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	<title>Maurizio Zuccari &#187; Russia</title>
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	<description>Giornalista, scrittore</description>
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		<title>La fine del gatto mammone</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Dec 2024 17:36:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cade Assad in un conflitto lampo, dopo un quindicennio di guerra civile. La Siria, sull’orlo della spartizione a tre, tutto sarà fuorché democratica. Gli Usa si terranno i pozzi, Erdogan si sbarazzerà dei curdi, Bibi realizza la Grande Israele. E Mosca resta col cerino spento, mentre l’Iran aspetta il suo turno Certe volte i proverbi le sparano grosse ma certe altre ci azzeccano proprio. Come... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/la-fine-del-gatto-mammone/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/turkproxies-9637278.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10577" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/turkproxies-9637278-300x169.jpg" alt="turkproxies-9637278" width="300" height="169" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/Hermon.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10578" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/12/Hermon-300x169.jpg" alt="Hermon" width="300" height="169" /></a></p>
<p><strong>Cade Assad in un conflitto lampo, dopo un quindicennio di guerra civile. La Siria, sull’orlo della spartizione a tre, tutto sarà fuorché democratica. Gli Usa si terranno i pozzi, Erdogan si sbarazzerà dei curdi, Bibi realizza la Grande Israele. E Mosca resta col cerino spento, mentre l’Iran aspetta il suo turno</strong><span id="more-10576"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">Certe volte i proverbi le sparano grosse ma certe altre ci azzeccano proprio. Come in questo caso: chi la dura la vince. Erano tre lustri che, a colpi di primavere arabe e appelli alla democrazia globale, i giusti d’ogni colore e soprattutto quelli di casa a Tel Aviv e Washington l’avevano giurata a Bashar al-Assad. Da domenica, finalmente, il sanguinario despota di Damasco è caduto, la Siria è tornata nell’alveo delle libertà e tutti i sinceri progressisti possono dirsi grati a Dio, o Allah che dir si voglia. Pace a chi resta e potrà darsi finalmente al risorgere alle libertà, in un paese che, tra le sperticate lodi delle democrazie occidentali ai nuovi padroni, tornerà a essere quel regno di Bengodi che un cinquantennio di dittatura Baath aveva reso un tristo regime. Se quel vecchio volpone di Kissinger potesse uscire dalla tomba, sarebbe il primo a congratularsi con sé stesso e i liberatori. Lui l’aveva detto chiaro fin dall’inizio della guerra civile per procura, nel 2011, e ribadito quando russi e iraniani non avevano permesso di scalzare Assad da Damasco, come stavano facendo le spontanee sollevazioni popolari con altri governi nel Medio Oriente. “Credete che le primavere siano per i begli occhi degli arabi? L’unica soluzione per metterla a terra – la Siria, ndr – adesso è bruciarla dall’interno”. C’è voluto un bel po’, ma chi la dura la vince.</p>
<p style="font-weight: 400;">Sintomatici del ritrovato sentimento democratico sono gli appelli dei conduttori tv e dei quadri del vecchio regime, alcuni già fedelissimi, passati armi e concetto ai nuovi padroni. Dove spicca, alla testa dei democraticissimi liberatori di Hayat Tahrir al-Sham, filiazione di Al-Qaeda, quell’Abu Mohammad al-Golani, o Al Jolani, sul cui capo pende tuttora una taglia da 10 milioni di dollari – mica bruscolini – quale terrorista islamico, ora convertito sulla via di Damasco, come san Paolo, e annoverato tra i volti nuovi della democrazia. Qualche foto taroccata già lo dà in preghiera sotto al muro del pianto, ma possiamo star certi che tra non molto lo vedremo, novello Zelensky, stringere mani e dar pacche sulle spalle ai bei nomi della democrazia totalitaria, da Von der Layen a Rutte, da Macron a Trump. Tutti troppo occupati all’inaugurazione della risorta Notre Dame, nella nuova veste paraclassica e paramassonica, per vedere ciò che accadeva di domenica sera nel vicino Oriente. Più accorto, neanche il tempo per Assad di darsi alla fuga che già Netanyahu ordinava ai cingolati di Tel Aviv di spingersi oltre le alture del Golan occupate in barba al cosiddetto diritto internazionale, e alle truppe speciali e ai bombardieri d’azzerare la residua capacità militare dell’esercito siriano dalla frontiera del Libano alla Giordania. Sul monte Hermon, a trenta chilometri da Damasco, sventola ora la bandiera con la stella di Davide, tutto il sud del paese è saldamente in mano israeliana e così sarà nei tempi a venire.</p>
<p style="font-weight: 400;">Eretz Israel, la grande Israele è un fatto compiuto, dalla Striscia ridotta a tabula rasa al devastato Libano, dal carnajo della Giordania – prossima tappa, se non saprà far tacere i profughi palestinesi che ancora si agitano nei campi – alla martoriata Siria, Sion è ovunque e la sua longa manus può colpire chiunque. Il macellajo di Dio aveva visto giusto a darsi tanto da fare, dopotutto, e ora che la via è sgombra sarà un gioco da ragazzi sbarazzarsi dell’ultimo nemico e aprirsi la via di Teheran. Basterà l’ultima spintarella, ma forse un nemico in ginocchio, da colpire a piacimento, è ancora più utile di uno spacciato per sempre. Intanto Israel Katz, ministro della Difesa, può gongolare: «Abbiamo assestato un colpo formidabile all’asse del male». Ben detto, e soprattutto fatto.</p>
<p style="font-weight: 400;">Ma come è stato possibile a una banda di sgarrupati scannapolli, fino a quel momento asserragliati a Idlib e poco oltre, di prendersi in pochi giorni un paese che resisteva da un quindicennio a ogni cospirazione? Che una congerie di poche migliaia di ex terroristi male in arnese, senza armi pesanti e lo straccio d’un carro armato, con poche sgangherate carrette armate di mitragliere e un pugno di droni made in Ucraina abbiano avuto ragione di un esercito malridotto, sì, ma con oltre 270mila uomini, centinaia di carri, cannoni e aerei, forte di migliaia di miliziani di hezbollah e pasdaran e soprattutto dell’appoggio della marina e dell’aviazione russa? Un esercito che si è squagliato dopo i primi scontri, peraltro favorevoli, arrendendosi di fatto senza combattere ai tagliagole inneggianti alla libertà.  Per ritrovare un precedente simile dobbiamo sbarcare con Garibaldi a Marsala, risalire la Sicilia e la Calabria per vedere i soldati di Franceschiello filarsela e arrendersi a frotte ai liberatori d’Italia. Dobbiamo accompagnarci a Cadorna alla passeggiata di Porta Pia e vedere gli zuavi francesi sparacchiare un po’, tanto per fare scena, prima di darsela a gambe per le vie di una Roma non più papalina. Cos’è successo, dunque?</p>
<p style="font-weight: 400;">Se Bibi s’è pappato il boccone grosso e si prepara a fare una scorpacciata dell’ultima pietanza in terra d’Iran, pure i commensali al banchetto che vedrà la Siria seguire la sorte della Libia, smembrata e sbranata, e i suoi pozzi petroliferi spartiti tra i vincitori, sono diversi. Primo fra tutti Erdogan che, con l’abbraccio a Bibi per schiantare l’asse del male e il dittatorello di Damasco, ha dato inizio ai giochi e spinto i liberatori a fare il colpo grosso. Al Jolani e le sue milizie sono sul suo libro paga, e serviranno a ritagliarsi una bella fetta di Siria ripulendola dai curdi che ancora s’ostinano, nel nord, a resistere ai liberatori. Per loro la fine di Assad rappresenta la caduta dalla padella alla brace; nessuna tregua ma un bel repulisti fino all’eliminazione finale del Rojava e delle sue unità di autodifesa. Non del Kurdistan sotto protettorato Usa, però, che manterrà il controllo – in barba al solito diritto internazionale – sulle aree occupate a est e sud del paese, quelle coi giacimenti petroliferi più ricchi, che già Trump pensava di restituire e invece dovrà suo malgrado tenersi, soprattutto se i pozzi iracheni ancora sotto occupazione torneranno effettivamente al legittimo proprietario entro il prossimo anno, come richiesto dal parlamento di Baghdad. Dai campi statunitensi in Siria sono partiti i raid che hanno spazzato i rinforzi in arrivo dall’Iraq per il regime, prima che cadesse, e qualcosa si dovrà pur avere in cambio. Poi vuoi negare la soddisfazione di un altro paletto messo in quel posto a Trump sulla via di Washington? Gestire l’eredità venefica di Biden sarà sempre più difficile. Ma neanche il balletto a tre tra Bibi, il gran visir e il morto che cammina alla Casa Bianca ha fatto schiantare Assad in un fiat. C’è voluto altro. Un quarto, maldestro danzatore.</p>
<p style="font-weight: 400;">All’inizio delle operazioni su Aleppo, a fine novembre, i jet russi di stanza a Latakia hanno bombardato i ribelli per contenerne l’avanzata. Poi più niente. L’unico aereo russo a levarsi in volo è stato quello che ha portato Assad e famigli a Mosca, spinto dai suoi protettori – il comunicato russo parla di “pace inclusiva”, magica parolina dei tempi nuovi entrata persino nel gergo militare – mentre Egitto e Giordania avevano addirittura consigliato al despota di formare un governo in esilio. Povero Bashar, lui che voleva fare l’oculista e per quel sogno aveva il fisico e tanto studiato a Londra, e mai si sarebbe sognato di darsi alla politica e tantomeno al governo, se il fratello maggiore, Basil, non fosse perito nel più classico accidente stradale dei servizi e il padre Hafiz, artefice della dinastia, non fosse morto d’infarto. Povero Bashar, che per non perire s’è grappato ai soli che potessero salvarlo, i russi, e alla fine s’è dimostrato savio quanto uno dei ciechi di Bruegel. Si vocifera che in cambio della sua pellaccia e della Siria Mosca abbia messo sul piatto della bilancia nientemeno che il guitto Zelensky, che alle prossime elezioni – prima o poi si faranno – ci lascerà le penne e dovrà passare la mano a qualcuno in grado di fare la pace in una guerra che non si vince. Povero Assad, che in arabo significa leone e ha fatto la fine del gatto mammone. E povera Siria, soprattutto, ora più che mai.</p>
<p style="font-weight: 400;">Che il conflitto nel paese rappresenti la saldatura tra le guerre in corso, in Medio oriente e in Europa, è chiaro in campo e fuori. Sul terreno, perché servizi e reparti speciali ucraini si sono dati un bel po’ da fare, coi droni e i volontari, sotto l’occhio vigile dei turchi, per dare una mano alle milizie jihadiste, mentre russi, hezbollah e pasdaran erano in altre faccende affaccendati e sotto botta. Se così fosse, e forse è, Putin – non a caso elogiato da Erdogan per quanto ha fatto – ha commesso un doppio sbaglio, più grosso ancora dello scatenare una guerra che non è stato in grado di vincere. Può forse garantirsi la pace sul fronte orientale e, chissà, i tre ballerini gli lasceranno pure il contentino della base nel Mediterraneo orientale, per quel che vale. Ma i suoi alleati, dall’Iran alla Cina, vera posta in gioco della guerra che verrà, sanno che dei russi c’è poco da fidarsi, pronti come sono a mollare l’arrosto per il biscottino. Vada come vada, l’Occidente ha preso due grassi piccioni con la classica favetta: fatto fuori un feroce dittatore mentre l’altro è lì che aspetta il suo turno. I dittatori, si sa, sono come le mele: alcuni marci e altri tanto utili da levare il medico di torno. I media mainstream possono sbizzarrirsi a mostrare gli orribili carceri del despota caduto e tessere lodi del nuovo che avanza. Poi, quando si vedrà che hanno suonato il piffero dalla parte sbagliata, sarà tardi ma poco importa. La libertà, come recita quello spot, non ha prezzo e loro, come chi sta dalla parte giusta, non pagheranno mai il conto.</p>
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		<title>Il palio di Kursk</title>
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		<pubDate>Sat, 31 Aug 2024 07:43:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ottant’anni fa, Hitler tentava l’operazione Cittadella in Russia. Oggi ci riprova Zelensky, col supporto Nato. Perché, situazione sul terreno e prospettive dell’offensiva ucraina È proprio vero, come diceva Vico, che la storia s’impasta di corsi e ricorsi, sempre le stesse robe, con l’aggravio che si presenta una prima volta in forma di tragedia e una seconda come farsa, sosteneva barbon Marx. Piglia Kursk, per esempio.... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/il-palio-di-kursk/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="font-weight: 400;"><strong>Ottant’anni fa, Hitler tentava l’operazione Cittadella in Russia. Oggi ci riprova Zelensky, col supporto Nato. Perché, situazione sul terreno e prospettive dell’offensiva ucraina</strong><span id="more-10513"></span></p>
<p style="font-weight: 400;">È proprio vero, come diceva Vico, che la storia s’impasta di corsi e ricorsi, sempre le stesse robe, con l’aggravio che si presenta una prima volta in forma di tragedia e una seconda come farsa, sosteneva barbon Marx. Piglia Kursk, per esempio. Da settimane, gli ucraini hanno scatenato un’offensiva ai confini con la Russia, nella stessa area dove Hitler tentò lo sfondamento durante la terza e ultima offensiva sul fronte orientale, con la prospettiva di chiudere la partita a Est, dopo le fallite avanzate dei due anni precedenti. Vedere come andò allora può essere istruttivo per l’oggi.</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/Bundesarchiv_Bild_101III-Zschaeckel-206-35_Schlacht_um_Kursk_Panzer_VI_Tiger_I.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10515" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/Bundesarchiv_Bild_101III-Zschaeckel-206-35_Schlacht_um_Kursk_Panzer_VI_Tiger_I-300x203.jpg" alt="Schlacht um Kursk, Panzer VI (Tiger I)" width="300" height="203" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/Kursk-1943-Plan-GE.svg.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-10516" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/Kursk-1943-Plan-GE.svg-222x300.png" alt="Kursk-1943-Plan-GE.svg" width="222" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Kursk, 5 luglio 1943</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ai primi di luglio del ‘43, dopo una serie di rinvii, il meglio delle panzerdivision e delle divisioni corazzate ss ancora su piazza tentano una manovra a tenaglia per eliminare il saliente di Kursk e con esso buona parte delle forze sovietiche, per poi puntare nuovamente su Mosca: l’operazione Cittadella. Le linee difensive russe sono munitissime, la sproporzione è di oltre due a uno per gli uomini e quattro a uno per i mezzi ma i tedeschi non si fanno problemi. Attaccano e, ovviamente, non se la passano bene. Avanzano pochi chilometri, con perdite altissime. Uno dei bracci della tenaglia si blocca e buttano dentro tutte le riserve corazzate di cui dispongono, compresi i nuovissimi Ferdinand, Tiger e Panther, che però prendono fuoco come cerini se colpiti ai serbatoi, alle terga. Anche i russi buttano nella mischia le riserve corazzate della V° armata, per ordine diretto di Stalin. Quel che ne viene fuori è una mischia furibonda, un cozzo di carri che si tirano addosso l’un l’altro. Al termine della più grande battaglia di carrarmati della storia (finora) restano sul terreno migliaia di carcasse fumanti. Per i russi è un’ecatombe ma i tedeschi non passano e le loro perdite non sono rimpiazzabili. A far precipitare la situazione l’ordine di Hitler di trasferire, nel bel mezzo della battaglia, le migliori unità sul fronte italiano, dopo lo sbarco degli Alleati in Sicilia (10 luglio), e nell’imminenza del crollo del fascismo (19 luglio). Tempo di organizzarsi e i russi contrattaccano, sfondano il fronte di 150 chilometri e nessuno riuscirà più a fermarli, fino a Berlino. Veniamo ai giorni nostri.</p>
<p style="font-weight: 400;"><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/sso-golovna.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10517" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/sso-golovna-300x200.jpg" alt="sso-golovna" width="300" height="200" /></a><a href="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/UAF-Kursk-Incursion-August-27-2024.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10518" src="https://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2024/09/UAF-Kursk-Incursion-August-27-2024-196x300.jpg" alt="UAF-Kursk-Incursion-August-27-2024" width="196" height="300" /></a></p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Kursk, 6 agosto 2024</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Ai primi d’agosto, diverse brigate meccanizzate, col supporto di compagnie di mercenari e reparti Nato sotto copertura, sfondano le linee russe presso Kursk. La sorpresa è totale. In poche settimane conquistano oltre mille chilometri quadrati (grossomodo la metà della provincia di Rieti) e catturano centinaia di prigionieri, per non parlare dei caduti, anche se a costo di notevoli perdite. Da più parti, anche negli alti vertici militari della stessa Nato che ha fornito supporto in uomini e mezzi, oltre che la copertura informativa e la tecnologia necessaria all’operazione Kursk, sottolineano l’incongruenza dell’offensiva. Le Ardenne di Zelensky, dice qualche acuto analista, rievocando il canto del cigno delle panzerdivision hitleriane. Perché portare la guerra in territorio russo, sottraendo forze alla difesa del fronte del Donbass, dove i russi sono all’attacco e minacciano lo sfondamento a Pokrovsk, si chiedono gli esperti caduti dal pero?</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Tre obiettivi per un’offensiva</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">L’offensiva ha un triplice scopo. Innanzitutto sottrarre forze al fronte meridionale, permettendone la stabilizzazione. Poi conquistare due importanti snodi energetici, la centrale atomica di Kurčatov e quella di stoccaggio gas a Sudza; obiettivo, quest’ultimo, raggiunto con il blocco delle ultime forniture di gas alla Slovacchia e all’Ungheria, recalcitranti membri della Nato, contrari alla recrudescenza delle operazioni belliche e ai diktat di Washington e di Bruxelles. Al gasdotto principale, il Nordstream, avevano già pensato i servizi inglesi e polacchi – ormai le inchieste non lasciano dubbi – con buona pace della Germania e del resto dell’Europa che si è visto tagliare le forniture russe. Terzo, e buon ultimo, l’offensiva arriva nel momento in cui il piano di pace proposto da Trump e mediato da Orban sembrava attecchire a Kiev, oltre che a Mosca. Col territorio della federazione occupato nessuna pace è possibile e, soprattutto, gli ucraini dispongono di una forte merce di scambio nel momento in cui si dovranno sedere al tavolo della pace e stabilire il passaggio dei territori. E poco importa che i russi abbiano al momento conquistato cento volte tanto terreno, oltre centomila chilometri quadrati. Tutto ciò, senza contare il successo mediatico d’aver preso a schiaffi i russi a casa loro, mostrando che le forze ucraine sono ancora pienamente operative, quando tutti le davano quasi spacciate e prossime alla fine. Anche se col palese supporto Nato, dunque in una guerra d’aggressione aperta ancorché non dichiarata, la prima su suolo russo dai tempi dell’invasione dell’Asse.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>E adesso, pover’uomini?</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">E adesso, poveruomini, parafrasando un romanzo di Hans Fallada, che ne sarà dei contendenti? Dopo due anni e mezzo di guerra, la situazione sul terreno è più ingarbugliata, la soluzione più lontana. Putin ha mostrato ancora una volta, se ce ne fosse bisogno, di non essere in grado di concludere manu militari il conflitto rapidamente. Poteva farlo con una guerra lampo all’inizio, e si è lasciato scappare il boccone. I russi si sono impantanati in una guerra di posizione, di media intensità e lunga durata, continuando a fare gli stessi errori palesati, da ultimo, dall’offensiva ucraina. Da parte sua Zelensky ha conseguito un successo tattico effimero, che può ritorcersi presto contro con la perdita dei territori contesi sul fronte sud e fargli rimpiangere il doppio rifiuto ai piani di mediazione, prima turco poi ungherese. Ha preferito dare ascolto ai suoi padroni malpaganti, alle sirene angloamericane, tentare il tutto per tutto gettando sul tavolo le carte del mazzo sopravvissute alla fallita controffensiva dello scorso anno. Miliardi in armamenti, spesso affidati a mani inesperte, come i nuovissimi Leopard e F16 – il primo dei sei già caduto per fuoco amico – vecchi di vent’anni. Armi che finiscono sforacchiate nel museo all’aperto allestito a Mosca. Prestiti, in dollari, che rientrano nelle casse nordamericane. Un doppio affare per le industrie Usa, un massacro per l’Europa.</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Il Palio della non vittoria</strong></p>
<p style="font-weight: 400;">Una tragedia epocale che, a differenza della guerra parallela in Medio Oriente, forse finirà solo con l’eventuale elezione al secondo mandato di Trump, se mai Donald arriverà a fine corsa e farà quanto promesso. Ma la duplice invasione ha complicato tutto, la guerra proseguirà, salvo imprevisti e colpi di scena, con assalti alle trincee degni di Verdun e bombardamenti terroristici sulle città dell’una e dell’altra parte. Sulle teste di un popolo che si voleva fraterno, già diviso ottant’anni fa sotto le bandiere rosse o le insegne hitleriane. Come il tridente che campeggia sulla maglietta di Zelensky e gli scudetti ucraini, simbolo mutuato dalle squadracce filonaziste di Banderas. I due pover’uomini che si sono mostrati incapaci di vincere non potranno che perdere, e con essi l’Europa, dilaniata e dissanguata da un conflitto estraneo ai propri interessi. Gli architetti di Euromaidan possono ben compiacersi del proprio sanguinoso lavoro, della logica del Palio di Siena fatta propria. Anche se il loro cavallo non vincerà, quello dell’avversario non arriverà a fine corsa.</p>
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		<title>Salvate il soldato Dostoevskij</title>
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		<pubDate>Sat, 05 Mar 2022 11:40:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giorno verrà in cui alle persone di una qualche intelligenza sarà tolto il diritto di parola per rispettare il pensiero degli imbecilli, cioè della maggioranza, in nome della tolleranza. Così profetizzava Dostoevskij, un pajo di secoli fa. Sarà per questo che il vecchio Fedor è già stato espulso dai corsi di letteratura alla Bicocca, come ha fatto tal Nicoletti, luminare dell’idiotismo scientifico in nome del... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/salvate-il-soldato-dostoevskij/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/03/tolleranza-dostoj-2925201.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10109" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/03/tolleranza-dostoj-2925201-300x178.jpg" alt="tolleranza-dostoj-2925201" width="300" height="178" /></a></p>
<p>Giorno verrà in cui alle persone di una qualche intelligenza sarà tolto il diritto di parola per rispettare il pensiero degli imbecilli, cioè della maggioranza, in nome della tolleranza. Così profetizzava Dostoevskij, un pajo di secoli fa. <span id="more-10108"></span>Sarà per questo che il vecchio Fedor è già stato espulso dai corsi di letteratura alla Bicocca, come ha fatto tal Nicoletti, luminare dell’idiotismo scientifico in nome del politicamente corretto. Ai giorni nostri vale nella vecchia Europa quel che valeva ai tempi dello scrittore in Nordamerica: il solo indiano buono è un indiano morto. Così ogni russo è un barbaro, nemico della civiltà, da zittire se non eliminare, a partire dal capintesta Putin. Criminale matricolato da deferire al tribunale internazionale dell’Aja per crimini di guerra, coi suoi scagnozzi e sodali. Quel tribunale non riconosciuto, e alle cui sentenze si sottraggono, due paesi campioni di libertà e diritti umani quali gli Stati Uniti e Israele, per esempio, oltre che Russia e Cina, noti sfidanti antidemocratici. Ma andiamo con ordine.</p>
<p><strong>Campioni di civiltà. O d’ipocrisia</strong></p>
<p>Che l’Occidente e in primis l’Europa siano patria di tolleranza e civiltà – di matrice giudaico cristiana, va da sé – è un dato di fatto. Lo dimostra, ce ne fosse ancora bisogno, l’ondata di sdegno collettivo, il fronte unito dei buoni &amp; giusti di fronte all’aggressione sovietica, pardòn russa, all’Ucraina. Non c’è vetrina dove non campeggi il gialloblù degli aggrediti. Non c’è mostra, trasmissione o discorso dove non si spenda una lacrima, si spotteggi per la giusta causa. Come il cane di Pavlov, a comando del circo mediatico il popolo s’appecorona belante, dalla balconata fioccano applausi e baci. Il processo, preclaro ai tempi di gretine e pandemia, lo è tanto più in tempo di guerra. Ognuno metta l’elmetto e faccia il suo, s’accodi senza manco tacere al nemico i suoi piani. Dai prim’attori del circo, con l’elmetto ben calcagnato a protezione del cervello dal sen fuggito, alle comparse. Si preparano liste di proscritti &amp; collaborazionisti. Già i traditori s’espongono al pubblico ludibrio e si tacciono, in una campagna mediatica monotematica che al confronto l’affaire Dreyfus rimanda echi di dibattito democratico. E, come sempre, nella pugna si distinguono gli eroi: quel Riotta, ad esempio, che essendo privo di pensiero proprio, come gran parte dei pennivendoli e mestanotizie di parte, chiede a gran voce di limitare il pensiero altrui. La verità, come ben sanno i morti sotto ogni bandiera, è una falsità.</p>
<p><strong>Putin, criminale da Nobel</strong></p>
<p>Ma quale criminale, quale nemico dell’umanità. Quale cattivo. Il buon Vladimiro, al contrario, dovrebbe essere candidato almeno a un paio di premi Nobel. Quello per la medicina, anzitutto. In pochi giorni è riuscito a debellare la pandemia che imperversava nel globo. Toglierla dalle primepagine, azzerare la conta dei morti da coronavirus nei tiggì, passati ad altri ammazzati più sugosi. E pazienza se qualche inviato s’ostina a cianciare in maschera. A proposito, nel bailamme di corrispondenze guerriere e illuminati commenti è sfuggita ai più una notiziola. Che il segretario della Nato, in arte Jean Stoltenberg, prima di assurgere a numero uno di boulevard Leopoldo III era direttore della Gavi. Società di studi sul coronavirus dei filantropi e mecenati Bill e Melinda Gates che tanto hanno dato alla creazione del santo siero antivirale. Un vero competente, al pari di Draghila, a tuttocampo e pieno servizio. E ci fermiamo qui, tanto per gli analfabeti funzionali – e non solo – ogni collegamento è un optional. Ma il nobel vero, di cui insignire subito Putin, è quello per la pace. Sissignori, la pace. Chi altri poteva compattare così l’Occidente tutto? Trascinare mammine progressiste coi figlioletti al seguito alle sfilate per la pace atlantica? Allineare le maestrine che insegnano negli asili ai bimbetti le canzoncine proucraine ai vecchi e nuovi arnesi del destrismo che inveiscono contro il pericolo rosso, ops russo? Affiancare all’avanguardia postsinistra che inneggia al femminismo transgenderista i sinceri democratici che chiamano alla santa crociata contro il barbaro d’Oriente?</p>
<p><strong>Putin il matto. Come Stalin, più di Hitler</strong></p>
<p>L’Occidente dovrebbe ringraziare Putin, premiarlo. Invece cosa fa? Gli dà del matto. Ha iniziato, già nelle prime ore d’invasione, Anne Applebaum. Putin non è come noi, il suo cervello funziona diversamente. Non è umano, ha detto insomma la punta di diamante del giornalismo che conta, politologa di grido e, en passant, di natali ebraici. Alla fine psichiatra s’è accodato il coro. Putin è un pazzo scriteriato, l’unica speranza per l’Occidente è che qualcuno lo faccia fuori. Un bel golpe, o controgolpe, insomma. Come quello che nel ‘91 ha scalzato l’imbelle Gorbaciov mettendo sul piedistallo a Mosca quel fine statista di Eltsin, grazie ai buoni uffici e al mancorrente Cia. No, non cercatelo sui libri di storia, nella grande narrazione non c’è (ancora) scritto. Persino il Manifesto, altro presidio democratico che coi russi ha un conto aperto dai tempi di Praga, ha elucubrato sulla possibilità d’un repulisti al Cremlino, intervistando il genio della lampada di turno. Aspettando il golpe che verrà, qualcuno paragona il nostro a Stalin, ché Hitler non basta mica. Il massimo del crimine, dell’orrore. Un altro a cui l’Occidente deve tutto, poi trasformato in mostro. Ma il paragone calza ché anche il vozd fu eliminato dai suoi, e neanche questo è sui libri di storia.</p>
<p><strong>Guerra e pace, a chi conviene</strong></p>
<p>Ma torniamo all’oggi, alle questioni in campo. A più di una settimana dall’inizio dell’offensiva, questa segna il passo. Una sorpresa che nessuno prevedeva. O forse sì. Come e più che all’inizio, la pace e non la guerra conviene a Putin. La guerra e non la pace conviene a Zelensky. L’uomo messo dagli Usa al vertice dell’Ucraina quattro anni dopo il golpe d’Euromaidan nel 2014 – ogni collegamento coi fatti di Mosca di vent’anni prima è insussistente – è incredibilmente vivo. Forse i servizi segreti occidentali hanno fatto bene il loro lavoro, e quelli russi no. Forse qualcuno nell’Fsb – gli eredi del vecchio Kgb dove lo stesso Putin ha militato – ha davvero fatto la spiata che ha salvato l’ex comico dai commando ceceni in più di un’occasione. Gli occidentali hanno avuto buon gioco per infiltrarsi nei posti chiave, per vent’anni. Certo è che ogni giorno in più costa al neozar un bel po’ di problemi, oltre ai morti. Non le decine di migliaja sparati dai media occidentali come i presunti “piani segreti” svelati dai pagliacci di Anonymous, ma più caduti e feriti del previsto. In questo contesto, la minaccia nucleare è quella che viene da chi ha tentato il colpo gobbo nella centrale di Zaporoije per ottenere una “no fly zone”, dunque l’appoggio diretto Nato. Proviene dalle alzate d’ingegno di chi ha tutto da guadagnare dalla prosecuzione della guerra e da un allargamento del conflitto mentre a chiacchiere chiede la pace, non da chi fa la guerra per sventare una minaccia e di pace ha bisogno nonostante abbia scatenato il conflitto.</p>
<p><strong>Salvate il soldato Dostoevskij</strong></p>
<p>L’Occidente appare asservito in toto ai padroni del vapore che gettano legna e benzina sul fuoco, anziché mantenersi neutrale davvero parteggia per una pace di parte, nei fatti foriera della guerra che da anni ha foraggiato e conduce alle porte della Russia e ora rinfocola con armi e mercenari. Un’Ucraina che resiste, con l’appoggio del mondo occidentale, dei partigiani della pace a senso unico e strumentale, è un paese che non può essere vinto né “normalizzato” dai russi, soprattutto in tempi brevi. Questo Putin lo sa bene, deve spicciarsi a chiudere la partita. Ottenere una qualche garanzia per tenere la Nato fuori dal paese invaso, congelare la situazione e ritirarsi in buon ordine per salvare quantomeno la faccia. Per Zelensky vale il contrario. Se regge ha la vittoria in tasca, neanche Putin potrà sopravvivere a una mancata vittoria totale e non ci sarà bisogno di un golpe per scalzarlo dal piedistallo. Verrà giù da solo, in tempi più o meno brevi. L’Occidente potrà tirare un sospiro di sollievo, l’America gongolare, come ogni demokratico, e continuare a portare pace e civiltà nell’orbe. Ma, per carità, intanto salvate il soldato Dostoevskij.</p>
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		<title>Dalla parte giusta della storia</title>
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		<pubDate>Sat, 26 Feb 2022 11:20:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/02/Mappa-Ucraina-Donbass.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-10096" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2022/02/Mappa-Ucraina-Donbass-300x158.jpg" alt="mappa-ucraina-donbass" width="300" height="158" /></a></p>
<p>La prima cosa giusta l’ha detta lo speaker del G7 al termine della riunione d’urgenza, quando già i missili fioccavano sull’Ucraina: Putin si è messo dalla parte sbagliata della storia. Poi tutti a sanzionare di brutto il barbaro moscovita. <span id="more-10095"></span>Un’altra cosa giusta l’ha detta Maurizio Molinari, direttore di Repubblica e fine ventriloquo dell’asse Washington-Tel Aviv: la Russia non ha aggredito l’Ucraina ma l’Occidente tutto, la democrazia in toto e, va da sé, la libertà d’ognuno. Poi s’è rimesso la museruola. La terza cosa giusta l’ha detta l’inquilino della Casa Bianca: non un solo soldato per Kiev, se russi e americani si sparano addosso è la Terza guerra mondiale. Peccato non averci pensato prima ma, si sa, l’età e l’alzheimer non aiutano riflessi e memoria. L’ultima cosa giusta l’ha detta, socchiudendo ancor più gli occhi a mandorla, la portavoce del ministro degli Esteri cinese: non può dirsi invasione ciò che si riprende. Poi s’è messa a sfogliare la guida di Taiwan.</p>
<p>Tralasciamo la marea di fregnacce mainstream, i sitin di protesta, l’indignazione a telecomando e gli sproloqui da social, le telefonate a vuoto di Draghila e l’ambaradan del circo mediatico. I peana dei democratici da salotto e dei pennivendoli da battaglia che si stracciano le vesti per la sorte dell’indifesa Ucraina maciullata dai tank russi, già sovietici, con l’elmetto in testa e la vecchina o il peluche insanguinato in primo piano. Dov’erano tanti sinceri democratici prima dell’altra notte, quando la storia s’è messa a girare per un altro verso rispetto a quello rimasto sotto le macerie del muro di Berlino e delle Due torri di New York, un decennio dopo? Perché una cosa è certa, nel bailamme tra le bombe sul terreno e le chiacchiere per il pubblico alla balconata. Come il 9 novembre dell’‘89, come l’11 settembre 2001, anche il 24 febbraio 2022 sarà una di quelle date che dividono la storia: diqua e dilà, un prima e un poi. Ed ora, tra tante cose giuste, cerchiamo di dirne qualcuna sbagliata.</p>
<p>Con una mossa che ha sorpreso tutti, e in primis gli occhiuti servizi d’intelligence atlantici, Putin ha scatenato sull’Ucraina la guerra totale. Gli analisti pensavano che si sarebbe (ri)preso le repubbliche separatiste, al massimo avrebbe mandato qualche Mig a sorvolare Kiev e disturbato un po’ le comunicazioni. Invece l’orso ha sferrato una zampata che nessuno al Pentagono o sul boulevard Leopoldo III, a Bruxelles, sede del quartier generale Nato, aveva previsto. In poche ore l’offensiva di mare cielo e terra ha spazzato via le difese ucraine. Si combatte davvero solo là, come a Mariupol, dove i contingenti islamici e neonazisti che per sei anni hanno massacrato la popolazione filorussa nella guerra civile del Donbass sanno che per loro non c’è scampo o possibilità di resa. Come per l’ex comico Zelensky, da tre anni presidente di un paese che ha contribuito a mandare al macello facendo la voce grossa e mostrandosi forte coi deboli e ora si scopre indifeso e abbandonato dai suoi amici occidentali, asserragliato nella capitale sotto assedio. Putin è stato chiaro: denazifichiamo il paese e leviamo di mezzo la sua banda di drogati, poi si vedrà. E guai a chi si mette in mezzo.</p>
<p>L’Ucraina doveva essere il trentunesimo stato della Nato, l’Alleanza atlantica nata nel ’49 che da difensiva è divenuta il braccio armato del nuovo ordine mondiale, con buona pace dell’Onu, proiettandosi dalla Libia alla Siria, all’Iraq. I suoi missili avrebbero dovuto fare un ulteriore balzo verso est, avvicinarsi ancor più a Mosca. E invece Putin s’è messo di traverso. Dalla parte sbagliata della storia. Come in Cecenia e in Georgia, ha stoppato il nuovo ordine. Salvaguardato gli interessi nazionali anziché i desiderata occidentali. L’ingresso diretto nell’alleanza della prima ex repubblica sovietica non è andato in porto, come la serie d’allargamenti a oriente degli stati già satelliti, buon ultimo la Macedonia del nord – sic – allo scoccare della pandemia, nel marzo 2020. Gli Usa e l’Occidente che si riconosce in esso, gli stati che giustamente Putin chiama vassalli, pagano una politica scellerata. Il vicino mi punta il fucile alle finestre dal giardino di casa e dice di non preoccuparmi, è un amico. Poi mi dà del criminale se reagisco.</p>
<p>Cosa doveva fare Putin? Continuare bellamente a far finta di niente? Se l’ex macchietta Zelensky, che ha i giorni contati se qualche operazione speciale dei malfidi alleati non lo porterà in salvo – già si vocifera d’agenti, forse francesi, venuti a proteggerlo, visto che dei suoi manco lui si fida – e gli altri avessero avuto più sale in zucca avrebbero fatto come Svezia e Finlandia (che tutti ora tirano per la giacchetta per l’ingresso anche loro nell’alleanza), evitando il matrimonio con la Nato e i missili americani in casa. Invece l’ex comico in mimetica – costretto a finire come Hitler nel suo bunker per salvare la faccia e quel che resta del paese – è un vassallo, appunto. Messo lì dopo il golpe in piazza Euromaidan ai danni di Janukovyc. Dov’erano i sinistri benpensanti, i sinceri democratici che da ogni pulpito ora si stracciano le vesti quando dai palazzi vicini certi figuri facevano cecchinaggio in piazza con gli elmetti delle ss ucraine in testa, riesumati dagli armadi come certi scheletri? Ad esempio quello di Stepan Bandera, non un cantante pop come lascia supporre il nome, con le belle bandiere rossobrune a sventolare accanto a quelle gialloblù ucraine. Meglio stare dalla parte giusta della storia: basta avere un pelo sullo stomaco lungo così, ipocrisia a vagonate, malafede benpagata o una buona dose d’idiozia. Soprattutto, non staccarsi d’un centimetro dal solco del conformismo e del politicamente corretto. Dalla narrazione circomediatica.</p>
<p>Ora il bieco criminale che vuol papparsi l’Ucraina, l’Europa, il mondo, chissà; fare un sol boccone delle libertà e gioie della vera democrazia in maschera, e magari portare i suoi cosacchi ad abbeverarsi ai fontanoni romani – senza più la stella rossa sul colbacco, però – deve stare attento. Non tanto alle pesanti sanzioni, alle minacce del codazzo dei servi e dei lacchè filoamericani. Ché, come ha detto il cancelliere Scholz al premier Johnson, stiamo buoni, se Putin taglia il gas e toglie le riserve in dollari e sterline qui si cena a pane e formaggio e lume di candela. L’Ucraina, del resto, è il nodo dello scontro perché da lì passa il gas del Nordstream 2 così vitale all’economia europea, specie ai tedeschi che difatti nicchiano. L’obiettivo delle “prammatiche sanzioni” era staccare la Germania dalla Russia, dalla possibile e temibile alleanza che solo la follia di Hitler poté troncare. Obiettivo raggiunto.</p>
<p>Piuttosto, Putin deve spicciarsi, fare in fretta il lavoro sporco. La sua guerra dev’essere davvero lampo. Il tempo lavora contro e qualche testa d’uovo della Nato potrebbe cercare una prova di forza sul campo. Già polacchi e rumeni scalpitano, dalle frontiere occidentali rimaste fuori dalle direttrici d’invasione transitano aiuti militari che possono essere il classico cerino acceso gettato nella legnaja. Ma, soprattutto, deve evitare la tentazione, sempre sopita nella gran madre Russia, di risvegliarne l’animo, dare sfogo al panslavismo e alle corbellerie nazionaliste che già impazzano sui media di Mosca. Guardarsi dagli amici oligarchi più che dai nemici, anche se ha mostrato d’essere assai più scaltro e incorruttibile dei suoi predecessori. Ha mostrato al mondo, agl’imbelli occidentali, quanto il loro mondo di gretine e fesserie green &amp; fucsia, trendy e transgender, sia fragile sotto ai cingoli dei carrarmati. Gli basti essersi messo dalla parte sbagliata della storia, aver riportato le lancette di questa all’Ottocento. Con la sua mossa ha messo fine al mondo unipolare dell’ultimo trentennio, dando la stura al mondo multipolare del futuro: per gli Usa e i suoi vassalli è suonata la campana a morto ma non cederanno senza combattere, tutt’altro. Ma l’Occidente, a differenza di Putin, non deve temere nulla. Noi siamo dalla parte giusta della storia.</p>
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		<title>L&#8217;Europa salvi gli uiguri</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 08:18:30 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[I musulmani uiguri sono dei simpaticoni. Girare in una delle cittadine del Nordovest della Cina dove pullulano con le loro scoppolette bianche, coi loro carretti e le loro friggitorie, nei mercatini dove dai grilli fritti agli scorpioni in salamoja non ti manca niente, è un piacere per gli occhi prima che per il palato. Di loro si narra che avevano messo in piedi un’unità di... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/leuropa-salvi-gli-uiguri/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>I musulmani uiguri sono dei simpaticoni. Girare in una delle cittadine del Nordovest della Cina dove pullulano con le loro scoppolette bianche, coi loro carretti e le loro friggitorie, nei mercatini dove dai grilli fritti agli scorpioni in salamoja non ti manca niente, è un piacere per gli occhi prima che per il palato. <span id="more-9976"></span>Di loro si narra che avevano messo in piedi un’unità di combattenti musulmani – la brigata uigura – per combattere in Siria via Turchia nei ranghi jihadisti, spazzata via dalle parti d’Idlib. Comunque sia andata, è brava gente che, come ognuno, ha diritto di professare quel che crede, sparacchiare dove vuole, e nessuno può metterci bocca o puntare il dito. Giustissime quindi le sanzioni decise dall’Ue, su pressione del dipartimento Usa e del gran vecchio bimascherato, per le vessazioni dei funzionari del cattivo governo cinese contro gli uiguri.</p>
<p>Ora i cattivi cinesi e i cattivissimi russi si sono lagnati &amp; abbracciati, lamentano l’uso politico delle sanzioni e ammoniscono l’Occidente: occhio a non seguire le logiche della nuova guerra fredda. Monito inutile, la linea rossa del 2045 – deadline dell’armageddon contro le potenze del male, secondo il profeta Attali – s’avvicina a grandi passi, e gli euroburocrati fanno la loro parte. Salvando gli uiguri.</p>
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		<title>Erdogan e Putin, Giani bifronte</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Feb 2020 16:34:55 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Distratti dal coronavirus e dalla caccia a Salvini, i media italioti non si sono accorti d’un paio di fatti che ci riguardano da presso. A Idlib come a Tripoli, due fronti di guerra sono al punto di svolta, con la fine di due battaglie che segneranno gli equilibri politici dell’area mediterranea e mediorientale negli anni a venire. In entrambi i casi si trovano su opposti... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/erdogan-e-putin-giani-bifronte/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Distratti dal coronavirus e dalla caccia a Salvini, i media italioti non si sono accorti d’un paio di fatti che ci riguardano da presso. <span id="more-9710"></span>A Idlib come a Tripoli, due fronti di guerra sono al punto di svolta, con la fine di due battaglie che segneranno gli equilibri politici dell’area mediterranea e mediorientale negli anni a venire. In entrambi i casi si trovano su opposti fronti Russia e Turchia, l’una contro l’altra armate.</p>
<p>L’ultima roccaforte jihadista in Siria resiste all’offensiva di Damasco grazie ai turchi, il secondo esercito della Nato, intervenuto pesantemente e direttamente a sostegno dei ribelli messi in campo da Ankara. Considerate le perdite dell’offensiva, cento regolari siriani ogni dieci soldati turchi, per non parlare dei miliziani iraniani e turcomanni, il saldo non è positivo per Assad. Gli israeliani continuano a sparacchiare razzi e gli americani a presidiare pozzi, mentre gli altri si scannano tra loro.</p>
<p>Non diverso appare lo scenario libico. Qui la sedicente volpe del deserto, il maresciallo Haftar, in procinto di papparsi quel che resta del paese, forte d’alleati del calibro degli Emirati e dell’Egitto, per non dire di Francia, Russia e Usa – l’ex caporione di Gheddafi è stato anni a libro paga della Cia – s’è visto sbarrare la via di Tripoli dai carrarmati turchi e da qualche migliaio di jihadisti ricollocati da Aleppo. Capaci di rivitalizzare Al Serraj assai più delle chiacchiere di Di Maio, anche se il suo moribondo governo regge botta solo in pochi quartieri tripolini.</p>
<p>In entrambi i casi l’attivismo di Erdogan – che per non por tempo in mezzo è corso a Kiev per promettere agli ucraini di dar loro manforte in Donbass – ha rimescolato le carte di giochi che parevano fatti, e preso a pizze la Russia e i suoi alleati. Putin sarà uno zar in casa ma fuori gioca di rimessa, sotto schiaffo del sultano. Ma niente è deciso e tutto possibile, pure una tregua e una stretta di mano tra i due Giani bifronte. Opposti ma uniti, contro gli Usa e l&#8217;Ue. Persino che i media italioti si sveglino dal torpore.</p>
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		<title>Putin forever, uno zar controvento</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Feb 2020 17:50:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Al di là dei nuovi poteri che la Duma gli concederà, altre sono le paure e i pericoli per l&#8217;Occidente. C’è chi a una certa sogna la pensione, se non ce l’ha. Darsi alla pesca, alle carte, a sfamare gatti e piccioni al parco, in mancanza d’altro. A 67 anni suonati Vladimir Putin alla pensione non pensa proprio. Piuttosto al potere, a lasciare un segno,... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/putin-forever-uno-zar-controvento/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Al di là dei nuovi poteri che la Duma gli concederà, altre sono le paure e i pericoli per l&#8217;Occidente. <span id="more-9691"></span>C’è chi a una certa sogna la pensione, se non ce l’ha. Darsi alla pesca, alle carte, a sfamare gatti e piccioni al parco, in mancanza d’altro. A 67 anni suonati Vladimir Putin alla pensione non pensa proprio. Piuttosto al potere, a lasciare un segno, le stimmate a chi ne raccoglierà il testimone. Il potere Vlad lo esercita da vent’anni: assai più d’ogni capintesta d’Oriente e d’Occidente. Quasi più, persino, di Baffone che al Cremlino dimorò meno di lui, da presidente dell’Urss. Novello zar, Putin ha ottenuto dalla Duma il primo “da” alla riforma costituzionale che dovrebbe prorogarne sine die il potere, ben al di là dell’attuale quarto mandato che scadrà nel 2024. Alla faccia delle schiere dei detrattori orripilati dal suo autoritarismo.</p>
<p>Da quando è stato pescato da Eltsin in uno dei suoi rari momenti di lucidità quale suo delfino, sul finire dello scorso secolo, l’ex tenente colonnello del Kgb s’è tenuto grappato al potere come pochi, mostrandosi più tosto e furbo dei suoi nemici e sodali. Al di là dei nuovi poteri che la Duma concederà, a lui o a chi per lui, e del temuto giro di vite contro ogni oppositore, le pussy riot come i comici che ne criticano l’ortodossia di fede, giornalisti o esponenti dell’impalpabile opposizione; al di là dei problemi che il neo zar darà all’Occidente, mettendo i bastoni tra le ruote agli Usa e alla Nato che rispolverano la guerra fredda, altre sono paure e perigli d’un Putin forever.</p>
<p>Il suo difetto è l’essersi messo controvento. Contro il mercato globale delle multinazionali e dei buoni sentimenti. Contro i diktat della ex superpotenza e dei suoi servi più o meno sciocchi. Putin s’è fatto paladino del nazionalismo e del sovranismo, del popolo e degli oligarchi, della rinascita d’una Russia quale potenza euroasiatica. Defensor fidei e d’un mondo che più non è, al cospetto d’un cupio dissolvi. È questo il suo crimine, agli occhi dei paladini della democrazia transnazionale, trans e basta. Fare ombra al nuovo che avanza, travestito da zar.</p>
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		<title>Putin stravince, l&#8217;Occidente è al trivio</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2018 17:40:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[L’uomo è lì, tronfio e imbolsito, più simile a un pippobaudo che all’icona del duro costruita in un ventennio di potere quasi assoluto. Neppure troppo virile col suo cappuccio di pelliccia nel gelido inverno russo, ma più che mai vincente. Vladimir Putin ha stravinto le elezioni per il suo quarto mandato da presidente, come previsto, lasciando dietro di sé una scia di nani politici e... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/putin-stravince-loccidente-e-al-trivio/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/images.jpeg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9324" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/images-300x122.jpeg" alt="images" width="300" height="122" /></a></p>
<p>L’uomo è lì, tronfio e imbolsito, più simile a un pippobaudo che all’icona del duro costruita in un ventennio di potere quasi assoluto. Neppure troppo virile col suo cappuccio di pelliccia nel gelido inverno russo, ma più che mai vincente. <span id="more-9323"></span>Vladimir Putin ha stravinto le elezioni per il suo quarto mandato da presidente, come previsto, lasciando dietro di sé una scia di nani politici e polemiche al nervino. Ai primi, i suoi sfidanti orbi di consensi, ha offerto un posto di lavoro. Al comunista Grudinin il ministero dell’Agricoltura, alla Sobchak la reggenza del Daghestan. Delle seconde se la ride. Non l’hanno scalfito, anzi gli hanno giovato, le accuse farlocche d’aver fatto avvelenare l’ex spia russa doppiogiochista Skripal.</p>
<p>Farlocchissime. Che senso avrebbe avuto per Mosca ammazzare uno dei suoi ex agenti passati all’M16, tenuto al gabbio per anni e scambiato nel corso d’una partita doppia? Con un gas di chiara matrice russa, poi, e alla vigilia delle presidenziali? Solo ai cervellini dell’Intelligence di Sua Maestà, non secondi a quelli d’Oltreoceano in quanto a “fake proof” – ricordate Colin Powell sbandierare la provetta coi veleni di Saddam come prova – poteva venire in mente un piano così. Non l’hanno danneggiato i troppi morti russi nel pantano siriano, né le sanzioni dopo l’annessione della Crimea. Come non l’hanno penalizzato le migliaia di vittime civili negli attentati terroristici di questi anni, le guerre in Ossezia e in Cecenia. Non l’hanno preoccupato le minacce della Nato che schiera missili balistici ai confini orientali, né la larvale opposizione interna, orfana dell’incarcerato Navalny.</p>
<p>Chcché ne dica la Gabanelli al Corrierone, queste saranno pure vittorie frutto di brogli, misteri e sangue – e menomale che nessuno ha tirato in ballo Cambridge Analytica – ma al popolo russo vessato dalla crisi e sanzionato dall’Occidente, il nuovo zar piace. Piace la sua politica estera che riporta la Russia alla passata grandezza, malcelando i guai di casa. Al suo quarto mandato Putin s’è assicurato, neocon permettendo, di governare fino al 2024, oltre i settant’anni, permeando di sé la Madre Russia. Solo a Stalin, incontrastato vozd dal 1934 al ‘53, è stato concesso di più. «Siamo condannati a vincere», promette Putin IV alla folla plaudente. La scommessa è più che mai aperta.</p>
<p>I suoi denigratori occidentali sono al trivio. Fare buon viso alla malasorte, aspettando che madre natura faccia il suo corso. Avviare una lotta senza quartiere all’autocrate di Mosca, con nuove sanzioni e il bojkot dei Mondiali, così che il Belpaese pallonaro possa tornare in lizza, in attesa di mettere mano alle armi. O smetterla di credere che la Russia di Putin sia una minaccia per l’Occidente mentre in realtà, da Napoleone alla May passando per Hitler, è vero il contrario. Intanto, i primi a congratularsi con Putin dopo Xi, il neotimoniere cinese, sono stati Trump, nonostante le raccomandazioni contrarie del suo dissestato staff, e Kim. Vedi come, a volte, gli estremi si tocchino.</p>
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		<title>Loveless, la colpa (e l&#8217;arte) di vivere senza amare</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Mar 2018 12:58:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[Diciamolo subito: Loveless è un gran film, durissimo e bellissimo, e se l’avete perso è un gran peccato. Andrej Zvjagincev (o Zvyagintsev, se scopiazzate la traslitterazione anglosassone) si conferma regista puro e duro, e bene ha fatto la giuria dei Golden globe a premiarlo per il suo ultimo lavoro, Neljubov (senza amore, appunto), come già il suo precedente Leviathan, nel 2015. Quel Leviatano con cui... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/loveless-la-colpa-e-larte-di-vivere-senza-amare/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/Alesa-in-una-scena-del-film1.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-9308" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2018/03/Alesa-in-una-scena-del-film1-300x184.jpg" alt="alesa-in-una-scena-del-film" width="300" height="184" /></a></p>
<p>Diciamolo subito: Loveless è un gran film, durissimo e bellissimo, e se l’avete perso è un gran peccato. Andrej Zvjagincev (o Zvyagintsev, se scopiazzate la traslitterazione anglosassone) si conferma regista puro e duro, e bene ha fatto la giuria dei Golden globe a premiarlo per il suo ultimo lavoro, Neljubov (senza amore, appunto), come già il suo precedente Leviathan, nel 2015. <span id="more-9306"></span>Quel Leviatano con cui il regista siberiano ha mostrato il volto della nuova Russia, facendo inalberare patriarchi e potenti che l’hanno tacciato di fare film antirussi per compiacere l’Occidente, minacciandolo di tagliargli i fondi. Tant’è, Zvjagincev è un astro della ritrovata cinematografia russa, già dal brillante e controverso esordio con Il ritorno, Orso d’oro a Venezia nel 2003.</p>
<p>Come e più che nei suoi precedenti lavori, Loveless racconta un’umanità dolente che è russa ma al tempo stesso universale. Dove al macrocosmo della lotta impari tra l’individuo e il sistema, lo stato, si sostituisce il microcosmo della tragedia casalinga. E i palazzoni, i boschi attorno a Tušino, questa cittadina oggi inglobata a Mosca, come le rive del fiume Skhodnya che l&#8217;attraversa, sono le quinte di un manifesto del neorealismo russo dove s’alluma il buco nero in cui è sprofondata un’umanità che trascina un’esistenza piena di molto ma priva dell’essenziale.</p>
<p>Tutto inizia su quella riva, dove un ragazzetto che pensiamo essere il protagonista si concede uno dei piccoli gesti di libertà e felicità che crediamo la vita possa offrigli: gettare un nastro biancorosso, di quelli che delimitano il pericolo, sui rami di un albero protesi sulla corrente verdemelma della Skhodnya. Non è lui. Il protagonista – quello che tale resta ai nostri occhi, anche se scompare dopo pochi spezzoni di film – se ne sta dietro ai vetri della sua cameretta, a guardare i coetanei giocare in un parco sulla stessa riva del fiume. Non è un ragazzo particolarmente socievole né conduce una vita disagiata, tutt’altro, se non fosse che i suoi si stanno separando, e lo fanno da carognoni quali sono. Cioè da persone normali prese dai loro guai, da sé stessi e dagl’immancabili telefonini e aggeggi tech, più che da ogni altra cosa.</p>
<p>Ženja e Boris sono due nemici più che due estranei, in attesa d’essere niente l’un l’altro. Ben oltre l’orlo di una crisi di coppia non se le mandano a dire, rinfacciandosi i fallimenti e la presenza di quell’unico figlio, ridotto a un peso che nessuno dei due è disposto a portare. Di nascosto da loro, Alëša ascolta quel che nessuno vorrebbe sentirsi dire, specie a dodici anni, e prende l’unica decisione saggia, per un dodicenne. Si dà alla fuga, dopo aver singhiozzato a lungo – una delle scene più commoventi e realistiche – nella sua cameretta piena di cose e vuota d’amore.</p>
<p>Neanche la scomparsa basterà alla coppia per ritrovarsi, tantomeno ritrovare sé stessi o un po’ d’amore nelle nuove vite verso cui sono proiettati. Boris si lascerà impaludare in un nuovo rapporto che s’annuncia estraniante al pari dell’altro. E la scena del secondo figlioletto recluso nella culla che piange gridando mamma fa il paio con l’altra, quanto a strazio. Neanche Ženja, oltre alle scopate e al benessere – che non son poco – caverà dalla nuova vita l’amore che è incapace di dare. Gli unici a darsi da fare per Alëša sono i volontari che nel gelo della periferia moscovita, tra palazzi abbandonati e boscaglie ghiacciate, cercano inutilmente il ragazzo perduto.</p>
<p>Quel figlio non si troverà, scomparso per sempre come ogni forma d’amore reale dalle vite di chi l’ha generato, espunto dal vuoto in cui è nato nel nulla che lo circonda. Il figlio della colpa, colpevole d’essere venuto al mondo senza amore, espia sparendo da un mondo privo d’amore. Restano gli altri, i colpevoli, con le tastierine su cui compulsivamente battono. Restiamo noi. Resta un film crudo e terso, i toni cupi della Mosca che è in noi, dove pure le scarrellate dei vassoi al selfservice sono ad arte e l&#8217;amore, come il coraggio di Don Abbondio, se non ce l&#8217;hai non te lo puoi dare.</p>
<p><a href="https://www.youtube.com/watch?v=s-3vLImB1eQ" target="_blank">Qui il trailer</a></p>
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		<title>2017, guerra alla Russia</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2016 10:16:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[Maurizio Zuccari]]></dc:creator>
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		<description><![CDATA[La sagoma scura del carrarmato campeggia sulla copertina rossa, tra le fumate delle granate, bianche come il titolo: 2017, war with Russia. Sugli scaffali delle librerie londinesi, dov’è appena uscito, fa un bell’effetto, con quei caratteri grandi e un po’ retrò, stile anni ‘70. Chi l’ha scritto non è affatto un vecchio nostalgico, uno scrittore di fantaguerre o un veggente guerrafondaio. Assai peggio. L’autore è... <br /><br /><a class="readmore" href="https://www.mauriziozuccari.net/site/2017-guerra-alla-russia/">Leggi tutto</a>]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8991" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c-200x300.jpg" alt="methode-times-prod-web-bin-aaa1a790-1ce0-11e6-bf22-78061c6f2b5c" width="200" height="300" /></a> <a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8992" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge-300x225.jpg" alt="Gen.-Sir-Alexander-Richard-David-Shirreff_gallerylarge" width="300" height="225" /></a></p>
<p>La sagoma scura del carrarmato campeggia sulla copertina rossa, tra le fumate delle granate, bianche come il titolo: 2017, war with Russia. Sugli scaffali delle librerie londinesi, dov’è appena uscito, fa un bell’effetto, con quei caratteri grandi e un po’ retrò, stile anni ‘70. <span id="more-8990"></span>Chi l’ha scritto non è affatto un vecchio nostalgico, uno scrittore di fantaguerre o un veggente guerrafondaio. Assai peggio. L’autore è sir Alexander Richard David Shirreff, generale degli ussari reali e vicecomandante della Nato in Europa (Sace) fino a un paio d’anni fa, dopo aver attraversato tutte le guerre recenti per conto di sua maestà britannica, dalla prima all’ultima nel Golfo, passando per il Kosovo. Un “senior military command” – un ufficiale superiore, uso agli alti comandi e agli stati maggiori – che, fresco di pensione, oltre a ricoprire il ruolo di colonnello onorario all’università di Oxford e consulente nel direttivo di Genderforce (un’associazione non profit che si prefigge di combattere le violenze sessuali e di genere nelle zone di conflitto), ammonisce il suo paese e l’Europa sulla guerra più che prossima, imminente. Addirittura nel maggio 2017, esattamente tra un anno, assicura sir Shirreff con militaresca precisione: quando Putin invaderà i paesi Baltici e aprirà un corridoio in Ucraina per annettersi definitivamente la Crimea. Ergo, occorre fare in fretta per prevenire la catastrofe, magari con una bella guerra preventiva al mai domo orso eurasiatico.</p>
<p>La prova generale s’è appena conclusa con due imponenti manovre che hanno coinvolto i paesi Baltici: Baltops, nel Mar Nero, e Anakonda (il nome, un programma), dove venerdì truppe e carrarmati hanno attraversato la breccia di Suwałki, il corridoio di 65 chilometri tra Kaliningrad e la Bielorussia. Ventre molle della Nato, secondo la propaganda del Pentagono, in caso d’invasione russa delle tre repubbliche baltiche. All’esercitazione, tra le più importanti dal dopoguerra, con contingenti di 24 paesi Nato ed ex sovietici schierati contro Mosca, compresa la Georgia e l’Ucraina, hanno partecipato oltre 30mila unità, in gran parte polacche e statunitensi, 3mila mezzi tra blindati e corazzati, un centinaio di aerei e una decina di navi. I russi, da parte loro, hanno incrementato di tre divisioni la loro forza lungo la frontiera occidentale dove corre la nuova cortina di ferro (vedi cartina Limes sotto) e avviato i lavori nella nuova gigantesca base di Klintsy, a una cinquantina di chilometri dal confine ucraino, divertendosi a sorvolare a distanza ravvicinata le navi dell’Alleanza Atlantica durante le manovre marittime.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8993" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nuova_cortina_ferro-300x200.jpg" alt="nuova_cortina_ferro" width="300" height="200" /></a></p>
<p>Ora, sarebbe una bel wargame se la compassata regina Elisabetta, nel suo rituale discorso a Westminster di metà maggio, non avesse sussurrato ai valletti che la rivestivano di mantella e corona: «Sta arrivando una tempesta, la Gran Bretagna non ne ha mai viste di eguali. La seconda guerra mondiale sembrerà una buca sulla strada in confronto a questa. Ho il dovere di informare i miei sudditi». Pare che l’augusta monarca, nel suo fuori onda subito stoppato dalla Bbc, si riferisse al Brexit, a cui è più che favorevole, ma altri assicurano trattarsi del vaticinio del suo ex generale. Più mediaticamente, è intervenuto il misurato conduttore di Rai storia, Massimo Bernardini, in una puntata dedicata al ritorno della guerra fredda. E qui, visto che tre fatti non fanno un caso ma una prova, scatta uno scampanìo d’allarme.</p>
<p>Ché la guerra fredda sia tornata nelle sue forme più virulente è sotto l’occhio di tutti, visto l’andazzo delle guerre in corso in Siria e in Ucraina e il dispiegamento della barriera missilistica antirussa in Romania e Polonia, freschi acquisti della Nato e in prima fila nell’accodarsi ai desiderata di Washington contro la Russia. Ché alla guerra calda si giunga non più attraverso lo scontro ideologico tra l’Occidente e l’ex Unione Sovietica, ma nell’ambito della moderna dottrina Wolfowitz – ossia l’affossamento di qualsiasi ipotesi di potere bipolare o multipolare ostile all’unica superpotenza globale – in uso al Pentagono dai tempi del crollo dell&#8217;Urss è più che un’ipotesi di nemesi storica.</p>
<p>Rimettiamoci la maglia, i tempi stanno per cambiare, cantava Battiato. Che i tempi siano cambiati e, più della maglia, ci sia bisogno d’una corazza è all’evidenza nell’Europa dell’Est proprio con la decisione di dare corpo allo scudo missilistico – nome in codice Shield – che riporta l’orologio della storia indietro di trent’anni, nel pieno della guerra fredda con l’Unione Sovietica. È appena divenuta operativa una delle due basi da cui partiranno gli intercettori in grado di abbattere ogni missile in volo da oriente, quella di Deveselu, in Romania, a meno di 200 chilometri a sudovest di Bucarest. Contemporaneamente, sono partiti i lavori nell’altra sede – da ultimare nel 2018 – che chiuderà la tenaglia antimissilistica dalla base polacca di Redzikowo, presso Kaliningrad, l’ultima enclave russa in Europa.</p>
<p><a href="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-8994" src="http://www.mauriziozuccari.net/site/wp-content/uploads/2016/06/nato-300x214.jpg" alt="nato" width="300" height="214" /></a></p>
<p>Ideato alla metà degli anni ‘90, in risposta alla minaccia nucleare iraniana, il sistema di difesa Aegis Ashore, costato 800 milioni di dollari, è destinato in teoria a proteggere l’Europa da missili provenienti dal Medio Oriente. Ora che quella minaccia è scemata, grazie agli accordi con Teheran, non si vede a che serva lo scudo. A Mosca, però, hanno le idee chiare. «Qui non si tratta dell’Iran, ma dell’arsenale nucleare della Russia, ne siamo sicuri non al 100% ma al 1000%», dichiara l’ammiraglio Vladimir Komoyedov, presidente della commissione difesa della Duma. «La Nato non vuole un confronto con la Russia né mira a una nuova guerra fredda», replica il segretario della Nato, Jens Stoltenberg. «Il dispiegamento di un sistema di difesa anti missile pone una minaccia alla Russia – ribatte il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov – stiamo già adottando misure di sicurezza». E c’è chi, tra i consiglieri di Putin, ventila l’uscita dal trattato Start per la riduzione delle armi strategiche, o il rafforzamento di analoghe armi a difesa della federazione.</p>
<p>Al di là di quanto la Russia possa tollerare una simile spina nel fianco, lo scudo è la riprova non solo della spaccatura in seno all’Alleanza, con Francia, Germania e Italia a far da passacarte alle direttive angloamericane rafforzate dalle fobie antirusse dei membri dell’Est europeo, quanto della sua miopia. «Sarebbe ora che la Nato pensasse seriamente a irrobustire le sue capacità per battere il terrorismo anziché far credere al mondo che il nemico sia la Russia», sottolinea l’ex capo di stato maggiore Leonardo Tricarico. Difficilmente da Roma o da Washington gli daranno ascolto. Alla Casa Bianca, tanto per dire del climax, Obama s’è visto recapitare una letterina firmata da una cinquantina di diplomatici che lo invitano a bombardare senza complimenti Assad per farlo sloggiare, e tanto peggio per i suoi amici russi. Un consiglio che jena Hillary è prona ad accogliere. Non resta che sperare in Trump, che dichiara di voler gettare nel cestino della carta straccia la dottrina in voga al Pentagono dai tempi di Bush e di considerare Putin un galantuomo. Affidarsi a un pazzo per salvarsi da una follia. Quanto a Renzi, nel suo recente incontro con il presidente russo, all’indomani delle nuove sanzioni approvate dall’Ue fino al prossimo giugno, tra un tweet e un selfie ha ribadito ai russi che chi parla di nuova guerra fredda è fuori dal tempo e dalla storia. Rimettiamoci la maglia. Anzi, l&#8217;armatura.</p>
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