Belpaese
Breve storia della repubblica: la macedonia italica dal grande broglio alle sneakers della Melona
C’era una volta la repubblica. Quella nata dalla resistenza, della prima volte delle donne, col suo bel mito fondativo della libertà portata sulle ali dei liberatori. Poi è stata la repubblica delle banane. Quella dove si sentiva rumor di sciabole, per dirla come Nenni, tirava aria di golpe e i fascisti – quelli veri – tentavano d’espugnare il palazzo, non s’accontentavano come quelli d’oggi d’essere scarrozzati sulle auto di rappresentanza. Poi è venuta la repubblica dei mandarini, marci fino al midollo, che ha trovato la sua notte a via Fani e dato la stura al più marcio di tutti, il Cavaliere nero. Poi è arrivata la repubblica dei ravanelli, quelli rossi (rosa) fuori e bianchi dentro, insapori e incolori ma che fanno tanto bene e stanno bene nell’insalata. Da qui alla repubblica dei cetrioli il passo è stato un saltello, e tutti ce la siamo presa in quel posto, finché non è arrivata la serva melona a mettere ordine in frutteria. Un ordine che ripiglia parepare le parole d’un genio italico d’altri tempi, quello da cui la repubblica è tutto sommato sortita: credere obbedire combattere. Si crede sempre alle fole, s’obbedisce e si combatte dalla parte dei giusti, ché il mutuo a saldo della libertà non ha fine.
La parata del genetliaco
Son passati ottant’anni ma la tiritera è sempre quella, cambia il frutto di stagione ma sulla macedonia italica la musica è la stessa. Decisa altrove ma pagata dagl’italioti che se la scialano a credersi furbi e talentuosi e invece li spernacchiano in ogni pertuso d’Europa e d’altrove. Del resto, a gente che s’accapiglia ancora su Roma e Bisanzio, sui Guelfi e Ghibellini, su destra e sinistra, dopata dal caso mediatico del giorno, cosa vuoi che importi l’aderenza alla realtà? Così godiamoci la festa del 2 giugno, la parata del genetliaco della vecchia signora che vuol darsi un tono ma non riesce a nascondere le crepe. Le scarpe ginniche della Melona attovagliata di celeste fianco all’ectoplasma di La Russa (lui sì, fascista vero) urlante l’inno di Mameli, manco si trattasse di Giovinezza. Crosetto a giganteggiare sull’altro ectoplasma presidenziale che tutti tirano per la giacchetta in mancanza di meglio. E di Salvini, che evita la parata per tema della malparata, il temuto sorpasso del generalissimo alle coste. Godiamoci soprattutto dragamine e cani robot, crocerossine e pompieri, ché la repubblica vuole la pace, ohibò, mica siamo a Mosca o a Pechino dove sfilano missili e carrarmati.
Uno s’addorme e sogna
Tra tanto sfilare uno s’addorme e sogna. Una repubblica che riesca infine a raccontarsi la sua vera storia, a partire dall’imbroglio elettorale da cui è nata. Quello per cui Falcone Lucifero, consigliere della real casa, ancora non si dava pace, a novant’anni suonati, narrandolo allo scrivente nel salotto della sua casa romana, scartabellando tra vecchi faldoni. E l’altro, prima, per cui la guerra s’è fatta malissimo e persa peggio, coi suoi morti inutili ed eccellenti, col gran pelato che si vuole fucilato dai partigiani, con buona pace di Franco Bandini. O l’altro statista diccì che si narra ammazzato dalle Br. O la svendita che certi illustri figuri han fatto del Belpaese dalla tolda del royal yacht Britannia. Raccontarci tutte le belle storie per cui il grande Sebastiano Vassalli diceva che gl’italiani sono gli altri, a noi che ce ne fotte? Insomma, dirci una buona volta tutto, poi chiuderla lì, mettere pace in famiglia e andare avanti, a testa alta. Invece uno si sveglia e casca ai piedi delle sneakers della Melona. E allora vai con gli applausi, buon compleanno alla vecchia signora. E, per meglio applaudire, posto qua l’immarcescibile scenetta di Sordi in Una vita difficile, che ha i miei anni ma è un sempreverde, girata dall’amico Ivan. Tanti auguri alla repubblica.
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