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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Repubblica</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Tanti auguri alla vecchia signora</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Jun 2026 17:23:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Breve storia della repubblica: la macedonia italica dal grande broglio alle sneakers della Melona C’era una volta la repubblica. Quella nata dalla resistenza, della prima volte delle donne, col suo bel mito fondativo della libertà portata sulle ali dei liberatori. Poi è stata la repubblica delle banane. Quella dove si sentiva rumor di sciabole, per dirla come Nenni, tirava aria di golpe e i fascisti... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/tanti-auguri-alla-vecchia-signora/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Breve storia della repubblica: la macedonia italica dal grande broglio alle sneakers della Melona</strong><span id="more-10754"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">C’era una volta la repubblica. Quella nata dalla resistenza, della prima volte delle donne, col suo bel mito fondativo della libertà portata sulle ali dei liberatori. Poi è stata la repubblica delle banane. Quella dove si sentiva rumor di sciabole, per dirla come Nenni, tirava aria di golpe e i fascisti – quelli veri – tentavano d’espugnare il palazzo, non s’accontentavano come quelli d’oggi d’essere scarrozzati sulle auto di rappresentanza. Poi è venuta la repubblica dei mandarini, marci fino al midollo, che ha trovato la sua notte a via Fani e dato la stura al più marcio di tutti, il Cavaliere nero. Poi è arrivata la repubblica dei ravanelli, quelli rossi (rosa) fuori e bianchi dentro, insapori e incolori ma che fanno tanto bene e stanno bene nell’insalata. Da qui alla repubblica dei cetrioli il passo è stato un saltello, e tutti ce la siamo presa in quel posto, finché non è arrivata la serva melona a mettere ordine in frutteria. Un ordine che ripiglia parepare le parole d’un genio italico d’altri tempi, quello da cui la repubblica è tutto sommato sortita: credere obbedire combattere. Si crede sempre alle fole, s’obbedisce e si combatte dalla parte dei giusti, ché il mutuo a saldo della libertà non ha fine.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La parata del genetliaco</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Son passati ottant’anni ma la tiritera è sempre quella, cambia il frutto di stagione ma sulla macedonia italica la musica è la stessa. Decisa altrove ma pagata dagl’italioti che se la scialano a credersi furbi e talentuosi e invece li spernacchiano in ogni pertuso d’Europa e d’altrove. Del resto, a gente che s’accapiglia ancora su Roma e Bisanzio, sui Guelfi e Ghibellini, su destra e sinistra, dopata dal caso mediatico del giorno, cosa vuoi che importi l’aderenza alla realtà? Così godiamoci la festa del 2 giugno, la parata del genetliaco della vecchia signora che vuol darsi un tono ma non riesce a nascondere le crepe. Le scarpe ginniche della Melona attovagliata di celeste fianco all’ectoplasma di La Russa (lui sì, fascista vero) urlante l’inno di Mameli, manco si trattasse di Giovinezza. Crosetto a giganteggiare sull’altro ectoplasma presidenziale che tutti tirano per la giacchetta in mancanza di meglio. E di Salvini, che evita la parata per tema della malparata, il temuto sorpasso del generalissimo alle coste. Godiamoci soprattutto dragamine e cani robot, crocerossine e pompieri, ché la repubblica vuole la pace, ohibò, mica siamo a Mosca o a Pechino dove sfilano missili e carrarmati.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Uno s’addorme e sogna</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Tra tanto sfilare uno s’addorme e sogna. Una repubblica che riesca infine a raccontarsi la sua vera storia, a partire dall’imbroglio elettorale da cui è nata. Quello per cui Falcone Lucifero, consigliere della real casa, ancora non si dava pace, a novant’anni suonati, narrandolo allo scrivente nel salotto della sua casa romana, scartabellando tra vecchi faldoni. E l’altro, prima, per cui la guerra s’è fatta malissimo e persa peggio, coi suoi morti inutili ed eccellenti, col gran pelato che si vuole fucilato dai partigiani, con buona pace di Franco Bandini. O l’altro statista diccì che si narra ammazzato dalle Br. O la svendita che certi illustri figuri han fatto del Belpaese dalla tolda del royal yacht Britannia. Raccontarci tutte le belle storie per cui il grande Sebastiano Vassalli diceva che gl’italiani sono gli altri, a noi che ce ne fotte? Insomma, dirci una buona volta tutto, poi chiuderla lì, mettere pace in famiglia e andare avanti, a testa alta. Invece uno si sveglia e casca ai piedi delle sneakers della Melona. E allora vai con gli applausi, buon compleanno alla vecchia signora. E, per meglio applaudire, posto <a href="https://www.facebook.com/watch/?v=1354234441631870" target="_blank">qua</a> l’immarcescibile scenetta di Sordi in Una vita difficile, che ha i miei anni ma è un sempreverde, girata dall’amico Ivan. Tanti auguri alla repubblica.  </span></p>
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		<title>Il compleanno dei morti</title>
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		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 10:48:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il Corriere festeggia 150 anni, Repubblica 50. Presente e futuro di un giornalismo che non c’è più Cinquant’anni sono una bella età, figurarsi 150. Centocinquanta sono gli anni del Corrierone sulla breccia, un terzo quelli di Repubblica. Un bell’anniversario, duplice e tondo, che nelle due città di riferimento vede una panoplìa d’eventi festeggiare degnamente le due maggiori testate nazionali. A Milano s’è scomodata la Scala... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-compleanno-dei-morti/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/03/Adsok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10716" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/03/Adsok-179x300.jpeg" alt="Adsok" width="179" height="300" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/03/Corriereok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10717" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/03/Corriereok-228x300.jpeg" alt="Corriereok" width="228" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il Corriere festeggia 150 anni, Repubblica 50. Presente e futuro di un giornalismo che non c’è più</strong><span id="more-10715"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Cinquant’anni sono una bella età, figurarsi 150. Centocinquanta sono gli anni del Corrierone sulla breccia, un terzo quelli di Repubblica. Un bell’anniversario, duplice e tondo, che nelle due città di riferimento vede una panoplìa d’eventi festeggiare degnamente le due maggiori testate nazionali. A Milano s’è scomodata la Scala per le celebrazioni di rito, a Roma una bella <a href="https://www.rainews.it/video/2026/01/50-anni-di-repubblica-mostra-tra-celebrazioni-e-proteste-macerollo-a06c9e3b-f0dc-4381-8f50-28c5ba624075.html" target="_blank">mostra al Mattatojo</a> rievoca gli anni del giornale fondato e retto da Scalfari per un ventennio. Fatto più unico che raro nel panorama giornalistico, non solo italiano. A rivederla, la prima pagina di quest’ultima, colonne piombate che manco la Pravda, viene un misto di mestizia e d’orrore. Eppure quella grafica, la formula del tabloid, al tempo era una novità non da poco. A rileggerli, quei titoli su Moro e Berlinguer, si ha un sorriso che sa di paresi. A passeggiarci, tra le cupe pannellature rossonere dell’ex scannatojo romano, in tema e in tinta col luogo, si è presi da una sorta d’angoscia per quel che è stato e più non è. Mai più sarà, nonostante i proclami di rito e di reviviscenza del panorama giornalistico (inter)nazionale. Ha un bel dire Luciano Fontana, attuale direttore del Corriere, che «solo chi utilizza il passato non come una vetrina ma come una leva per progettare il futuro ha lo sguardo giusto». Hanno un bel cantarsi la mezza messa i soloni della comunicazione. Anche gli occhi più foderati di prosciutto, come spesso accade per convenienza e autoinganno a quelli dei giornalisti d’ogni parrocchia, troppo occupati a guardarsi l’ombelico per vedere ciò che accade attorno a loro; anche gli orbi che volgono lo sguardo per non vedere ciò che è hanno sotto gli occhi, la dura realtà.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>I dati Ads oggi, ma è già domani</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">I dati appena resi noti da Ads sulla diffusione dei quotidiani parlano chiaro, ma non abbastanza. Sono velati d’ottimismo, tarati come sono sull’oggi mentre è già domani. Stando ai numeri – vedi sopra – Repubblica è calata sotto le centomila copie di venduto, il Corriere veleggia poco sopra. Con le copie digitali si arriva un po’ più su, ma con quelle neanche puoi incartarci le verdure al mercato, per non parlare d’altri meno nobili scopi, per quel che valgono. Degli altri meglio non parlare, un tracollo continuo, un rosso esangue. Il fatto è uno e uno solo. Il giornalismo cartaceo è finito e l’altro, televisivo, radiofonico, online eccetera non se la passa niente bene. Tra qualche anno – tempo che schiattino gli ottuagenari e chiudano l’ultime edicole – i giornali saranno un ricordo. Neanche carta straccia. Pezzi da museo come le linotype. Sopravviveranno, forse, poche grandi testate e qualche prodotto di nicchia, per un pubblico specialistico, ma la loro funzione residuale, larvale, non potrà risollevarsi. Checché ne dicano i sedicenti esperti che puntano sulla deficienza artificiale per l’auspicata rinascita. Confondendo pii desideri per fatti – come al tempo della fola che la free press avrebbe guarito il malato terminale – e continuando così a gettare benzina sul rogo del morto. Colpa della tecnologia che fa strame d’ogni passato? Del fato? Colpa d’Alfredo? Colpa, o meglio responsabilità, di nessuno e di tutti quanti in questo mestiere hanno creduto e han vissuto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Fogli e figli migliori</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Quando nacque il Corriere, ai primi di marzo del 1876, con trentamila lire di tre soci meneghini, l’ideatore e fondatore, il napoletano Eugenio Torelli Viollier, scrisse nel suo primo editoriale: “Se c’è una cosa che abbiamo in odio è il giornale a tesi”. Quindi, spazio alla libertà di giudizio, nel momento del trapasso dalla destra alla sinistra storica. Vent’anni dopo il nuovo direttore, Domenico Oliva, lamentava che Bava Beccaris fosse stato troppo morbido a prendere a cannonate la folla provocando centinaia tra morti e feriti. Quando nacque Repubblica, nel gennaio 1976, il fondatore e ideatore Eugenio Scalfari (nato a Civitavecchia ma d’origini calabresi), scrisse: “Questo giornale è un poco diverso dagli altri. Anziché ostentare un’illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’avere operato una scelta di campo”. Cioè di buttarsi a sinistra, togliendo spazio e idee ai progressisti in funzione antisovietica – come già vent’anni prima con l’Espresso ­– grazie anche al mancorrente e al placet d’oltre Oceano, decretando così la morte di un’altra gloria del giornalismo nostrano, Paese Sera. Erano gli anni dell’apertura al centrosinistra e della carta morotea che Scalfari, da ex deputato socialista, volle giocarsi. Tant’anni dopo, nel suo ultimo editoriale, “il morso velenoso del serpente russo” sulla guerra in Ucraina, il vecchio liberale non rinnegava le sue idee radicalmente antirusse. Il suo giornale, voce di libertà oggi in vendita, sarebbe divenuto organo ufficiale del Pud, il Partito unico dominante. Sempre in prima fila nello spacciare verità di comodo e conformismo di tendenza per obiettività di giudizio. Illeggibile, come (quasi) tutti. E se questi sono stati i fogli e i figli migliori, figurarsi gli altri, quelli che manco sanno quello che scrivono e per chi lo fanno.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’età dell’oro è trapassata</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Così, non ci si può lagnare più di tanto se sui muri appare da tempo una scritta: giornalista terrorista. Se nessuno che abbia meno di vent’anni (ma anche assai di più) abbia mai sfogliato un giornale e se a scuola ti guardano come un alieno se solo ci provi a raccontare com’è fatto. La sua funzione, ormai residuale e larvale, è stata fin dalla nascita quella d’indottrinare le masse più che d’informarle, secondo i desiderata dei gruppi di potere di riferimento e con rarissime eccezioni. Oggi che la loro età dell’oro – il secolo appena trascorso – è trapassata, sono roba buona per addetti ai lavori e anziani ai giardinetti. Quanto ai giovani, neanche quel che passa la rete o la tivù vedono, figurarsi un pezzo di carta straccia. Altro che insegnare loro a leggere con incredulità i giornali, come ammoniva Bertrand Russell. È già una scommessa fargli staccare l’occhi dal cellulare e il cervello dall’algoritmo che li devasta. Sia festa, dunque, per il doppio anniversario. È il compleanno dei morti.</p>
<p style="font-weight: 400;"><em>Sopra: i dati Ads rielaborati da Prima comunicazione online e il francobollo commemorativo del Corsera</em></p>
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		<title>Giurin Giurello del Mattarello</title>
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		<pubDate>Sun, 30 Jan 2022 09:47:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[Poesie in forma di prose]]></category>
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		<description><![CDATA[Giurin giurello / star sul Colle è così bello / con la fava, oltre all’uccello / becchi tosto il Mattarello / &#160; A Palermo non sto male / ma assai meglio al Quirinale / al gran piano nazionale / do’ il mio lustro personale / &#160; Ma tranquilli, resto poco / reggo fino al coprifuoco / giusto il tempo al dragomario / di tenersi a bagnomario / &#160; E per dargli ciecamente / sommo ausilio e poi... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/giurin-giurello-del-mattarello/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Giurin giurello /</p>
<p>star sul Colle è così bello /</p>
<p>con la fava, oltre all’uccello /</p>
<p>becchi tosto il Mattarello /<span id="more-10099"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A Palermo non sto male /</p>
<p>ma assai meglio al Quirinale /</p>
<p>al gran piano nazionale /</p>
<p>do’ il mio lustro personale /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ma tranquilli, resto poco /</p>
<p>reggo fino al coprifuoco /</p>
<p>giusto il tempo al dragomario /</p>
<p>di tenersi a bagnomario /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E per dargli ciecamente /</p>
<p>sommo ausilio e poi manforte /</p>
<p>pur Giuliano, ben&#8217;Amato /</p>
<p>è risorto e s’è aggregato /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutti insieme, allegramente /</p>
<p>prepariamo degnamente /</p>
<p>la scalata al presidente /</p>
<p>quello giusto, il competente /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Tutto il popol a lui s’affida /</p>
<p>e nessun s’osi alla sfida /</p>
<p>che chi dubita e diffìda /</p>
<p>si castighi da deicida /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Buone pecore spaurite /</p>
<p>cosa dite, che cianciate /</p>
<p>questa di democrazia /</p>
<p>non ha altra garanzia /</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Che far romper meglio l’osso /</p>
<p>giù nel fosso, a più non posso /</p>
<p>non godete, eppur contenti /</p>
<p>che il cervello s’addormenti</p>
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		<title>Daesh lava più bianco</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2015 08:52:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<category><![CDATA[bastardi islamici]]></category>
		<category><![CDATA[Belpietro]]></category>
		<category><![CDATA[Daesh]]></category>
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		<description><![CDATA[Mentre la grande stampa internazionale resta appecoronata dietro alle transenne a pascersi di bufale e false flag della pur non brillante intelligence francese, la buona stampa italiana si divide. Tra chi, come l&#8217;ottimo Belpietro, titola bastardi islamici – e speriamo che l&#8217;espulsione richiesta all&#8217;odg lombardo sappia ridare un senso all&#8217;ordine dei giornalisti – sul suo giornale di cartastraccia e l&#8217;ancor più ottimo Feltri che lo... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/daesh-lava-piu-bianco/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/11/belpietro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8694" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2015/11/belpietro-300x205.jpg" alt="belpietro" width="300" height="205" /></a></p>
<p>Mentre la grande stampa internazionale resta appecoronata dietro alle transenne a pascersi di bufale e false flag della pur non brillante intelligence francese, la buona stampa italiana si divide.<span id="more-8693"></span> Tra chi, come l&#8217;ottimo Belpietro, titola bastardi islamici – e speriamo che l&#8217;espulsione richiesta all&#8217;odg lombardo sappia ridare un senso all&#8217;ordine dei giornalisti – sul suo giornale di cartastraccia e l&#8217;ancor più ottimo Feltri che lo difende a croce e spadone tratti, e l&#8217;intelligente e coraggiosa iniziativa della Repubblica meneghina che manda due sventurati “In giro per Milano con kefiah e niqab&#8221; per vedere l&#8217;effetto che fa, per cantarla come Jannacci. Poi dice che uno si iscrive ai terroristi, per dirla come il buon Mario Magnotta.</p>
<p>E che nessuno si azzardi a scrivere Is, d&#8217;ora innanzi. Daesh – l&#8217;acronimo arabo di <em>Al dawla al islamiya fi al Iraq wal Sham </em>(Stato islamico dell&#8217;Iraq e della grande Siria nel Levante), suggerito da John Kerry al G20 di Vienna – è la nuova parola d&#8217;ordine, onde evitare ogni riferimento all&#8217;Islam. Suona meglio e lava più bianco. Anna Maria Brogi sull&#8217;Avvenire spiega meglio di altri tale scelta di civiltà, con buona pace d&#8217;ogni buonsenso e parole ecumeniche. Distanti assai dal maledetti pronunciato dal buon pastore e subito risospinto ai quattro angoli del globo dai media, fascinati da tanto savio ardore.</p>
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