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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Sabina</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Drive out, fuori dalla civiltà</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Jun 2026 16:08:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Frammenti di un discorso politico nel parcheggio di un McDonald’s sul Gra, aspettando l’ora di cena L’altra sera ho assistito alla fine di una civiltà. Irrimediabile, irreversibile. La fine della civiltà umana. Non solo occidentale: umana tout court. Mi è sfilata innanzi con naturalezza trasparenza indifferenza, come tutte le morte cose che giungono alla fine senza neppure degna sepoltura. Talmente palmare da doverla raccontare. Ero... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/drive-out-fuori-dalla-civilta/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Frammenti di un discorso politico nel parcheggio di un McDonald’s sul Gra, aspettando l’ora di cena</strong> <span id="more-10759"></span>L’altra sera ho assistito alla fine di una civiltà. Irrimediabile, irreversibile. La fine della civiltà umana. Non solo occidentale: umana tout court. Mi è sfilata innanzi con naturalezza trasparenza indifferenza, come tutte le morte cose che giungono alla fine senza neppure degna sepoltura. Talmente palmare da doverla raccontare. Ero in attesa d’un amico per cena, un dì feriale, nel parcheggio d’un MacDonald ai margini d’una consolare, sul Gra, fianco a un ristorante di pesce chissà perché allignato lì, con vista sul traffico del raccordo anulare, nell’ora del rientro dal lavoro. Tardo pomeriggio, quando la calura accenna appena a dare tregua. In attesa dell’amico, dal parcheggio del casolare d’una vecchia tenuta agraria, divenuto ricettacolo d’antichità più o meno fasulle col tracollo della civiltà contadina, frequentato in giovinezza e il cui ricordo dava all’attesa un vago senso di nostalgia, poi trasformato in punto ristoro Mac nell’ultimo ventennio, assistevo all’ininterrotta sfilata di macchine.  Sosta al punto uno, ordina il cibo. Punto due, ritira la merce. Punto tre, pagala. Non era l’ora dei pasti, non nei nostri lidi mediterranei, ma la fila era senza soluzione di continuità. Anche all’interno del locale c’era già chi mangiava, benché il sole fosse ancora alto e l’ora della merenda, o dell’aperitivo come usa dirsi, più che di cena.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Alla sfilata c’erano tutti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Alla sfilata ce n’era per tutti i gusti: dalla giovane coppia ai nonni coi nipotini, dall’operaio a fine giornata alla ragazzotta in tenuta da palestra, dai padri ai figli, dai vecchi ai giovani. E le macchine erano per tutte le tasche, fuoriserie e furgoni, nuove ibride e vecchie glorie. Tutti in fila a ordinare, ritirare, pagare e via. La vecchia Skoda, dietro la siepe dove s’era in attesa, pareva godersi la sfilata e stupire pur’essa. La gran parte delle macchine sfilava via ma c’era chi, più coraggioso frettoloso o affamato, s’infilava nel parcheggio a sbranare il suo McBurger, finestrini alzati e aria condizionata accesa, senza degnare d’uno sguardo i vicini in sosta, senza manco togliersi il cappelletto o spegnere il cellulare. Tutti o quasi con l’immancabile cappellino da baseball, il tatuaggio in bellavista, la scarpa ginnica di marca rigorosamente slacciata, le brache calate fin sotto le chiappe i più giovani e attenti alla moda. Tutti diversi eppure uguali, uomini donne e altro, giovani e non più tali, immigrati di terza generazione o borgatari doc, lo stesso sguardo vacuo e indifferente che diresti vuoto e innocente se non fosse traversato da lampi di perdizione, stessi abiti postura parole.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Amerikani sempre avanti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Era il 1955 quando tal Ray Kroc, uno che col nome così poteva fare il personaggio dei fumetti e invece era un rappresentante di frullatori, ebbe la geniale idea di fare del punto ristoro aperto in California prima della guerra da due fratelli d’origini scozzesi un brand, o meglio marca, mondiale. L’icona del panino mordi e fuggi. Nello stesso anno il vecchio Walt inaugurava il primo parco a tema della Disney, e bastano questi due eventi a dire quanto fossero avanti l’amerikani rispetto a tutti e ai sovietici, impelagati nella destalinizzazione. Ma già da un ventennio un altro genio d’Amerika aveva tirato su, con un telo tra due macchine, il primo drive in della storia. S’era nel ‘33, i nazisti stavano prendendo il potere in Germania e l’Europa correva il rischio di marciare a un altro passo rispetto alle Stars &amp; Stripes forever di Philip Sousa, e invece. Vale per i nazi quanto sopra pei russi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La vittoria vera dei vincitori</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Povero Belpaese nostro, amerikanizzato nel profondo, dove a ottant’anni suonati dalla fine della guerra in cui credevamo di fregare gente di tal fatta, e poi d’averla vinta, sol perché finita dalla parte di chi l’ha vinta, siamo ancora al servizio dei vincitori. Hai voglia a pagare rate, il mutuo ai liberatori non s’estingue mai. Liberarsi dai liberatori, e dall’Europa intera ai loro piedi, sarebbe l’imperativo categorico, per dirla come Kant, di qualunque governo attento agli interessi del paese e del continente, altro che la pantomima dell’alternanza destra sinistra, buona per il pubblico alla balconata. La vittoria vera dei vincitori angloamericani è stata questa: aver mandato i cervelli all’ammasso più e meglio di quanto avrebbero fatto quegli altri ai quali strizza l’occhiolino bello la serva Melona, e reso il pensiero un reato di leso conformismo, per citare l’illuminante saggio di Paolo Crepet. Fino a mandarli in pappa del tutto con la demenza artificiale, in attesa della mazzata robotica finale. E noi come stronzi rimanemmo a guardare, come recita il capolavoro di Pif.</p>
<p><strong>L’Illinois di casa nostra</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ma torniamo a noi, in attesa nel parcheggio del McDonald’s. All’impasto d’idiotismo amerikano e grullismo spacciato per furberìa italica che siamo diventati. Finalmente l’amico arriva e si va a cena. In un posto in aperta campagna, in Sabina, dove tutto è come una volta, ai tavoli con la tovaglia a quadrettoni sotto la veranda le portate s’accompagnano a un vinello casareccio e un bell’odorino di stallatico, le volpi fanno la serenata ai polli da presso e le ranocchie cantano dal fosso. Pure la cameriera ucraina è la stessa di trent’anni fa, assai più agée. Solo il conto è diverso, una piotta secca in due. Torniamo, storditi ma sereni, al parcheggio del McDonald’s a notte fonda. Una ridda di ragazzotti in moto e giacche di pelle stanno in attesa nel parking car, come fossimo in Illinois sessant’anni fa. La gente fa ressa alla cassa, dove per un ventino sbrani il tuo panino e ti danno pure una bella bibita colorata. La prossima volta restiamo a cena qua. Ché siamo fuori dalla civiltà, ma a pocoprezzo.</span></p>
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		<title>La primavera sacra è tornata</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 13:20:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’era una volta e c’è ancora il Ver sacrum. Il festival dei popoli italici nel capoluogo della Sabina C’era una volta il Ver sacrum. La primavera sacra. L’esodo periodico durante il quale, all’arrivo della bella stagione in anni prestabiliti, le giovani leve delle tribù sabelliche sciamavano verso nuovi lidi, terre da conquistare dissodare abitare. Si narra che tutto cominciò con un voto. All’indomani d’una guerra... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-primavera-sacra-e-tornata/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>C’era una volta e c’è ancora il Ver sacrum. Il festival dei popoli italici nel capoluogo della Sabina</strong><span id="more-10745"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">C’era una volta il Ver sacrum. La primavera sacra. L’esodo periodico durante il quale, all’arrivo della bella stagione in anni prestabiliti, le giovani leve delle tribù sabelliche sciamavano verso nuovi lidi, terre da conquistare dissodare abitare. Si narra che tutto cominciò con un voto. All’indomani d’una guerra particolarmente cruenta fra Umbri e Sabini, questi ultimi sacrificarono, simbolicamente, una data generazione a lasciare la terra dei padri e iniziare una nuova vita dove possibile, in territori vergini, tutti da conquistare. Al seguito d‘un sèmone, uno spirito guida, animale totemico o elemento della natura che fosse – il cavallo degli Equi, il toro dei Sanniti, il lupo degli Irpini, il masso degli Ernici e via sacrando – e di un capo sacerdotale, sciamavano altrove, a popolare terre relativamente disabitate.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Consacrati a Marte</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Sarebbe nata così, da queste migrazioni rituali, la colonizzazione delle popolazioni osco-sabelliche di ceppo indoeuropeo che dall’Italia centrale giunsero fino all’estremo meridione d’Italia e oltre, fino alla punta della Sicilia. All’incontro-scontro con Enotri e Sicani, e altri di cui la storia neppure serba il nome. Un movimento plurisecolare di ondate migratorie progressive che portò le varie etnie a differenziarsi in ceppi distinti dalla comune matrice Sabina, o Sabellica per filiazione. Nascevano così, in età protostorica, le stirpi che avrebbero dato nome a popoli diversi, pur nella comune koiné centroitalica. Equi, Ernici, Sanniti, Bruzi e via sciamando. Che queste migrazioni fossero mutuate da scarsità di risorse nelle aree occupate o desiderio d’espansione; conquista prevalentemente pacifica o inframmezzata da fatti d’arme e unioni forzose, è un falso dilemma dei consacrati a Marte.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un vuoto da penetrare</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Fatto è che da questo movimento di popolazioni nacque la prima Italia. O la seconda, la terza, chissà, ché la storia ctonia non è mai scritta una volta per tutte. Insomma l’Italia preromana che si considera ancora un vuoto, un vacuum come la suprema dea venerata dai sabini. Quella Vacuna che simboleggiava, col vuoto delle selve oscure tutte da penetrare, il mistero stesso della vita. E della morte, in tempi persino più duri e incerti dei nostri. L’Italia prima di Roma, comunque si chiamasse, è ancora un mistero insoluto, un vuoto da colmare per chi crede che prima di Roma non esistesse civiltà, o semplicemente ignora la grande ricchezza che giace sotto ai nostri piedi, insepolta, malcelata da millenarie incomprensioni, negligenze e ruberìe. Come quel carro del principe sabino d’Ereto, spacciato per etrusco, da poco restituito alla sua terra natale ed esposto nelle sale del museo archeologico reatino, ora al museo farense. E veniamo all’oggi, al Ver sacrum.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tre giorni di eventi</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È encomiabile l’iniziativa, finanziata dal piano nazionale Next Appennino, del primo festival dei popoli italici: la primavera sacra. Voluto da Federico Fioravanti, ideatore e direttore, la tre giorni ha visto una serie d’eventi susseguirsi a Rieti – città assai più antica di Roma – nel civico museo archeologico e nel teatro Flavio Vespasiano. Dall’8 al 10 maggio convegni e spettacoli hanno illuminato una storia millenaria pressoché sconosciuta agli addetti ai lavori, oltre che al grande pubblico. Inaugurato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, l’evento ha visto alternarsi focus sui vari aspetti degli antichi italici. Tra gli altri, Alessandro Jaja e Carlo Virili hanno parlato della vita nei laghi reatini al tempo degli Aborigeni, prima dei Sabini; Augusto Ancillotti degli Umbri e delle Tavole Eugubine, bibbia dei popoli italici; Nicola Mastronardi della primavera sacra a Marte, Adriano la Regina dei Sanniti, Paola Santoro dei Sabini tiberini, Valentino Nizzo degli Etruschi, Loredana Cappelletti delle genti della Magna Grecia, Andrea Carandini e Nicolò Squartini della Valle dei Flavi. Imperatori ai quali si deve, con Vespasiano, oltre al Colosseo le celebri latrine.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un festival da ripetere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A questi si sono alternati spettacoli e letture: dal Racconto di Romolo, una narrazione di Natalia Magni accompagnata dal flauto di Serine Khoudirate, alla Tribù degli alberi di Stefano Mancuso, ai Popoli e imperi dall’antichità a oggi di Dario Fabbri; dai tavoli didattici sulla vita quotidiana a Roma alla collezione Mattesini d’armi e vesti dei popoli italici, in mostra fino al 6 gennaio al museo archeologico di via Sant’Anna 4, a Rieti. La primavera è tornata, con l’augurio che non sfiorisca presto e a questa prima edizione ne seguano molte altre. Info e appuntamenti su <a href="http://festivalpopolitalici.it" target="_blank">festivalpopolitalici.it</a></p>
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		<title>Il ritorno del principe</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Mar 2024 09:53:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Inaugurata nel museo di Fara Sabina la sala del carro di Eretum. Dalla Sabina alla Danimarca e ritorno, un viaggio lungo ventisette secoli La storia è vecchia di ventisette secoli. La raccontano Livio e Plutarco e, ovviamente, non può che essere avvolta nella leggenda, o meglio nel mito, che ha i suoi addentellati nella realtà storica. Risale al tempo della conquista sabina del Campidoglio, poco... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-ritorno-del-principe/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Inaugurata nel museo di Fara Sabina la sala del carro di Eretum. Dalla Sabina alla Danimarca e ritorno, un viaggio lungo ventisette secoli</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span id="more-10361"></span>La storia è vecchia di ventisette secoli. La raccontano Livio e Plutarco e, ovviamente, non può che essere avvolta nella leggenda, o meglio nel mito, che ha i suoi addentellati nella realtà storica. Risale al tempo della conquista sabina del Campidoglio, poco dopo la fondazione romulea della Roma quadrata sul Palatino. Mettio Curzio, principe di Eretum e comandante delle schiere sabine guidate dal re di Cures, Tito Tazio, venne a duello col braccio destro latino di Romolo, Ostio Ostilio, nonno del futuro terzo re di Roma, e lo uccise, sotto la rocca capitolina. La scaramuccia che ne seguì costrinse il condottiero sabino allo scampo nella marrana tra i due colli, rimettendoci quasi la pelle. Poi le due fazioni si ricomposero con la coreggenza dei due re, Tito con Romolo, finché questi non decise di sbarazzarsi del rivale, tempo dopo, con una congiura a Lavinio, presso il mausoleo d’Enea. Fine della storia, o meglio del mito.</p>
<p style="font-weight: 400;">La cronaca è vecchia di quarant’anni. Nella campagna romana presso Montelibretti, in località Colle del forno, nel passaggio dell’area al Cnr beninformati tombaroli trafugano dalla necropoli di Eretum i resti di un corredo principesco appartenuto a un nobile sabino del VII secolo avanti Cristo. I materiali finiscono, tramite il mercante d’antichità Giacomo Medici, nel museo Ny Carlsberg di Copenaghen, dove per decenni fanno bella mostra di sé con la dicitura “carro etrusco”. Numerose segnalazioni e sollecitazioni portano i carabinieri del nucleo di tutela patrimoniale a indagare sui fatti e riportano infine alla restituzione dei reperti trafugati in patria, nel 2016. In piena pandemia, nel 2021, il pubblico italiano può ammirare i resti ricomposti ed esposti a Rieti, a cura della fondazione Varrone, con la promessa di restituirli alla terra natìa, in un’adeguata sede.</p>
<p style="font-weight: 400;">L’attualità è di oggi. Il carro del principe di Eretum è tornato a casa, nella nuova sala espositiva di palazzo Brancaleoni, nel museo archeologico di Fara Sabina, accanto ad altre pietre miliari delle risultanze archeologiche del popolo centroitalico. Due tra tutte il cippo di Cures, con iscrizione arcaica, e il calco in terracotta di un trono – forse dello stesso principe – proveniente dal medesimo. Il lungo viaggio è finito, tra gli altri materiali recuperati, in un degno allestimento realizzato anche grazie ai fondi messi a disposizione dal Polo industriale di Passo Corese. A mo’ di risarcimento, assai parziale, per aver spianato l’antica necropoli di Curi, giacente sotto il magnificente centro logistico e di stoccaggio Amazon, dopo secoli d’oblio. Tutto interrato e cementificato, come riportato dalla trasmissione Report al tempo. Compresa la via sacra percorsa da Numa Pompilio, secondo re sabino di Roma, prima d’essere incoronato re al posto del predecessore, con miglior fortuna.</p>
<p><span style="font-weight: 400;">Alla cerimonia inaugurale c’erano un po’ tutti: media, archeologi – tra cui Paola Santoro e Francesca Licordari, idealmente a cassetta del carro – e autorità. Soprattutto gente. Tanta, al punto che per la presentazione del ritorno si sono dovute aprire le porte della collegiata di Sant’Antonio, prima di concedere un bel buffet di piazza e poter accedere, a gruppi, nella sala del carro. Nell’altre no, eppoi è giusto così, meglio godersele in pace e con calma, le poche testimonianze d’un popolo che ha dato alla storia di Roma e d’Italia assai più di quanto la memoria e l’archeologia abbiano potuto ricostruire, disvelandone le tracce e il ricordo. I resti del carro principesco, o meglio del cocchio da parata e del calesse cerimoniale – presumibilmente il carro funebre del principe, ricco del bestiario orientalizzante allora in voga – sono tra i pochi resti riemersi da un passato più famoso che conosciuto, per dirla come Manzoni, finalmente tornati a casa. Altri pezzi aspettano di fare ritorno, come l’elmo del principe, ancora sotto teca al museo di Magonza. Per ora, “de ‘na vacca emo reccapezzatu un cornu”, recita un motto della Sabina tiberina. Godiamocelo, è un corno d’oro.</span></p>
<p><em>Sopra: tifone, particolare su una lamina di rivestimento (copertina di Strada facendo, il lungo viaggio del carro di Eretum, a cura di Alessandro Betori e Francesca Licordari, ed. Il formichiere) </em></p>

<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/il-ritorno-del-principe/far-interno-della-collegiata/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Far-interno-della-collegiata-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Fara, interno della collegiata" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/il-ritorno-del-principe/fara_in_sabina_carro_eretum/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/fara_in_sabina_carro_eretum-150x150.jpeg" class="attachment-thumbnail" alt="Carro, allestimento 2021" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/il-ritorno-del-principe/fara-carro-di-ereto/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Fara-carro-di-Ereto-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Carro, allestimento 2024" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/il-ritorno-del-principe/fara-collegiata-e-torre-campanaria/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Fara-collegiata-e-torre-campanaria-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Fara Sabina, collegiata e torre campanaria" /></a>
<a href='https://www.mauriziozuccari.net/site/il-ritorno-del-principe/fara-palazzo-brancaleoni/'><img width="150" height="150" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/03/Fara-palazzo-Brancaleoni-150x150.jpg" class="attachment-thumbnail" alt="Fara Sabina, ingresso palazzo Brancaleoni" /></a>

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		<title>Sabina, nasce il Museo diffuso della Resistenza</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Oct 2015 16:52:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Si inaugura il 25 ottobre a Poggio Mirteto (Rieti). Un progetto pilota per sviluppare un turismo della memoria nei luoghi dove nacque la prima zona libera d’Italia, della battaglia del Tancia e della strage nazifascista di Monte San Giovanni. Oltre il ricordo. «Con la liberazione di Cascia, Monteleone, Aruscio, Norcia, Leonessa, Albaneto, Poggio Bustone e le rispettive frazioni dei Comuni sopra citati, nonché i Comuni della... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/sabina-nasce-il-museo-diffuso-della-resistenza/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Si inaugura il 25 ottobre a Poggio Mirteto (Rieti). Un progetto pilota per sviluppare un turismo della memoria nei luoghi dove nacque la prima zona libera d’Italia, della battaglia del Tancia e della strage nazifascista di Monte San Giovanni. Oltre il ricordo.<span id="more-8618"></span></p>
<div id="attachment_8619" style="width: 190px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/mappa_cascia.jpg"><img class="size-medium wp-image-8619" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/mappa_cascia-180x300.jpg" alt="mappa della prima zona libera d'Italia" width="180" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">mappa della prima zona libera d&#8217;Italia</p></div>
<p>«Con la liberazione di Cascia, Monteleone, Aruscio, Norcia, Leonessa, Albaneto, Poggio Bustone e le rispettive frazioni dei Comuni sopra citati, nonché i Comuni della Valnerina Alta, la Brigata Garibaldina a tutt’oggi ha liberato circa mille chilometri quadrati di territorio. Migliaia e migliaia di lavoratori sono stati liberati dalla schiavitù nazifascista. Questo Comando mentre invita i cittadini a collaborare con i partigiani per le necessità delle popolazioni liberate, rende noto che il territorio sopra descritto, con limiti: La Valle di Ferentillo, Castiglioni di Arrone, Rivodruti e Albaneto, è considerato staccato dalle Province di Terni, Perugia e Rieti, città ancora sotto il dominio nazifascista, e legato alla città di Cascia, da questo momento considerata capoluogo di tale territorio. Perciò la Brigata Garibaldina Gramsci è l’unica autorità operante in detto territorio, che degnamente rappresenta l’Italia democratica».</p>
<p>È il 16 marzo 1944 quando il comando della Brigata partigiana Gramsci emana questo proclama dalla sede dell’albergo Italia di Cascia. È infatti in Sabina, a cavallo tra Lazio e Umbria, con epicentro a Cascia, che si costituisce alla metà di marzo del 1944 la prima repubblica partigiana, assai prima che in Val d’Ossola. Una zona libera di oltre mille chilometri quadrati che avrà vita effimera, neanche un mese, ma rappresenta il primo esempio di resistenza armata organizzata al nazifascismo in Italia. Un’esperienza presto repressa con il rastrellamento nell’Alta e Bassa Sabina e sul Monte Tancia, nell’operazione denominata Osterei, Uova di Pasqua, tra il marzo e l’aprile del &#8217;44, a poche settimane dalla liberazione di Roma.</p>
<div id="attachment_8628" style="width: 222px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/invito25ottobre20151.jpg"><img class="size-medium wp-image-8628" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/invito25ottobre20151-212x300.jpg" alt="invito 25 ottobre 2015" width="212" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">invito 25 ottobre 2015</p></div>
<p>È in questi luoghi che prende il via il Museo diffuso della Resistenza in Sabina. Si tratta di un percorso di circa dieci chilometri alla riscoperta di un pezzo importante della storia recente, nel territorio che ha visto nascere la prima zona libera d’Italia, teatro della lotta armata contro l’occupazione, della battaglia del Monte Tancia e delle stragi nazifasciste di Leonessa e Monte San Giovanni. Prima tappa di un sito museale all’aperto, il museo si inaugura il 25 ottobre a Poggio Mirteto (Rieti) con una visita guidata mattutina e un convegno pomeridiano nella sala comunale, coordinato dal sottoscritto, e rappresenta l’avvio di un progetto curato dalla <a href="http://fondazionenenni.it" target="_blank">fondazione Nenni</a> che vuole coinvolgere i Comuni di Roma, Monterotondo e Rieti per la conoscenza e la fruizione di itinerari storici della Resistenza, alla riscoperta dell’entroterra sabino e laziale anche da questo punto di vista.</p>
<p>Già all’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 si costituisce sul territorio della Sabina tiberina una formazione partigiana denominata Banda d’Ercole, collegata al Centro militare clandestino, organizzato a Roma dal colonnello Giuseppe Cordero di Montezemolo, ucciso alle Fosse Ardeatine il 24 marzo 1944. Comandante militare della banda, che prende il nome dal suo fondatore, il maggiore Patrizio D’Ercole, è il tenente Carlo Turrio Baldassarri. Nell’area opera pure la banda Strale, collegata anch’essa al centro militare. Contemporaneamente, nella zona di Poggio Mirteto si costituisce una squadra di sabotaggio di cui fanno parte antifascisti locali, soprattutto comunisti, guidati da Redento Masci. Il raggruppamento assume successivamente la denominazione di brigata autonoma Stalin, fondendosi con la banda D’Ercole e assumendo il nome D’Ercole-Stalin, alla quale si aggregano soldati sbandati, ex prigionieri di guerra fuggiti dai campi della zona e renitenti alla leva.</p>
<div id="attachment_8621" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/Poggio-Mirteto-la-piaza-principale-nel-1940.jpg"><img class="size-medium wp-image-8621" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/Poggio-Mirteto-la-piaza-principale-nel-1940-300x190.jpg" alt="Poggio Mirteto, la piazza principale nel 1940" width="300" height="190" /></a><p class="wp-caption-text">Poggio Mirteto, la piazza principale nel 1940</p></div>
<p>I partigiani iniziano a operare compiendo attentati lungo la linea ferroviaria Roma-Orte-Firenze. La prima operazione, nata in modo pressoché fortuito il 14 settembre 1943, è la distruzione di un treno carico di viveri e munizioni e del treno presidenziale di Mussolini fermi allo scalo di Poggio Mirteto per evitare i bombardamenti alleati su Roma. All’azione partecipano lo stesso Masci e il giovane sottufficiale del genio Giorgio Labò, diventato in seguito uno dei due artificieri dei Gap romani, catturato e fucilato nel marzo ‘44. Già il 23 ottobre 1943 la banda conta il suo primo caduto: Mario Dottori, ucciso mentre cerca di far saltare un ponte ferroviario in località Galantina. A lui è dedicata una piazzetta in paese.</p>
<p>La resistenza è attiva in particolare nel nord della regione, ai confini con l’Umbria, dove il 16 marzo 1944 avviene la storica proclamazione del Territorio libero di Cascia, Norcia e Leonessa da parte della brigata garibaldina Gramsci, dopo gli scontri a Poggio Bustone – dove viene ucciso, con una dozzina di repubblichini, il questore Bruno Pannaria – e in altre località che avevano portato alla liberazione di una vasta fascia di territorio compreso nelle province di Rieti, Perugia e Terni. Ad assumerne il comando è il comunista titino Svetozar Lakovic, commissario politico Alfredo Filipponi. Nessun collegamento viene però attivato coi gruppi operanti nella Bassa Sabina dove, sempre nel marzo ‘44, viene costituito un comando unificato sul Monte Cosce, coordinato dal maggiore Aimone Manni, mentre si aggregano alla Brigata D’Ercole-Stalin molti gappisti romani, guidati dai membri del Pci Nino Franchillucci e Luigi Forcella, riparati nella zona per sfuggire ai rastrellamenti culminati nell’eccidio delle Fosse Ardeatine, il 24 del mese. La brigata, così rafforzata, compie vari sabotaggi, attaccando pattuglie e convogli che transitano verso il capoluogo di provincia attraverso il Monte Tancia, dove ha il suo rifugio.</p>
<div id="attachment_8622" style="width: 196px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/toso3.jpg"><img class="size-medium wp-image-8622" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/toso3-186x300.jpg" alt="A destra: Svetozar Lakovic (Toso) comandante della Gramsci" width="186" height="300" /></a><p class="wp-caption-text">A destra: Svetozar Lakovic (Toso) comandante della Gramsci</p></div>
<p>Sentendosi minacciato, il prefetto repubblichino di Rieti, Ermanno Di Marsciano, già federale fascista della città, chiede l’intervento dei tedeschi che d’altra parte hanno bisogno di “ripulire” la zona dai partigiani in vista dell’imminente abbandono del caposaldo di Cassino e della ritirata da Roma. Così, in coda alla vasta operazione di rastrellamento iniziata la notte del 31 marzo nel Territorio libero – dove si contano quasi 300 morti e circa 700 rastrellati, in massima parte civili, mentre le bande partigiane si dileguano senza impegnare battaglia – da parte del raggruppamento guidato dal colonnello Ludwig Schanze, poi sostituito nell’incarico dal maggiore Hermann Wilcke, all’alba del 7 aprile, vigilia di Pasqua (il cosiddetto venerdì di sangue) un reparto di SS della divisione Brandenburgo, coadiuvati dai militi fascisti della Gnr, al comando dello stesso Di Marsciano iniziano il rastrellamento del Tancia da tre direzioni. I partigiani rimasti sul posto si dispongono in altrettante squadre per bloccare le vie di accesso. Lo scontro a fuoco si protrae fino al pomeriggio, quando la formazione di circa 80 elementi riesce a rompere l’accerchiamento ma sul terreno, in località Arcucciola, restano 7 corpi.</p>
<div id="attachment_8623" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/Monte-Tancia-lapide-ai-caduti1.jpg"><img class="size-medium wp-image-8623" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/10/Monte-Tancia-lapide-ai-caduti1-300x201.jpg" alt="Monte Tancia, lapide ai caduti" width="300" height="201" /></a><p class="wp-caption-text">Monte Tancia, lapide ai caduti</p></div>
<p>I caduti sono in gran parte romani: i fratelli Franco e Bruno Bruni (medaglia d’oro alla memoria) di 18 e 21 anni, Giordano Sangalli, di 16, Nello Donini (18), Domenico Del Bufalo (20), Alberto Di Battista (22), e Giacomo Donati (36). Altri due partigiani vengono presi e fucilati a Castel San Pietro, un terzo all’Osteria del Tancia. Complessivamente cadono 10 patrioti. Intanto proseguono le rappresaglie contro i civili. Quello stesso 7 aprile vengono catturati il podestà di Poggio Mirteto Giuseppe De Vito, accusato di connivenza con gli antifascisti, Giuseppe Felici (già membro dei Gap romani, ferito nello scontro del Tancia), il poggiano Diego Eusebi e il giovane studente milanese Giannantonio Pellegrini Ghislaghi. Due giorni dopo, il 9 aprile, domenica di Pasqua, vengono fucilati a Rieti in località Quattro Strade, insieme ad altri 11 patrioti.</p>
<p>Come già nella ex zona libera, i nazifascisti infieriscono sulla popolazione locale. Nella frazione di San Michele del Comune di Monte San Giovanni catturano anziani, donne e bambini e li rinchiudono nella chiesola omonima mentre danno fuoco alle case, poi li radunano in uno spiazzo dove vengono trucidati con la mitragliatrice. Le vittime sono 15, tra le quali sei donne, di cui una incinta di sette mesi, 3 vecchi e 6 bambini: una bimba di appena 18 mesi, due di 4 anni e due di 6. Si salvano, perché nascoste dalla madre, due bambine: una di 3 mesi e l’altra di 7 anni. Altri 3 anziani vengono uccisi nella frazione Gallo. Ancora un tributo di sangue Poggio Mirteto paga nelle ultime ore dell’occupazione nazista. Il 10 giugno i tedeschi in ritirata bombardano con colpi di mortaio la piazza del paese, dove si sono riunite le persone attirate da un comunicato che annuncia la distribuzione di generi alimentari. Muoiono in 14, tra le quali 3 donne. Altre 9 persone, soprattutto ragazzi e anziani, periscono per le mine rimaste inesplose nel territorio. Ai martiri dell’Arcucciola, o della libertà, è dedicata la principale piazza del paese e viene concessa la medaglia d’argento al valor militare, come pure alla brigata D’Ercole-Stalin. Nonostante i vari processi, i responsabili delle stragi non hanno mai pagato. Il Museo diffuso della Resistenza è un omaggio a loro, alle vittime, ma calato nell’oggi, perché la memoria non sia solo un ricordo.</p>
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