La pace farlocca La guerra infinita

Evian

Chi vince e chi perde davvero nel conflitto in corso in Medio Oriente, concluso (per ora) solo a parole

Si vis bellum, para pacem. Può dirsi così, con un rovesciamento semantico dell’epitome di Vegezio, l’esito degli accordi d’Evian. Se vuoi la guerra, fai la pace. La firma degli accordi di pace, la cosa facile, per dirla come Donaldone, ovvero il coniglio uscito dal cilindro imperiale nella cittadina al confine franco-svizzero, da formalizzare oggi a Lucerna, è una pace che prepara la guerra, al di là chi abbia vinto quella appena conclusa. Ché le guerre, diversamente da quanto sosteneva il Che, si perdono sempre. Questa poi ha tanti di quei sedicenti vincitori che si fatica a capire chi l’abbia persa.

Il bel carrozzone

Ma prima di toglierci il sassolino dallo scarpino diciamolo: il carrozzone politico mediatico sa il fatto suo, i reggitori del mondo ci sanno fare, han gusto. Bella la cittadina sul lago Lemano dove ai crocicchi spiccano i Flottins, magnifiche sculture fantastiche di legno spiaggiato, e il turista paga una bottiglietta della nota acqua quanto un pranzo in trattoria, salvo scoprire, un po’ discosta, una fontanella liberty dove se n’abbevera gratis. Magnifico il Burgenstock, megalbergone di Lucerna con vista sul lago dei Quattro cantoni dove avrebbero dovuto attovagliarsi i contendenti per la firma degli accordi di pace, ma chissà, il personale di servizio resta in attesa degli illustri ospiti e le camere dove hanno dormito Kissinger e Sean Connery, per dirne due, vuote. Nel Libano gl’israeliani continuano allegramente a bombardare – e a perdere uomini e ufficiali, come il tenente colonnello carrista Ben Simhon, buon ultimo, nella notte – e gli europei in lista d’attesa per sminare le acque di Hormuz. Insomma l’ennesima tregua per modo di dire o pace farlocca, per ora.

 Chi vince, chi perde

Non sono bastate a Usa e Israele due guerre in un anno e un conflitto endemico, attacchi terroristici a josa, a piegare l’Iran. Il regime degli ayatollah non solo ha resistito, ancorché decapitato ai vertici, ma è più saldo che mai. Le piazze in festa per le bombe liberatrici e la grancassa mediatica si sono zittite, i difensori dei diritti umani e delle donne a oltranza tacciono. Tutti pronti a riaccendersi a comando al prossimo bombardiere in volo pro democrazia. L’Iran non solo ha resistito, ma ha sparecchiato benbene le difese congiunte degli aggressori e degli alleati nel golfo. Il traffico di petroliere e gasiere a Hormuz s’è riaperto – non s’è mai capito, o meglio s’è capito benissimo chi ci guadagnasse davvero a tenerlo chiuso – senza pedaggio come volevano gli iraniani a rimborso delle spese di guerra, ma si sono tolte le sanzioni pluridecennali e sbloccati i fondi all’estero e questo è un bel guadagno per loro. La bomba non l’avranno, l’uranio resta arricchito sopra la soglia del normale ma sotto quella necessaria agli usi militari. Del resto non la volevano manco prima, a differenza di quegli altri che ne hanno stoccate un bel po’, col marchio della stella di Davide, a garanzia di sicurezza e dominio, ma guai a dirlo. Teheran ha vinto, dunque? Solo panzane quelle dell’imperatore che proclama vittoria all’urbi e all’orbi e nessun limite al suo potere?

Iran, pietra d’inciampo sulla via di Pechino

L’Iran ha resistito all’aggressione della più grande coalizione che oggi minaccia la pace e l’umanità, dunque ha vinto. Lo ha fatto grazie alla determinazione non tanto del suo regime – parola in voga nell’Occidente – e nonostante le sue tante contraddizioni, ma per la forza di volontà che promana dalla sua storia, per la radice stessa della teocrazia invisa alla modernità occidentale. In una parola, per la forza morale e la tenuta psicologica, la tenacia fideistica persiana che seppe tener testa e battere persino Roma. Un aspetto che chi vede negli ayatollah meri conculcatori di libertà e vegliardi paludati di nero, rimasugli di un passato d’intolleranza e di terrorismo al presente, non può cogliere, accecato dall’ideologismo e dal fregnonismo dominante. Ciò nulla ha a che vedere coi meriti e la bontà di siffatto regime, che è tutt’altra cosa. Insomma, è come se l’Italia del ‘43 avesse resistito alle bombe angloamericane e ributtato a mare i liberatori – sic – e si fosse tenuta gloria, danni e regime. Concretamente, dunque, l’Iran ha dimostrato d’essere una pietra d’inciampo tosta almeno quanto la Russia, nelle magnifiche e progressive sorti del capitalismo trionfante eppur marcescente di qua e di là l’Oceano, sulla via di Pechino. Del resto c’è la manona cinese, via Pakistan, sotto la firma dell’ennesimo memorandum d’intesa, come ha ricordato implicitamente lo stesso imperator mundi.

Khamenei come Pirro

Ma, altrettanto concretamente, nulla cambia per Teheran: americani e israeliani lo tengono sotto punterìa, pronti a sventolare il baubau del nero ayatollah e bastonarlo alla bisogna. I suoi alleati più che mai. La bandiera con la stella di Davide sventola dalle macerie di Gaza ai nuovi insediamenti in Cisgiordania, dove quel che resta della Palestina è carne di porco. Dai sobborghi di Damasco, dove vige un regime terrorista – qui sì le parole non sono a caso – amico, alla valle della Bekaa, niente e nessuno sfugge ai voleri di Bibi e ai colpi di Sion. Dal Mar Rosso al caspio, dal Mediterraneo al Golfo già Persico, la grande Israele è una realtà, e nessuna pace farlocco cambierà le cose fino al prossimo botto che dal Medio Oriente incendierà il mondo. Se vittoria c’è stata, dunque, è una vittoria di Pirro. Khamenei avrà le sue statue in piazza, come il re dell’Epiro al centro di Arta, ma nulla cambia. A meno che.

 I due compari alla prova elettorale, sputi alla serva melona

A meno che le elezioni che s’appressano in Israele e Stati Uniti non cambino le cose. Può darsi che in autunno oltre alle foglie cadano i due compari, o quantomeno ne escano fortemente ridimensionati nella loro protervia globale. Ma questa, ammesso che sia una realtà alle porte e non una pia illusione, sarà un cambio di forma, non di sostanza nella storia dei prossimi vent’anni. Il destino, come pure il declino, dell’Amerika imperiale è dato, quale sia il suo reggitore: Osama il bombardiere, Rimbambiden, Donaldone o chi sarà. L’ossessione di Sion per la propria esistenza, per la salvezza del popolo eletto da Dio, non cambierà a costo di piastrellare il mondo, indipendentemente da chi ne regga le sorti da Washington o Tel Aviv. Liberarsi dai liberatori e dai loro tristi burattinai e servitori resta l’imperativo categorico kantiano dell’umanità, ma non v’è traccia in questa corte di servi di chi possa raccogliere la bandiera della libertà, di Spartachi o Masanielli. E allora giojamo alle mattane di Trump, pietiamo il selfie con Donaldone, facciamoci dileggiare e sputare in faccia dall’imperatore, salvo implorare perdono. Baciamo la mano che ci offende eppoi cambiamo canale sgranocchiando un popcorn. Non senz’aver plaudito all’orgoglio ferito della serva melona e all’armata brancameloni che gagliardamente regge.


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