Qui mondo
Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara
Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti ma suadenti, compìti nella parte loro assegnata dal copione le comparse, allumate dai riflettori della storia. Dal re del Bahrein al principe ereditario del Qatar, dal redivivo Abu Mazen all’immarcescibile Erdogan, dal presidente cipriota a quello iracheno, dall’indonesiano all’azero. In mezzo a tutti e alla sua corte europea, ai Macron e Merz, Starmer e Meloni, lui: sua altezza imperiale Donaldone primo, gran visir d’Oriente e d’Occidente, maestro della commedia dell’arte atlantica e padrone indiscusso della pièce andata in scena a Sharm el Sheikh. E mai luogo avrebbe potuto essere più consono di quest’approdo del consumo a portata di charter, di bengodi di massa in riva al Mar Rosso, per la firma finale degli accordi di pace tra Hamas e Israele. E peccato che mancassero proprio loro, gli “sparring partner” della contesa, a dare sugo alla pièce.
Donaldone, deus ex machina
Netanyahu ha dato forfait all’ultimo dopo aver tenuto la platea col fiato sospeso, fedele al vecchio adagio morettiano del: mi si vede di più se vengo all’ultimo e sto in disparte oppure non vengo per niente? Quegli altri, è arcinoto, sono nati a libro paga d’Israele e manco loro si son visti. Ma sono attori non protagonisti, dopotutto: è lui, Donaldone I, il deus ex machina della combine. Fosse entrato nell’assise d’Egitto in groppa a un destriero col cappellone texano e il sigarone sul mascellone volitivo sarebbe stato perfetto, ma pure così ha fatto la sua porca figura. E che applausi, che fischi d’ammirazione alla Knesset – e lì sì che c’era, l’uomo forte di Tel Aviv, gongolante – quando sua altezza imperiale ha arringato l’assemblea nel dopofirma, nel backstage come suol dirsi, prima d’andare a fare affari e ripartire l’obolo tra gli sceicchi incaricati di rifare Gaza bella nuova.
Una nuova era
Pure Bibi aveva la lacrima al ciglio a sentire l’amico americano spendere tante belle parole per lui. Chiedere a Herzog, il presidente firmabombe, di non sognarsi d’affidare il suo premier al tribunale nazionale o, peggio, alla corte penale internazionale che l’ha accusato di genocidio, ora che il massacro rischia una battuta d’arresto e con la fine della macelleria Bibi rischio l’osso del collo per i suoi reati comuni. «Questo è l’inizio dell’era della fede e della speranza, questa è l’alba storica di un nuovo Medio Oriente», ha proclamato Trump. Anche i falchi del parlamento di Tel Aviv, quelli che hanno votato no all’accordo d’una pace farlocca come questa, piangevano come colombelle all’udire simili parole. Applausi a rotta di collo, standing ovation, giù il sipario.
Cosa resta fino al prossimo botto
Dopo due anni di macelleria che ha spianato Gaza e messo fine alla chimera d’uno stato palestinese, reificando il sogno della grande Israele, restano sul terreno decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di profughi e una regione devastata ma l’obiettivo è raggiunto, la pace è fatta. Fino al prossimo botto. Restano sul terreno, coi massacrati e la devastazione, le voci che nell’ora più buja della stella di Sion non hanno deflettuto dalla sua difesa a oltranza: i media sestistellati attruppati dietro ai loro generalissimi: i Vespa, i Mentana, i Molinari, le Gruber. Giornali e tiggì che dipingevano coi colori di guerra i cortei di pace. Resta un movimento d’opinione e di massa contrario all’aberrazione d’uno stato terrorista che si fa forte della lotta al terrorismo e dell’olocausto patito per imporre un altro olocausto alla Palestina e al mondo. Ma tutto passa e tra non molto si tornerà a parlare di radici giudaico cristiane per la nostra bella Europa. Senza un filino di vergogna per aver giocato a pallone con gl’israeliti in casa, anziché sbattergli la porta in faccia. Resta Donaldone I, imperatore d’un mondo al declino, artefice di guerra e profeta di pace.
Ministeri di guerra, Nobel di pace
Peccato, davvero peccato che tanta maestà d’animo non sia stata premiata dal Nobel, come richiesto dal presidente pakistano. E invece, all’uomo dal cuore umanitario, l’uomo in grado di smuovere le montagne con la sola forza della volontà, per usare le belle parole di Steven Cheung, a capo dello staff della comunicazione della Casa Bianca, s’è preferita l’eroina Maria Corina Machado, già pupilla della Cia, per la sua lotta per la libertà della patria venezuelana. Bene ha fatto il portavoce di Donaldone a tuonare contro quei perdigiorno del comitato norvegese del Nobel, quest’anticaglia d’un mondo a perdere, dopo aver dato notizia d’aver cambiato il nome del dipartimento della Difesa, vale a dire del Pentagono, in dipartimento della guerra, assai più adatto ai tempi: www.war.gov. Fatto è che se lo meritava proprio il Nobel, Donaldone, come ha ribadito Bibi dopo avergli infilato in tasca il piano di pace. Proprio come, a suo tempo, Hitler aveva fatto con Mussolini, il salvatore della pace a Monaco. Del resto anche il cancelliere del Reich è stato candidato al Nobel per la pace, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Ha proprio ragione il buon Gianandrea Gaiani. Viviamo tempi difficili, spesso tragici, a volte comici, quasi mai seri. Standing ovation, giù il sipario.
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