché preso a calci dalla storia, è divenuto il più spietato persecutore d’ogni differenza, d’ogni intelligenza alternativa all’esistente. Partigiano d’un globalismo economico e d’un umanitarismo velleitario che nulla hanno a che vedere con l’internazionalismo proletario e la liberazione dell’umanità, manco con l’amore verso il prossimo o i rejetti. Butta secchiate di vernice sulle statue in nome d’un progressismo che cela il più bieco oscurantismo. Così la famigerata mascherina, bavarola che ognuno dovrebbe sprezzare in nome della logica e della libertà, è divenuta simbolo acritico del consenso generale, del rigore per amore del prossimo e di sé. Trend di consumo e tendenza di moda. Non c’è livello culturale o scolarità che tenga. Indossarla è divenuta quasi una bandiera per la sinistra, come toglierla sarebbe di destra (vedi le menate su Trump). Bella contraddizione, non certo la sola o maggiore.</p>
<p>Dietro la mascherata generale e l’invito alla delazione, dietro al ricatto della salute c’è questo, una nuova forma di controllo sociale, non certo frutto delle menti d’un Conte o d’uno Zingaretti, servi più o meno ligi al proprio ruolo in un sistema – quello del capitale globale nella sua fase preterminale, detto in rima, o Cgp – che ogni giorno di più annienta le nostre vite e il nostro lavoro, affetti e socialità. E al covidiota, evoluzione dell’italiota, al conformista antifascista o interclassista, o neofascista, va bene così. Naviga beato tra palate di merda sempre più grossa. Per tema del peggio ingoja il peggio, secondo l’arcinota legge della rana bollita. L’umano si fa disumano ma non coglie l’evidenza dell’incongruenza. Il problema delle libertà negate non lo sfiora, sommerso dalla disinformazione martellante, dispensatrice della paura che annega ogni residuale capacità cognitiva e resistenziale.</p>
<p>La neolingua, impasto d’inglese d’accatto ripetuto a pappagallo, è funzionale allo scopo, veicolo del nuovo sentire collettivo. Lockdown non ha la stessa valenza di confinamento sociale. Nel rovesciamento semantico e concettuale negazionista, sovranista, complottista, anziché aggettivi connotativi ed elementi di riflessione sono termini di dileggio mutuati dalla grande narrazione imperante, trasversale e progressista. E il fantasma del nemico prende forme orizzontali, come già durante la strategia della tensione e assai prima, per salvaguardare il conflitto verticale che la neolingua maschera e la paura inibisce. La vera lotta di classe in atto tra i pochissimi che hanno sempre più, a danno dei più.</p>
<p>Guardare le statistiche di chi ha fatto miliardi a palate in questi mesi e chi ha perso tutto o quasi non fa cogliere il nesso. Il virus che viene dall’Est è un castigo di Dio, anzi cinese, non c’è relazione alcuna coi profitti dell’antivirus allo studio da anni, con benefiche fondazioni pronte a smerciarlo, finanziate dai neopadroni della terra e del vapore. Si tratta solo d’aspettare la conta dei morti, per convincere gli ultimi ottusi. Contano gli infetti, asintomatici cioè portatori sani, altra trovata geniale a dispetto d’ogni buonsenso. Contano i morti, appunto, anche se nessuno sa le vere cause dei decessi, visto che nessuna autopsia è mai stata fatta e nel dubbio tutti nella fossa comune, come Leopardi ai tempi della peste. Si chiuda tutto anche se nessun comitato scientifico l’ha mai richiesto, ma solo virologi per burla pagati a peso d’oro per le loro vacue comparsate. S’evitino carezze e baci a vecchi e pargoli, sempre più soli e fuori di testa, come ormai tutti. Si giri in maschera anche se non c’è nessuno all’orizzonte, si prendano le scale anziché l’ascensore, rigorosamente in maschera. Ogni idiozia è bevuta come acqua fresca e se un medico spiega, dati alla mano, che la bavarola è utile contro il virus quanto la canottiera contro una fucilata – come già l’Oms della prima ora – è un dispensatore d’odio e follia. Ma si crede a ciò che si vuol credere, alle favole come ai complotti, e nessuna alternativa è possibile per chi vuole sbattere la testa sempre allo stesso muro. Qualche avvertenza, però, inutile a scalfire certezze e pochezze.</p>
<p>Non si creda che, passati questi, altri figuri e comparse siano migliori e diverse. Il Salvini calante, già baubau fascista per eccellenza, o la Meloni ascendente, neofascista doc, sono tutto fuorché antisistema, hanno le mani legate e peggio, al massimo possono sbavare con la mordacchia alla bocca. Il problema è di sistema: il superamento della democrazia nelle forme (fintamente) costituzionali e conosciute. La tecnologia, non la democrazia, serve al Cgp – meglio, una tecnologia falsamente democratica – come destra e sinistra non rappresentano più le forze sociali di riferimento, venendo meno la contrapposizione delle classi d’origine. Non certo la lotta di classe in sé, resa anzi più feroce dall’incrudelirsi delle condizioni di vita e sociali dei ceti medi, dalla generale precarizzazione. Gli spezzoni alternativi che si muovono in ordine sparso, dopo la frantumazione dei Cinquestelle – che merita un discorso a parte, come la nemesi della sinistra – sono una meteora, una via di scampo in mancanza d’alternative praticabili, sfogo d’una lotta politica dove il gesto di fattura anarchica, tacciabile di terrorismo, torna l’unica via possibile per scardinare l’esistente. Un salto indietro di secoli, all’origine della rivoluzione industriale, perché la rivoluzione industriale è finita, scardinata dall’hitech e domani dalla robotica. Dove il capitale globale sarà al suo stadio terminale, poiché si passerà dal disumano all’inumano.</p>
<p>Ma queste son fole apocalittiche. Tutto questo prima o poi finirà, dicono l’anime belle, arriverà un bel vaccino e si tornerà a vedere la luce come il povero Ciaula della novella pirandelliana. Passata la pandemia, fra qualche mese o un anno, tutto tornerà come prima. Illusi. Passata questa ne verrà un’altra, o qualcos’altro da accettare nel nome dell’ineluttabile e del progresso, da mettere sotto controllo, come dissenzienti e retrogradi, con un bel vaccino ad hoc o un grazioso chip sottopelle. Faccio mie le parole dell’avvocato milanese Carlo Prisco, nel pool della settantina di legali che cercano – con poco successo, a dire il vero – di difendere i malcapitati dalle vessazioni decise dal governo a furia di decretazioni d’urgenza, illegittime e dal profilo anticostituzionale. «La gente non ha ancora capito che non si tornerà mai più alle forme d’aggregazione sociale alle quali eravamo abituati». Avremo lo smart working al posto del lavoro e dei diritti, la spesa online invece delle file sotto casa, la videochiamata coi famigliari e col vicino. Un qualche reddito di sussistenza, tanti bei canali tematici sulla tivù non più generalista. Potrete sempre darvi di gomito, a distanza. E dirvi antifascisti, o quel che vi pare, cittadini modello. Scordatevi feste in casa e moti di piazza, mascheratevi pure al cesso, per il vostro bene e dei vostri cari. Ai più va bene così, non ditelo complotto che è roba becera e d’antan. Al più, dittatura, ergo volontà, della maggioranza. Chi non ci sta si prepari a una nuova resistenza. Fuori dalle categorie esistenti, ché il mondo nuovo ha già aperto i cancelli. La tregua è finita, e sui lager sta scritto: “Andrà tutto bene”.</p>
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		<title>Dal muro della vergogna al muro dei senza vergogna</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Nov 2019 06:54:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[Berlino]]></category>
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		<description><![CDATA[Una notte di novembre di trent’anni fa, giorno più giorno meno, veniva giù un muro. Il muro della vergogna, era stato ribattezzato, e divideva non solo materialmente Berlino e la Germania ma idealmente l’Europa, divisa in blocchi, il mondo della guerra fredda. Tirato su in tuttafretta una domenica d’agosto di trent’anni prima, per frenare l’emorragia di berlinesi che dall’Est trasmigravano all’Ovest, quel muro era divenuto... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/dal-muro-della-vergogna-al-muro-dei-senza-vergogna/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/11/EI6_KL6XsAUviBU.jpg-large.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9611" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/11/EI6_KL6XsAUviBU.jpg-large-300x169.jpeg" alt="ei6_kl6xsauvibu-jpg-large" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Una notte di novembre di trent’anni fa, giorno più giorno meno, veniva giù un muro. Il muro della vergogna, era stato ribattezzato, e divideva non solo materialmente Berlino e la Germania ma idealmente l’Europa, divisa in blocchi, il mondo della guerra fredda. <span id="more-9610"></span>Tirato su in tuttafretta una domenica d’agosto di trent’anni prima, per frenare l’emorragia di berlinesi che dall’Est trasmigravano all’Ovest, quel muro era divenuto simbolo d’ogni separazione. L’averlo buttato giù, aver messo fine a quella violenza umana e politica in modo persino incruento, ha rappresentato nella grande narrazione occidentale un grandioso momento di liberazione universale dalla barbarie, la fine del massimo abominio della storia (non più) contemporanea, quale il comunismo realizzato in Urss.</p>
<p>Una caterva di celebrazioni si sono snocciolate in questi giorni per rimarcare la fine di quell’abominio, la restaurazione del dominio del bene e del logo del dollaro nel mondo (restano, qua e là, sacche di resistenza, è vero, ma sono perlopiù riserve buone a coltivare nostalgie ideologiche e voglie turistiche). Nel profluvio dei commossi ricordi, spicca un post del Pd, erede del Pci, figlioccio degenere di quel partito comunista che di lì a poco avrebbe ammainato la bandiera rossa al Cremlino. Dove un liberatore piccona un brano di muro, tra il plauso dei presenti, mentre sotto campeggia la scritta: contro ogni muro, sempre. Perfetto omaggio al politicamente corretto e allo spirito dei tempi, a disdoro di quanto politicamente fatto e avallato a suo tempo.</p>
<p>Poco importa che sulle macerie di quel muro siano fioriti altri muri e barriere, a dozzine, di tutt’altro segno; che i venti della guerra fredda siano tornati a soffiare imperiosi tra l’Est e l’Ovest, senza manco l’appiglio d’una qualche ideologia se non la mera volontà di potenza. Poco importa che nel bazar delle rievocazioni sia mancata una seria ricerca storica – la storia, questa sconosciuta – fuor di vulgata. Dove si rammenti e si faccia luce, ad esempio, sulle dinamiche di quel crollo, e sul crollo del comunismo nei paesi dell’Est e a Mosca, di lì a poco.</p>
<p>Sarebbe utile, cioè, fare i conti con la fine di un’epoca rimettendo assieme i pezzi d’un puzzle che parte dagli occhi sbarrati di Schabowski, portavoce del governo della Ddr, quando la fatidica sera del 9 novembre ‘89, presentando la legge del nuovo esecutivo, appena varata, in una conferenza stampa internazionale in diretta tv, cade nello sfondapiedi del corrispondente Ansa proclamando urbi et orbi che ognuno poteva spassarsela di là dal muro, “ab sofort”. Da quel momento. Tempo poche ore e già i primi picconi tiravano giù il muro. Ricordo i nostalgici canticchiare: Ceausescu tieni duro, ricostruiremo il muro, prima che il vento della storia soffiasse via un altro pezzo di puzzle a Bucarest, con la prima rivoluzione eterodiretta del dopomuro, ai danni di due poveri vecchi.</p>
<p>Un puzzle che vede la Jugoslavia andare in pezzi e il pezzo centrale incastrarsi sulla Piazza Rossa, col golpe fasullo dell’agosto ’91, a uso e consumo dei media occidentali. Buono a far salire su un’autoblindo “golpista” davanti al Parlamento – la cosiddetta Casa Bianca moscovita, la stessa che due anni dopo avrebbe fatto prendere a cannonate dai carrarmati con un vero colpo di stato, con oltre 600 tra morti e feriti, prima d’essere eletto presidente – un traballante Eltsin, gonfio di vodka e di paura, per cianfrugliare alla folla frasi sconnesse. Utili a togliere a quel pasticcione di Gorbaciov le scene, relegandolo nel bugigattolo della storia.</p>
<p>Gorbaciov. L’ultimo segretario del partito comunista sovietico, nonché presidente dell’Unione delle repubbliche socialiste che alla fine di quell’anno avrebbero chiuso i battenti. Ultimo pezzo d’un puzzle andato in pezzi. Gorbaciov che a pochi mesi da quell’ammainabandiera – pur’esso in diretta tv internazionale, coi fiocchi che cadevano nella notte di Mosca, tra i piedi dei pochi che li battevano nella neve gelata, naso all’insù – si dava a pubblicizzare Pizza Hut e le borse Vuitton, mentre ripercorreva con sguardo schifato il muro. Gorbaciov, premiato col Nobel per la pace e più solidi argomenti dall’Occidente riconoscente; costretto all’esilio dorato in Svizzera ché se lo rivede dalle sue parti la gente lo schioppa. Gorbaciov che a quasi trent’anni da allora, in questi giorni, ha ammesso – bontà sua – di non avere capito quasi niente di cosa accadesse allora.</p>
<p>A fargli il verso, quasi con le stesse parole, l’altra perla del mazzo già comunista, poi postcomunista: l’Achille Occhetto a cui l’Occidente, e men che meno i suoi ex compagni, non hanno manco tributato gli onori cui si dovevano per aver affossato il Partito comunista italiano. Un’impresa che, buon ultimo, Renzi porterà a buon fine prossimamente e compiutamente, con buona pace degli eredi del Pci togliattiano. Come si sia passati dal muro della vergogna al muro dei senza vergogna, interpretando ruoli diversi eppure gli stessi, come un Fregoli del palcoscenico, è un vero rompicapo del puzzle. Come i gruppi dirigenti dei più grandi partiti comunisti al mondo – il russo e l’italiano – abbiano smantellato per insipienza o oculato disegno i rispettivi partiti è cosa che riguarda i pezzi a margine del puzzle e la storia nel suo complesso, tutta da scrivere.</p>
<p>Qui può solo dirsi, da ultimo, che nessun tentativo di rimettere i pezzi nella scatola della storia potrà essere fatto se non tiene conto di una precondizione. Smettere di usare le categorie mentali dell’avversario per non confondere di più i più e sé stessi. Smettere di pensare, lupus in fabula, che i senza vergogna siano una forza di sinistra, progressista, anziché fattivamente reazionaria e al soldo (non solo metaforicamente) di forze potenti e neppure occulte. Una forza non solo antiproletaria ma antiborghese, nel momento storico in cui la rotta di classe accomuna ceti popolari e ceti borghesi, presi nella comune morsa del precariato. Smetterla, prima di tutto, di pagare dazio alla neolingua funzionale al pensiero unico dominante che spaccia lucciole per lanterne, schermaglie d’una retroguardia marcia per luminose lotte d’avanguardia.</p>
<p>Quel Barbaro dominio contro cui il fascista Paolo Monelli si scagliava linguisticamente dalle ridotte di El Alamein, prima della rotta e di cambiar casacca, oggi non è più degli esotismi e dell’esterofilìa, essendo l’americanizzazione del quotidiano avanzata ben oltre nello Stivale già dantesco. I nodi di resistenza devono essere anzitutto verso parole e concetti che deprivano di senso la realtà dei fatti, impedendo di scorgere il vero nemico nella lotta di classe – chiamatela del basso verso l’alto, se vi pare più alla moda – che imperversa più feroce che mai. La vera libertà, che sotto le macerie di quel muro non è affatto risorta, passa attraverso questo imperativo categorico, etico più che kantiano. Il potere della parola va usato contro questo dominio, più barbaro e feroce che mai, a cui siamo assuefatti e perciò tanto più difficile da scorgere e abbattere. Assai più di certi muri.</p>
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		<title>La bambolina del capitale</title>
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		<pubDate>Thu, 31 Oct 2019 11:19:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È di qualche tempo fa la notizia della prima bambolina genderfree in commercio. Ammannita al volgo da parte della premiata ditta Mattel, permette di smembrare a piacimento le varie parti del corpo, parrucche e vestitini, colore della pelle e quant’altro, mescendo alla rinfusa generi e razze, come l’ideologia gender raccomanda e il pensiero unico dominante comanda. “Creatable world”, un mondo creabile, su misura, è stata... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-bambolina-del-capitale/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È di qualche tempo fa la notizia della prima bambolina genderfree in commercio. <span id="more-9580"></span>Ammannita al volgo da parte della premiata ditta Mattel, permette di smembrare a piacimento le varie parti del corpo, parrucche e vestitini, colore della pelle e quant’altro, mescendo alla rinfusa generi e razze, come l’ideologia gender raccomanda e il pensiero unico dominante comanda. “Creatable world”, un mondo creabile, su misura, è stata chiamata la trovata commerciale che la megazienda statunitense assicura partorita da un team di genitori, medici e bambini, per una libertà &amp; creatività senza limiti e confini. Il kit è in vendita su Amazon a meno di 50 euro, e l’approssimarsi delle feste è occasione quanto mai propizia per consentire ai piccini di giocare “in modo più inclusivo” di quanto fatto finora.</p>
<p>La public company di giocattoli con sede in un sobborgo di Los Angeles, nella California paradiso d’ogni progresso e libertà, non è nuova a trovate del genere. Dalla mitica Barbie al soppresso Big Jim, dai misconosciuti “actions heroes”, soldatini progenitori degli action figure, commercializzati alla metà degli anni Settanta e riecheggianti le gesta degli “eroici” marines in Vietnam (e chi scrive non ha avuto il buonsenso di conservare, per la gioia dei collezionisti di tutto il mondo), alle nuove Barbie nere in carrozzella, eroine portatrici d’handicap e diritti civili – a quando la commercializzazione della dolce Greta? – la Mattel è da sempre l’avanguardia commerciale, l’apripista ossequiante del pensiero dominante made in Usa.</p>
<p>Ma non sono più i tempi della soave Barbie e del suo muscoloso amico Big Jim, peraltro d’assai minor fortuna, non è più tempo d’eroi ammazzavietcong. Così la compagnia s’adegua, in pole position nel fiutare i cambiamenti, nell’orientare i gusti dei consumatori. Va da sé che qui non è in gioco il gusto, la creatività d’un gioco frutto d’una scelta pedagogica tanto sballata quanto vincente. La bambolina plurisesso è segno d’un preclaro disegno. Guai a vederla come un gioco di libertà più o meno innocente, come indulge a fare anche Avvenire, organo della Cei, in uno dei pochi articoli fuori dal coro mainstream. Nell’epoca d’oro del capitale totale – di cui Mattel è membro a pieno titolo – che ha trasformato pure l’eros in merce globale, il genderismo è l’ideologia d’un mondo deprivato d’ogni senso e sentire, dell’umano in toto, nullificato in attesa del cupio dissolvi.</p>
<p>La confusione suprema tra differenza sessuale, duale per logica e natura, e pulsione sessuale, in cui ognuno è libero di fare quel che crede, è propria del genderismo spacciato per progressismo. La bambolina genderfree rappresenta come meglio non si potrebbe il nuovo ordine erotico vigente, per dirla come Fusaro. L’imperativo categorico e assai poco kantiano di precarizzare ogni sentimento, la vita affettiva oltre quella lavorativa, a dannazione degli esclusi ai quali, come diceva Huxley nelle illuminanti pagine del Mondo nuovo, la neodittatura del capitale globale è ben felice d’accordare ogni libertà sessuale e civile a scapito dei diritti sociali e della reale libertà politica ed economica.</p>
<p>Che la sinistre fucsia, corifèe delle nuove libertà del capitale, dell’uomo smembrato, precarizzato e asessuato, genderizzato e gentrificato, siano le serve sciocche di tale progresso, è nell’ordine delle cose, è la nemesi della storia. Anche se resta un capitolo della scienza politica e storica tutto da scrivere quello che ha portato gli eredi del partito comunista più grande e stalinista del globo, Urss a parte, a divenire una sorta di partito radicale sempre meno di massa, di democrazia cristiana più laida che laica. Agl’imbecilli che sorridono ebeti auspicando un tale progresso ficcandosi nell’occhio il dito che indica la luna, è bene ricordare che qui non si discute di libertà sessuali. Del proprio corpo di cui ognuno è signore e padrone, nel rispetto dell’altro. Qui è un nuovo (dis)ordine mondiale che si va costruendo, a pezzi di bamboline e d’altre armi meno innocenti. Ma dal quarto stato al terzo sesso il passo è ormai fatto e ognuno sarà libero di ficcarsi il dito nell’occhio, anziché guardare la luna, o altrove per meglio godere.</p>
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		<title>La storia siamo noi, ma noi dove siamo?</title>
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		<pubDate>Sat, 27 Jul 2019 13:55:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Le parole sono pietre]]></category>
		<category><![CDATA[cancellazione]]></category>
		<category><![CDATA[cultura]]></category>
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		<description><![CDATA[Note a margine del dibattito sulla cancellazione dell’insegnamento della storia La storia siamo noi, cantava quel tale. Siamo noi finiti in un fosso, a spararci addosso, ma a salve, perennemente in bilico tra guelfi e ghibellini, Carole sì, Carole no. Era d’aprile quando un trio di letterati: uno storico (Andrea Giardina), una senatrice (Liliana Segre) e uno scrittore (Andrea Camilleri, buonanima), si appellavano al ministro... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-storia-siamo-noi-ma-noi-dove-siamo/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/balletto-di-muse.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9501" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/07/balletto-di-muse-300x125.jpeg" alt="balletto-di-muse" width="300" height="125" /></a></p>
<p>Note a margine del dibattito sulla cancellazione dell’insegnamento della storia<span id="more-9500"></span></p>
<p>La storia siamo noi, cantava quel tale. Siamo noi finiti in un fosso, a spararci addosso, ma a salve, perennemente in bilico tra guelfi e ghibellini, Carole sì, Carole no. Era d’aprile quando un trio di letterati: uno storico (Andrea Giardina), una senatrice (Liliana Segre) e uno scrittore (Andrea Camilleri, buonanima), si appellavano al ministro del vil governo gialloverde perché non si cancelli lo studio della storia, fondamentale alle patrie fortune. All’appello, veicolato dall’organo di vigilanza della Matrix europeista di rito pieddino che risponde al nome di Repubblica – sì, proprio il quotidiano fondato coi soldi della Cia per mettere un freno alla stampa rossa e oggi, nemesi della storia, annoverato tra i giornali “di sinistra” – rispondono oltre un migliajo di firmatari. Storici e intellettuali della più bell’acqua. Nessuno tocchi la storia, magistra vitae eccetera.</p>
<p>Avendo fin da piccino un’insana passione per la medesima, contratta a dosi massicce di battaglie di soldatini sui campi paterni eppoi coltivata, viavia, sugli scaffali d’una biblioteca storica alimentata con migliaja di volumi; avendo perdurato nell’insana passione con una laurea in storia, divulgandola su articoli e saggi; avendola, buon ultimo, addirittura insegnata in un istituto scolastico, dico la mia a bocce ferme e prove di storia alla maturità (s)cancellate.</p>
<p>Cominciamo dalla fine: l’insegnamento della storia. Che si tratti d’istituti professionali o atenei, scuole pubbliche o private poco importa, il maremagno in cui naviga il barchino della storia è lo stesso. Ragazzi che se la ridono se chiedete quali libri abbiano letto – giornali manco a parlarne, per quel che valgono. Neanche più la televisione vedono, qualche filmatino online, ma breve eh, tipo videogiochi, ché davanti a un film o a un documentario s’addormono. Sempre coi cellulari accesi, vieppiù a lezione, e i cervelli spenti. Come ogni under 70, del resto. A ragazzi così, venuti dai quattro angoli del globo e dal suburbio della periferia, immenso nulla urbanizzato, nativi digitali per i quali la guerra del Vietnam ha la stessa valenza e distanza delle guerre puniche, voi che di mestiere fate i divulgatori (formatori?) dovete insegnare la storia. Uno spasso.</p>
<p>Partiamo dai libri. Testi che parlano d’Achille, d’Enea e d’Odisseo, classici del canone occidentale, capisaldi del pensiero giudaico cristiano. Opere che narrano le vicende – reali più che mitiche, come Schliemann e dopo di lui Strauss hanno dimostrato – d’una masnada di predoni Achei come portatori di civiltà. Il maggiore evento bellico dell’età del bronzo, la guerra di Wilusa, Ilio o Troia che dir si voglia, madre di ogni conflitto e impostura. Enea e Ulisse, traditori e cialtroni matricolati, idealizzati in eroi indomiti, fondatori di civiltà dove la rapina, non l’impegno; la sopraffazione, non la condivisione, sono ideali fondanti. E non è un discorso di genere, ché sotto le mura di Troia combatterono pure le amazzoni. Quelle vere.</p>
<p>Saltiamo i millenni, risparmiamoci guerre di civiltà e di religione, conquiste e miti del progresso e della tecnologia, arriviamo all’oggi. A libri che narrano il conflitto di classe come motore della storia o, peggio, di fine della storia non essendoci più classi in conflitto. Ripulite gli scaffali, questi libri fanno solo polvere. La storia è andata oltre e i ragazzi degli anni Zero lo sanno. Lo sentono, come le bestie fiutano odori che non percepiamo. Non gliene può fregare di meno e hanno ragione, la storia che raccontano questi libri è come quella d’un vecchio rincitrullito che si parla addosso e non ascolta più nessuno, sempre la stessa e sballata.</p>
<p>Allora questi libri è meglio levarli di mezzo, come i compiti. Optare per una qualche storia comparata, ché la storia eurocentrica ha fatto il suo tempo e di quella nazionale è meglio tacere, dare spazio alla contemporaneità e al futuro. Potete portare ogni deficienza alla sufficienza piena, salvo vederla regredire in un fiat. Ché l’altro aspetto del cambiamento genetico in atto è una soglia d’attenzione minimale – ancora prima dell’era tecnologica era di qualche minuto – e una soglia di connettività regredita al neanderthaliano. Nessuna capacità mnemonica. Uno spasso. Potete passare nottate a rielaborare schede e dispense che non leggeranno né capiranno. Mappe concettuali per dislessici – molti hanno una qualche disfunzione cognitiva o comportamentale, fa tendenza come il transgender – che dopo un po’ vi fanno guardare con un misto di sospetto e repulsione i libri accatastati in casa, sognare quel che il poverocristo di Degan fece nel capolavoro di Olmi, Centochiodi: tirarli giù dagli scaffali e inchiodarli a terra, non servono più e manco fanno curricula. Dalla cliofilia si è passati alla cliorrea, per dirla come l’ottimo Rossano Pisano.</p>
<p>Insomma, la faccenda della storia ricorda un po’ quella dell’euro. Il problema non è la lira, il dollaro o il tallero, ma una moneta non sottratta al controllo pubblico, cioè d’uno stato sovrano, piuttosto che a gruppi di strapotere finanziario privati, al turbocapitalismo globale nel suo stato terminale, qual è quello che spadroneggia in questa fase storica in Europa e oltre. Il problema è cosa insegnare prima che come, non menarsela con i blabla. Uscire da letture e visioni stereotipate, eurocentriche. Anche la chiesa, eleggendo papa Bergoglio, ha mostrato come il presente, tantomeno il futuro, non sia più di casa più in Europa. Uscire dalla grande narrazione della storia ufficiale. Disinfestarsi dalla peste ideologica del secolo passato, l’ideologia qualesia, e guardare al nuovo che avanza. O meglio arretra. Per capirlo, prima di abbracciarlo o avversarlo.</p>
<p>Azzardo: due tendenze sono sopravvissute al Novecento, secolo dei totalitarismi spazzati nel nome del profitto. Neppure il marxismo, o comunismo che dir si voglia, se non nella sua variante statale sinocapitalista, e nei suoi cascami di nicchia, ininfluenti. A malapena vivacchia il materialismo storico di cui è il portato politico, come insegnavano storici quali Hobsbawm e Ginsborg, Anderson e Romano, numi tutelari. Entrambi i fenomeni, antichi e davvero globali, hanno dato la stura alla prima religione rivelata, cioè profetizzata: lo zoroastrismo, di cui il cristianesimo è sintesi occidentale, mediata attraverso il giudaismo da Paolo di Tarso.</p>
<p>La prima è vecchia come il cucco. Popolazioni nomadi in armi, masse trasmigranti da un continente all’altro, hanno abbattuto antichi imperi, da un capo all’altro del globo, dalla Cina a Roma, che parevano e si sentivano immortali. Ci sono voluti secoli perché si ricomponesse il tessuto sociale, artistico, culturale, messo in crisi da quel disastro globale. Si è dovuti giungere al Duecento perché un mastro pintore, Giotto, abbozzasse la figura come ai tempi di Roma. Il nostro presente, e soprattutto il futuro, sarà caratterizzato dalle medesime migranze e (con)fusioni. Una storia vecchia come il mondo, appunto. Popolazioni nomadi contro popoli sedentari. Con la differenza che, stavolta per la prima volta, il pensiero dominante non osteggia ma favorisce tale penetrazione con ragioni etiche. Una mercificazione umanitaria.</p>
<p>L’altra è una relativa novità. Alla metà del Novecento, dopo il Secondo conflitto mondiale, nell’indifferenza se non nel giubilo generale s’è dissolta la civiltà contadina, ovunque nel mondo e in particolare nel vecchio mondo. Al portatore d’aratro e di spada s’è sostituito l’omino industriale &amp; digitale, parafrasando Baricco. All’attività primaria, dominante per millenni, che ha determinato le forme di proprietà, produzione e cultura per ottomila anni, si sono susseguiti per pochi decenni attività secondarie e terziarie, industria e servizi, a loro volta in crisi e in via di superamento dalla rivoluzione industriale prossima ventura. La nona, per dirla come Attali. Come la nona porta, oltre la quale c’è il male assoluto, o il nulla. Altro oltre l&#8217;umano.</p>
<p>La robotica, lungi dall’essere la liberazione universale che permetterà all’uomo di sottrarsi all’alienazione del lavoro, rappresenterà per la stragrande maggioranza della popolazione occidentale la semplice espulsione da ogni lavoro possibile, riducendola alla peregrinazione verso occupazioni saltuarie, di mera sussistenza. Dove il reddito di cittadinanza sarà una necessità, non un tema di dibattito come la cancellazione dell’insegnamento della storia. Anche la famiglia, la più grave tragedia che ha colto l’umanità dalla distruzione d’Atlantide, o quel che ne resta, sarà spazzata via dall’etica nomadista e transgender, funzionale al nuovo ordine mondiale. Mai più diritti sociali, bastino i diritti civili a rendere liberi e precari, a vita.</p>
<p>Il luminoso quadretto non sarebbe completo se non s’approntasse una bella guerra per espungere le masse da un mercato che può farne a meno. All’orizzonte ottico ve ne sono d’infinite, prodromiche al confronto tra l’impero del bene nordamericano e i sempiterni babau d’Occidente, Russia e Cina. Gli strateghi vedono come data cardine la metà del XXI secolo – per la Seconda guerra mondiale era il ‘42, l’Asse si fece fregare anticipando le mosse di pochi anni – e ci siamo.</p>
<p>Una bella guerra mondiale – chiamatela terza, se volete – spazzerà via di tutti un po’, dando presumibilmente vita a un mondo multipolare dove l’impero nordamericano non sarà che uno dei tanti scatafasci d’una storia a perdere. La storia, rieccola. In questo vademecum del presente, breve storia del futuro dove la speranza è riposta nella fede, e peggio per chi non la tiene, chi dovrà raccontarla o insegnarla a generazioni bruciate ai blocchi di partenza dovrà rappezzarsi tra cumuli di cadaveri e di menzogne, sogni e speranze in cenere. Soprattutto, dovrà interpretarla fuori dalle visioni di comodo delle narrazioni ufficiali. Altrimenti è meglio fare come gli Etruschi: non ricordare niente, tanto si è condannati all’oblìo e agli stessi errori lo stesso. Ma nel si salvi chi può a venire bisognerà pure che qualcuno, qualcosa si salvi. Anche perché la storia fa larghi giri ma poi torna al punto d’origine, come ben sanno a Oriente. Intanto continuiamo a spararci addosso, ma rigorosamente a salve, a colpi di caroline e gretine, in attesa dell’Apocalisse. Che, come dice il termine greco, significa rinascita, non fine.</p>
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