Belpaese
C’era una volta e c’è ancora il Ver sacrum. Il festival dei popoli italici nel capoluogo della Sabina
C’era una volta il Ver sacrum. La primavera sacra. L’esodo periodico durante il quale, all’arrivo della bella stagione in anni prestabiliti, le giovani leve delle tribù sabelliche sciamavano verso nuovi lidi, terre da conquistare dissodare abitare. Si narra che tutto cominciò con un voto. All’indomani d’una guerra particolarmente cruenta fra Umbri e Sabini, questi ultimi sacrificarono, simbolicamente, una data generazione a lasciare la terra dei padri e iniziare una nuova vita dove possibile, in territori vergini, tutti da conquistare. Al seguito d‘un sèmone, uno spirito guida, animale totemico o elemento della natura che fosse – il cavallo degli Equi, il toro dei Sanniti, il lupo degli Irpini, il masso degli Ernici e via sacrando – e di un capo sacerdotale, sciamavano altrove, a popolare terre relativamente disabitate.
Consacrati a Marte
Sarebbe nata così, da queste migrazioni rituali, la colonizzazione delle popolazioni osco-sabelliche di ceppo indoeuropeo che dall’Italia centrale giunsero fino all’estremo meridione d’Italia e oltre, fino alla punta della Sicilia. All’incontro-scontro con Enotri e Sicani, e altri di cui la storia neppure serba il nome. Un movimento plurisecolare di ondate migratorie progressive che portò le varie etnie a differenziarsi in ceppi distinti dalla comune matrice Sabina, o Sabellica per filiazione. Nascevano così, in età protostorica, le stirpi che avrebbero dato nome a popoli diversi, pur nella comune koiné centroitalica. Equi, Ernici, Sanniti, Bruzi e via sciamando. Che queste migrazioni fossero mutuate da scarsità di risorse nelle aree occupate o desiderio d’espansione; conquista prevalentemente pacifica o inframmezzata da fatti d’arme e unioni forzose, è un falso dilemma dei consacrati a Marte.
Un vuoto da penetrare
Fatto è che da questo movimento di popolazioni nacque la prima Italia. O la seconda, la terza, chissà, ché la storia ctonia non è mai scritta una volta per tutte. Insomma l’Italia preromana che si considera ancora un vuoto, un vacuum come la suprema dea venerata dai sabini. Quella Vacuna che simboleggiava, col vuoto delle selve oscure tutte da penetrare, il mistero stesso della vita. E della morte, in tempi persino più duri e incerti dei nostri. L’Italia prima di Roma, comunque si chiamasse, è ancora un mistero insoluto, un vuoto da colmare per chi crede che prima di Roma non esistesse civiltà, o semplicemente ignora la grande ricchezza che giace sotto ai nostri piedi, insepolta, malcelata da millenarie incomprensioni, negligenze e ruberìe. Come quel carro del principe sabino d’Ereto, spacciato per etrusco, da poco restituito alla sua terra natale ed esposto nelle sale del museo archeologico reatino, ora al museo farense. E veniamo all’oggi, al Ver sacrum.
Tre giorni di eventi
È encomiabile l’iniziativa, finanziata dal piano nazionale Next Appennino, del primo festival dei popoli italici: la primavera sacra. Voluto da Federico Fioravanti, ideatore e direttore, la tre giorni ha visto una serie d’eventi susseguirsi a Rieti – città assai più antica di Roma – nel civico museo archeologico e nel teatro Flavio Vespasiano. Dall’8 al 10 maggio convegni e spettacoli hanno illuminato una storia millenaria pressoché sconosciuta agli addetti ai lavori, oltre che al grande pubblico. Inaugurato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, l’evento ha visto alternarsi focus sui vari aspetti degli antichi italici. Tra gli altri, Alessandro Jaja e Carlo Virili hanno parlato della vita nei laghi reatini al tempo degli Aborigeni, prima dei Sabini; Augusto Ancillotti degli Umbri e delle Tavole Eugubine, bibbia dei popoli italici; Nicola Mastronardi della primavera sacra a Marte, Adriano la Regina dei Sanniti, Paola Santoro dei Sabini tiberini, Valentino Nizzo degli Etruschi, Loredana Cappelletti delle genti della Magna Grecia, Andrea Carandini e Nicolò Squartini della Valle dei Flavi. Imperatori ai quali si deve, con Vespasiano, oltre al Colosseo le celebri latrine.
Un festival da ripetere
A questi si sono alternati spettacoli e letture: dal Racconto di Romolo, una narrazione di Natalia Magni accompagnata dal flauto di Serine Khoudirate, alla Tribù degli alberi di Stefano Mancuso, ai Popoli e imperi dall’antichità a oggi di Dario Fabbri; dai tavoli didattici sulla vita quotidiana a Roma alla collezione Mattesini d’armi e vesti dei popoli italici, in mostra fino al 6 gennaio al museo archeologico di via Sant’Anna 4, a Rieti. La primavera è tornata, con l’augurio che non sfiorisca presto e a questa prima edizione ne seguano molte altre. Info e appuntamenti su festivalpopolitalici.it
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