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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Bibi</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Giù il sipario sulla pace</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 16:39:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/giu-il-sipario-sulla-pace/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara</strong><span id="more-10670"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti ma suadenti, compìti nella parte loro assegnata dal copione le comparse, allumate dai riflettori della storia. Dal re del Bahrein al principe ereditario del Qatar, dal redivivo Abu Mazen all’immarcescibile Erdogan, dal presidente cipriota a quello iracheno, dall’indonesiano all’azero. In mezzo a tutti e alla sua corte europea, ai Macron e Merz, Starmer e Meloni, lui: sua altezza imperiale Donaldone primo, gran visir d’Oriente e d’Occidente, maestro della commedia dell’arte atlantica e padrone indiscusso della pièce andata in scena a Sharm el Sheikh. E mai luogo avrebbe potuto essere più consono di quest’approdo del consumo a portata di charter, di bengodi di massa in riva al Mar Rosso, per la firma finale degli accordi di pace tra Hamas e Israele. E peccato che mancassero proprio loro, gli “sparring partner” della contesa, a dare sugo alla pièce.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Donaldone, deus ex machina</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Netanyahu ha dato forfait all’ultimo dopo aver tenuto la platea col fiato sospeso, fedele al vecchio adagio morettiano del: mi si vede di più se vengo all’ultimo e sto in disparte oppure non vengo per niente? Quegli altri, è arcinoto, sono nati a libro paga d’Israele e manco loro si son visti. Ma sono attori non protagonisti, dopotutto: è lui, Donaldone I, il deus ex machina della combine. Fosse entrato nell’assise d&#8217;Egitto in groppa a un destriero col cappellone texano e il sigarone sul mascellone volitivo sarebbe stato perfetto, ma pure così ha fatto la sua porca figura. E che applausi, che fischi d’ammirazione alla Knesset – e lì sì che c’era, l’uomo forte di Tel Aviv, gongolante – quando sua altezza imperiale ha arringato l’assemblea nel dopofirma, nel backstage come suol dirsi, prima d’andare a fare affari e ripartire l’obolo tra gli sceicchi incaricati di rifare Gaza bella nuova.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una nuova era</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Pure Bibi aveva la lacrima al ciglio a sentire l’amico americano spendere tante belle parole per lui. Chiedere a Herzog, il presidente firmabombe, di non sognarsi d’affidare il suo premier al tribunale nazionale o, peggio, alla corte penale internazionale che l’ha accusato di genocidio, ora che il massacro rischia una battuta d’arresto e con la fine della macelleria Bibi rischio l’osso del collo per i suoi reati comuni. «Questo è l’inizio dell’era della fede e della speranza, questa è l’alba storica di un nuovo Medio Oriente», ha proclamato Trump. Anche i falchi del parlamento di Tel Aviv, quelli che hanno votato no all’accordo d’una pace farlocca come questa, piangevano come colombelle all’udire simili parole. Applausi a rotta di collo, standing ovation, giù il sipario.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Cosa resta fino al prossimo botto</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo due anni di macelleria che ha spianato Gaza e messo fine alla chimera d’uno stato palestinese, reificando il sogno della grande Israele, restano sul terreno decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di profughi e una regione devastata ma l’obiettivo è raggiunto, la pace è fatta. Fino al prossimo botto. Restano sul terreno, coi massacrati e la devastazione, le voci che nell’ora più buja della stella di Sion non hanno deflettuto dalla sua difesa a oltranza: i media sestistellati attruppati dietro ai loro generalissimi: i Vespa, i Mentana, i Molinari, le Gruber. Giornali e tiggì che dipingevano coi colori di guerra i cortei di pace. Resta un movimento d’opinione e di massa contrario all’aberrazione d’uno stato terrorista che si fa forte della lotta al terrorismo e dell’olocausto patito per imporre un altro olocausto alla Palestina e al mondo. Ma tutto passa e tra non molto si tornerà a parlare di radici giudaico cristiane per la nostra bella Europa. Senza un filino di vergogna per aver giocato a pallone con gl’israeliti in casa, anziché sbattergli la porta in faccia. Resta Donaldone I, imperatore d’un mondo al declino, artefice di guerra e profeta di pace.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ministeri di guerra, Nobel di pace</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Peccato, davvero peccato che tanta maestà d’animo non sia stata premiata dal Nobel, come richiesto dal presidente pakistano. E invece, all’uomo dal cuore umanitario, l’uomo in grado di smuovere le montagne con la sola forza della volontà, per usare le belle parole di Steven Cheung, a capo dello staff della comunicazione della Casa Bianca, s’è preferita l’eroina Maria Corina Machado, già pupilla della Cia, per la sua lotta per la libertà della patria venezuelana. Bene ha fatto il portavoce di Donaldone a tuonare contro quei perdigiorno del comitato norvegese del Nobel, quest’anticaglia d’un mondo a perdere, dopo aver dato notizia d’aver cambiato il nome del dipartimento della Difesa, vale a dire del Pentagono, in dipartimento della guerra, assai più adatto ai tempi: <a href="http://www.war.gov" target="_blank">www.war.gov</a>. Fatto è che se lo meritava proprio il Nobel, Donaldone, come ha ribadito Bibi dopo avergli infilato in tasca il piano di pace. Proprio come, a suo tempo, Hitler aveva fatto con Mussolini, il salvatore della pace a Monaco. Del resto anche il cancelliere del Reich è stato candidato al Nobel per la pace, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Ha proprio ragione il buon Gianandrea Gaiani. Viviamo tempi difficili, spesso tragici, a volte comici, quasi mai seri. Standing ovation, giù il sipario.</p>
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		<title>Il pacificatore</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Jun 2025 09:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo la guerra dei dodici giorni, la tregua salvamondo. Trump tra bluff e mazzate, il futuro che sarà. L’ennesimo colpo di scena dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco Ebbene sì, abbiamo scherzato. Anche nel mondo nuovo la tempesta precede la calma, e così dopo le bombone di Big Don e le bombette d’Alì, è calma piatta tra i contendenti, con Bibi che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-pacificatore/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Dopo la guerra dei dodici giorni, la tregua salvamondo. Trump tra bluff e mazzate, il futuro che sarà. L’ennesimo colpo di scena dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco</strong><span id="more-10620"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ebbene sì, abbiamo scherzato. Anche nel mondo nuovo la tempesta precede la calma, e così dopo le bombone di Big Don e le bombette d’Alì, è calma piatta tra i contendenti, con Bibi che se la ride sotto ai baffi.  Diciamolo subito. Se avessi avuto un dollaro da giocare sulla presidenza Trump come fattore di pace o di guerra, l’avrei puntato su di lui. Che, aldilà delle fanfaronate dell’uomo e della vocazione imperiale dell’America a stelle &amp; strisce e alla frutta, il bispresidente pareva meno manovrabile e rincoglionito del suo predecessore, assai meno legato di Rimbam Biden al complesso militare. E invece. Il 22 giugno 2025 forse resterà nei libri di storia come il 24 febbraio di tre anni fa. Allora Putin decise di mettere un freno all’espansionismo statunitense e della Nato a Est, alzando la posta di un conflitto in atto in Ucraina da un decennio. Tre anni di guerra non sono bastati all’uno o all’altro dei contendenti che a divaricare le posizioni, spingendo l’ex repubblica sovietica, culla della Russia moderna, a una guerra fratricida e l’Europa a una sudditanza economica e militare sempre più cieca agli Usa.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tre anni dopo, e dopo la promessa di Trump di mettere fine al conflitto, questo non solo ristagna, ma sul tavolo da poker della geopolitica globale la posta raddoppia e in gioco non c’è solo il destino dell’Europa orientale o dell’Europa tout court, ma del mondo. Se a Est i servizi inglesi si danno da fare per assestare duri colpi all’orso russo – vedi l’operazione dei droni contro i bombardieri strategici russi che ha messo alla berlina Mosca una volta di più – come dall’inizio della guerra e da sempre, altrove Trump ha pensato di riprendersi la scena nel modo a lui più congeniale. La forza bruta e le chiacchiere a vanvera, il colpaccio mediatico dopo le botte da orbi. Tutto è iniziato con un discorso breve, intenso, degno d’un leader se non fosse solo un prestigiatore di bassa lega che gioca coi destini del mondo. Vedi il video su <a href="https://www.youtube.com/watch?v=aMhKhAuwMh4" target="_blank">https://www.youtube.com/watch?v=aMhKhAuwMh4</a></p>
<p style="font-weight: 400;">Dietro – davanti? – a lui Bibi, debitamente citato e ringraziato nel discorso presidenziale che formalizza l’entrata in guerra degli Usa, senza dichiarazione formale, ringrazia e passa all’incasso. India e Cina restano a guardare, ma all’aprirsi delle cateratte il Kashmir e Taiwan – meglio, Formosa – non resteranno all’asciutto. Ma riepiloghiamo i fatti che avvicinano il mondo all’abisso della terza guerra mondiale come mai prima d’ora, al netto delle pagliacciate mediatiche, vagliamo gli sviluppi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Le questioni sul tappeto sono tre. Perché Israele ha deciso d’aprire il sesto fronte di guerra – dopo Gaza, Siria, Libano, Cisgiordania, Yemen e Iran, il più letale – mentre è tutt’ora in corso il genocidio palestinese ben oltre la Striscia. Perché gli Usa sono intervenuti a dara man forte all’attacco israeliano al regime degli ayatollah che da decenni è sotto botta dell’arcinemico sionista. Infine, cosa succederà a breve e nel medio termine, dopo la farsa dei bombardamenti preannunciati e della tregua annunciata.</p>
<p style="font-weight: 400;">Israele ha deciso di lanciare un attacco preventivo ai siti iraniani alla viglia dei colloqui sul nucleare in corso a Washington per boicottarli una volta per tutte e chiarire, una volta di più, che la bomba atomica in Medio Oriente possono averla solo loro, sola potenza regionale per non dire mondiale e i soli, insieme agli Usa, che non hanno sottoscritto alcun accordo di non proliferazione atomica. I sionisti ne hanno tra le novanta e le 200 stoccate nei loro magazzini “supersegreti” a Dimona e loro sì sono pronti a usarle alla peggio e senza scrupoli: muoia Sansone con tutti i Filistei, cioè i palestinesi del tempo, come raccomanda la Bibbia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tutti lo sanno, è un segreto di Pulcinella che nessuno vede, tantomeno l’occhiuto servo sciocco di Rafael Grossi, direttore dell’Aiea che balbetta le sue accuse agli altri. Gli altri, specie l’Iran che pretende di menomare lo strapotere di Tel Aviv, stiano a cuccia. Ma non è solo questione d’atomica o di rovesciare il regime degli ayatollah, com’è nei desiderata di tel Aviv e dell’Occidente da sempre. Dopo l’Afghanistan, l’Iraq, la Libia e, buon ultima, la Siria, il destino della Persia è quello d’essere spezzonata e ridotta a enclavi, per meglio essere dominata e sfruttarne le risorse, con buona pace del diritto internazionale e delle anime belle che piangono sulle atrocità dei pasdaran. Reza Pahlavi, l’erede dello scià già spodestato fa sapere che lui non si tirerà certo indietro davanti al compito d’onore e di libertà. Che magnifico futuro s’apparecchia per gli orfani degli ayatollah.</p>
<p style="font-weight: 400;">A tanta bellezza il regime sciita può opporre chiacchiere e poco altro. Israele vede e prevede, ha creato Hamas contro l’Olp, come molti dimenticano cianciando sul massacro del 7 ottobre, e l’ha usato per poi stritolarlo alla menoma occasione, in una strategia dell’infiltrazione che fa impallidire quella della tensione. Lo stesso dicasi per Hezbollah sotto comando iraniano, infiltrato del pari, come gli aggeggi esplosivi che hanno stroncato i suoi militanti hanno mostrato. Eretz Israel, la grande Israele, non è mai stata così vicina al suo farsi, e che a realizzarla sia Netanyahu, un macellajo che se smettesse d’appiccare fuoco al mondo blaterando di pace sarebbe gettato nelle patrie galere per i suoi intrallazzi è un paradosso del tutto marginale nella partita in gioco. Però neanche le formidabili risorse d’intelligence e militari d’Israele bastano. Il serpentone iraniano è un boccone troppo grosso anche per la gracidante ranocchia di Bibi. Dopo mesi di campagne militari senza soluzione di continuità e undici giorni di guerra i missili continuavano a cadere sul sacro suolo di Sion e allora serve l’amico buono, quello che ti leva dagl’impicci anche se lo svegli in piena notte.</p>
<p style="font-weight: 400;">Così entra in gioco Trump il pacificatore. Manda nottetempo, dal Missouri, sei bombardieri Stealth a sforacchiare con una dozzina di bombe di profondità il bunker sotterraneo superprotetto di Fordow dove i cattivi iraniani stavano costruendo la bomba – verità che tra qualche tempo scopriremo fondata quanto i famosi gas di Saddam – e chiede la resa senza condizioni a Khamenei. Arrendersi o perire. Nel gioco delle parti a Gerusalemme gongolano, a Washington gonfiano il petto come tacchini per la riuscita dell’impresa e a Teheran strillano, qualche missile casca a vuoto nelle basi Usa in Qatar. Prima i soliti comploanalisti, poi tutto il circo mediatico dicono che è tutta una macchietta, spettacolo buono per il pubblico della balconata, come avrebbe detto il grande Céline: tanto gli uni che gli altri hanno preavvisato il nemico e i danni sono minimi. Restano i tanti morti ammazzati sul terreno, inutili. Tant’è, giocare col fuoco non ha mai portato bene, nella calura estiva. Fatto è che dopo le mazzate arriva l’offerta di pace e tutti ci stanno, fingono di crederci. Fino al prossimo missile.</p>
<p style="font-weight: 400;">Di reale – non di vero, per carità – c’è che il mondo è un posto un tantino meno sicuro dopo la guerra dei dodici giorni che l’ha portato sull’orlo dell’abisso come ai tempi della crisi di Cuba. L’ennesimo bluff dopo la spacconata spariglia le carte ma non cambia il gioco. La repubblica islamica dovrà cadere, bomba o non bomba, perché così vuole il macellajo di Tel Aviv e la superpotenza lo segue, obbediente. L’Europa segue a ruota e riarma, vagisce come una creatura nella culla, neppure consapevole di quel che l’attende, dominata com’è da elite burocratiche al servizio dei poteri davvero forti e succubi a chi ne ha deciso il crollo. Teheran è la via di passo per Pechino, come Damasco lo era per Teheran, i tempi stringono prima che lo scontro si faccia globale e davvero letale, con l’inciampo di Mosca nel mezzo che però ha già mollato la partita mediorientale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Colpi di scena e spacconate non salveranno gli Usa dal suo declino, tantomeno un tristo pagliaccio dal cappellino rosso renderà l’America – gli Stati Uniti, please – di nuovo grande. Il Maga è uno spot, al massimo un programma, non sarà mai una realtà. La guerra infinita per impedire un futuro policentrico all’umanità, il caos globale che ne verrà, è già scritto nel vaticinante saggio di Jacques Attali, ex consigliere dell’imbelle Macron: Breve storia del futuro. Il resto è cronaca, bomba o non bomba. Che, parafrasando Venditti, non ci porterà a Roma ma a fare un bel botto, all’inferno in terra. I guerrafondaj da salotto, gli ignavi della geopolitica, gli orfani del buonsenso e i partigiani delle opposte sponde lo sappiano: salteranno tutti, e primi fra tutti i grilli parlanti. Senza più un dollaro in tasca.</p>
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		<title>Il botto del cerino</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2024 19:09:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il presidente iraniano Raisi si schianta al confine con l’Azerbaijan. Incidente o attentato? I fatti È proprio vero che l’appetito vien mangiando. Piglia Bibi. Non gli bastava l’aver spianato Gaza, proseguendo imperterrito il genocidio fino ai più reconditi angoli di Rafah. Non gli bastava l’aver bombardato l’Iran in risposta al farlocco attacco missilistico iraniano nella principale base israeliana del Negev. No, già che c’era ha... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-botto-del-cerino/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Il presidente iraniano Raisi si schianta al confine con l’Azerbaijan. Incidente o attentato? I fatti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span id="more-10440"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">È proprio vero che l’appetito vien mangiando. Piglia Bibi. Non gli bastava l’aver spianato Gaza, proseguendo imperterrito il genocidio fino ai più reconditi angoli di Rafah. Non gli bastava l’aver bombardato l’Iran in risposta al farlocco attacco missilistico iraniano nella principale base israeliana del Negev. No, già che c’era ha pure decapitato il regime degli ayatollah, buttando giù l’elicottero con cui il presidente dell’Iran, Ebrahim Raisi, tornava dall’Azerbaijan dov’era andato a inaugurare una diga e stringere accordi e la mano al suo omologo azero, Ilham Aliyev. Il presidente rieletto a febbraio al quarto mandato con un democraticissimo 94% dei voti che, detto en passant, porta un po’ jella, visto che al premier slovacco Robert Fico hanno sparato dopo una medesima visita ma, buon per lui, se l’è cavata. Avanti il terzo incomodo, per Tel Aviv e Washington.</p>
<p style="font-weight: 400;">Un momento, fermi tutti, che c’entra quel cattivone di Bibi e i soliti pastrocchi della Casa Bianca? Nella regione montuosa dov’è caduto l’aereo c’era un nebbione che manco a Milano negli anni ‘50, e l’elicottero Bell 212 – americano e invero un po’ vecchiotto – s’è guastato per mancanza di ricambi dovuti all’embargo. Eppoi, a dirla tutta, Raisi non era certo un falco. Anzi, pare che volesse fare le scarpe alla guida suprema dell’Iran, quell’Ali Khamenei che regge le sorti del paese dall’alto dei suoi 85 anni e ha già indicato nel rampollo Mojtaba a succedergli alla guida della rivoluzione e alla testa dei suoi guardiani, i Pasdaran. Ergo, a fare fuori il presidente è stato un “guasto” interno al regime. Che gineprajo l’Iran. E che guazzabuglio l’Oriente e la guerra infinita dell’Occidente, per il povero cronista che fatica a raccapezzarcisi e manco può affidarsi ai servigi d’una chat qualesia. E allora vediamo di capirci qualcosa, stiamo ai fatti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Primo fatto. Nell’area, remota e montuosa, a ridosso del confine azero la nebbia c’era, eccome. Tutti hanno visto le immagini dei soccorsi dopo lo schianto del relitto, individuato grazie a un drone turco. La nebbia s’intravede pure dalle ultime immagini del presidente, assorto e malinconico, che guarda fuori dai finestrini dell’elicottero, a pochi minuti dallo schianto. Peccato che dal satellite meteorologico di zona le registrazioni dei dati di volo siano state cancellate, come la nebbia.</p>
<p style="font-weight: 400;">Secondo fatto. Poco dopo l’incidente a Raisi e al suo entourage, a Baku atterrava un C17 statunitense proveniente dalla Giordania, equipaggiato per la guerra elettronica. E pure meteorologica, dicono i complottisti che ormai allignano persino sui media mainstream. Quelli veri, invece, segnalano dall’accout Israel war room su X la sagoma d’un elicotterino già alle 7.58 del 19 maggio, quando nessuno ancora sapeva del botto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Terzo fatto. L’Azerbaijan è il principale fornitore di petrolio a Israele, e a Baku gli agenti dei servizi con la stella di Davide, come nordamericani, sono di casa. Tel Aviv può colpire ovunque e impunemente i suoi nemici, fuori e dentro l’Iran, e lo ha già dimostrato innumerevoli volte.</p>
<p style="font-weight: 400;">Quarto fatto. Il defunto presidente Raisi non era un guerrafondajo. Anche a non voler dar credito ai maneggi che lo volevano in lizza per la successione o nella ricomposizione del conflitto con l’arcinemico grazie ai buoni uffici dell’Oman, la sua morte non avvantaggia i moderati nel paese, né tantomeno chi spera in una svolta “democratica” del regime. Il potere vero ce l’ha la guida suprema, anzi il figlio dell’Ayatollah, non certo il fu presidente Raisi o il suo vice Mokhber, e neppure il Consiglio dei dodici guardiani supremi della rivoluzione che dovrà ratificare, entro poche settimane, la nomina del nuovo presidente, indipendentemente da un eventuale voto popolare. Insomma, buttare un altro cerino acceso nella polveriera è un bel modo per far saltare tutto e prima di tutto ogni residuale piano di pace, soprattutto per chi per reggersi a galla deve massacrare ogni oppositore, nemico del proprio Dio.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Buon ultimo, un quinto fatto. Desta un certo finto scalpore e falso clamore la denuncia della corte penale internazionale dell’Aja per crimini di guerra, con tanto di richiesta d’arresto, per Netanyahu e Gallant, ministro della difesa israeliano, come pure per i sopravvissuti leader di Hamas, Yahya Siwar e un altro paio di esponenti. Neanche a dirlo, chi plaudiva alla giustizia per le omologhe richieste verso Putin o Milosevic buonanima, strepita e urla contro l’offesa inaccettabile e l’accusa del tribunale che, peraltro, Usa e Israele non riconoscono. Lettera morta, come il riconoscimento della Palestina che non c’è da parte di 142 stati dell’Onu su 193. Ultimi ad aggiungersi al listone Spagna, Irlanda e Norvegia. L’Italia, con Tajani, balbetta come sempre. Urgono le elezioni burletta del Parlamento Ue che dovrà votare la guerra permanente, l’incendio può attendere.</span></p>
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		<title>Bibi passa all&#8217;incasso</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Apr 2024 09:49:18 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Dopo la rappresaglia dimostrativa all’Iran gli Usa mettono l’ennesimo veto all’ingresso della Palestina all’Onu e il Congresso approva miliardi di aiuti militari a Israele. Netanyahu potrà fare tabula rasa di Gaza o quel che ne resta, spianando l’ultimo bastione di resistenza a Rafah. La soluzione finale per i palestinesi nella Striscia è ormai a portata di mano e l’Apocalisse s’appressa, a singhiozzo A Isfahan c’è una gran bella piazza,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/bibi-passa-allincasso/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Dopo la rappresaglia dimostrativa all’Iran gli Usa mettono l’ennesimo veto all’ingresso della Palestina all’Onu e il Congresso approva miliardi di aiuti militari a Israele. Netanyahu potrà fare tabula rasa di Gaza o quel che ne resta, spianando l’ultimo bastione di resistenza a Rafah. La soluzione finale per i palestinesi nella Striscia è ormai a portata di mano e l’Apocalisse s’appressa, a singhiozzo</strong><span id="more-10427"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">A Isfahan c’è una gran bella piazza, Naqs-e-Jahan, tra le più grandi al mondo e patrimonio Unesco dell’umanità. Una famosa moschea arabescata di ricami calligrafici azzurri, Lotfollah, che s’affaccia sulla piazza, e un magnifico ponte, Khajou, sullo Zaiandè. A Isfahan, non distante da Teheran, c’è pure la più importante comunità cristiana – armena – d’Iran. A Isfahan l’antico si mescola col moderno: da lì partono i treni carichi di pistacchi e c’è un impianto nucleare. Era questo l’obiettivo dei tre missili lanciati da Israele il 19 aprile, giorno del compleanno della guida suprema del paese, l’ayatollah Ali Khamenei, come ritorsione all’attacco missilistico dei giorni precedenti. Sembra che i missili, preceduti da un nugolo di droni, come d’uopo, non abbiamo centrato altro, oltre al centro radar delle difese missilistiche della base militare a protezione dell’impianto. Limitati anche i danni a una base dei pasdaran in Iraq, paese da dove è presumibilmente partito l’attacco, altro obiettivo della rappresaglia. Una dimostrazione di forza assai limitata, per gli standard israeliani, quella andata in onda, e perciò tutti a gettare acqua sul fuoco del botta e risposta che infiamma l’aera, di suo già calda. Ayatollah compresi, per non scottarsi troppo e bruciare del tutto.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’attacco dimostrativo israeliano, ampiamente previsto ma affatto scontato, arriva alla vigilia dello sblocco del congresso Usa agli aiutini militari a Israele, Taiwan e Ucraina – quasi cento miliardi di dollari, nel complesso – e all’indomani dell’ennesimo veto Usa sull’ingresso della Palestina all’Onu quale stato di pieno diritto, anziché mero osservatore com’è attualmente. Una mozione approvata da ogni altro membro del Consiglio di sicurezza, con l’astensione della Gran Bretagna e della Svizzera, ma rigettata appunto dagli Usa, e dunque rimasta lettera morta. Netanyahu passa dunque all’incasso. Benché secondo gli ultimi sondaggi ben oltre la metà degli israeliani vorrebbe che si togliesse subito dalle scatole, lui e le sue mene guerresche – ma non si vede chi potrebbe tirare fuori il paese dal pantano, non certo l’oscillante Yair Lapid – il marchese del grillo di Tel Aviv tira dritto, come suo costume.</p>
<p style="font-weight: 400;">Coi soldini e le armi Usa potrà finalmente fare tabula rasa di Gaza o quel che ne resta, spianando l’ultimo bastione di resistenza a Rafah. La soluzione finale prospettata per i palestinesi nella Striscia è ormai a portata di mano, nonostante le forti perdite subite dall’esercito israeliano, del resto anch’esse previste: poco meno di duemila tra morti e feriti tra le forze dell’Idf, a fronte di oltre 30mila vittime palestinesi, un terzo dei quali minori, difficilmente inquadrabili tra le file di Hamas anche per i più sfacciati commentatori pro Sion. Lasciare o perire, questa la scelta per i palestinesi che nonostante tutto resistono nella Striscia e in Cisgiordania, dove nei campi profughi la violenza dell’esercito e dei paramilitari israeliani è all’ordine del giorno, seppure lontano dai riflettori. Insomma, il marchese può gongolare, non ha ancora estirpato la malapianta palestinese dalla terra promessa e concessa, ma ha dimostrato ai beceri ayatollah che i suoi missili posso giungere ovunque e con bel altra efficacia dei razzi islamici. E, quel che più conta, ha rinsaldato l’amicizia col suo mentore d’oltreoceano che il genocidio in corso a Gaza aveva messo in discussione. Eppoi l’opzione militare totale resta sul tappeto, buon ultima. E poco importa che, come diceva Napoleone, anche i piani migliori saltano dopo un’ora di battaglia. Il marchese tira dritto, il mondo è ai suoi piedi anche se spinge sull’acceleratore e sbaglia i calcoli nell’apocalisse che s’appressa, a singhiozzo. I due compari, di qua e di là l’Oceano, forse cadranno insieme ma con loro rischia di ruzzolare dalla balconata chi fischia, tifa e se la dorme: l’Occidente che li segue come i ciechi di Brueghel.</p>
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		<title>Lo scherzo d’aprile di Bibi</title>
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		<pubDate>Thu, 04 Apr 2024 08:23:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[La guerra infinita]]></category>
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		<category><![CDATA[Netanyahu]]></category>
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		<description><![CDATA[Netanyahu rilancia, a Gaza e Damasco. Il marchese del Grillo in salsa mediorientale che piace allo strabico mondo (e ai media) occidentali Piglia uno stato canaglia. Uno che bombarda come e quando gli pare, e nessuno fiata. Che affama e massacra, ed è nel giusto. A nessun paese sarebbe concesso di fare il bello e cattivo tempo, in casa e a livello internazionale. A nessuno,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/lo-scherzo-daprile-di-bibi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/04/Damasco.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10399" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/04/Damasco-300x209.jpg" alt="damasco" width="300" height="209" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Netanyahu rilancia, a Gaza e Damasco. Il marchese del Grillo in salsa mediorientale che piace allo strabico mondo (e ai media) occidentali</strong><span id="more-10397"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Piglia uno stato canaglia. Uno che bombarda come e quando gli pare, e nessuno fiata. Che affama e massacra, ed è nel giusto. A nessun paese sarebbe concesso di fare il bello e cattivo tempo, in casa e a livello internazionale. A nessuno, tranne Israele. È un paradosso tutto contemporaneo, una novità storica, quello che accade oggidì. Non tanto il massacro permanente perpetrato in nome dell’autodifesa e della libertà; non tanto l’uso massiccio e sproporzionato della violenza organizzata e del terrorismo di stato; non tanto la giustificazione dell’intollerabile. Quanto la menzogna totale approvata come reale, il rovesciamento d’ogni logica, la follia come metodo, nella totale ignavia del mondo occidentale. Per la prima volta nella storia la vittima che osa alzare il dito sul carnefice viene zittita, derisa, spacciata per aggressore e accusatore fazioso. Strano strabismo, quello d’un mondo, d’un continente che da un lato pretende difendere la libertà dei suoi confini orientali e dall’altro non vede quello che succede ai suoi piedi e sulla propria testa.<br />
<!--more--><!--more--></p>
<p style="font-weight: 400;">Lo scherzo d’aprile di Netanyahu è duplice. Da un lato affama i sopravvissuti nella Striscia di Gaza per fiaccare le ultime resistenze di Hamas – una sua creatura, è bene ricordare – dando la caccia e uccidendo scientemente alcuni cooperanti in loco, non pago d’aver raso al suolo ospedali e quant’altro. Dall’altra bombarda in pieno giorno, con quei gioiellini tecnologici degli F35 gentilmente forniti dal main sponsor Usa, il consolato iraniano a Damasco, facendo fuori una mezza dozzina d’alti ufficiali dei Pasdaran impegnati in loco e sul fronte libanese. Fatto eclatante, palese violazione d’ogni norma internazionale, per quel che vale. D’altronde gli aerei con la stella di Davide non hanno mai smesso di ronzare sulla Siria, come altrove, dall’inizio della guerra di Gaza e prima, per bombardare ogni obiettivo utile alla causa di Sion, sotto al naso dei russi.</p>
<p style="font-weight: 400;">Duplice scherzetto ma un solo obiettivo, dunque. Allargare il conflitto, spingere l’Iran – sempiterno crocevia del male, obiettivo intermedio sulla via di Pechino – a fare quel passetto in più per dargli la mazzata finale, forti degli Usa alle spalle. Mostrare, più prosaicamente, che Tel Aviv può tutto, gli altri una ceppa. È il paradosso del marchese del Grillo in salsa mediorientale: io so’ io e voialtri non contate un cazzo. Biden si lagna e s’indigna, mastica amaro sbavando un po’, e forse qualche dozzina di voti d’onesti democratici li perderà pure sulla via di Washington, ma continua bellamente a staccare assegni e fornire crediti illimitati alla guerra israeliana. Solo a febbraio 18 miliardi di dollari, compresi altri bombardieri e imponenti forniture di bombe d’aereo e granate per carri, senza le quali la guerra si fermerebbe. Da parte sua Khamenei, la suprema guida della repubblica islamica, strepita e urla, promette vendetta ma incassa e deve far pippa, se non vuole stare al gioco di Bibi e infilare la testa nel cappio.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Quanto al leader del Likud, se è vero che Israele è una democrazia – totalitaria, al pari delle occidentali – il premier non può essere considerato l’unico artefice della politica di potenza israeliana. Fatto è che il vecchio Bibi – 75 anni a ottobre – non dà segni di cedimento. Ha più procedimenti di Trump e Berlusconi messi assieme, folle oceaniche strepitano davanti alla Knesset perché finisca il massacro e tornino gli ostaggi, da più parti chiedono elezioni anticipate ma lui resiste, inossidabile. Chi la dura la vince, recita un vecchio adagio, e Bibi è sulla strada giusta. Il resto del mondo che tiene banco e i media che contano plaudono allo scherzetto e alla propria fine, non alla fine della guerra. Ché finché c’è guerra c’è speranza, come recitava, ancora, il buon Sordi.</span></p>
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