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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Renzi</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Il buongiorno si vede dal mattino</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Mar 2021 11:14:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Cronache dal grande reset]]></category>
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		<description><![CDATA[Pareva la fine del mito vaccinista, e invece no. La tragica fuffa Astrazeneca s’è presto involata, Draghila s’affretta a dire che tutto riparte come e più di pria, “lo stato c’è e ci sarà”, come alla sceneggiata televisiva a reti unificate della giornata delle vittime del coronavirus e su certe scritte sulle autostrade: Dio c’è. Per il gran ciambelliere Matterella, invece, durante la pandemia “l’Italia... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-buongiorno-si-vede-dal-mattino/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Pareva la fine del mito vaccinista, e invece no. La tragica fuffa Astrazeneca s’è presto involata, Draghila s’affretta a dire che tutto riparte come e più di pria, “lo stato c’è e ci sarà”, come alla sceneggiata televisiva a reti unificate della giornata delle vittime del coronavirus e su certe scritte sulle autostrade: Dio c’è. <span id="more-9973"></span>Per il gran ciambelliere Matterella, invece, durante la pandemia “l’Italia è stata unita”. È stata: passato prossimo e Medioevo prossimo venturo. E mentre Renzi lancia la tripla parola d’ordine: vaccini vaccini vaccini, Totti e Carofiglio, geni letterari prestati alla scienza, s’affrettano a dare il braccio e la mente alla siringata liberatutti.</p>
<p>Che più? Ah, sì; Letta, per non esser da meno, vara la nuova segreteria Pd a sua immagine e verosimiglianza con l’altre parole d’ordine di moda: parità di genere e competenza (dai competenti mi guardi Iddio che dagli altri mi guardo io). Se non fossero ripartiti i tamtam di guerra tra Putin e Biden, come da copione, ci sarebbe da sbadigliare. Aveva proprio ragione Pirandello: la vita è una molto triste buffoneria. A volte solo triste. Meno male che al cimitero di Sezze nottetempo il custode si dava da fare coi festini a luci rosse, una botta di vita in tanta mestizia.</p>
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		<title>Draghi, sciacalli e polvere di stelle</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Feb 2021 19:35:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[È così l’abatino ce l’ha fatta. Il mandato ricevuto al circolo Bilderberg pareva arduo, ma pochi hanno il pelo sullo stomaco dello sciacallo fiorentino, e l’avvocaticchio ha avuto il benservito. L’asse con Mattarella ha funzionato egregiamente, il paese sfranto &#38; bollito si è riallocato sotto l’ala protettiva di Draghi – chi meglio del gran servant d’Europa nell’orda che volge al desio – e ciao Peppi.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/draghi-sciacalli-e-polvere-di-stelle/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>È così l’abatino ce l’ha fatta. Il mandato ricevuto al circolo Bilderberg pareva arduo, ma pochi hanno il pelo sullo stomaco dello sciacallo fiorentino, e l’avvocaticchio ha avuto il benservito. <span id="more-9958"></span>L’asse con Mattarella ha funzionato egregiamente, il paese sfranto &amp; bollito si è riallocato sotto l’ala protettiva di Draghi – chi meglio del gran servant d’Europa nell’orda che volge al desio – e ciao Peppi. Nessuno lo rimpiangerà, ma hai visto mai, nessuno avrebbe mai immaginato di poter rimpiangere galantuomini quali Craxi o Andreotti, e compagnia di giro. Al peggio mai c’è fine.</p>
<p>La mossa di Mattarella, con l’aborto della foglia di Fico e il pistolotto sulla democrazia che tutto chiede, ora, fuorché il ritorno alle urne, ennesima presa per i fondelli per il popolo bue, era ovviamente concordata con lo scaricatore di Conte: tutto fuorché una novità, quella che ha spiazzato il governo giallofucsia. Chi gongola, e magari plaude a Renzi per avere fatto fuori Conte, farebbe bene a frenare gli entusiasmi. Renzi è il più cinico e capace sciacallo del momento, non è un caso che al Bilderberg di maggio abbiamo giustamente puntato su di lui, e quel Mattia Feltri che oggi dice senza Draghi non c’è paese che tenga. Requiescant.</p>
<p>Lo sciacallo in veste d’abatino insufflerà qualcuno dei suoi nel nuovo (sic) governo, magari l’accoppiata dei fedelissimi di latta Boschi &amp; Gentiloni, soprattutto punterà a dirigere il traffico dei fondi di ricovero – la bella cifra di 200 e rotti miliardi da pagare all’Europa, a fronte di un debito più che doppio. Ma lasciamo ai geni della finanza da ricovero tali chicche. Non mancheranno nella nuova imbarcata di questo ennesimo governicchio impolitico i riciclati d’ogni genìa, centristi doc e sul predellino pure le schegge dei Forzaitalioti. Cosa non si farebbe, pur di salvare il paese.</p>
<p>L’ultima considerazione, a fronte del lascito Conte, è che i Cinquestelle escono di scena. Di loro resteranno frammenti di stelle, quando tutto sarà finito. Potrebbero fare da stampella a Draghi, come si preparano a fare le truppe cammellate dell’abatino e ovviamente gli opportunisti del Pd, oppure decidere di stare con l’opposizione che non c’è. In entrambi i casi sono finiti, e questo è tri principali obiettivi raggiunti dallo sciacallo, dopo avere destrutturato il partito di cui è stato inopinatamente segretario. Il miglior affossatore della democrazia di facciata continua il suo mandato funzionale al grande reset.</p>
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		<title>L&#8217;ora dei Ciampolilli</title>
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		<pubDate>Wed, 20 Jan 2021 19:01:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ciampolillo, chi era costui? Non c’era bisogno di saperlo, tant’è che s’era scritto e non si conosceva, e per questo saliamo di diritto sullo scranno dei lavevodettisti. Non c’era bisogno del senatore ex Cinquestelle, ultimo approdato nelle milizie contigiane, per sapere che l’avvocaticchio l’avrebbe scampata per il rotto della scuffia. Ma davvero uno rinuncia così, di questi tempi, ai millanta euro al mese, più extra, a... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/lora-dei-ciampolilli/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Ciampolillo, chi era costui? Non c’era bisogno di saperlo, tant’è che s’era scritto e non si conosceva, e per questo saliamo di diritto sullo scranno dei lavevodettisti. Non c’era bisogno del senatore ex Cinquestelle, ultimo approdato nelle milizie contigiane, per sapere che l’avvocaticchio l’avrebbe scampata per il rotto della scuffia. <span id="more-9934"></span>Ma davvero uno rinuncia così, di questi tempi, ai millanta euro al mese, più extra, a un bel vitalizio? Magari per tornare a fare il bibitaro aspettando un bel ristoro? Orsù, siate seri e mettete da parte il pallottoliere. Del resto neanche chi l’aveva detto e cercava scampo dal teatrino della politica dandosi al futbòl è stato più fortunato, iersera. Se poi è romanista, dioloscampi, di questi tempi è peggio che dirsi trumpiano. Piove sul fradicio.</p>
<p>I responsabili che volevano salvare il paese tirano un sospiro di sollievo, il piatto piange ma portano a casa il viatico per tirare innanzi. Gli altri masticano amaro, speravano quantomeno di sbarazzarsi di Conte con l’alzata di scudi di Renzi, ma tant’è. Il catalogo è questo, madamina, avrebbe detto Dongiovanni. Il Conte Ugolino può continuare a divorare i suoi, ma non si sogni di sognare sonni tranquilli. Il suo è un governo a tempo scaduto, come lo yogurt. Lo zombie a capo d’Italia Viva ha solo mancato d’un soffio l’opera, i padroni europei – che dico europei, globali – possono dirsene fieri, l’opzione due ha tenuto botta. È lui il vero vincitore della tenzone, direi morale se l’aggettivo non fosse fuori luogo. Le milizie del Conte son mercenarie, vai a fidarti di loro come già ammoniva il buon Machiavelli. Oggi non c’era soldo bastante per cambiar cavallo e saltare nel vuoto, ma niente è più incerto del domani.</p>
<p>Conte chiuderà i conti, salirà al soglio mastelliano per rivoltolare un po’ la sua squadra, poi sgranocchiati benbene i resti del suo popolo e quel che resta del Belpaese si metterà da parte. A quel punto anche lo zero virgola niente di Renzi tornerà buono, chissà. A meno che non si reputi necessario il ritorno all’opzione uno, quel gran genio di Salvini, o addirittura la tre: la diafana Meloni, già prona sul parterre bideniano. Qualunque busta s’apra, la uno la due o la tre, scordatevi l’opzione democratica, il ricorso al voto e quant’altro. Scordatevi la logica che non sia di mera bottega, l’interesse del paese prostrato &amp; bollito e menate così. Scordatevi il Novecento e la democrazia rappresentativa, qualunque cosa abbia rappresentato e voglia rappresentare. Oggi è l’ora dei Ciampolilli, del diman non v’è certezza, avrebbe chiosato il Magnifico.</p>
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		<title>La roulette giallorosa</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Aug 2019 08:52:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come finirà la crisi di governo e l&#8217;harakiri di Salvini Pareva fatta. Una sterminata piana verdeblù, innervata di nero, da nord a sud della Penisola. Pareva l’anticiclone delle Azzorre, sullo Stivale solo rade macchioline giallorosse a resistergli. Salvini già s’allisciava il baffo mongolo &#38; malandro, gustando l’ultimo Mojito e pregustando il voto, la mossa pigliatutto dopo aver piantato in asso il governo gialloverde. Pareva fatta, la... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-roulette-giallorosa/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/08/crisi-governo-votazione-salvini-2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9536" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2019/08/crisi-governo-votazione-salvini-2-300x169.jpg" alt="crisi-governo-votazione-salvini-2" width="300" height="169" /></a></p>
<p>Come finirà la crisi di governo e l&#8217;harakiri di Salvini<span id="more-9535"></span></p>
<p>Pareva fatta. Una sterminata piana verdeblù, innervata di nero, da nord a sud della Penisola. Pareva l’anticiclone delle Azzorre, sullo Stivale solo rade macchioline giallorosse a resistergli. Salvini già s’allisciava il baffo mongolo &amp; malandro, gustando l’ultimo Mojito e pregustando il voto, la mossa pigliatutto dopo aver piantato in asso il governo gialloverde. Pareva fatta, la Lega alle soglie del 40%, il neogoverno verdeverde a guida leghista ben oltre il 50, con Totiani e Renziani a far da spallucce, i Fratellastri d’Italia contenti e la Matrix europeista plaudente. Pareva fatta, e invece l’ora del coglione passa per tutti, come ha ricordato il conterraneo Vittorio Feltri all’ex vicepresidente del Consiglio, suggerendogli di ritirare la sfiducia a Conte e ridar fiato all’alleanza coi Pentastellati. Prosaicamente, anche Trump ha consigliato al buon Matteo di rifare pace con Di Maio: “In fondo è un po’ come tentare di andare d’accordo con tua moglie”, avrebbe detto il saggio Donald. E se in amore si deve essere pronti a tutto, persino ad andare a letto con la propria moglie, figurarsi in politica.</p>
<p>Complici volponi ex democristi e volpini neo democristi che ne sanno una più d’un ministrone del governicchio, l’improvvido Matteo se l’è presa nel secchio. Oggi Conte ne dirà quattro all’ex ministro dell’Interno che ha voluto fargli le scarpe, dandogli dello spregiudicato e del bugiardo, e salirà al Quirinale per rimettere il mandato nelle mani del buon Mattarella. Ché, presumibilmente, gli ridarà il destro per dare forma a un governo Frankenstein. Una creatura giallorosa – non diciamo giallorossa per rispetto alla Roma e alla logica – che vede insieme Pd e 5S, il diavolo e l’acquasanta. Comunque vada niente voto, la legislatura reggerà botta e la Matrix europeista riuscirà a normalizzare l’anomalia italiana, spazzando quel che resta d’ogni sovranismo italico prima d&#8217;ogni chiamata alle urne.</p>
<p>Padre nobile d’una tal creatura l’ottimo Prodi. Il massimo esponente del liberismo euroinomane, per dirla come Diego Fusaro, è resuscitato dal limbo dei dormienti per chiedere un governo Ursula, o Orsola che dir si voglia – in attesa d’un governo Pamela, o Greta – che rimetta le cose a posto e il volgo al suo posto, ridando luce e sostanza ai lumi di Bruxelles. Molte sono le frecce all’arco dei sapienti di Bilderberg e ogni cosa è possibile sotto al sole del Belpaese. Persino che si rappattumi un’intesa gialloverde col Matteo pentito, o un governo blandamente tecnoliberista. L’altro Matteo, Renzi, apparecchia la scissione settembrina del Pd ma può anche darsi che riesca a tenersi agganciato al carrozzone giallorosa, con Madonna Boschi, salvo staccare la spina al neogoverno in primavera, per essere meglio prono ai dettami di Montreux.</p>
<p>Comunque vada sarà un successo, per tutti fuorché per Salvini. Ha fatto come quel tal giardiniere che tagliava l’albero su cui stava seduto, a sproloquiare e farsi spernacchiare sui migranti. Era riuscito nell’impresa – non improba – d’oscurare l’anodino Di Maio e l’anonimo Conte, che oggi si riprende la sua rivincita. Era riuscito, più difficile a farsi, ad azzerare i Cinquestelle, e soprattutto nell’impossibile compito di trasformare la Lega da movimento scissionista e regionale a partito nazionale, vivo e radicato persino in Sabina, e invece ciccia, s&#8217;è fatto harakiri. Ma forse alla fine della roulette giallorosa sarà contento anche lui. Quando i tempi saranno maturi, i guasti d’una tal creatura fatti e i resti dei Cinquestelle e del piddì caduti dal corpaccione morto di Frankenstein, a macerarsi al sole italico, allora potrà tornare in auge purelui. L’italiano medio dimentica tutto e in fretta. Ma il suo amore per gli arruffapopolo rimane intatto nei secoli.</p>
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		<title>2017, guerra alla Russia</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2016 10:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8991" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c-200x300.jpg" alt="methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c" width="200" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8992" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge-300x225.jpg" alt="Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge" width="300" height="225" /></a></p>
<p>La sagoma scura del carrarmato campeggia sulla copertina rossa, tra le fumate delle granate, bianche come il titolo: 2017, war with Russia. Sugli scaffali delle librerie londinesi, dov’è appena uscito, fa un bell’effetto, con quei caratteri grandi e un po’ retrò, stile anni ‘70. <span id="more-8990"></span>Chi l’ha scritto non è affatto un vecchio nostalgico, uno scrittore di fantaguerre o un veggente guerrafondaio. Assai peggio. L’autore è sir Alexander Richard David Shirreff, generale degli ussari reali e vicecomandante della Nato in Europa (Sace) fino a un paio d’anni fa, dopo aver attraversato tutte le guerre recenti per conto di sua maestà britannica, dalla prima all’ultima nel Golfo, passando per il Kosovo. Un “senior military command” – un ufficiale superiore, uso agli alti comandi e agli stati maggiori – che, fresco di pensione, oltre a ricoprire il ruolo di colonnello onorario all’università di Oxford e consulente nel direttivo di Genderforce (un’associazione non profit che si prefigge di combattere le violenze sessuali e di genere nelle zone di conflitto), ammonisce il suo paese e l’Europa sulla guerra più che prossima, imminente. Addirittura nel maggio 2017, esattamente tra un anno, assicura sir Shirreff con militaresca precisione: quando Putin invaderà i paesi Baltici e aprirà un corridoio in Ucraina per annettersi definitivamente la Crimea. Ergo, occorre fare in fretta per prevenire la catastrofe, magari con una bella guerra preventiva al mai domo orso eurasiatico.</p>
<p>La prova generale s’è appena conclusa con due imponenti manovre che hanno coinvolto i paesi Baltici: Baltops, nel Mar Nero, e Anakonda (il nome, un programma), dove venerdì truppe e carrarmati hanno attraversato la breccia di Suwałki, il corridoio di 65 chilometri tra Kaliningrad e la Bielorussia. Ventre molle della Nato, secondo la propaganda del Pentagono, in caso d’invasione russa delle tre repubbliche baltiche. All’esercitazione, tra le più importanti dal dopoguerra, con contingenti di 24 paesi Nato ed ex sovietici schierati contro Mosca, compresa la Georgia e l’Ucraina, hanno partecipato oltre 30mila unità, in gran parte polacche e statunitensi, 3mila mezzi tra blindati e corazzati, un centinaio di aerei e una decina di navi. I russi, da parte loro, hanno incrementato di tre divisioni la loro forza lungo la frontiera occidentale dove corre la nuova cortina di ferro (vedi cartina Limes sotto) e avviato i lavori nella nuova gigantesca base di Klintsy, a una cinquantina di chilometri dal confine ucraino, divertendosi a sorvolare a distanza ravvicinata le navi dell’Alleanza Atlantica durante le manovre marittime.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8993" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro-300x200.jpg" alt="nuova_cortina_ferro" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Ora, sarebbe una bel wargame se la compassata regina Elisabetta, nel suo rituale discorso a Westminster di metà maggio, non avesse sussurrato ai valletti che la rivestivano di mantella e corona: «Sta arrivando una tempesta, la Gran Bretagna non ne ha mai viste di eguali. La seconda guerra mondiale sembrerà una buca sulla strada in confronto a questa. Ho il dovere di informare i miei sudditi». Pare che l’augusta monarca, nel suo fuori onda subito stoppato dalla Bbc, si riferisse al Brexit, a cui è più che favorevole, ma altri assicurano trattarsi del vaticinio del suo ex generale. Più mediaticamente, è intervenuto il misurato conduttore di Rai storia, Massimo Bernardini, in una puntata dedicata al ritorno della guerra fredda. E qui, visto che tre fatti non fanno un caso ma una prova, scatta uno scampanìo d’allarme.</p>
<p>Ché la guerra fredda sia tornata nelle sue forme più virulente è sotto l’occhio di tutti, visto l’andazzo delle guerre in corso in Siria e in Ucraina e il dispiegamento della barriera missilistica antirussa in Romania e Polonia, freschi acquisti della Nato e in prima fila nell’accodarsi ai desiderata di Washington contro la Russia. Ché alla guerra calda si giunga non più attraverso lo scontro ideologico tra l’Occidente e l’ex Unione Sovietica, ma nell’ambito della moderna dottrina Wolfowitz – ossia l’affossamento di qualsiasi ipotesi di potere bipolare o multipolare ostile all’unica superpotenza globale – in uso al Pentagono dai tempi del crollo dell&#8217;Urss è più che un’ipotesi di nemesi storica.</p>
<p>Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare, cantava Battiato. Che i tempi siano cambiati e, più della maglia, ci sia bisogno d’una corazza è all’evidenza nell’Europa dell’Est proprio con la decisione di dare corpo allo scudo missilistico – nome in codice Shield – che riporta l’orologio della storia indietro di trent’anni, nel pieno della guerra fredda con l’Unione Sovietica. È appena divenuta operativa una delle due basi da cui partiranno gli intercettori in grado di abbattere ogni missile in volo da oriente, quella di Deveselu, in Romania, a meno di 200 chilometri a sudovest di Bucarest. Contemporaneamente, sono partiti i lavori nell’altra sede – da ultimare nel 2018 – che chiuderà la tenaglia antimissilistica dalla base polacca di Redzikowo, presso Kaliningrad, l’ultima enclave russa in Europa.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8994" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato-300x214.jpg" alt="nato" width="300" height="214" /></a></p>
<p>Ideato alla metà degli anni ‘90, in risposta alla minaccia nucleare iraniana, il sistema di difesa Aegis Ashore, costato 800 milioni di dollari, è destinato in teoria a proteggere l’Europa da missili provenienti dal Medio Oriente. Ora che quella minaccia è scemata, grazie agli accordi con Teheran, non si vede a che serva lo scudo. A Mosca, però, hanno le idee chiare. «Qui non si tratta dell’Iran, ma dell’arsenale nucleare della Russia, ne siamo sicuri non al 100% ma al 1000%», dichiara l’ammiraglio Vladimir Komoyedov, presidente della commissione difesa della Duma. «La Nato non vuole un confronto con la Russia né mira a una nuova guerra fredda», replica il segretario della Nato, Jens Stoltenberg. «Il dispiegamento di un sistema di difesa anti missile pone una minaccia alla Russia – ribatte il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov – stiamo già adottando misure di sicurezza». E c’è chi, tra i consiglieri di Putin, ventila l’uscita dal trattato Start per la riduzione delle armi strategiche, o il rafforzamento di analoghe armi a difesa della federazione.</p>
<p>Al di là di quanto la Russia possa tollerare una simile spina nel fianco, lo scudo è la riprova non solo della spaccatura in seno all’Alleanza, con Francia, Germania e Italia a far da passacarte alle direttive angloamericane rafforzate dalle fobie antirusse dei membri dell’Est europeo, quanto della sua miopia. «Sarebbe ora che la Nato pensasse seriamente a irrobustire le sue capacità per battere il terrorismo anziché far credere al mondo che il nemico sia la Russia», sottolinea l’ex capo di stato maggiore Leonardo Tricarico. Difficilmente da Roma o da Washington gli daranno ascolto. Alla Casa Bianca, tanto per dire del climax, Obama s’è visto recapitare una letterina firmata da una cinquantina di diplomatici che lo invitano a bombardare senza complimenti Assad per farlo sloggiare, e tanto peggio per i suoi amici russi. Un consiglio che jena Hillary è prona ad accogliere. Non resta che sperare in Trump, che dichiara di voler gettare nel cestino della carta straccia la dottrina in voga al Pentagono dai tempi di Bush e di considerare Putin un galantuomo. Affidarsi a un pazzo per salvarsi da una follia. Quanto a Renzi, nel suo recente incontro con il presidente russo, all’indomani delle nuove sanzioni approvate dall’Ue fino al prossimo giugno, tra un tweet e un selfie ha ribadito ai russi che chi parla di nuova guerra fredda è fuori dal tempo e dalla storia. Rimettiamoci la maglia. Anzi, l&#8217;armatura.</p>
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		<title>E uscimmo a riveder le stelle</title>
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		<pubDate>Mon, 20 Jun 2016 18:26:26 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/xMappa-Municipi-elezioni-2016.jpg.pagespeed.ic_.aOLDznFCb5.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8986" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/xMappa-Municipi-elezioni-2016.jpg.pagespeed.ic_.aOLDznFCb5-297x300.jpg" alt="xMappa-Municipi-elezioni-2016.jpg.pagespeed.ic.aOLDznFCb5" width="297" height="300" /></a></p>
<p>Il colpo d’occhio sulla mappa elettorale capitolina è impressionante. Roma si tinge di giallo, una macchia enorme. Resta al centro solo una corolla pieddina, cerchio attorniato da una marea gialla montante.<span id="more-8984"></span> L’onda lunga del grillismo ha imbarcato protesta e voglia di nuovo, spazzando via il povero Giachetti e le sue misere speranze di rivincita. Sconfitta tutta mia, s’è affrettato a dire da buon radicalrenzino. Ma pure lui, prono a legare l’asina dove vuole che ragli il padrone, sa bene che non è vero. Chi vede le stelle più di tutti è proprio Renzi. Sa che per lui l’ora è suonata, e ben più grave poteva essere il bilancio se Milano non avesse fatto breccia, concedendo una risicata vittoria a Sala. Il tracollo Pd è generale e Torino ne è il paradigma, nonostante rade Maginot sperse qua e là lungo lo Stivale (Bologna, Varese, Cagliari). Al punto che per il padre padrone di un partito che non c’è più si profila il redde rationem del referendum d’autunno. Cioè, la fine del renzismo. Del partito a immagine e somiglianza del premier. Del partito unico della nazione come solo orizzonte praticabile. Un’ipotesi non più gestibile dal rottamatore in via di rottamazione, anche se resta all’orizzonte della storia. All’altro ex signore e padrone della politica italiana per un ventennio, poveretto, non resta che augurare pronta guarigione e serena vecchiaia.</p>
<p>I pentastellati hanno beneficiato dell’harakiri della sinistra e delle divisioni della destra, ma questo non basta a spiegare le ragioni del successo. Il terzo polo è nato e non è che l’inizio, la fine della seconda Repubblica e del bipolarismo è un fatto non più eludibile. Su di loro pende la spada di Damocle della riuscita, la missione quasi impossibile di restituire a Roma e al paese la dignità d’un futuro possibile. Una scommessa tutta da perdere. Dalla capitale a Torino, a Carbonia, quanti si sono affidati ai grillini per fare tabula rasa e ripartire non potranno che ricevere lacrime e sangue. Senza che gli autori del repulisti annunciato possano aspettarsi premi elettorali di sorta. Un ceto politico immaturo e protestatario, veicolato da intelligenze oscure e blob in deficit di democrazia, com’è stato dipinto finora il movimento, dovrà essere pronto al grande balzo, a governare davvero, per ora nella capitale, domani si vedrà. La bistrattata gente gli ha dato fiducia, e quanto a democrazia interna e malgoverno, nessuno (a sinistra e tantomeno a destra) può dare loro lezioni, a meno di non coprirsi di malafede e ridicolo.</p>
<p>I Cinquestelle, al momento, restano una speranza più che una certezza. Raggi di sole nel deserto della sinistra. I frammenti di questa si mostrano incapaci di un’analisi politica coerente e compiuta. Sempre più distanti dalla gente, si baloccano in una visione distopica della realtà politica e sociale del Belpaese. Un esempio: credere che un movimento di milioni di elettori che si avvia a divenire forza politica primaria e dirigente del paese possa essere eterodiretto da una manina occulta e virtuale, vuol dire azzerare ogni residua intelligenza e compiacersi della propria irrilevanza, aver dimenticato l’abc gramsciano d’una politica che sa rendersi egemone. Manca un’analisi concreta delle proprie inadeguatezze e di quanto ha reso il grillismo un movimento forse populista, certo popolare. Quel popolo a cui la sedicente sinistra ha volto le spalle – infatti resiste solo arroccata ai Parioli e nei salotti buoni – o dimenticato per darsi a battaglie distanti anni luce dall’abc del sociale: casa, lavoro, diritti primari e non appalto d’una minoranza pseudo progressista. Dai Cinquestelle al governo di Roma e d’altrove non c’è forse da attendersi molto, tranne che facciano tabula rasa dell’esistente e affossino la follia delle Olimpiadi e della cementificazione fine a sé stessa, come il nuovo stadio della capitale. Ma oggi uscimmo a riveder le stelle, come diceva il poeta, anche se la natural burella, per dirla ancora col sommo, resta oscura e tutt’altro che finita.</p>
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		<title>Raggi di stelle a Roma, piove su Sala a Milano</title>
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		<pubDate>Mon, 06 Jun 2016 09:06:31 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tutto come previsto, o quasi. Alla faccia dei risultati clamorosi, come titola l&#8217;ormai ex Corrierone, che evidentemente si riferisce alle elezioni in Perù, vinte sul filo da Pedro Pablo Kuczynski sulla rivale Keiko Fujimori, data per stravincente, nessuna novità emerge dalle amministrative, rispetto a sondaggi ed exit poll. Tranne un paio di fatti rimarchevoli. Cominciamo dalla capitale, dove Virginia Raggi vince ma non convince. La candidata... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/raggi-di-stelle-a-roma-piove-su-sala-a-milano/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/1770286_gia2.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8940" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/1770286_gia2-300x103.jpg" alt="Elezioni 2016, Roma, Incontro Renzi Giachetti all'Auditorium" width="300" height="103" /></a></p>
<p>Tutto come previsto, o quasi. Alla faccia dei risultati clamorosi, come titola l&#8217;ormai ex Corrierone, che evidentemente si riferisce alle elezioni in Perù, vinte sul filo da Pedro Pablo Kuczynski sulla rivale Keiko Fujimori, data per stravincente, nessuna novità emerge dalle amministrative, rispetto a sondaggi ed exit poll. Tranne un paio di fatti rimarchevoli. <span id="more-8939"></span>Cominciamo dalla capitale, dove Virginia Raggi vince ma non convince. La candidata grillina non vola di certo, pur staccando alla grande Roberto Giachetti, l&#8217;avversario più prossimo. Dieci punti di stacco non sono pochi, sarà dura ma non impossibile rimontarli per il radical chic di fiducia governativo che aveva la mission quasi impossible di far dimenticare ai romani i guasti combinati dal Pd capitolino con Buzzi &amp; compari e la cacciata di Marino. Sotto di lui, Giorgia Meloni non gongola di certo. Alla destra romana non resta che piangere sui cocci rotti dal Cavaliere, amminchiato a spalleggiare in extremis l&#8217;Alfio Marchini – a cui i romani consigliano giustamente di ridarsi al polo, sport in cui eccelle – dopo aver puntato sull&#8217;impresentabile Bertolaso. Piangono tutti, a destra: Marchini, che se avesse avuto il Cavaliere dalla sua dal primo momento sarebbe stato il candidato civico ideale per il generone romano. Piange la Meloni impregnata &amp; cazzuta, ché se ai suoi voti avesse sommato quelli dell&#8217;Alfio, al ballottaggio sarebbe andata lei, e hai vistomai. Piange pure il Berlusca, alla fine, ché a Roma esce azzoppato da destri e leghisti, più che dai sinistri. Di Fassina meglio tacere, l&#8217;uomo di Monti all&#8217;interno del Pd, riciclato &amp; spacciato come alternativo di sinistra, non ha nemmeno le lacrime per piangere.</p>
<p>Ma il pianto del Berlusca non tocca Milano. Sotto la Madonnina, anzi, Parisi può ridersela: ha sfiorato il sorpasso e può giocarsela pressoché alla pari con Sala, in una partita tutta da vincere per il candidato berlusconiano. Aghi della bilancia saranno i 5s, col loro modesto 10%. Se piove sul bagnato per il centrosinistra meneghino, a Napoli addirittura fuori dai giochi al primo colpo, non così a Torino e Bologna. Anche se i grillini sono andati meglio del previsto sotto la Mole e il Pd peggio del previsto sotto le Due torri, il buon esito appare scontato per i renziani. Giochi già fatti pure a Cagliari e Trieste, gli altri due centri d&#8217;un certo peso al voto, utili come barometro politico: 1-1 tra centrodestri e centrosinistri, e palla al centro. Che dire, dunque? Aspettando i risultati nei 1.300 comuni dove si è votato, per il premier non sembra scattato l&#8217;“ora pro” Renzi. Ma un campanello d&#8217;allarme è suonato, in attesa dei ballottaggi e della partita vera che si giocherà al referendum d&#8217;autunno. Specie se non dovesse spuntarla il suo buon Giac a Roma, dato per sindaco dal premier (che a st&#8217;ora si sta arcitoccando). Certo è che alla sua sinistra è il deserto, davanti il diluvio. Tra raggi e piovaschi, non sai cosa metterti per non finire arrosto o affogato al cambio di stagione.</p>
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		<title>L&#8217;ora di Tunisi</title>
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		<pubDate>Fri, 11 Mar 2016 19:13:05 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8847" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18-300x169.jpg" alt="707d5aec0dba4dc9afb18a00b43ab17f_18" width="300" height="169" /></a></p>
<p>È tornata una calma apparente a Ben Gardane, dopo un giorno di fuoco e una notte di coprifuoco che hanno lasciato più di cinquanta morti sul terreno. La quiete dopo la tempesta, anche se la bufera è di là da venire, in Tunisia. Col confine libico a un passo, indifeso da una barriera di filo spinato e sabbia. <span id="more-8844"></span>Ben Gardane (o Guerdane, alla francese), 80mila abitanti e 15mila dromedari, a più di 500 chilometri dalla capitale, Tunisi, e meno della metà da Tripoli, era nota fino a ieri per il festival dei dromedari, appunto, che si tiene a giugno. Unico monumento degno di nota, una bizzarra rotonda a blocchetti con quattro colonnacce dei tempi di Treboniano Gallo che nella vicina Gerba – l’omerica isola dei Lotofagi – venne fatto imperatore e un lanternone rosso con la mezzaluna e la stella su fondo bianco in cima. L’emblema della bandiera nazionale che le raccogliticce forze di sicurezza sventolavano dopo aver ripreso il controllo della città ai jiadhisti che l’hanno attaccata. In quella che è a un tempo la prima puntata offensiva dell’Isis in Tunisia e il tentativo di estendere il conflitto oltre il confine libico. O, come ha detto il premier tunisino Habib Essid, di creare un emirato jiadhista nell’area di confine, modello califfato in Siria. Anche per questo il capo dello stato Beij Caid Essebsi, già prima del summit al palazzo presidenziale di Cartagine, ordinava di “sterminare come ratti” gli attaccanti, senza requie. E i suoi gli hanno dato retta, postando sui social le foto della riconquistata città contesa. Niente d’ufficiale, visto che il governo ha invitato i media a tenersi alla larga dalla città sfuggita, per ora, alla longa manus del califfato in terra d’Africa. Bilancio ufficiale degli scontri, secondo l’emittente qatariota Al jazeera: 55 morti, di cui 36 terroristi (altri 7 sarebbero stati catturati) e 19 tra governativi e civili, compresa una bambina di 12 anni. Oltre alla chiusura del resort internazionale di Djierba, a scopo precauzionale.</p>
<p>Morti e precauzioni a parte, il raid tunisino non casca dal pero. Quello che i metereologi delle primavere arabe definiscono il solo esperimento di successo uscito da quella stagione, è in realtà una polveriera a tempo in cui l’Isis cerca il varco per accendere la miccia. Complice la crisi economica e le frustrazioni postrivoluzionarie, la Tunisia è il primo paese esportatore di jihadisti nei vari fronti aperti dal Califfato: Iraq, Siria e Libia. Qui, nel ginepraio libico dove l’Italia sta bellamente infilandosi, tra le 150 fazioni dei tre governi l’un contro l’altro armati, operano circa 1.500 degli oltre 5.000 giovani tunisini in armi sotto le insegne nere del califfo. Non è un caso che già la scorsa settimana un raid delle forze di sicurezza libiche ha ucciso un manipolo di sedicenti terroristi nella stessa città, in un’operazione costata la vita anche a un civile e a un ufficiale di polizia. Proprio nei campi libici si sono addestrati gli attentatori al museo del Bardo di Tunisi e sulla spiaggia di Sousse, l’anno scorso. E tunisini erano Noureddine Chouchane, obiettivo del raid Usa a Sabratha del 19 febbraio che ha innescato la vicenda degli ostaggi italiani, come la maggior parte degli uccisi del blitz che proveniva proprio da Ben Gardane, a una trentina di chilometri appena. Nuovo fronte di guerra di una guerra infinita dove si è consumata la prima battaglia.</p>
<p>Ma le prove generali dell’espansione jihadista nel Maghreb meritano una ulteriore riflessione. Basta sfogliare il Foglio – scusate il gioco di parole – per capire che l’evento si presta a un’altra lettura. A mostrare come il focolaio libico sia prossimo a incendiare l’intero Nordafrica, quindi si faccia in fretta a rimettere piede in Libia. Nell’edizione dell’8 marzo si dà conto di come il bombardamento Usa su Sabratha abbia in realtà sventato un imminente attacco oltre confine, come ammesso da un jihadista lì catturato, la cui confessione è stata debitamente messa online alla vigilia dell’attacco nella città tunisina. Questo è avvenuto comunque, ma senza la forza d’urto delle minacciate autobombe e battaglioni suicidi. Più modestamente, «I combattenti hanno bussato alle porte delle case annunciando: “Siamo lo Stato islamico”, in qualche caso hanno chiesto acqua, sono andati alla casa del capo dell’ufficio antiterrorismo e l’hanno ucciso», recita il Foglio. Che puntualizza: «Questo assalto non aveva come traguardo finale la conquista della città, ma era inteso come una dimostrazione di forza».</p>
<p>Una dimostrazione condotta da una sessantina di elementi, due terzi dei quali catturati e uccisi, provenienti da unità d’elite (il sedicente battaglione al Battar, nome d’una delle spade del Profeta, secondo la tradizione ebraica, e già qui…) che bussano a chiedere acqua, come migranti scampati al deserto. Fenomenale. Quel che conta è che sia stato un fallimento completo, grazie ai bravi bombardieri a stelle e strisce, si compiace il Foglio. Ma il meglio è nel seguente capoverso, che merita d’essere ripreso per intero: «L’attacco di Ben Guerdane è un esempio di come può funzionare l’intervento internazionale in Libia. Lo Stato islamico usa il paese come piattaforma di lancio per operazioni anche all’esterno e attende nelle sue basi di essere abbastanza forte. Gli attori esterni, in questo caso l’America, impiegano aerei e intelligence per interrompere questa fase di guerra latente. Le operazioni a terra sono lasciate alle forze locali, Sabratha e militari tunisini, perché conoscono il terreno e il paesaggio umano, e anche perché la loro presenza non eccita la propaganda jihadista come invece fanno i grandi numeri di soldati occidentali».</p>
<p>Più chiaro di così. Renzi la smetta coi suoi tentennamenti e dia fiato alle trombe, come chiede, buon ultimo, l’ambasciatore Usa a Roma, John Phillips. Spiace solo che il giornale di Ferrara, solitamente beninformato sui retrobottega d’America grazie ai trascorsi del suo direttore, dimentichi di spiegare cosa farebbero in Libia i cinquemila italiani sollecitati da Obama, se a bombardare ci pensano loro. A meno di non scambiare il corpo di spedizione italico nell’inferno libico – reso tale grazie ai maneggi dell’amministrazione Obama, in primis della signora Clinton che ora corre per la presidenza – per sacrificabili ascari italioti semper fidelis. Ma questa è un’altra tappa della guerra infinita. Purtroppo prossima.</p>
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		<title>Olimpiadi romane, meglio perderle</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Mar 2016 12:42:50 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il tiro con l’arco ai Fori, con vista sul Colosseo. Dove si terrà la sfilata dei vincitori e il traguardo dei ciclisti, mentre i maratoneti passeranno sotto l’arco di Costantino. E il beach volley al Circo Massimo. È pieno di appuntamenti a dir poco esaltanti il piano per Roma 2024 presentato al Palacongressi dal comitato organizzatore dei giochi olimpici presieduto da Luca Cordero di Montezemolo.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/olimpiadi-romane-meglio-perderle/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8836" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><img class="size-medium wp-image-8836" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/03/Imagoeconomica_830779-300x183.jpg" alt="Malagò e Montezemolo con il logo di Roma 2024" width="300" height="183" /><p class="wp-caption-text">Malagò e Montezemolo con il logo di Roma 2024</p></div>
<p>Il tiro con l’arco ai Fori, con vista sul Colosseo. Dove si terrà la sfilata dei vincitori e il traguardo dei ciclisti, mentre i maratoneti passeranno sotto l’arco di Costantino. E il beach volley al Circo Massimo. È pieno di appuntamenti a dir poco esaltanti il piano per Roma 2024 presentato al Palacongressi dal comitato organizzatore dei giochi olimpici presieduto da Luca Cordero di Montezemolo. <span id="more-8824"></span>Un programma che secondo il presidente del Coni Giovanni Malagò, altro grande sponsor dell’iniziativa, «trascinerebbe l’Italia da un punto di vista culturale e sportivo». Dove non è chiaro, visto che nella partita doppia fra costi e benefici i primi appaiono di gran lunga superiori.</p>
<p>Ecco le cifre snocciolate al Cio, il Comitato interministeriale olimpico dove allignano, tra gli altri, l&#8217;inamovibile Franco Carraro (dal 1982) e i sempreverdi Mario Pescante e Ottavio Cinquanta: 2,1 miliardi per gli impianti permanenti (villaggio olimpico, Ibc e press center, arena ciclistica e parco naturalistico, oltre al recupero dello stadio Flaminio e delle Vele dell’archistar Calatrava a Tor Vergata); 3,2 miliardi per gli impianti temporanei e la gestione dell’evento che dovrebbe portare 177 mila posti di lavoro e un impatto sul Pil dello 0,4%, pari a poco meno di 3 miliardi. Tra i ricavi, un miliardo dal Cio e la metà dalle sponsorizzazioni. Se tutto andrà bene finirà in perdita, ammettono gli stessi organizzatori, fedeli alla linea della remissione certa là dove il guadagno è incerto, come recita un vecchio adagio.</p>
<p>In ogni caso si tratta di numeri pronti a lievitare più d&#8217;una torta in forno. Non appare inutile ricordare come nel 2011 la commissione guidata dall’economista Marco Fortis, oggi consulente di Matteo Renzi, stimava che per Roma 2020 i costi sarebbero stati questi: 2,5 miliardi per l’organizzazione, 2,8 per le infrastrutture sportive, 4,4 per le infrastrutture di trasporto. In totale 9,7 miliardi. Una cifretta comunque destinata a salire ma che Mario Monti, allora premier, giudicò inopportuno buttare nel secchio, dati i tempi. Oggi a palazzo Chigi non è più tempo di grigi affamatori del popolo, ma di crassi epuloni che vogliono rinverdire i fasti dell&#8217;Urbe e ridestare lo spirito italiota a suon di spot, quindi stoppata la candidatura al 2020 si rilancia al 2024. Forti anche del sondaggio richiesto all&#8217;Ipsos dove più di tre italiani su quattro sarebbero favorevole ai giochi romani. Dati rilanciati e gridati dal premier in persona a Losanna: «Roma aspetta, il 77% degli italiani vuole i giochi» (solo il 66% a Roma, di più in provincia, curiosamente). E mentre Roma – ma l&#8217;Italia tutta – aspetta, si profila un referendum antiolimpico, patrocinato da un fronte che va dai semprevivi Radicali al redivivo Fassina, in attesa che si decida nel settembre 2017, che ha già un sito: <a href="http://referendumroma2024.it" target="_blank">referendumroma2024.it</a>.</p>
<p>Che la capitale abbia bisogno di tutto fuorché di mega opere a perdere appare chiaro ai più, alla faccia di sondaggi farlocchi, ma non agli sponsor di una candidatura olimpica dove, con Roma, restano in lizza Parigi, Los Angeles e Budapest. Amburgo s’è già ritirata, per i costi eccessivi. Ma si sa che i tedeschi badano al soldo, non hanno le mani bucate come certa gente. Roma no: deve ancora pagare gli espropri per le Olimpiadi del 1960, dare un senso a due megaopere incompiute o da riqualificare come le Vele e il Flaminio; non riesce a portare la metro C – che nei piani del piano dovrebbe giungere a Tor Vergata – in centro e paga lo scotto della chiusura dei cantieri; s’è ridotta a far ripulire da Della Valle il Colosseo con le ramazze di saggina ma ai giochi olimpici non rinuncia. Su terreni e strutture in odor d&#8217;Olimpiadi – Tor Vergata versus Flaminio-Salario – s&#8217;è pure consumata la strisciante rottura tra Marino e il premier, nonché segretario del già partito di riferimento dell&#8217;ex sindaco, poi esplosa a furor di scontrini. Ma qui, vista l&#8217;aria che tira sulle prossime amministrative, beato chi c&#8217;arriva al 2024. Corre il rischio di finire prima il nuovo stadio della Roma atteso – anche qui, a furor di popolo, oltre che di Pallotta e Parnasi – a Tor di Valle. Altro ecomostro inutile, se non lo fermeranno prima le indagini della magistratura sull&#8217;area legata all&#8217;ex ippodromo.</p>
<p>Eppure, a scorrere le statistiche, nell’ultimo mezzo secolo nessuna Olimpiade ha portato profitto in nessun angolo del mondo, al massimo la socializzazione delle perdite, ripianate dai contribuenti. Conti in rosso da Grenoble 1968 a Londra 2012 (costate la bellezza di 12,3 miliardi d&#8217;euro, sui 3,3 preventivati), passando per Torino 2006 (dove il buco è poco meno di un milione e gli impianti stanno lì, sotto utilizzati e manco sotto la neve) e uno sforamento dei bilanci in media del 200%. Solo i cinesi sono stati bravini: a Pechino nel 2008 hanno superato il budget iniziale appena del 4%. A Tokyo, che si è aggiudicata le Olimpiadi bocciate da Monti, non vogliono essere da meno e prevedono di spendere sui 400 miliardi di yen, poco meno di 3 miliardi d&#8217;euro. Peccato che con quei soldi nemmeno riusciranno a portare i treni negli aeroporti di Narita e Haneda, ipertecnologici come sono. E l&#8217;ideatore del logo s&#8217;è pure dovuto ritirare per truffa. Di come andrà quest&#8217;anno a Rio meglio non parlare. Il budget iniziale è più volte saltato fino a sfiorare i due miliardi di dollari e il parco giochi ancora deve vedere la luce per un buon terzo. Di certo c&#8217;è che per mantenere l’ordine pubblico, il Brasile impiegherà 85mila tra soldati e poliziotti, il contingente più grande mai mobilitato, quasi doppio rispetto ai giochi di Londra. Non è ciò che i brasiliani si aspettavano nel 2009, anno della candidatura, quando il paese non era in recessione nera come ora ma si atteggiava a novella potenza. Nessun utile in nessun caso, dunque. Però coi giochi romani il Ponte della Musica, bellissimo e inutile, sarà almeno utilizzato. Auguri, Roma.</p>
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		<title>La tana dei configli</title>
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		<pubDate>Thu, 18 Feb 2016 14:40:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_8795" style="width: 310px" class="wp-caption alignnone"><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/02/040327208-e046e193-c98f-4cd9-843e-cedfc0d025f5.jpg"><img class="size-medium wp-image-8795" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/02/040327208-e046e193-c98f-4cd9-843e-cedfc0d025f5-300x169.jpg" alt="Monica Cirinnà. sopra: Ferdinand Hodler, L’eletto, 1903" width="300" height="169" /></a><p class="wp-caption-text">Monica Cirinnà. sopra: Ferdinand Hodler, L’eletto, 1903</p></div>
<p>Ci mancava solo la Crusca col suo comunicato numero cinque – pure l’accademia dei linguisti comunica coi comunicati, manco fossero brigatisti vecchia maniera – sul tormentoso percorso dello stepchild adoption, chiedendo che si sostituisca con l’italico adozione del configlio. <span id="more-8793"></span>Non bastava l’anglicismo, usato come d’uso per intorbidare le acque, né l’arcaico figlioccio o figliastro, che ai neolinguisti e ai talebani del politicamente corretto deve apparire altamente offensivo, al pari di negro o frocio. No, nella riscrittura dell’ovvio configlio è meglio, eppoi fa rima con coniglio. Fuor di semantica, l’adozione del figlio del partner resta la pietra d’inciampo più grossa nel tormentone parlamentare sulle unioni civili, in via di affossamento dopo lo slittamento dovuto al ripensamento – scusate la cacofonia, è voluta – ai piani alti del Pd che ne è main sponsor. Una sconfessione, mutatis mutandis, che ricorda un po’ l’affaire Marino a Roma, o l’imperativo categorico dei neodiccì di sempre, dall’apostolo Pietro in qua: primum, rinnegare.</p>
<p>Un ripensamento che ha provocato l’ira funesta di madama Lgbt, alias Monica Cirinnà. I romani, al solito smagati, l’avevano soprannominata la gattara, quando si occupava dei diritti di cani e gatti tra i ruderi dell’Urbe. Chissà come sarà ribattezzata la corifèa del movimento lesbo, gay, bisex e transgender, se il disegno di legge sulle unioni civili di cui è prima firmataria dovesse infine spuntarla e lei passerà alla storia come chi ha messo una pietra miliare sulla via ai diritti di tutti, o aperto una falla nel diritto di natura. Finora la senatrice – scuola dalle suore e una vita tra i Verdi, prima di passare col Pd e giungere buona ottava alle scorse primarie capitoline, davanti al sindaco in pectore Roberto Giachetti, sposa di Esterino Montino, sindaco di Fiumicino, già tra i patriarchi del Pd romano – dei nomi non si cura, tirando dritta anche dopo il monito della santa sede: non equiparare le unioni gay al matrimonio. Ma se il paletto papale è un altolà che neppure Renzi e i suoi possono superare in scioltezza, la partita si fa difficile, dopo il voltafaccia renziano e la marcia indietro dei grillini.</p>
<p>Alchimie politiche a parte, il dibattito sulle unioni civili che riempie le piazze di famiglie arcobaleno, al grido Svegliatitalia, o in bianco &amp; nero al Family day, riapre in Italia vecchie fratture ideologiche, riportandola ai tempi della lotta per altri diritti contestati, quali il divorzio e l’aborto. Da un lato la chiesa, che fa il suo mestiere, ribadisce il ruolo della famiglia naturale, sottolineando come i figli non siano un diritto. Dall’altro sigle e partiti compattati in nome della normalità dell’alterità. Una battaglia che nel nostro paese riguarda, secondo l’Istat, circa 7.500 coppie con 500 figli, in termini percentuali lo 0,0005 a fronte del 95,5% delle coppie tradizionali. Cifre risibili, su cui si battaglia assai più che su diritti negati quali il lavoro, la sanità, l’abitazione. Numeri a parte, rivendicare una genitorialità senza padri né madri definiti, e il cancan mediatico a supporto, è indicativo di un mutamento sociale epocale che in poco tempo ha portato il diverso da soggetto socialmente sbeffeggiato a benemerito di una cultura egemone, anche se non maggioritaria. Lo iato tra ciò che natura dispone e quel che gli umani pretendono cambiare appare insanabile e l’Italia si ritrova in una guerra per i principi dove la confusione è tanta e il buon senso manca.</p>
<p>Tempo fa, a un dibattito in una scuola della periferia romana, Marco Marsullo, giovane rampante della scuderia Einaudi, ha sollevato ovazioni sposando la causa gay sulle unioni civili, là dove una decina d’anni fa sarebbe stato subissato dai vaffa (gli stessi del vaffa day gay). Un segno dei tempi minimo, minimale rispetto ai lustrini a Sanremo. Forse un progresso, ma indice di un neoconformismo di segno opposto all’altro che porta le stimmate dell’omofobia. Della maggioranza che fino a ieri considerava i gay peccatori impenitenti, anomalie da dileggiare e mazzolare alla prima occasione. Restiamo in campo letterario. Non siamo noi che diamo la vita ai figli, ma è la vita che si trasmette attraverso di noi, scriveva Ferdinando Camon. E un altro maggiore della nostra letteratura, lo scomparso Sebastiano Vassalli, irrideva ai piastrellatori del mondo che pretendono normare e pulire ogni angolo di vissuto, al pari d’un cesso svizzero. Uno scrittore non ancora maestro come i due succitati e non sospetto d’antipatie gay qual è Adriano Angelini, scrive: il ddl Cirinnà è una follia giuridica. Una gabbia statalista che non lascia possibilità né agli omosessuali né agli eterosessuali di vivere liberamente le proprie relazioni affettive. Ecco, il punto è tutto qui, fuori da ogni falso moralismo e finta liberazione sessuale.</p>
<p>Negli affari di fede e di letto nessuno dovrebbe mettere becco, tantomeno lo stato. O la chiesa (che questa, una casta di non ammogliati, pontifichi in tema di famiglia è uno dei tanti paradossi del mondo). La voglia di figli &amp; famiglia, in una parola di normalità, che ha colto chi dovrebbe vivere alla larga da convenzioni e pattuizioni, è sorprendente e deprimente quanto chi spaccia bisogni minoritari per battaglie di civiltà. Ma forse è nella vocazione minoritaria e rinunciataria di certa sinistra farsi portabandiera degli scapricciamenti d’ogni minoranza piuttosto che battersi con altrettanta caparbietà per i diritti universalmente negati. Quali, tanto per ripetersi, il lavoro, l’abitazione, l’istruzione, la salute. O, per stare in tema, l’adozione di bambini – quelli abbandonati nelle sale parto degli ospedali o, peggio, nei cassonetti, ad esempio – senza dover aspettare una vita o rimetterci un patrimonio. Ma questa (pseudo) sinistra non legge più Gramsci e la sua lezione sull’egemonia, considera Unisex del duo Marletta e Perucchietti non pagine sui poteri forti che patrocinano il global gender su cui meditare, ma da bruciare sul rogo come hanno fatto al povero Giordano Bruno e ai suoi scritti quegli altri. Echi di stalinismo concettuale perturbano quanti accusano chi dissente d’essere un omofobo reazionario e oscurantista. Ma abbassare la bandiera rossa per levare quella arcobaleno, riempirsi la bocca di pseudo diritti per non curarsi dei diritti primari non salva dalla miseria intellettuale e pochezza umana gli accusatori.</p>
<p>La famiglia com’è non è certo uno spot del Mulino Bianco, spesso è una tragedia per vasta parte dell’umanità. E non lo è per le vessazioni e gli omicidi – meglio questo del termine femminicidi in voga, ché anche qui parliamo di persone, prima che di generi – costanti. No, la tragedia è nel lento uccidersi e morire tra quattro pareti d’ogni umana vivacità e relazione degna di questo nome. È una tragedia dovuta a una condizione di prossimità che riguarda ognuno, a Oriente e Occidente, e da cui non ci si salva appiccicandosi l’etichetta lgtb addosso. Neppure con l’amore, ché questo quando c’è poco a poco si spegne, gay o etero che sia, tramutandosi in odio. Tranne rare eccezioni spesso confuse con l’abitudine al vuoto relazionale. La famiglia tradizionale è la più alta forma tragica dell’umano convivere. La vita è una molto triste buffoneria, diceva Pirandello, altro insuperato maestro di vita e letteratura (ma la vita è meglio viverla che scriverla, soleva ripetere). Parafrasandolo, la famiglia è una molto triste necessità. Già quella naturale è una tragedia per l’umanità, perché sostituirla con una tana di configli? Per questo, altro è forse meglio non avere per non perdere la poca umanità residua, in un tempo in cui la norma non è più la regola e l’umano fatica a (r)esistere.</p>
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