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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Qui mondo</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>Cuba, la guerra infinita</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Aug 2026 14:38:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti i predecessori hanno fallito? C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba-la-guerra-infinita/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/08/Cuba2ok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10789" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/08/Cuba2ok-300x200.jpeg" alt="Cuba2ok" width="300" height="200" /></a></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’ultima frontiera contro il colonialismo Usa vicina al crollo. Donaldone riuscirà dove tutti i predecessori hanno fallito?</strong><span id="more-10788"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">C’è una guerra infinita, più brutale delle tante che insanguinano il pianeta. Non è eclatante né fa notizia ma dura da decenni, sordida subdola strisciante, implacabile. Praticamente da quando un piccolo paese di morti di fame e ostinata volontà ha osato opporsi al grande impero del dollaro che gli sta a due braccia di mare. Cuba soffoca ma non muore. Il suo ingombrante vicino di casa ha provato in ogni modo a ricondurla all’ovile degli staterelli servili, finora inutilmente. All’alba della rivoluzione, nel ‘61, ci provò con un grande sbarco, ma andò male. Anzi, la vittoria della Baja dei porci – nome quanto mai azzeccato – è diventata emblema d’una rivoluzione che non molla. Che, nonostante tutto, resiste. Non si ha idea, in Europa, di cosa significhi vivere nel giardino di casa dell’impero del dollaro. Un misto d’attrazione e repulsione. Un paese come Cuba, poi, già puttanajo degli States, come buona parte dell’America latina. Un figlio che vorrebbe amare una madre matrigna ed è costretto a odiarla per legittima difesa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>L’isola è allo svuotamento dei posacenere</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non ha mai avuto la possibilità di vivere in santa pace e tantomeno nel benessere, la Isla grande. Legioni di presidenti, sedicenti democratici o biechi repubblicani, si sono dati da fare per strangolare la rivoluzione in fasce e accopparne i leader. Quelli che la revoluciòn non ha divorato. Fidel, da solo, è scampato a un centinajo d’attentati degli sgherri della Cia e affini che con altri leader socialisti o nazionalisti hanno avuto assai più successo, da Sandino ad Allende a Peron, buon ultimi Chavez e Madero. Ma la favola, come tutte le belle storie che si rispettino, è alla fine e non è a lieto fine. Dopo decenni di resistenza o, come usa dirsi con un termine orribilmente alla moda, di resilienza, Cuba è allo svuotamento dei posacere, dopo aver sparecchiato la frutta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il tradimento venezuelano</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Nella sua lunga resistenza settantennale ha attraversato momento duri, durissimi. Terribili. Chiunque abbia avuto modo di visitarla negli anni del malfido sostegno sovietico, poi cinese, durante le tremende crisi energetiche seguite al crollo dell’Urss, sa di quanta forza di volontà, inventiva e capacità d’arrangiarsi siano capaci i cubani. Napoletani, scansatevi. Ma anche i peggiori apagòn del periodo speciale e le fughe di massa dei balseros sono niente in confronto all’attuale stato di cose. Dopo il cambio di campo e la normalizzazione del Venezuela – meglio, tradimento dei vertici bolivariani – all’Avana non arriva un goccio di petrolio da Caracas e chi può campa di rimesse dai parenti a Miami o scampa come può. Le nuove rotte vedono i migranti passare dalla Guyana e dalla giungla brasiliana, per tentare la fortuna, o meglio la sopravvivenza tra i latinos o negli States. Il governo castrista, vista la mala parata, concede il concepibile in attesa del peggio e i grandi investitori Usa e internazionali già aprono le borse piuttosto che affilare l&#8217;armi, pronti a cogliere i frutti di tanta attesa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La rivoluzione non è più moneta spendibile</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Niente arriva nell’isola, niente può lasciarla. Il blocco è totale, la morsa dell’impero attorno all’isola è serrata, Hormuz è un colabrodo a paragone delle basi Usa che l’attorniano, oltre al cancro di Guantanamo, da sempre incistato nella carne viva di Cuba. Le file ai negozi per compare un chilo di papas e mezzo pollastro sono infinite. Le gloriose carrette degli anni ‘50 più rattoppate che mai. Ma, quel che è peggio, è che questa vergogna dell’umanità e del diritto internazionale ha sempre più flebili difensori, nessuno che la sostenga concretamente, al di là delle chiacchiere da salotto. Fidel non c’è più e Raul non dà certo l’idea d’un leader per cui spendersi. Vecchio dramma d’ogni rivoluzione, incapace di produrre il ricambio generazionale dei suoi quadri dirigenti. Ma anche se fosse un leader pari al fratello né lui né Cuba sarebbero più moneta spendibile per alcuna ideologia rivoluzionaria ai tempi del conformismo imperante.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il buon gioco di Donaldone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Così Donaldone ha buon gioco, può riuscire là dove tutti i suoi predecessori hanno fallito. Passare alla storia come il presidente che ha riportato Cuba all’obbedienza, nello steccato dei servi. Gli è riuscito col Venezuela, bel colpo da maestro, e ora si gode il suo petrolio col placet dei vertici chavisti passati armi e bagagli dalla parte dell’imperatore, Delcy Rodriguez e Padrino Lopez. Per Cuba non si tratta di drenare risorse, ma vuoi mettere la soddisfazione, il sollazzo di riuscire dove tutti hanno fallito? Da mesi gli agenti Usa inzeppano l’Avana, ma forse non servirà manco sparacchiare, ancora un po’ e le pance dei cubani saranno talmente vuote, le loro menti provate da aprirgli le braccia come a un liberatore. Come altri paesi, compreso il nostro, , in prima fila nel codazzo dei servi, hanno fatto nel corso della storia coi vari occupanti.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Questione di tempo, o di un miracolo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">È solo questione di tempo, poi il sogno d’un socialismo caraibico, corrusco &amp; tosto, finirà garrotato a suon di dollari e fregnacce mediatiche. Ridotto a tristo museo degli orrori di un passato che i vincitori vorranno conservare, bontà loro, a futura memoria degli ignavi. Il mondo allora avrà perso un pezzo di bellezza, di verità. I turisti andranno a farsi selfie davanti all’icona pubblicitaria del Che senza manco sapere chi fosse, una bella coca in mano. E a chi scrive non resterà che tornare su una vecchia strada che mena alla cattedrale della Virgen del Cobre, a sud di Santiago, per chiedergli la grazia di non vedere tanto scempio. O di far resistere i suoi fedeli magari fino alle elezioni di novembre, ammesso che queste vedano la messa in riga di Trump e la resipiscenza sua e di chi verrà. Ma questo sarebbe un miracolo pure per la Madonna nera di Cuba.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><em>vedi anche: 2002, cartoline da Cuba: <a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba/" target="_blank">https://www.mauriziozuccari.net/site/cuba/</a></em></p>
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		<title>Il bisunto del Signore</title>
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		<pubDate>Sat, 18 Apr 2026 09:08:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Metodo o follia? I miracoli di Trump, alias Donaldone I, novello messia dell’israelismo, aspettando Giuda La prima volta non è andata benissimo. Vuoi perché non tutti l’avevano capito, a parte quella faccenda dei miracoli, vuoi perché tutto diceva fuorché di voler fondare una nuova fede, in parecchi prima si sono sgolati ad acclamarlo, poi gli hanno voltato le spalle al momento del bisogno. Pure il... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-bisunto-del-signore/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/papa-Leone-XIV-1280x853.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10739" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/papa-Leone-XIV-1280x853-300x200.jpg" alt="papa-Leone-XIV-1280x853" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/MelonTrok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10740" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/MelonTrok-240x300.jpeg" alt="MelonTrok" width="240" height="300" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/Mappaok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10741" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/04/Mappaok-300x200.jpeg" alt="Mappaok" width="300" height="200" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Metodo o follia? I miracoli di Trump, alias Donaldone I, novello messia dell’israelismo, aspettando Giuda</strong><span id="more-10738"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">La prima volta non è andata benissimo. Vuoi perché non tutti l’avevano capito, a parte quella faccenda dei miracoli, vuoi perché tutto diceva fuorché di voler fondare una nuova fede, in parecchi prima si sono sgolati ad acclamarlo, poi gli hanno voltato le spalle al momento del bisogno. Pure il procuratore della Giudea, Ponzio Pilato, alla fine rinunciò a capirci qualcosa e se ne lavò – letteralmente – le mani. Salvo poi, ancora in vecchiaja, dire che non poteva fare altrimenti, in una terra dove pullulavano più profeti che asini. Da allora, da un pajo di mill’anni in qua, chi lo mise in croce come falso profeta e non ne pianse la morte come figlio di Dio, aspettava la venuta del Cristo. L’unto, il prescelto del Signore. Quello vero. Per i cultori dell’israelismo, il culto sostitutivo dell’integralismo cristiano in voga alla Casa Bianca, quel momento è arrivato, la seconda volta è sotto gli occhi di tutti e neanche stavolta i miracoli fanno difetto.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il primo miracolo: la voce ai muti</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Era dai tempi di Costantino, chiamato il grande da quella chiesa che contribuì ad affermare nel mondo, che un imperatore non s’immischiava in affari di fede. Ci aveva provato, è vero, in tempi più recenti Enrico IV, ma s’era dovuto ridurre al freddo e al gelo pietendo in quel di Canossa udienza al papa, previa raccomandazione della contessa Matelda. Costantino, gran carognone di tutt’altra pasta, a Nicea era dovuto intervenire al Concilio, in qualità di tredicesimo apostolo, per dirimere eresie e controversie cristologiche della nascente fede che frantumavano l’unità imperiale anziché cementarla. Trump, da par suo, non è intervenuto in tema di fede troncando di netto dispute e cavilli, ma ha detto al portavoce di Cristo che su certe faccende di pace &amp; bene è meglio non metta bocca. Per rincarar la dose il fido Vance ha ammonito che il vicario di Cristo deve fare molta attenzione prima d’affrontare questione teologiche. Oibò, mica basta essere papa per parlare di Dio, si lasci la cosa ai competenti: Donaldone I e la sua corte. E qui il novello Cristo, l’unto effigiato in tal veste dalla deficienza artificiale, il bisunto – nel senso di due volte unto – del Signore nell’immagine subito divenuta icona mondiale, ha operato il primo miracolo. Ha dato la parola al papa, suo conterraneo: quel Leone XIV che, a onor del vero, non è che abbia brillato finora in parole &amp; azioni, ricordandogli d’essere debitore nientemeno che del soglio papale. E il santo padre, coerentemente, ha ribadito che il suo principale non è di casa alla Casa Bianca.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il secondo miracolo: la verginità a chi non ce l’ha</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Non meno eclatante il secondo miracolo: l’aver scacciato la serva Melona tra i fidi del seguito, provocandone un’alzata di scudi a difesa, la genuflessione dei critici ai suoi piedi. Era dai tempi del povero Bettino – un galantuomo, a paragone di tristi figuri dell’oggi – che un premier italiano non suscitava le ire dei padroni d’Oltreoceano. Cacciata dall’Eden di Washington per non essersi piegata a dovere ai desiderata dello studio ovale, la nostra non sapeva più a che santo votarsi. Per darsi un tono s’è aggregata alla compagnia di giro dei volenterosi – aridaje – che vogliono a tutti i costi accollarsi agli Usa per sminare lo stretto di Hormuz, nonostante Trump abbia detto chiaro e tondo di stare alla larga, e con essi la Nato, del tutto inutile al punto che medita seriamente d’uscirne, Dio lo voglia. Il quartetto del francese, dell’inglese, del tedesco e dell’italiana sarebbe una barzelletta migliore della gag del vengo anch’io, no tu no; più esilarante della pièce cabarettistica di Jannacci se non fosse emblematica della totale insipienza dei leader europei.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Strali e abbracci alla serva Melona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">En passant, oltre a ricevere abbracci virtuali e solidarietà globale per essere colpita dagli strali dell’ex padrone, la serva Melona s’è buscata feroci critiche da parte di certo Solovyev, spacciato dal circo mediatico italiota per passaparola di Putin, all’indomani delle forniture di droni militari all’Ucraina. Anziché denunciare un accordo che mette l’Italia tra gli obiettivi leciti della reazione russa e snasare lo zampetto dei servizi, nostrani e di Kiev, nelle sparate a zero del polemista, anche qui baci &amp; abbracci alla reproba. Ma neanche la restituita verginità politica alla Melona ha mostrato il tocco taumaturgico di Donaldone. I veri miracoli, a benpensarci, sono altri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il terzo miracolo: la pace in guerra</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">S’era abituato, il mondo, a guerre non dichiarate e panzane reiterate, mai a paci non dichiarate e balle reificate. Il novello Messia non ha solo riportato la guerra al centro dell’agone internazionale, facendosi beffe del diritto internazionale, ma ha rovesciato il noto assioma di Von Clausewitz. Non è più la guerra la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma è la sedicente pace la prosecuzione della guerra con altri mezzi. La tiritera dei colloqui in Pakistan ne è la cartina di tornasole. Stoppata la guerra del Golfo con una finta vittoria e un giro di chiacchiere a vuoto, gli Usa sono passati a bloccare, loro, le acque del Golfo. Blocco ventilato dal circo mediatico come migliore arma a disposizione dell’Iran, finora. Si reitera, anche qui, la boutade jannacciana, con ultimatum scaduti e rinnovati come saldi al supermarket; con le navi Usa che sminano lo stretto e prendono a cannonate o abbordano qualunque naviglio s’aggiri nei paraggi, ben fuori dalle acque del golfo Persico.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il quarto miracolo: il giojello della corona</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Gli israeliani, da par loro, continuano a fare terra bruciata in Libano, fino al Leonte, ribattezzato dai media Litani, dove non a caso passava la frontiera tra egizi e ittiti. La prosecuzione della guerra con altri mezzi: una pace mediatica, appunto. I Pasdaran possono cantar vittoria – meno Hezbollah – ma neppure loro hanno troppa voglia di menare le mani, in un paese semidistrutto. Se le navi iraniane vorranno continuare a girare indenni dovranno pagare dazio agli Usa, l’Iran riconvertire parte del suo export petrolifero in dollari, e pace fatta. Come già Venezuela e Messico ai danni di Cuba, in procinto di tornare tra le amorevoli braccia del fratello maggiore d’America. E questo sarebbe davvero il giojello della corona imperiale per Donaldone I, che già pregusta il successo e l’ennesimo miracolo. Per non dire dei miracolati veri, quei pochi milioni di seguaci dell’israelismo sparsi per il mondo – vedi mappa – che vedono inverarsi la Grande Israele sotto la guida suprema di Bibi, grande eminenza nera dell’imperatore, e nell’ultimo quindicennio hanno messo a ferro e fuoco il Medio Oriente, distrutto di riffe e di raffe sei paesi, manu militari o tramite rivoluzioncine primaverili, provocato un genocidio e sono spacciati per martiri da venerare, nella religione detta olocaustica da Costanzo Preve.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il gran miracolo: il mondo resta a guardare</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Buon ultimo, il gran miracolo di Donaldone è il mondo che resta a guardare e sommessamente a frignare. La Russia è impantanata in una guerra senza capo né fine, l’Europa in una follia bellicista e una recessione economica scatenata da un imperatore che i suoi sciocchi vassalli continuano a osannare anziché rovesciare. La Cina, coerentemente ai suoi trascorsi filosofici, resta impassibile. Spera forse che l’Occidente si sbrani lasciandola in pace, confida nell’immane debito Usa nelle sue mani, aspetta il momento giusto per partecipare alla festa del raccolto, ma anch’essa pare toccata dal miracolo, avvolta dalla luce di Trump. Se l’impero è marcio e l’imperatore folle, c’è del metodo in questa follia. Eppoi i pazzi, si sa, sono la voce di Dio. Allora, libera nos a malo, Domine, per dirla come il Paternoster e Menghinello. Ma all’orizzonte non si vede neppure un Giuda capace d’inverare la passione, né chi irrompa nell’orto e ci liberi dal male, metta fine ai miracoli. Il miracolo vero.</p>
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		<title>Il multipolarismo può attendere</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Jan 2026 14:28:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La soluzione finale di Trump per Maduro e il Venezuela: un vecchio bastone per il mondo nuovo Chissà se stavolta qualcuno proporrà Donaldone al Nobel per la pace o la candidatura può attendere. Chissà se qualcuno non dirà che beh, sì, l’operazione è discutibile, rapire qualcuno in camera da letto in piena notte non è una bella cosa, ma cosa non si farebbe per la... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-multipolarismo-puo-attendere/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/01/Machaok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10695" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2026/01/Machaok-300x169.jpeg" alt="Machaok" width="300" height="169" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La soluzione finale di Trump per Maduro e il Venezuela: un vecchio bastone per il mondo nuovo</strong><span id="more-10694"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Chissà se stavolta qualcuno proporrà Donaldone al Nobel per la pace o la candidatura può attendere. Chissà se qualcuno non dirà che beh, sì, l’operazione è discutibile, rapire qualcuno in camera da letto in piena notte non è una bella cosa, ma cosa non si farebbe per la democrazia e la vittoria del bene sul male, eppoi Maduro è proprio un cattivone e ben gli sta. Certo è che dallo e dallo se piega pure lo metallo, come recita l’adagio. Come a Grenada nell’83, come a Panama nell’89, e ovunque dal Cile al Nicaragua, gli Usa ribadiscono nel modo più palese e diretto la loro supremazia tecnologica e continentale. Aggiornano la dottrina Monroe – l’America agli americani, ai quali l’ha donata Dio in una versione extralarge della Terra promessa a Israele – e del Big stik di Rooseveltiana memoria. Il grosso bastone, dietro al largo sorriso, col quale colpire senza requie chi si mette di traverso. Erano i primi del secolo scorso quando il buon Teodoro la teorizzò, agitando il nodoso bastone davanti alla flotta anglo-tedesco-italiana che minacciava di fare rotta verso il Venezuela per convincerlo a pagare i suoi debiti, secondo l’usuale politica delle cannoniere in voga al tempo. En passant, tra i creditori in armi c’era pure l’Italietta, che oggi si defila con l’usuale non si fa ma è giusto, a riprova del modo tutto italico di stare sempre col piede in due staffe, quale sia il regime e il colore, pur di servire gagliardamente il padrone. Ma veniamo all’accaduto, al vecchio bastone del mondo nuovo e alle conseguenze dell’ennesima bastonata a stelle &amp; strisce.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una sorpresa attesa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Prima di tutto il raid. Preparato da mesi, da decenni, per riportare i reprobi di Caracas nell’orbita statunitense. Portato a compimento dall’unità d’elite dei commando Usa, quella Delta force già distintasi nelle due sopracitate azioni di polizia continentale, come in ogni operazione internazionale portata buon fine, dagl’iniziali fiaschi di Teheran e Sigonella in poi. Un colpo, il rapimento del presidente in carica venezuelano e signora, tanto spettacolare quanto sorprendente, ma non inatteso. Preannunciato da settimane di guerra sporca nelle acque del paese sudamericano in nome della lotta al narcotraffico che ha imposto, di fatto, un blocco all’export di petrolio verso paesi terzi, in primis Cina e Russia. Anticipato da bombardamenti su obiettivi cosiddetti sensibili, quali caserme e aeroporti, quartieri e acquartieramenti dei fedelissimi e il monumento a Chavez. Sorprende, in tutto ciò, non tanto il fatto in sé, reso possibile da un mix di fonti interne – cioè spie – e tecnologie di controllo che permettevano di vedere dove fossero e cosa facessero Maduro e consorte, per essere prelevati in tutta sicurezza nella loro camera da letto, nell’alba di Caracas. Eh sì che la coppia cambiava spesso dimora per parare tali eventualità.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La soluzione finale</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Sorprende piuttosto che la famosa guardia del corpo presidenziale non si sia vista all’opera, che l’attacco sia avvenuto senza la minima perdita, solo un elicottero colpito di striscio e un paio di feriti. Quasi a far mostra che un minimo di resistenza doveva pur esserci, per il buon esito dello spettacolo. Sorprende soprattutto che russi e cinesi, per non parlare di cubani &amp; colombiani, che pure hanno begli interessi in loco, non abbiano battuto ciglio al di là delle contumelie di rito, né dato una mano al loro protetto, perdendo così d’un colpo un fido alleato e un pozzo quasi senza fondo di greggio prezioso. Un successo completo per Trump, degno dell’arguzia con cui è stata battezzata l’operazione: Absolute resolve, quella soluzione finale che anche nel nome sa di nazismo ma guai a dirlo, ohibò, è l’Amerika portatrice di sogni e libertà, e peste colga chi ne dubiti e dissenta.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La fine dello chavismo</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Così l’erede di Chavez e donna Cilia Florez hanno iniziato il nuovo anno con un soggiorno nel penitenziario di Brooklin, per essere giudicati a breve nel cuore di Manhattan con un processo che si preannuncia pur’esso spettacolare, per traffico di droga e simili facezie. Un movente burletta, fuffa buona per sagaci gazzettieri ma qualcosa bisogna pur dare in pasto al pubblico sulla balconata. Ma Donaldone oltre che giusto è sincero e non si perde in chiacchiere. Lui l’ha detto chiaro e tondo, checché ne dicano i soloni dei media e i commentatori a comando: l’abbiamo fatto per riprenderci i pozzi e quel cambio di regime che i suoi predecessori hanno sempre sognato, giungendo solo a imbottire la buonanima d’Hugo del veleno che l’ha portato alla fossa ma non favorito l’auspicato cambio di regime, passato nelle mani del Maduro ingabbiato. Mezzucci che un sovrano par suo disdegna, meglio bastonare come si deve l’avversario. La vice di Maduro, Delcy Rodriguez, e il suo ministro della Difesa, Vladimiro Lopez, scampato alle bombe dopo essere dato per morto, promettono resistenza a oltranza. Ma non reggeranno a lungo sul pozzo di petrolio – un quinto delle riserve mondiali stimate, assai più di Iran, Iraq e Arabia Saudita – su cui stanno. Forse fino alle prossime elezioni sinceramente democratiche che metteranno fine all’esperienza chavista. Il regime change è servito. La buona Maria Machado, eroina prona all’uso e fresca Nobel per la pace – lei sì – s’è dichiarata pronta a servire la rinnovata patria anche se ha già ricevuto il benservito da Trump. Decideremo noi chi guiderà lo stato vassallo, ha dichiarato il magno imperatore.</span></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>La lezione di Donaldone</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Le bastonate potrebbero continuare, anche se un’invasione grande stile, tipo Grenada, è fuori discussione, se gli orfani di Maduro non mollassero l’osso, ma non è escluso un accordo tra pezzi di regime e Donaldone per il ritorno del Venezuela tra le interessate braccia dei giusti d’Amerika. Resta da vedere se la soluzione finale prospettata da Trump farà scuola dall’Avana a Teheran, dove non dormiranno sonni tranquilli nei giorni e notti a venire, e chissà in Groenlandia. Se la sua lezione sarà recepita a Mosca e a Pechino, oltre che dai malfidi europei: gli Usa non cederanno al multipolarismo tanto presto e, soprattutto, senza combattere; siamo ancora i padroni del mondo e lo resteremo a lungo. Oppure se Big Don, da sovrano più previdente che assoluto, con questa mossa s’è portato avanti: tenete un pezzo d’Ucraina e ripigliate Formosa, per quel che valgono, noi abbiamo già quel che serve ed è nostro. Tutto il petrolio del Venezuela per rifare grande l’Amerika e un largo sorriso, oltre a un nodoso bastone. </span></p>
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		<title>Giù il sipario sulla pace</title>
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		<pubDate>Tue, 14 Oct 2025 16:39:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/giu-il-sipario-sulla-pace/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Cosa resta dopo la firma degli accordi d’Egitto tra Israele e Hamas. Il Nobel mancato a Donaldone I e il ministero della guerra che si prepara</strong><span id="more-10670"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Venghino siori, venghino. S’accomodino, in platea c’è ancora posto, dalla balconata il pubblico applaude e schiamazza, come si conviene a tanto spettacolo. Sul palchetto s’ammassano gli attori, a loro agio e splendidi i protagonisti, vecchie glorie dell’avanspettacolo, meno smaglianti ma suadenti, compìti nella parte loro assegnata dal copione le comparse, allumate dai riflettori della storia. Dal re del Bahrein al principe ereditario del Qatar, dal redivivo Abu Mazen all’immarcescibile Erdogan, dal presidente cipriota a quello iracheno, dall’indonesiano all’azero. In mezzo a tutti e alla sua corte europea, ai Macron e Merz, Starmer e Meloni, lui: sua altezza imperiale Donaldone primo, gran visir d’Oriente e d’Occidente, maestro della commedia dell’arte atlantica e padrone indiscusso della pièce andata in scena a Sharm el Sheikh. E mai luogo avrebbe potuto essere più consono di quest’approdo del consumo a portata di charter, di bengodi di massa in riva al Mar Rosso, per la firma finale degli accordi di pace tra Hamas e Israele. E peccato che mancassero proprio loro, gli “sparring partner” della contesa, a dare sugo alla pièce.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Donaldone, deus ex machina</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Netanyahu ha dato forfait all’ultimo dopo aver tenuto la platea col fiato sospeso, fedele al vecchio adagio morettiano del: mi si vede di più se vengo all’ultimo e sto in disparte oppure non vengo per niente? Quegli altri, è arcinoto, sono nati a libro paga d’Israele e manco loro si son visti. Ma sono attori non protagonisti, dopotutto: è lui, Donaldone I, il deus ex machina della combine. Fosse entrato nell’assise d&#8217;Egitto in groppa a un destriero col cappellone texano e il sigarone sul mascellone volitivo sarebbe stato perfetto, ma pure così ha fatto la sua porca figura. E che applausi, che fischi d’ammirazione alla Knesset – e lì sì che c’era, l’uomo forte di Tel Aviv, gongolante – quando sua altezza imperiale ha arringato l’assemblea nel dopofirma, nel backstage come suol dirsi, prima d’andare a fare affari e ripartire l’obolo tra gli sceicchi incaricati di rifare Gaza bella nuova.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Una nuova era</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Pure Bibi aveva la lacrima al ciglio a sentire l’amico americano spendere tante belle parole per lui. Chiedere a Herzog, il presidente firmabombe, di non sognarsi d’affidare il suo premier al tribunale nazionale o, peggio, alla corte penale internazionale che l’ha accusato di genocidio, ora che il massacro rischia una battuta d’arresto e con la fine della macelleria Bibi rischio l’osso del collo per i suoi reati comuni. «Questo è l’inizio dell’era della fede e della speranza, questa è l’alba storica di un nuovo Medio Oriente», ha proclamato Trump. Anche i falchi del parlamento di Tel Aviv, quelli che hanno votato no all’accordo d’una pace farlocca come questa, piangevano come colombelle all’udire simili parole. Applausi a rotta di collo, standing ovation, giù il sipario.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Cosa resta fino al prossimo botto</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo due anni di macelleria che ha spianato Gaza e messo fine alla chimera d’uno stato palestinese, reificando il sogno della grande Israele, restano sul terreno decine di migliaia di morti, centinaia di migliaia di profughi e una regione devastata ma l’obiettivo è raggiunto, la pace è fatta. Fino al prossimo botto. Restano sul terreno, coi massacrati e la devastazione, le voci che nell’ora più buja della stella di Sion non hanno deflettuto dalla sua difesa a oltranza: i media sestistellati attruppati dietro ai loro generalissimi: i Vespa, i Mentana, i Molinari, le Gruber. Giornali e tiggì che dipingevano coi colori di guerra i cortei di pace. Resta un movimento d’opinione e di massa contrario all’aberrazione d’uno stato terrorista che si fa forte della lotta al terrorismo e dell’olocausto patito per imporre un altro olocausto alla Palestina e al mondo. Ma tutto passa e tra non molto si tornerà a parlare di radici giudaico cristiane per la nostra bella Europa. Senza un filino di vergogna per aver giocato a pallone con gl’israeliti in casa, anziché sbattergli la porta in faccia. Resta Donaldone I, imperatore d’un mondo al declino, artefice di guerra e profeta di pace.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ministeri di guerra, Nobel di pace</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Peccato, davvero peccato che tanta maestà d’animo non sia stata premiata dal Nobel, come richiesto dal presidente pakistano. E invece, all’uomo dal cuore umanitario, l’uomo in grado di smuovere le montagne con la sola forza della volontà, per usare le belle parole di Steven Cheung, a capo dello staff della comunicazione della Casa Bianca, s’è preferita l’eroina Maria Corina Machado, già pupilla della Cia, per la sua lotta per la libertà della patria venezuelana. Bene ha fatto il portavoce di Donaldone a tuonare contro quei perdigiorno del comitato norvegese del Nobel, quest’anticaglia d’un mondo a perdere, dopo aver dato notizia d’aver cambiato il nome del dipartimento della Difesa, vale a dire del Pentagono, in dipartimento della guerra, assai più adatto ai tempi: <a href="http://www.war.gov" target="_blank">www.war.gov</a>. Fatto è che se lo meritava proprio il Nobel, Donaldone, come ha ribadito Bibi dopo avergli infilato in tasca il piano di pace. Proprio come, a suo tempo, Hitler aveva fatto con Mussolini, il salvatore della pace a Monaco. Del resto anche il cancelliere del Reich è stato candidato al Nobel per la pace, alla vigilia della Seconda guerra mondiale. Ha proprio ragione il buon Gianandrea Gaiani. Viviamo tempi difficili, spesso tragici, a volte comici, quasi mai seri. Standing ovation, giù il sipario.</p>
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		<title>Un’americanata a Roma</title>
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		<pubDate>Sun, 14 Sep 2025 08:07:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Grace for the world, riflessioni sul megaconcerto a San Pietro per il Giubileo della pace e la chiesa Si discettava tempo fa, con un caro amico prete, cosa la chiesa potesse fare per la pace in Palestina. L’amico diceva che il pontefice avrebbe dovuto scendere dal soglio di Pietro e portare la croce fino a Gaza, seguito da chi voleva. E tanto peggio se un... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/unamericanata-a-roma/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Grace for the world, riflessioni sul megaconcerto a San Pietro per il Giubileo della pace e la chiesa</strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><span id="more-10660"></span>Si discettava tempo fa, con un caro amico prete, cosa la chiesa potesse fare per la pace in Palestina. L’amico diceva che il pontefice avrebbe dovuto scendere dal soglio di Pietro e portare la croce fino a Gaza, seguito da chi voleva. E tanto peggio se un missile o un cecchino avessero messo fine all’impresa. L’idea, eclatante, non è nuova. La concretizzò, senza esito, San Francesco trascinandosi fino a Damietta, mezzo cecato com’era, per mettersi in mezzo tra cristiani e musulmani nella quinta crociata. Sarebbe stata davvero una nuova crociata, di pace stavolta, nel mezzo del genocidio che si consuma nell’indifferenza e nell’ipocrisia generale nei confronti dei palestinesi. Un altro caro amico, ferocemente antisraelita, sosteneva che il pontefice avrebbe almeno dovuto emulare la preghiera corale con la quale papa Ratzinger rallentò – a suo dire – la dissoluzione della Siria. Né l’una, né l’altra. Dopo l’abbraccio al firmabombe Herzog in Vaticano, Grace for the world, La kermesse a stelle e strisce andata in scena sabato sera sul sagrato di San Pietro, nell’epicentro della cristianità, sunteggia al meglio la posizione della chiesa leonina, è cartina di tornasole del suo riflettere – flettersi? – sul mondo.</p>
<p style="font-weight: 400;">Lo spettacolo, anzitutto. Grace for the world – Grazia per il mondo – a un’occhiata superficiale spettacolarizza, coerentemente ai tempi, il Giubileo per la pace voluto da papa Leone. Un esercito di droni ha tenuto naso all’insù la folla stipata gratis in piazza san Pietro. Dalle colombe all’omaggio a papa Francesco, dalla megascritta Joy, invece della banalissima peace, alla pietà michelangiolesca: uno spettacolo vero, anche per chi non è nuovo a simili eventi o ha visto solo sciami di droni manovrati dall’intelligenza artificiale usati per ben altri, men nobili scopi. Poi il megaconcerto, con una miriade d’ospiti messi insieme da Andrea Bocelli e Pharrell Williams, ideatori e protagonisti dell’evento. Pareva che i cori gospel si fossero trasferiti da una chiesola del Tennessee all’epicentro della cristianità. Pareva, a tratti, che la chiesa fosse tornata davvero ai tempi del suo massimo splendore, della chiesa trionfante con la sua luce sulle tenebre del mondo, capace di raccogliere attorno e sotto di sé i migliori artisti e intellettuali per portare il suo messaggio all’urbe e all’orbe, con un linguaggio coèvo. Pareva.</p>
<p style="font-weight: 400;">Poi, nello sfilacciarsi dei droni sul cupolone, tra un coro Gospel e un Magnificat, t’accorgi del resto. Dell’eventone passato, oltre che sul canale della Cei, su Rete quattro, commentato dalla sagomata Federica Panicucci. Eh si che sulla rete ammiraglia Rai, un tempo lontano feudo diccì, c’era un’altra kermesse canora di bel pregio. Poi vedi quel vescovo in marsina di seta che dirige il coro, coperto di bracciali e orologi griffati che pare uscito da un saldo compraoro. Guardi il bel faccino dell’attivista per i diritti civili a senso unico d’una misconosciuta fede orientale. Miri il cantautorone rap da 160 chili con le croci tatuate in faccia, a mo’ di lacrime, alzare le mani al cielo e blaterare amenità. Lo stesso che porta avanti la sua battaglia per la fecondazione in vitro selfandosi in diretta con la graziosa mogliettina. Ascolti il messaggio letto rigorosamente in inglese in bell’accento italiano dal nuovo prefetto della congregazione per la fede che invita a restare umani in tempi d’intelligenza artificiale. Eccetera. Insomma, il meglio – peggio – della modernità inclusiva &amp; antidivisiva.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Orbene, accade che mentre ammiri questo po’ po’ di roba e ti dici che beh, sì, insomma cosa pretendi se a tirare le redini dello spettacolone siano Bocelli e Williams, il geniale negretto biondino direttore creativo della moda uomo – si fa per dire – Louis Vuitton, a lento a lento il dubbio s’insinua in te. Che tanta roba non sia quel che vedi, ma altro. Che il gran spettacolo veicoli non certo la grazia divina, men che meno la pace per Gaza, mai nominata manco per sbaglio, o qualche altrove. Che tanta modernità &amp; inclusività non siano la vecchia solfa della chiesa che tutto abbraccia e trattiene a sé, miracolo tutto umano d’unione e saldezza attraverso i tempi, ma grimaldello per veicolare il cupio dissolvi dei tempi nuovi dentro e al centro della cristianità. Tarlo nel vecchio legno della chiesa, ormai pronta a fracassarsi. E qui viene a mente l’altro amico caro, mal per lui supporter di Netanyahu, che in un suo romanzo, Imago lux, fa passecchiare il demonio tra le mura capitoline, fin dentro le segrete stanze vaticane. E ti viene in mente che quel che vedi e senti ha il puzzo di certe messe sataniche. Ma questi son pensieri apocalittici che il coretto gospel presto scaccia, il drone luminescente dissolve. E vai col battimani all’americanata a Roma.</span></p>
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		<title>Papa Bob, un leone tra i lupi</title>
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		<pubDate>Fri, 09 May 2025 06:04:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eredità e riflessioni sul dopo Francesco e il primo pontefice statunitense della storia Prima c’era Francesco che parlava coi lupi, ora abbiamo un Leone che speriamo ci liberi dai lupi. È in questa battuta che gira nelle segrete stanze vaticane il senso dell’elezione al soglio pontificio di Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost. Pope Bob, come lo chiamano dalle sue parti, nella Chicago già... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/papa-bob-un-leone-tra-i-lupi/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/05/Pope-Bob2ok.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10596" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/05/Pope-Bob2ok-300x298.jpeg" alt="Pope Bob2ok" width="300" height="298" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Eredità e riflessioni sul dopo Francesco e il primo pontefice statunitense della storia</strong><span id="more-10594"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Prima c’era Francesco che parlava coi lupi, ora abbiamo un Leone che speriamo ci liberi dai lupi. È in questa battuta che gira nelle segrete stanze vaticane il senso dell’elezione al soglio pontificio di Leone XIV, al secolo Robert Francis Prevost. Pope Bob, come lo chiamano dalle sue parti, nella Chicago già culla del proibizionismo e della civiltà industriale Usa in bancarotta, è il secondo papa americano e il primo statunitense, con buona pace del circo mediatico e di quanti s’ostinano a confondere le due cose. Sorriso suadente e commosso cipiglio, ha subito messo in chiaro chi è, da dove viene e dove vuole andare a parare: sono figlio di Sant’Agostino – ha dichiarato affacciandosi dal balcone, incespicando sulle parole ma non sul senso – e v’accompagnerò dilà, verso quella Città di Dio che non è di questo mondo. Tantomeno piegarsi ad esso come soleva fare il suo predecessore, avranno auspicato o temuto molti tra la folla osannante e alle sue spalle.</p>
<p style="font-weight: 400;">Se nomen est omen, per dirla con l’abusato detto latino, la scelta del nome parla chiaro. Con il richiamo a Leone XIII che sul finire dell’Ottocento volle chiarire nell’enciclica Rerum novarum la dottrina sociale della chiesa ai tempi del socialismo, condannato senza se e senza ma, ponendo al contempo un freno ai guasti del capitalismo imperante con la rivoluzione industriale, è plausibile che oggi chi ne raccoglie il nome veda nel limitare i danni che la rivoluzione digitale e l’intelligenza artificiale procureranno a un mondo di paria deprivati del lavoro la missione del papato ai nostri giorni. Chissà. Poi c’è, da subito, quel richiamo alla pace in un mondo sempre più preda di furori bellicisti, e all’unità della chiesa che certo Francesco non ha favorito, con il suo ecumenismo globalpopolare.</p>
<p style="font-weight: 400;">Strano destino, quello del papa venuto dall’altro mondo che ha voluto rifarsi al santo poverello e ha permeato di sé il magistero di Pietro per oltre due lustri. Pochi pontefici come papa Bergoglio sono stati allo stesso tempo inclusivi – per usare un’altra parolina abusata ai nostri dì – e divisivi. Nessun papa – neanche Roncalli e Luciani – hanno conciliato quel suo calore umano, il sorriso e la gentilezza, con la sfrontatezza del parlar chiaro e a volte a sproposito, l’estemporaneità e la durezza di certe prese di posizione urbe et orbe, nel popolo di Dio e fuori dalle mura vaticane. Quelle che lo scomunicato monsignor Viganò ha definito crimini degni d’un antipapa, a salma ancora calda.</p>
<p style="font-weight: 400;">Se umanità e combattività sono state le peculiarità di Francesco, altro si chiede al suo successore che da lui ha ricevuto la porpora cardinalizia, due anni fa, e ne raccoglie l’eredità. Tutti lo tirano per la giacchetta, tutti lo vogliono dalla loro parte. C’è chi lo vuole vicino a Trump e fido repubblicano e chi già lo vede calcare l’orma del progresso lasciata da Francesco. Ma conservatore e progressista sono categorie buone per gazzettieri e pubblico di piazza, mal si attagliano a chi siede sul soglio di Pietro. Per ora la sola certezza è che papa Bob ha un sorriso che piace, un cipiglio che rassicura. Dovrà cataminarsi tra le segrete stanze e fuori più e meglio di come cavalcava in Perù da missionario. Speriamo non finisca come quel King Bob dei Minions che s’è trovato la corona in capo manovrato dalla perfida Scarlett.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per ora l’unica certezza è che il collegio cardinalizio ha guardato agli Usa e all’Occidente più che alla Cina e all’Oriente, per un dialogo non più tra sordi e l’unità della chiesa cattolica al primo quarto del terzo millennio. Tertium non datur, visto che una via di mezzo non c’è stata: i papabili italiani sono tornati con le pive nel sacco. Parolin, entrato papa in conclave ne è uscito men che cardinale, come vuole la tradizione, e Zuppi dovrà contentarsi dello scudetto al Bologna, quando sarà. Quanto al papa nero, Nostradamus e la chiesa di Roma dovranno attendere ancora.</p>
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		<title>Habemus imperator</title>
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		<pubDate>Thu, 23 Jan 2025 17:14:24 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Donaldone I alla prova dei fatti. La vocazione imperiale d’America e le paure dei probi progressisti L’avevano dato per spacciato dopo la prima volta. Avevano detto che non gli avrebbero permesso di tornare in pista. Invece rieccolo, alla faccia d’inchieste, cecchini e bombaroli più o meno maldestri e a comando. Donaldone I è tornato con la sua corte di nuovi guitti e vecchi arnesi, e... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/habemus-imperator/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/01/emusk.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10587" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2025/01/emusk-300x221.jpg" alt="emusk" width="300" height="221" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Donaldone I alla prova dei fatti. La vocazione imperiale d’America e le paure dei probi progressisti</strong><span id="more-10585"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">L’avevano dato per spacciato dopo la prima volta. Avevano detto che non gli avrebbero permesso di tornare in pista. Invece rieccolo, alla faccia d’inchieste, cecchini e bombaroli più o meno maldestri e a comando. Donaldone I è tornato con la sua corte di nuovi guitti e vecchi arnesi, e ne ha per tutti. La plebaglia sovranista e populista gongola – ma solo negli Usa – la riccaglia ecologista e globalista trema; il “deep state”, cioè quei nemmen pochi che se la comandano davvero e indirizzano le menti e i discorsi stanno a guardare ché tanto peggio di quel rimbambito di Sleepy Joe non c’è, eppoi il vecchio imperatore Trump stavolta torna buono pure a loro, chissà.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che farà Donaldone I? Dichiarerà guerra alla Danimarca per occupare la Groenlandia, futuro sottosuolo di Bengodi, invaderà Messico e Canada? Unificherà l’America in un unicum a stelle e strisce, ponendo fine a ogni residuale differenza dalla patria della democrazia dell’hamburger? Abbandonerà i servi sciocchi d’Europa alle grinfie del perfido cosacco, dandogli in pasto l’ex fido Zelensky, il paladino delle libertà conculcate schiantato alla rotta di Kiev? Inizierà la guerra all’ultimo balzello col suo nemico dichiarato, il malfido imperatore giallo? Intanto l’impero eredita Il Medio Oriente unificato &amp; riplasmato dalle sapienti mani di Bibi sotto la stella di David, senza manco più quei seccatori russi, sloggiati dall’enclave siriana. Per dar corda al suo buon amico il novello imperatore potrà mettersi nei panni del Magno Alessandro e sradicare l’impero del male da Teheran. Tenersi i pozzi babilonesi e lasciar fare al turco il lavoro sporco. Al bene e meglio non c’è fine.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che farà Donaldone I? La domanda turba i sogni dei tecnocrati di Bruxelles, i servi sciocchi di ieri divenuti gregge belante oggi, terrorizzato dal cambio di rotta del padrone e dal suo bastone che sentono già rotear sulle gobbe. Ahi lazzaron Ursula &amp; Macron, di quanto mal foste madri &amp; padri con le vostri turlupinerìe fucsia e verdi. Adesso le gretarelle piangono come le madonnelle gender nei crocicchi televisivi, i profeti della rivoluzione green, sconquasso d’Occidente, temono l’onda grey. Soprattutto piangono i vertici Nato &amp; Ue, uniti nella lotta, or che l’imperator minaccia il taglio dei fondi ai fidi. Fortuna che la perfida Albione, almeno lei, non demorde e promette armi &amp; zecchini pei prossimi cent’anni a chiunque prosegua la lotta. Buon sangue imperiale non mente. E piange l’Oms che s’è già vista sforbiciare i fondi, rea dell’impostura pandemica e vaccinale, piaga di corpi e menti. Tanto ha Bill il mecenate a metter dindi e veicolar vaccini. Zuckerberg non piange, lui già s’è riallineato ai vessilli imperiali, e peggio per i cacciatori di finte bufale online lasciati allo sbando.</p>
<p style="font-weight: 400;"> Intanto Donaldone premia i probi e bastona i cattivi, come si conviene al soglio imperiale. In prima fila attende la Melona, unica degna rappresentante del consesso d’Europa alla cerimonia d’incoronazione, posta a far capoccella tra l’ultime fila. E per portarsi avanti nel baciamano s’accatta pure lo Starlink muskiano, mettendo l’ultima chiacchiera patria all’orecchio del padrone. Forse è a lei, romana e figlia deforme del già risorto romano impero, che Musk ha indirizzato lo scattoso saluto a braccio teso che tanto ha scandalizzato le anime belle progressiste e causato il rigurgito d’odio sefardita allo scattosissimo Saviano che n’ha invocato la morte. Ah, saperlo, intanto godiamoci i peana dei sinceri democratici che paventano l’ascesa della nazioligarchia statunitense, come titolano senza pudore i gazzettieri del gran circo mediatico. Lindbergh e i suoi paladini hanno la loro rivincita, ottant’anni dopo, e non c’è manco uno Charlot a fargli il verso, un Hitler o un Mussolini da mimare, fuor da quello risibile di Scurati, il crociato dell’antifascismo da fiction.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Quel che i probi progressisti non vedono – e neppure gli altri – è la luna nerissima del presente, persi sulle dita tese e nere del passato. Qualunque cosa faccia, Donaldone I non verrà meno al destino imperiale del paese che si appresta a guidare per il prossimo quadriennio, salvo imprevisti. Il suo ritorno non sarà lieve, né un accidente temporaneo. La democrazia totalitaria è il fatto del III millennio, e nessuna finzione mediatica o buonista ne modificherà il segno. Trump ne marchierà col suo piglio l’Occidente, riunito sotto l’orbe imperiale, e al mondo multipolare resti il resto. Forse neppure a chi comanda davvero questo spicchio d’Occidente spiace il programma, e lascerà fare. Gli altri s’arrangino, o si sottomettano. Habemus imperator, coram populo.</span></p>
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		<title>Trump, il futuro è alle spalle</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Nov 2024 19:12:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Big Don è il 47esimo presidente Usa. Ma aspettando l’insediamento tutto può ancora accadere. Cosa (non) cambierà con il bis dell’uomo dal ciuffo Coraggio, il meglio è passato, c’è un magnifico futuro alle nostre spalle. Se fosse ancora vivo, Flaiano avrebbe commentato così la vittoria di Trump. Non perché la buonanima d’Ennio fosse iperdemocratico come un kamalliano di ferro, ma perché davanti alla nuova età... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/trump-il-futuro-e-alle-spalle/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Big Don è il 47esimo presidente Usa. Ma aspettando l’insediamento tutto può ancora accadere. Cosa (non) cambierà con il bis dell’uomo dal ciuffo</strong><span id="more-10557"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Coraggio, il meglio è passato, c’è un magnifico futuro alle nostre spalle. Se fosse ancora vivo, Flaiano avrebbe commentato così la vittoria di Trump. Non perché la buonanima d’Ennio fosse iperdemocratico come un kamalliano di ferro, ma perché davanti alla nuova età dell’oro Usa preannunciata da Big Don la sua freddura casca come il classico pecorino sulla matriciana. Trump è dunque il quarantasettesimo presidente eletto nella storia degli Stati Uniti. Il secondo a ripigliarsi al secondo mandato non consecutivo quel che gli era stato furbescamente tolto da “Sleepy Joe” e dalla longa manus dei servizi Usa quattro anni fa nell’affaire di Capitol Hill, come candidamente ammesso dai vertici dell’Fbi, per proteggere la democrazia made in Usa. Stavolta il paccotto regalo dell’epifania 2021 non s’è ripetuto ma, tranquilli, all’insediamento mancano due mesi e tutto può ancora accadere nella patria delle libertà promesse e mancate.</p>
<p style="font-weight: 400;">Per ora Trump se la gode assieme a Melania, grisaglia verde lei e blazer blu lui, e ne ha ben diritto. Ha settantotto anni, un’età per cui molti manco riescono a dare il mangime ai piccioni dalle panchine – appena men vecchio di Biden, sperso nel parco della Casa Bianca in preda alla cupezza – col piglio e la voglia d’un adolescente in fregola. È sopravvissuto a due attentati neanche tanto farlocchi, a processi in aula e di piazza che avrebbero stroncato chiunque e ad accuse che adesso finiranno, buon per lui, nel cestino della carta straccia. Come quella dei media mainstream, schierati in buona misura contro. Detrattori e nemici, mediatici e reali, non si daranno per vinti, convinti che Big Don incarni la quintessenza del male, il neonazi per antonomasia neanche fosse un Lindbergh in groppa al redivivo spirito del Saint Louis.</p>
<p style="font-weight: 400;">Si noti, di sguincio, come Rai 5 abbia mandato in onda il Complotto contro l’America tratto dall’opera omonima del guru democratico Roth, mentre il rinato Partito comunista d’America abbia votato per lui, richiamandosi a Gramsci e compagni. Surrealtà del mondo nuovo. Lui se la ride, pugno chiuso e cappellino rosso in testa, l’America si colora pur’essa di rosso repubblicano – sulla carta – e gli sorride, del blu democratico restano sprazzi. Ha conquistato Camera e Senato, oltre trecento grandi elettori sui 270 necessari e il voto popolare, una rarità, più di 70 milioni d’americani a ridargli fiducia. L’uomo dal ciuffo arancione, divisivo come pochi, è a capo d’un paese diviso più che mai.</p>
<p style="font-weight: 400;">Certo i poteri davvero forti non se ne staranno con le mani in tasca a guardarlo dar vita al progetto di ridurre l’Europa a un’orfana d’America e il mondo non mera transumanza in preda all’intelligenza artificiale e al terrore ambientale, alle menate lgbt, alle pandemie sistemiche e ai conflitti necessari a mantenere al potere residuale la superpotenza globale. Gl’inzepperanno di sassi il cammino, già arduo, verso il Campidoglio e oltre. Già il trantran mediatico spara alzo zero contro il rinato buon senso e chiama alla sempiterna resistenza. Se Big Don realizzasse metà delle promesse fatte sarebbe un diluvio da far impallidire Noè e il suo caravanserraglio. Ridare dignità e certezze ai ceti medi precarizzati. Scoperchiare gli armadi del Covid e delle altre pandemie in farsi, mettere fine alle guerre. Almeno quella che si combatte in Europa orientale e l’altra che si prepara nell’Artico, nuovo fronte nord da aprire.</p>
<p style="font-weight: 400;"><span style="font-weight: 400;">Il conflitto in Medio Oriente, invece, può proseguire senza intoppi fino alla soluzione finale prospettata da Israele: non è certo Trump tipo da mettervi fine, come qualsiasi altro inquilino alla Casa Bianca. L’Iran e la Cina restano i nemici da abbattere, sul piano militare l’uno e commerciale l’altro, e niente cambierà al riguardo nella politica estera Usa. Ma già così basta a mettere un freno, non a mandare in pezzi, l’idea globalista del mondo a venire, avviandolo verso quel multipolarismo che vedrà l’America ridotta a inter pares non più primus. Chi vivrà vedrà, per ora si gridi con Trump, parafrasando Kamala: dai Joe, ce l’abbiamo fatta. Non sarà una nuova e bella storia, ma forse migliore della vecchia vista finora. Un gran bel futuro alle spalle, per gli Stati Disuniti d’America e i suoi asserviti servi sciocchi e sodali.</span></p>
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		<title>Omo olimpicus</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Jul 2024 16:24:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Perché la parodia dell’Ultima cena, o simposio degli dei, alle Olimpiadi di Parigi non ha nulla di libertario ma è funzionale al pensiero unico A disgrace. Vergogna o disgrazia, fate voi. Così Trump ha definito la cerimonia inaugurale dei giochi olimpici all’intervistatrice di Fox news, ammonendo che con lui nella stanza dei bottoni, tale insulsaggine non si sarebbe mai vista. Tutto fa brodaglia, nella kermesse... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/omo-olimpicus/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/07/olimpiadi-2024-parigi-dionisio-ultima-cena-apertura-1144x768.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10487" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/07/olimpiadi-2024-parigi-dionisio-ultima-cena-apertura-1144x768-300x201.jpg" alt="olimpiadi-2024-parigi-dionisio-ultima-cena-apertura-1144x768" width="300" height="201" /></a></strong></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Perché la parodia dell’Ultima cena, o simposio degli dei, alle Olimpiadi di Parigi non ha nulla di libertario ma è funzionale al pensiero unico</strong><span id="more-10486"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">A disgrace. Vergogna o disgrazia, fate voi. Così Trump ha definito la cerimonia inaugurale dei giochi olimpici all’intervistatrice di Fox news, ammonendo che con lui nella stanza dei bottoni, tale insulsaggine non si sarebbe mai vista. Tutto fa brodaglia, nella kermesse elettorale. L’intervento del presidente in pectore Usa, scampato al solito killer solitario d’America, dato testa a testa nei sondaggi con la ripescata Kamala, rinfocola la questione dell’ignobile spettacolino in mondovisione alle Olimpiadi di Parigi. L’indecorosa kermesse celebrativa ideata dal direttore artistico Thomas Jolly, decantata celebrità artistica ovviamente omo, continua a far discutere. Non è tanto questione se il genio ideatore abbia voluto con essa parodiare l’Ultima cena di leonardiana memoria o piuttosto un convivio pagano. Nonostante l’affanno dei tanti debunker e fact checker – gli sbufalatori al servizio della verità a rovescio, nel mondo al contrario – di spacciare lo spettacolino come un simposio degli dei, ovviamente transgender, la verità salta agli occhi, scritta a chiare lettere (in inglese) nel sito ufficiale olimpico.</p>
<p style="font-weight: 400;">Tralasciamo il fatto che i partigiani della versione deista s’appellino alla classicità greca e alla sua decantata libertà sessuale per perorare la causa del sordido spettacolino. A nessun greco dell’VIII secolo avanti Cristo in poi sarebbe mai venuto in mente d’associare ai giochi olimpici, apoteosi di bellezza, pace e, perché no, virilità, l’orrenda mascherata vista in mondovisione. Lasciamo da parte la questione della pace, con aggressori buoni invitati alla festa e i soliti cattivi no. E lasciamo stare la presunta libertà sessuale nella Grecia omerica: i paladini dell’ideologia woke, la sedicente sinistra globalista, dovrebbero rileggersi i classici, oltre che Marx. Ma simili letture mal si prestano allo sciocchezzajo da bar e all’idiotismo falsamente progressista.</p>
<p style="font-weight: 400;">Restiamo alla mascherata in mondovisione, sarabanda di scostumata bruttezza reificata al meglio dalla grassona che, nelle svesti d’un Cristo transgenico, rivendica orgogliosamente d’essere grassa, lesbica, ebrea eccetera. E qui Jolly ha fallato nel suo spettacolino: se l’avesse scelta pure negra sarebbe stata perfetta. Non è qui questione di semantica politicamente insulsa o d’orgoglio gay, tantomeno di revanscismo pagano. La dissacrazione è parte fondante della lotta frontale al sacro e al definito, anche eroticamente, dove la “normalità”, meglio la naturalità (e in primis la dissoluzione della famiglia, la più grave tragedia dell’umanità dai tempi della caduta d’Atlantide) è l’arcinemico da abbattere a ogni costo da parte di una minoranza che, in virtù della posizione dominante occupata nella pseudocultura veicolata dal circo mediatico, la impone diuturnamente alla massa acritica. La propensione all’orrido, più che alla bruttezza, ne è inscindibile corollario.</p>
<p style="font-weight: 400;">Così, l’ideologia transgender tracima in ogni cartone animato, concerto o spettacolo, film o sponsor; è finanche materia d’insegnamento scolastico per meglio fissarla nella mente di fanciulli, adolescenti e adulti: diviene giorno dopo giorno egemone, sia pure veicolata da una minoranza. Ripeti cento volte una bugia, trasmettila e ritrasmettila senza soluzione di continuità, e diventerà una verità. I persuasori non più occulti, alla Packard, gongolino: la vittoria è alla loro portata e i frutti marci si moltiplicano sotto gli occhi di tutti. Ovviamente tali persuasori credono d’essere nel giusto, i più esagitati credono persino d’essere veri innovatori e rivoluzionari, mentre non sono altro che servi più o meno sciocchi d’un sistema che al corno delle libertà (leggi dell’oppressione) economiche unisce l’altro corno delle libertà civili, per schiacciare, come nella manovra a tenaglia dei guerrieri Zulu, la massa del precariato ignava e quel che resta dei ceti medi, da annichilire ma non da distruggere. Almeno fino all’avvento della civiltà delle macchine, dell’inumano che si sostituirà compiutamente all’umano, al servizio di pochi eletti.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma lasciamo la parola a tre filosofi d’opposte tendenze, gente di penna e di cervello che ha capito il processo prima d’altri e del sottoscritto. Il primo è Pareto, noto filosofo destrorso. «La decadenza ha per sintomo principale l’indebolimento dei sentimenti virili – spiega l’autore d’una teoria delle elite – essa sviluppa inoltre gusti depravati, spinge gli uomini a ricercare nuovi e strani godimenti. Tra questi ve n’è uno che appare spesso, in tempi di decadenza. Si prova un’acuta voluttà di avvilire sé stessi, nel degradarsi, nello schernire tutto ciò che prima si credeva rispettabile». Passiamo la palla a Pasolini, icona della sinistra: «La più grave colpa della Chiesa è accettare passivamente la propria liquidazione da parte di un potere che se la ride del Vangelo». Non è un caso se la chiesa ufficiale tace, lasciando a Erdogan e ai consolati arabi, ben consci della profanazione del sacro, le proteste per la diffamazione del cristianesimo. Ennesima riprova del mondo a rovescio.</p>
<p style="font-weight: 400;">Riportiamo infine la palla al centro, per par condicio, con Fusaro. «L’epoca che lotta contro tutte le discriminazioni è quella che poi fa vanto della discriminazione e dell’odio ai danni della religione del sacro, chiamando puntualmente libertà di espressione tale dissacrazione e non riconoscendo poi egual titolo a chi usi criticare l’ordine dominante in tutte le sue sfaccettature». E ancora: «L’ultima cena rifatta in salsa arcobaleno [è] l’apoteosi del nichilismo della civiltà dei consumi, che deve distruggere ogni forma di sacertà [affinché] tutto diventi violabile, profanabile e insacrabile. Possiamo ben dire che la violazione di ogni inviolabile non ha nulla di rivoluzionario, essendo anzi la base dell’omologazione consumistica e dell’allargamento illimitato della forma merce a ogni ambito del mondo della vita». Ecco. Chiamiamola Ultima cena d’Europa, tramonto dell’Occidente se vogliamo. Ma non chiamiamo il Nuovo testamento gay – anzi, lgtb eccetera – libertà. Chi ama la libertà davvero, in tutte le sue forme, sessuali comprese, non può che lottare anima e penna contro questa nuova dittatura d’Occidente, questa impostura spacciata per diritto e progresso. Oppure no, lasciamoli fare e plaudiamo al loro progresso. Affrettiamo la fine di questa nostra (in)civiltà occidentale, che finisca anch’essa nella spazzatura della storia. Che i morti seppelliscano sé stessi, trionfi l’osceno e ogni lordura. Quando i necrofori leveranno il capo dal fiero pasto più nulla d’umano resterà d’attorno. Una bella risata liberatoria si leverà, tra il ronzìo degli automi.</p>
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		<title>Riursula</title>
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		<pubDate>Fri, 19 Jul 2024 10:15:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ursula von der Pfizer ce l’ha fatta. Bissa il primo mandato, molla la Melona e si riveste di verde. Meriti e progetti di Nostra signora dei vaccini per l’Europa che è stata e sarà Ursula von der Pfizer ce l’ha fatta. Nostra signora dei vaccini bissa il primo mandato, senza fare il pieno ma fermandosi alla soglia dei 400 voti sui 360 necessari alla rielezione... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/riursula/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/07/il-voto-per-il-secondo-mandato-di-ursula-von-der-leyen-2017479_tn.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10482" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/07/il-voto-per-il-secondo-mandato-di-ursula-von-der-leyen-2017479_tn-292x300.jpg" alt="il-voto-per-il-secondo-mandato-di-ursula-von-der-leyen-2017479_tn" width="292" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Ursula von der Pfizer ce l’ha fatta. Bissa il primo mandato, molla la Melona e si riveste di verde. Meriti e progetti di Nostra signora dei vaccini per l’Europa che è stata e sarà</strong><span id="more-10481"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Ursula von der Pfizer ce l’ha fatta. Nostra signora dei vaccini bissa il primo mandato, senza fare il pieno ma fermandosi alla soglia dei 400 voti sui 360 necessari alla rielezione alla presidenza della Commissione Ue. Una cinquantina in meno di quanti previsti, coi franchi tiratori attesi. Che forza, Ursula. Ora sappiamo che sua altezza serenissima, in grazia del vetusto titolo nobiliare maritale, non solo è una messaggiatrice compulsiva, capace d’imbastire contratti arcimiliardari per centinaia di milioni di dosi vaccinali, non solo è una sfornatrice seriale di marmocchi – ben sette – attenta alle gioje della famiglia come ai doveri del supergoverno delle marionette d’Europa, ma sa far di conto come poche. Così, all’ultimo momento, ha lasciato l’abbraccio con la Melona e s’è dipinta di verde. Totally green. E mica siamo sul campo di calcio del Venezia, il verdenero non dona.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ha visto bene che l’abbraccio con la Giorgiona nazionale e le ripulite destre d’Europa, oltre ad avvicinarla perigliosamente a quei puzzoni di sovranisti le sarebbe costata in termini elettorali e di franchi tiratori assai più che rivestirsi di verde, cambiar d’abito all’ultimo minuto. Così la Melona s’è sorbita la telefonata siluratrice della presidentona che l’avvertiva del trapasso – bontà sua – e non ha potuto far altro che, coerentemente, votare contro la nobildonna con cui andava a braccetto fino al giorno prima, flirtando per una posizioncina da commissario Ue. E invece niente, sull’orchestrina dell’Eurotitanic non ci sarà dato modo neanche di scegliere quale strumento suonare. Questo ha fatto stracciare le vesti alla sedicente sinistra nostrana, e ai media del codazzo, tanto più che è la prima volta che un presidente del Consiglio italico non vota a favore del presidente di turno dell’Ue. Siamo pur sempre tra i soci fondatori dell’Euroclub, diamine.</p>
<p style="font-weight: 400;">Una presidente, è bene ricordarlo, candidata unica, non essendoci alternative alla macchiettistica elezione della superpresidente d’Europa. Del resto Ursula ha così ben operato che sarebbe stato ingeneroso bocciarla. Ricordiamo al riguardo almeno i principali meriti politici, al di là delle doti personali sopra dette. Sotto la presidenza Von der Layen l’Europa s’è schierata compatta nella nuova guerra fredda e s’è fatta saltare da mani ignote (ma non certo russe) il più grande gasdotto europeo. La sua economia è tracollata e non si vede spiraglio, a furia di sanzioni inferte all’indomabile russo. Sorvoliamo sul genocidio mediorientale. Soprattutto, s’è gestita la prima grande pandemia, prova generale dell’altra che s’appressa, già annunciata: l’aviaria che promette assai bene, e in attesa gustiamoci un rinforzino Covid. Giusto un’eurodeputata rumena, impugnando un’icona e indossando la mascherina, ha protestato prima d’essere cacciata dall’aula.</p>
<p style="font-weight: 400;">E godiamocela allora fino al 2029, nostra signora dei vaccini, imbracciamo senza timori le armi della libertà e del new deal green già apparecchiato. Automobiline elettriche e casette verdoline per chi potrà, agli altri basti la soglia di sopravvivenza. Alla fine del suo secondo mandato l’Europa sarà compiutamente un paradiso verde legato mani, piedi e soprattutto cervello politicamente ai destini dell’impero globale in disfacimento, chiunque ne guidi le sorti, ed economicamente all’impero cinese in ascesa. Cara, vecchia Europa cullata dalla dolce Ursula, neanche la deficienza artificiale ti salverà, tantomeno un vegliardo rintronato o col ciuffo o una follia verdognola.</p>
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