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	<title>Maurizio Zuccari &#187; festival</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>L’Angelo e la luna</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jul 2026 16:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Torna il festival di danza, musica, teatro e arte circense negli spazi di Castel Sant’Angelo Come si resiste alla calura estiva? Una bibita fresca, un bel gelato. Un tuffo in piscina o al mare, certo. Eppoi, tanto per uscire dalla portata del condizionatore o dal brodo di coltura domestico, un bello spettacolo serale, di quelli che rinfrancano &#38; rinfrescano lo spirito a bagnomaria. A Roma, nei... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/langelo-e-la-luna/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Torna il festival di danza, musica, teatro e arte circense negli spazi di Castel Sant’Angelo</strong><span id="more-10785"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Come si resiste alla calura estiva? Una bibita fresca, un bel gelato. Un tuffo in piscina o al mare, certo. Eppoi, tanto per uscire dalla portata del condizionatore o dal brodo di coltura domestico, un bello spettacolo serale, di quelli che rinfrancano &amp; rinfrescano lo spirito a bagnomaria. A Roma, nei meandri di castel Sant’Angelo, niente di meglio dell’Angelo e la luna per scampare all’afa capitolina, anche se nei cortili della vecchia mole adriana questa si fa sentire. Il festival di circo contemporaneo, danza, musica e teatro, alla sua terza edizione, propone da luglio a ottobre quindici spettacoli (quaranta repliche) di artisti nazionali e internazionali che animeranno gli spazi del castello: dalla corte di Alessandro VI alla sala Paolina, dal bastione San Matteo alla sala Apollo, dal cortile dell’Angelo alla terrazza panoramica.</p>
<p style="font-weight: 400;">Da luglio a ottobre ce n’è per tutti, grandi e piccini, come suol dirsi. Dopo il via alle danze – letteralmente – dei Baba Yaga, band mitteleuropea con base a Vienna che si rifà all’archetipo della strega slava, con Grenzenlos – Senza confini – sarabanda musicale e loro disco d’esordio del 2024, è andata in scena L’anima del mondo. L’anima mundi dell’imperatore poeta, Adriano, che forse aleggia ancora nella mole del suo cenotafio, rievocata dalla voce di Marco Cavalcoli e dalle musiche di Lorenzo Tomio. Poi la fiaba moderna dell’altro duo Dimitri-Manenti, per la regia di Elisa Canessa: Cuor di coniglio. Uno spettacolo dedicato alle paure e ai sogni infranti e ricomposti dell’infanzia, scombiccherato e un po’ puzzone come si conviene ai giovanissimi. Il 23 luglio è la volta di Segni, spettacolo di danza degli Excursus.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eppoi tanti altri, dal Castello degli angeli ostinati, a cavallo tra la fine di luglio e i primi d’agosto, racconto circense itinerante negli spazi più suggestivi del castello, palcoscenico dello spettacolo già premiato dal Mic, al doppio appuntamento teatrale di Antonio Rezza a fine settembre, per finire ai primi d’ottobre con la rievocazione di Francesco, angelo degli ultimi, sulla figura del santo poverello, di e con Massimo Verdastro e Dario Guidi. Qui Info, prenotazioni e biglietti su <a href="https://bit.ly/ticketingcoopculture" target="_blank">https://bit.ly/ticketingcoopculture</a></p>
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		<title>La primavera sacra è tornata</title>
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		<pubDate>Sat, 09 May 2026 13:20:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[C’era una volta e c’è ancora il Ver sacrum. Il festival dei popoli italici nel capoluogo della Sabina C’era una volta il Ver sacrum. La primavera sacra. L’esodo periodico durante il quale, all’arrivo della bella stagione in anni prestabiliti, le giovani leve delle tribù sabelliche sciamavano verso nuovi lidi, terre da conquistare dissodare abitare. Si narra che tutto cominciò con un voto. All’indomani d’una guerra... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-primavera-sacra-e-tornata/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>C’era una volta e c’è ancora il Ver sacrum. Il festival dei popoli italici nel capoluogo della Sabina</strong><span id="more-10745"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">C’era una volta il Ver sacrum. La primavera sacra. L’esodo periodico durante il quale, all’arrivo della bella stagione in anni prestabiliti, le giovani leve delle tribù sabelliche sciamavano verso nuovi lidi, terre da conquistare dissodare abitare. Si narra che tutto cominciò con un voto. All’indomani d’una guerra particolarmente cruenta fra Umbri e Sabini, questi ultimi sacrificarono, simbolicamente, una data generazione a lasciare la terra dei padri e iniziare una nuova vita dove possibile, in territori vergini, tutti da conquistare. Al seguito d‘un sèmone, uno spirito guida, animale totemico o elemento della natura che fosse – il cavallo degli Equi, il toro dei Sanniti, il lupo degli Irpini, il masso degli Ernici e via sacrando – e di un capo sacerdotale, sciamavano altrove, a popolare terre relativamente disabitate.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Consacrati a Marte</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Sarebbe nata così, da queste migrazioni rituali, la colonizzazione delle popolazioni osco-sabelliche di ceppo indoeuropeo che dall’Italia centrale giunsero fino all’estremo meridione d’Italia e oltre, fino alla punta della Sicilia. All’incontro-scontro con Enotri e Sicani, e altri di cui la storia neppure serba il nome. Un movimento plurisecolare di ondate migratorie progressive che portò le varie etnie a differenziarsi in ceppi distinti dalla comune matrice Sabina, o Sabellica per filiazione. Nascevano così, in età protostorica, le stirpi che avrebbero dato nome a popoli diversi, pur nella comune koiné centroitalica. Equi, Ernici, Sanniti, Bruzi e via sciamando. Che queste migrazioni fossero mutuate da scarsità di risorse nelle aree occupate o desiderio d’espansione; conquista prevalentemente pacifica o inframmezzata da fatti d’arme e unioni forzose, è un falso dilemma dei consacrati a Marte.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un vuoto da penetrare</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Fatto è che da questo movimento di popolazioni nacque la prima Italia. O la seconda, la terza, chissà, ché la storia ctonia non è mai scritta una volta per tutte. Insomma l’Italia preromana che si considera ancora un vuoto, un vacuum come la suprema dea venerata dai sabini. Quella Vacuna che simboleggiava, col vuoto delle selve oscure tutte da penetrare, il mistero stesso della vita. E della morte, in tempi persino più duri e incerti dei nostri. L’Italia prima di Roma, comunque si chiamasse, è ancora un mistero insoluto, un vuoto da colmare per chi crede che prima di Roma non esistesse civiltà, o semplicemente ignora la grande ricchezza che giace sotto ai nostri piedi, insepolta, malcelata da millenarie incomprensioni, negligenze e ruberìe. Come quel carro del principe sabino d’Ereto, spacciato per etrusco, da poco restituito alla sua terra natale ed esposto nelle sale del museo archeologico reatino, ora al museo farense. E veniamo all’oggi, al Ver sacrum.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tre giorni di eventi</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">È encomiabile l’iniziativa, finanziata dal piano nazionale Next Appennino, del primo festival dei popoli italici: la primavera sacra. Voluto da Federico Fioravanti, ideatore e direttore, la tre giorni ha visto una serie d’eventi susseguirsi a Rieti – città assai più antica di Roma – nel civico museo archeologico e nel teatro Flavio Vespasiano. Dall’8 al 10 maggio convegni e spettacoli hanno illuminato una storia millenaria pressoché sconosciuta agli addetti ai lavori, oltre che al grande pubblico. Inaugurato dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, l’evento ha visto alternarsi focus sui vari aspetti degli antichi italici. Tra gli altri, Alessandro Jaja e Carlo Virili hanno parlato della vita nei laghi reatini al tempo degli Aborigeni, prima dei Sabini; Augusto Ancillotti degli Umbri e delle Tavole Eugubine, bibbia dei popoli italici; Nicola Mastronardi della primavera sacra a Marte, Adriano la Regina dei Sanniti, Paola Santoro dei Sabini tiberini, Valentino Nizzo degli Etruschi, Loredana Cappelletti delle genti della Magna Grecia, Andrea Carandini e Nicolò Squartini della Valle dei Flavi. Imperatori ai quali si deve, con Vespasiano, oltre al Colosseo le celebri latrine.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Un festival da ripetere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">A questi si sono alternati spettacoli e letture: dal Racconto di Romolo, una narrazione di Natalia Magni accompagnata dal flauto di Serine Khoudirate, alla Tribù degli alberi di Stefano Mancuso, ai Popoli e imperi dall’antichità a oggi di Dario Fabbri; dai tavoli didattici sulla vita quotidiana a Roma alla collezione Mattesini d’armi e vesti dei popoli italici, in mostra fino al 6 gennaio al museo archeologico di via Sant’Anna 4, a Rieti. La primavera è tornata, con l’augurio che non sfiorisca presto e a questa prima edizione ne seguano molte altre. Info e appuntamenti su <a href="http://festivalpopolitalici.it" target="_blank">festivalpopolitalici.it</a></p>
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		<title>Unplugged, il festival</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Sep 2022 11:52:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La magia di Capossela inaugura la prima rassegna musicale nel parco archeologico dell’Appia antica Piglia un villone della Roma imperiale: quello dei fratelli Quintili, al V miglio dell’Appia antica. Quelli fatti scannare per invidia e crudeltà da Commodo che ne occupò l’immensa proprietà, imponente al punto da definirsi “Roma vecchia” ancora sui catasti ottocenteschi. Piglia un aèdo dei tempi nostri, mastro d’opera fina, canora e letteraria:... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/unplugged-il-festival/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La magia di Capossela inaugura la prima rassegna musicale nel parco archeologico dell’Appia antica<span id="more-10154"></span></p>
<p>Piglia un villone della Roma imperiale: quello dei fratelli Quintili, al V miglio dell’Appia antica. Quelli fatti scannare per invidia e crudeltà da Commodo che ne occupò l’immensa proprietà, imponente al punto da definirsi “Roma vecchia” ancora sui catasti ottocenteschi. Piglia un aèdo dei tempi nostri, mastro d’opera fina, canora e letteraria: Vinicio Capossela. Mettili insieme sul far della notte, a far d’apripista al festival Unplugged. Già questo basterebbe a dare senso, e gusto, alla prima rassegna musicale che sbarca su queste lande spazzate dal vento autunnale, a mezzavia tra l’Appia che menava a Brundisium e di qui all’Oriente e quella moderna. A dispetto del nome, infelicissimo, Unplugged – scollegato – che avrebbe inorridito Paolo Monelli, e rifà il verso al programma ideato su Mtv, la tre giorni inaugurata al parco archeologico della “regina viarum” celebrata da Paolo Rumiz in un bel libro, compartecipato dallo stesso Vinicio, è felicissima.</p>
<p>Capossela, anzitutto. A guittire e irretire coi suoi vezzi e le sue moine sonore la platea, enorme alla faccia della brezza notturna e delle folle sorciniane raccolte al Circo Massimo, punzecchiate qua e là dal nostro. Il menestrello d’Hannover ha alzato subito il livello della serata e dell’evento, sfiorando toni mistici in alcuni dei suoi pezzi più celebri, ma anche in qualche tocco inedito. Vedi l’“Ariosto governatore”, omaggio al poeta ai tempi del suo governatorato in Garfagnana per conto degli Estensi, dove al riparo delle mura di Castelnuovo si diceva quasi ostaggio d’una terra di lupi e briganti. La magia di sempre, la messinscena caposseliana, resa persino commovente dal fondale luminescente dei resti delle terme imperiali. Qualche cedimento ai richiami del rito elettorale e al macello ucraino, ma le note di “Quo vadis homine”, come titolava lo spettacolo, non potevano dar lustro migliore a un appuntamento raro di suo.</p>
<p>Il festival acustico al parco dell’Appia è infatti un evento scollegato nel nome ma collegato nei fatti al luogo, uno “spettacolo secondo natura”, come recita il sottotitolo della manifestazione, omaggio al “genius loci”, allo spirito del luogo e dei resti d’una civiltà. Non a caso è nel calendario delle giornate europee del patrimonio sostenibile, che in questo caso non è solo parola di tendenza e vuoto formato. Dopo Vinicio percorrono i basolati dell’Appia una pletora d’artisti di livello, sensibili al tema. La P-funking band nel pomeriggio del sabato, in un concerto itinerante tra la villa di Massenzio e quella dei Quintili. Gegè Telesforo per una puntata del suo tour sempre in villa, in serata. E ancora, tabla e violini del trio Trilok Gurtu &amp; Archè String, all’alba di domenica; una passeggiata – gratuita – per il parco con Ascanio Celestini nel pomeriggio e, a chiudere, Maria Pia De Vito con le musiche di “Dreamers”, domenica sera. Info, prenotazioni e biglietti su: <a href="http://romaunpluggedfestival.it" target="_blank">romaunpluggedfestival.it</a></p>
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		<title>Cortona on the move, sguardi di donne sul mondo</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Aug 2018 14:37:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Accroccata sulle pendici collinari che guardano il Trasimeno, Cortona è l’ultima cittadina toscana in faccia all’Umbria. Una bomboniera sul punto d’esplodere i suoi confetti d’attorno, disseminandoli sui colli della Val di Chiana aretina e in terra umbra. Ai motivi per cui si va nella Curtum etrusca – che di quella civiltà ha restituito, oltre alle possenti mura, le tombe del Sodo, uniche nel loro genere,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cortona-on-the-move-sguardi-di-donne/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/08/veduta-di-Cortona.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9403" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/08/veduta-di-Cortona-300x221.jpg" alt="veduta-di-cortona" width="300" height="221" /></a></p>
<p>Accroccata sulle pendici collinari che guardano il Trasimeno, Cortona è l’ultima cittadina toscana in faccia all’Umbria. Una bomboniera sul punto d’esplodere i suoi confetti d’attorno, disseminandoli sui colli della Val di Chiana aretina e in terra umbra. <span id="more-9401"></span>Ai motivi per cui si va nella Curtum etrusca – che di quella civiltà ha restituito, oltre alle possenti mura, le tombe del Sodo, uniche nel loro genere, compresa la Pianella che si vuole di Pitagora, e la lamina bronzea della Tabula Cortonensis – oltre alle bellezze del passato da tempo se n’aggiunge un altro, assai contemporaneo. Cortona on the move è, da otto anni, un appuntamento estivo imprescindibile per gli amanti della fotografia. Non sarà come quello di Lucca, o di Roma, ma anche il festival cortonese ha il suo perché sui saliscendi della Cortona medievale che lo ospita. E, come questi e com’è in voga, privilegia una fotografia di maniera, elaborata e concettuale anche se affronta e si richiama a temi di viaggio o di reportage.<br />
L’edizione di quest’anno è tutta al femminile. Sguardi di donne sulla realtà contemporanea, visto che «i diritti delle donne, o la loro mancanza, sono in prima linea nelle discussioni politiche e sociali», per dirla come Arianna Rinaldo. Così «quest’anno, prima istintivamente poi coscientemente, ho deciso di concentrarmi sulle fotografe donne», dichiara la curatrice del festival. Spazio alle donne, dunque, e al loro sguardo sul mondo, nelle tante mostre disseminate nelle varie sedi cittadine fino al 30 settembre.<br />
Si va dalle storie nel carcere di Guantanamo, in Welcome to Camp America, inside Guantánamo bay, di Debi Cornwall, all’emancipazione femminile in Under pressure di Guia Besana a The red road project di Carlotta Cardana, un viaggio sui nativi americani. E ancora, Tanya Habjouqa in Tomorrow there will be apricots parla delle siriane rifugiate in Giordania. In Blood speaks, a ritual of exile, Poulomi Basu racconta la violenza sulle donne nepalesi che vengono allontanate dalla comunità. Sanne De Wilde in The island of the Colorblind mostra le comunità della Micronesia dove gli abitanti soffrono di una malattia genetica che li rende ciechi al colore.<br />
Tra gli allestimenti non mancano i progetti specifici, come quello sui quattro fotografi di Magnum per il trentennale del Premio Sacharov, dedicato a chi ha dato un contributo importante alla lotta per i diritti umani, o sul vincitore del concorso Happiness on the move, #instagrampier di Pierfrancesco Celada, sui selfisti che a dozzine si raccolgono sul molo di Vittoria, a Hong Kong, per immortalarsi nei propri scatti. Tra le novità del festival anche Arena, video and beyond, una nuova sezione che espone video, installazioni e opere multimediali, lavori all’incrocio tra fotografia, film e tecnologia digitale. Tutto il programma su <a href="http://www.cortonaonthemove.com" target="_blank">www.cortonaonthemove.com</a>.</p>
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		<title>Ref 18, oltre le frontiere d&#8217;Europa</title>
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		<pubDate>Tue, 07 Aug 2018 07:58:43 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/08/Baricco-ad-Amatrice-foto-Romaeuropa-festival.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9397" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/08/Baricco-ad-Amatrice-foto-Romaeuropa-festival-300x199.jpg" alt="baricco-ad-amatrice-foto-romaeuropa-festival" width="300" height="199" /></a></p>
<p>L’aveva iniziato lui l’hanno scorso, è ripartito da lui anche quest’anno. Da Palamede, eroe degli Achei trasposto sulla piana reatina, rimosso dalle macerie di Troia per tornare a quelle di Amatrice. <span id="more-9396"></span>L’eroe cancellato da Omero nell’Odissea e raccontato da Euripide, narrato come alter ego positivo di Ulisse, è stato al centro dello spettacolo portato in scena da Alessandro Baricco a Cittareale e Amatrice, come già nella passata edizione ai Fori. Prima di lui, a portare il Romaeuropa festival nelle aree colpite dal sisma del 2016 è arrivata la compagnia Il posto, con le danze aeree sulle gru montate sui camion ad Accumoli, e Ascanio Celestini con La ballata dei senzatetto, sempre ad Amatrice. Un trittico di spettacoli, parte del progetto “120 motivi in più per tornare nelle valli reatine”, che anticipa e preannuncia le faville del festival promosso dal Mibact e dalla regione Lazio, a cura dell’omonima fondazione, ormai un classico di fine estate.</p>
<p>Numeri grossi, anche stavolta. Oltre alle zone colpite del cratere sismico laziale, 27 sono i luoghi del festival sparsi nella capitale, da Villa Medici al Maxxi, dall’ex mattatoio a palazzo Barberini, biblioteche e teatri, e quasi 170 gli spettacoli, tra cui 40 prime, senza contare mostre, installazioni, convegni. Più di 60 compagnie provenienti da 24 paesi e 300 artisti impegnati in una kermesse che si è ritagliata ruolo e spazio negli anni, unica nel suo genere nel mettere assieme vari generi: danza, teatro e visioni. Non a caso il direttore artistico Fabrizio Grifasi nel presentare l’edizione del Ref 2018, dal titolo Between worlds, ha parlato di «festival mondo che intercetta e convoglia pensieri e progetti». Un mondo, quello d’oggi, dove muri, recinti e barriere si moltiplicano da Melilla a Ventimiglia, da Gaza al Messico, reiterando quello crollato in quel di Berlino quasi trent’anni fa. Un evento senza confini, dunque, per un mondo che si vuole senza frontiere.</p>
<p>Ad aprire i cancelli di questa edizione del Ref, il 19 settembre, è Kirina, un viaggio tra Africa e Occidente all’insegna del movimento e della commistione d’immagini e immaginari della Faso dance theatre del coreografo Sergè-Aime Coulibaly, musicata da Rokia Traorè, icona della world music. Gran finale in musica anche il 25 novembre all’Auditorium, all’insegna di suoni, storie e visioni del festival. In mezzo, tanta roba e soprattutto tanta musica, oltre al teatro, da John Adams a Cristina Zavalloni, dal libanese Omar rajeh a Zad Moultaka, dalla cinese Wen Hui al giapponese Rioji Ikeda, dalla franco vietnamita Caroline Guiela Nguyen al nostro Mimmo Cuticchio, mastro puparo e d’opera fina. Loro e tantissimi altri, tutti insieme per un mondo senza barriere e senza spegnere il cervello. Tutta la programmazione del Ref 18 su <a href="http://Romaeuropa.net" target="_blank">Romaeuropa.net</a>.</p>
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		<title>L&#8217;utopia corre lungo l&#8217;Emilia</title>
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		<pubDate>Sat, 28 Apr 2018 14:19:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[«L’utopia è là nell’orizzonte. Mi avvicino di due passi e si distanzia di due passi. Cammino dieci passi e l’orizzonte corre dieci passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai». Non c’è migliore definizione dell’utopia di quella che Eduardo Galeano dette sul finire dei suoi giorni. Lui che l’utopia l’aveva seguita per tutta la vita, e ancora non si stancava di guardare oltre l’orizzonte,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/lutopia-corre-lungo-lemilia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/04/Mladen-Stilinović-Sale-of-Dictatorship-1977-2000.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9341" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/04/Mladen-Stilinović-Sale-of-Dictatorship-1977-2000-300x203.jpg" alt="mladen-stilinovic-sale-of-dictatorship-1977-2000" width="300" height="203" /></a></p>
<p>«L’utopia è là nell’orizzonte. Mi avvicino di due passi e si distanzia di due passi. Cammino dieci passi e l’orizzonte corre dieci passi. Per tanto che cammini non la raggiungerò mai». <span id="more-9340"></span>Non c’è migliore definizione dell’utopia di quella che Eduardo Galeano dette sul finire dei suoi giorni. Lui che l’utopia l’aveva seguita per tutta la vita, e ancora non si stancava di guardare oltre l’orizzonte, ben oltre i settant’anni. Le parole dello scrittore uruguaiano scomparso tre anni fa costituiscono l’incipit della mostra A cosa serve l’utopia, alla galleria civica di Modena fino al 22 luglio. Un contenitore di sogni esiziali, come il ritratto del povero Tito di Mladen Stilinović, in svendita tra le carabattole d’un mercatino, nella Jugoslavia dilaniata dalla guerra civile.</p>
<p>A simboleggiare l’utopia smarrita, sulla locandina, c’è una scimmia appollaiata su una roccia, le ali piegate da cui colano escrementi, nell’evocativa immagine di Swetlana Heger. È nuda ma non balla, però incarna alla perfezione il karma occidentale, come canta Francesco Gabbani. La scimmia dell’utopia, che Galeano vedeva come un orizzonte irraggiungibile ma necessario al cammino, la rivoluzione e il suo carattere utopico, ma anche distopico, è il tema della mostra curata da Chiara Dall’Olio e Daniele De Luigi alla civica di Modena, come pure del diciottesimo festival Fotografia europea aperto a Reggio Emilia. Oltre una ventina tra mostre ed eventi che da Ravenna a Parma passando per Bologna, Reggio e vari luoghi dell’Emilia fino al 17 giugno faranno il punto sulle ribellioni, i cambiamenti, i sogni che hanno attraversato il mondo con la loro scia d’illusioni e orrori, e l’attraversano ancora.</p>
<p>«Che senso può avere oggi il termine rivoluzione ­– si chiede Walter Guadagnini, direttore artistico del festival – in un mondo complesso, segnato da squilibri sociali sempre più marcati e dalle grandi migrazioni, fattori che minano la stabilità di intere aree geografiche e culturali? Chi è il rivoluzionario, oggi? Difficile figurarsi l’epica di Che Guevara riportata nell’attualità, nel momento in cui il mito rivoluzionario è diventato icona funzionale per ogni uso: forse anche in questo caso è necessario ripensare non solo le immagini, ma l’immaginario collettivo del mondo odierno».</p>
<p>Eccolo qui il senso del festival, la sua bellezza che tracima dallo sguardo dei fotografi testimoni dei cambiamenti epocali raccolti e narrati lungo la via Emilia. Un occhio alla dimensione artistica della testimonianza, l’altro all’immaginario concettuale che le immagini hanno consegnato ai posteri, il festival è un vademecum delle utopie del XX secolo che l’oggi sembra deprivare di senso. Così è per gli scatti di Sex &amp; revolution, l’immaginario della rivoluzione sessuale che ha attraversato i ‘60 e ‘70 a palazzo Magnani e le foto di strada di Joel Meyerowitz, a palazzo da Mosto, entrambi a Reggio. Così è per gli scatti su Pasolini e i resti di Palmira di Elio Ciol al Vescovado, all’Iran ritratto dai maestri persiani contemporanei ai Chiostri di san Domenico. Concludeva Galeano: «A che serve l’utopia? A non smettere mai di camminare». Allora, fatevi una passeggiata lungo la via Emilia. Info <a href="http://www.fotografiaeuropea.it" target="_blank">www.fotografiaeuropea.it</a> <a href="http://www.galleriacivicadimodena.it" target="_blank">www.galleriacivicadimodena.it</a>.</p>
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		<title>Un filo lungo cento libri</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Jun 2016 09:45:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[L'altro capo del filo]]></category>
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		<description><![CDATA[Lo spirito è quello d’un ragazzino. Anche quando leva la coppola, a salutare la moltitudine ch’è venuta a omaggiarlo, osannante, lo fa con gesto sbarazzino, quasi a schernirsi d’essere lì. Sotto le volte della basilica ch’era del galantuomo pagano Massenzio, riattata a sua gloria da quel carognone cristiano di Costantino. Tornata a essere tempio di Letterature, l’omonimo festival messo in piedi da Maria Ida Gaeta,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/un-filo-lungo-cento-libri/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Massenzio.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8960" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Massenzio-300x219.jpg" alt="Camilleri, Costa e Arbore a Massenzio" width="300" height="219" /></a></p>
<p>Lo spirito è quello d’un ragazzino. Anche quando leva la coppola, a salutare la moltitudine ch’è venuta a omaggiarlo, osannante, lo fa con gesto sbarazzino, quasi a schernirsi d’essere lì. Sotto le volte della basilica ch’era del galantuomo pagano Massenzio, riattata a sua gloria da quel carognone cristiano di Costantino. <span id="more-8958"></span>Tornata a essere tempio di Letterature, l’omonimo festival messo in piedi da Maria Ida Gaeta, e unico tempio di letteratura a Roma, dopo il forfait del ninfeo di Villa Giulia. Comunque lì, tra i ponteggi dell’infinita Metro C, s’è reso l’omaggio alla centesima opera di Andrea Camilleri. O meglio del professore, come pomposamente chiamato dai presenti: Lella Costa in qualità di conduttrice e Renzo Arbore di ospite d’onore della serata. Allietata, si fa per dire, dalle nenie folcloristiche di Oliva Sellerio, figlia dell’Elvira che ha dato i natali letterari al maestro, ripagata con uno strepitoso successo editoriale. Serata goliardica più che letteraria, dunque. Un peccato, amenità a parte, Ché è bellissimo perdersi con l’inventore di Montalbano sul filo dei ricordi d’una vita d’autore, di novantenne dalla memoria ferma anche se la parola a tratti faglia e l’occhio è orbo di vista. Un peccato, dicevamo, perché la serata avrebbe potuto essere un passepartout in grado di penetrare i segreti d’un mondo, una mappatura del percorso che ha raggiunto quota cento. Fatto di stili e registri diversi seppure accomunati da un linguaggio, sorta di lingua poetica e jazzistica – il jazz, grande passione del prof assieme alle sigarette e al whisky, finché se l’è concesso – impasto di siciliano e d’altro. Assurta a vero e proprio registro linguistico, il vigatese o montalbanese.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/01-camilleri-centesimo-libro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8959" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/01-camilleri-centesimo-libro-223x300.jpg" alt="01-camilleri-centesimo-libro" width="223" height="300" /></a></p>
<p>Non poteva che essere un Montalbano il centesimo libro uscito dalla penna di Camilleri. E, data la sopraggiunta cecità, da Valentina Alferj, l’assistente che ha contribuito alla stesura materiale, e non solo, dell’opera. L’altro capo del filo, il neonato n. 100 – di cui la Costa ha letto un brano, a chiusa della serata – racchiude in sé pregi e difetti della saga. Di questa può dirsi quello che Bruno Ventavoli ha scritto sulla Stampa di Rocco Schiavone, il vicequestore d’Aosta inventato da Antonio Manzini: “Uno dei personaggi più riusciti del giallo italiano, pieno di difetti, quindi perfetto”. Non è un caso che a Schiavone Camilleri dedichi un paio di citazioni in corso d’opera, fiction nella fiction e doveroso omaggio a chi ne continuerà la presumibile fortuna editoriale. Ma non è qui, né nei difetti reali o presunti che rendono più vicini, dunque umani, i personaggi, o nelle lacune narrative che neanche qui mancano. Puramente sceniche – luci che si spengono senza mai essere accese, per dire – o propriamente concettuali, come la chiusa dell’Altro capo dove l’opera intera si smoscia. Smagliature che tradotte in linguaggio televisivo diventano crepe, ma non per questo tali da rendere meno vendibile il Montalbano di carta o intaccare l’inossidabile bacino d’utenza del Montalbano tivù. Anzi, sono difetti che ne amplificano il successo, lo rendono più riuscito, quindi perfetto, parafrasando Ventavoli. Per i fedeli del clan vigatese – tra cui mi colloco – nuove uscite in libreria e vecchie puntate in tivù sono la stessa cosa, s’attendono con la medesima passione, come s’aspetta una vecchia fiamma o un’amante fresca fresca, a prescindere da delusioni e incomprensioni.</p>
<p>Il punto di Camilleri, la chiave del suo successo, è forse questa, più dello stile o dei personaggi. L’aver evitato i mulini a vento e le secche della letteratura alta e bassa, l’essersi sottratto alla dicotomia tra la narrazione come conoscenza – di sé e del mondo – e come consumo, che nulla chiede se non di passare una mezz’ora di svago con un libro in mano. Tra lettura come pensiero o antipensiero. Camilleri ha saputo evitare questo corto circuito dove s’inzuccano, da sempre, buona parte di scrittori e scriventi. Ha saputo trovare una strada tutta sua che ha fatto scuola e l’ha portato a essere l’autore più venduto (e letto) e, probabilmente, amato del Belpaese. Conosciuto ben oltre, persino da quell&#8217;anima pura di Clinton, tra i suoi fan più in vista. Praticamente un genio, oltre che una bella persona. Ecco, di tutto questo si sarebbe potuto e dovuto parlare tra le luci soffuse del festival di Massenzio, nella serata celebrativa della centesima creatura dello scrittore (non chiamiamolo professore, per carità, ché tanta piaggeria non gli si addice). Ma tant’è, il pubblico osannante ha gradito, e lui s’è sperticato in infiniti grazie, sistemandosi la coppola prima d’avviarsi al braccio della fida ancella. Su una strada che ci auguriamo ancora lunga, maestro.</p>
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