Le parole sono pietre
Frammenti di un discorso politico nel parcheggio di un McDonald’s sul Gra, aspettando l’ora di cena L’altra sera ho assistito alla fine di una civiltà. Irrimediabile, irreversibile. La fine della civiltà umana. Non solo occidentale: umana tout court. Mi è sfilata innanzi con naturalezza trasparenza indifferenza, come tutte le morte cose che giungono alla fine senza neppure degna sepoltura. Talmente palmare da doverla raccontare. Ero in attesa d’un amico per cena, un dì feriale, nel parcheggio d’un MacDonald ai margini d’una consolare, sul Gra, fianco a un ristorante di pesce chissà perché allignato lì, con vista sul traffico del raccordo anulare, nell’ora del rientro dal lavoro. Tardo pomeriggio, quando la calura accenna appena a dare tregua. In attesa dell’amico, dal parcheggio del casolare d’una vecchia tenuta agraria, divenuto ricettacolo d’antichità più o meno fasulle col tracollo della civiltà contadina, frequentato in giovinezza e il cui ricordo dava all’attesa un vago senso di nostalgia, poi trasformato in punto ristoro Mac nell’ultimo ventennio, assistevo all’ininterrotta sfilata di macchine. Sosta al punto uno, ordina il cibo. Punto due, ritira la merce. Punto tre, pagala. Non era l’ora dei pasti, non nei nostri lidi mediterranei, ma la fila era senza soluzione di continuità. Anche all’interno del locale c’era già chi mangiava, benché il sole fosse ancora alto e l’ora della merenda, o dell’aperitivo come usa dirsi, più che di cena.
Alla sfilata c’erano tutti
Alla sfilata ce n’era per tutti i gusti: dalla giovane coppia ai nonni coi nipotini, dall’operaio a fine giornata alla ragazzotta in tenuta da palestra, dai padri ai figli, dai vecchi ai giovani. E le macchine erano per tutte le tasche, fuoriserie e furgoni, nuove ibride e vecchie glorie. Tutti in fila a ordinare, ritirare, pagare e via. La vecchia Skoda, dietro la siepe dove s’era in attesa, pareva godersi la sfilata e stupire pur’essa. La gran parte delle macchine sfilava via ma c’era chi, più coraggioso frettoloso o affamato, s’infilava nel parcheggio a sbranare il suo McBurger, finestrini alzati e aria condizionata accesa, senza degnare d’uno sguardo i vicini in sosta, senza manco togliersi il cappelletto o spegnere il cellulare. Tutti o quasi con l’immancabile cappellino da baseball, il tatuaggio in bellavista, la scarpa ginnica di marca rigorosamente slacciata, le brache calate fin sotto le chiappe i più giovani e attenti alla moda. Tutti diversi eppure uguali, uomini donne e altro, giovani e non più tali, immigrati di terza generazione o borgatari doc, lo stesso sguardo vacuo e indifferente che diresti vuoto e innocente se non fosse traversato da lampi di perdizione, stessi abiti postura parole.
Amerikani sempre avanti
Era il 1955 quando tal Ray Kroc, uno che col nome così poteva fare il personaggio dei fumetti e invece era un rappresentante di frullatori, ebbe la geniale idea di fare del punto ristoro aperto in California prima della guerra da due fratelli d’origini scozzesi un brand, o meglio marca, mondiale. L’icona del panino mordi e fuggi. Nello stesso anno il vecchio Walt inaugurava il primo parco a tema della Disney, e bastano questi due eventi a dire quanto fossero avanti l’amerikani rispetto a tutti e ai sovietici, impelagati nella destalinizzazione. Ma già da un ventennio un altro genio d’Amerika aveva tirato su, con un telo tra due macchine, il primo drive in della storia. S’era nel ‘33, i nazisti stavano prendendo il potere in Germania e l’Europa correva il rischio di marciare a un altro passo rispetto alle Stars & Stripes forever di Philip Sousa, e invece. Vale per i nazi quanto sopra pei russi.
La vittoria vera dei vincitori
Povero Belpaese nostro, amerikanizzato nel profondo, dove a ottant’anni suonati dalla fine della guerra in cui credevamo di fregare gente di tal fatta, e poi d’averla vinta, sol perché finita dalla parte di chi l’ha vinta, siamo ancora al servizio dei vincitori. Hai voglia a pagare rate, il mutuo ai liberatori non s’estingue mai. Liberarsi dai liberatori, e dall’Europa intera ai loro piedi, sarebbe l’imperativo categorico, per dirla come Kant, di qualunque governo attento agli interessi del paese e del continente, altro che la pantomima dell’alternanza destra sinistra, buona per il pubblico alla balconata. La vittoria vera dei vincitori angloamericani è stata questa: aver mandato i cervelli all’ammasso più e meglio di quanto avrebbero fatto quegli altri ai quali strizza l’occhiolino bello la serva Melona, e reso il pensiero un reato di leso conformismo, per citare l’illuminante saggio di Paolo Crepet. Fino a mandarli in pappa del tutto con la demenza artificiale, in attesa della mazzata robotica finale. E noi come stronzi rimanemmo a guardare, come recita il capolavoro di Pif.
L’Illinois di casa nostra
Ma torniamo a noi, in attesa nel parcheggio del McDonald’s. All’impasto d’idiotismo amerikano e grullismo spacciato per furberìa italica che siamo diventati. Finalmente l’amico arriva e si va a cena. In un posto in aperta campagna, in Sabina, dove tutto è come una volta, ai tavoli con la tovaglia a quadrettoni sotto la veranda le portate s’accompagnano a un vinello casareccio e un bell’odorino di stallatico, le volpi fanno la serenata ai polli da presso e le ranocchie cantano dal fosso. Pure la cameriera ucraina è la stessa di trent’anni fa, assai più agée. Solo il conto è diverso, una piotta secca in due. Torniamo, storditi ma sereni, al parcheggio del McDonald’s a notte fonda. Una ridda di ragazzotti in moto e giacche di pelle stanno in attesa nel parking car, come fossimo in Illinois sessant’anni fa. La gente fa ressa alla cassa, dove per un ventino sbrani il tuo panino e ti danno pure una bella bibita colorata. La prossima volta restiamo a cena qua. Ché siamo fuori dalla civiltà, ma a pocoprezzo.
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